Calabria, perquisiti politici, generali e spioni *
Una vasta operazione dei carabinieri di Catanzaro ha portato alla perquisizione, su ordine della Procura della Repubblica di Catanzaro, di uffici e abitazioni in tutta Italia di oltre venti persone coinvolte in un’inchiesta denominata «Why Not». I reati contestati, a vario titolo, sono quelli di associazione a delinquere, corruzione, violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, truffa, finanziamento illecito ai partiti. Indagati politici calabresi, funzionari regionali, il capocentro del Sismi di Padova e una funzionaria del Cesis (l’ufficio di coordinamento dei servizi segreti). Indagini anche su Giorgo Vittadini, ex presidente nazionale della Compagnia delle Opere, e attuale presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, un’altra società facente capo a Comunione e liberazione.
Tra gli indagati anche il generale della Guardia di Finanza Paolo Poletti, attuale capo di Stato Maggiore del Corpo. Nella notte sono stati perquisiti i suoi uffici, a Roma. Dal decreto di perquisizione risulta che il generale Poletti è indagato per truffa, truffa aggravata ed associazione a delinquere.
Queste le 19 persone indagate: Franco Bonferroni, residente a Reggio Emilia,. del cda di Finmeccanica; PietroMacrì, imprenditore, di Vibo Valentia ; Luigi Filippo Mamone e Francesco De Grano, entrambi dirigenti della Regione Calabria; Valerio Carducci, di Bagno a Ripoli; Gianfranco Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità; Mario Pirillo, assessore all’Agricoltura della Regione; Massimo Stellato di Abano Terme, capocentro del Sismi di Padova, e il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, di Lamezia Terme, Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale Ds della Calabria, Antonio Acri; Angela De Grano di Vibo Valentia; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione e assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale; Brunella Bruno, di Roma, appartenente al Cesis; Armando Zuliani, di Brenna, imprenditore; Francesco Indrieri, di Cosenza, commercialista; Salvatore Domenico Galati, 40, di Vibo Valentia, già collaboratore dello staff del senatore e coordinatore regionale di Forza Italia Giancarlo Pittelli; Piero Scarpellini, di Rimini.
Molte le proteste provocate da questa ondata di perquisizioni. Indignato il diessino Nicola Adamo, vicepresidente della regione. «Basta con questa caccia all’uomo. Però, non ho fiducia che ciò possa essere fatto da un ufficio giudiziario che nell’aula sovrana del Parlamento della Repubblica Italiana è stato definito un verminaio». Adamo sostiene di aver ricevuto un avviso di garanzia a settembre e di aver chiesto di essere sentito dal magistrato, senza ottenere risposta. «Più che ipotesi di reato mi sembra di leggere, attraverso l’ordinanza, un vero e proprio calunnioso manifesto politico. Il colmo - secondo Adamo - si raggiunge quando leggo, tra l’altro, che a diffamarmi di una infamia assolutamente infondata è una signora, contro la quale ho già disposto querela, sposata con il giudice che ha arrestato illegittimamente l’on. Franco Pacenza. Pretendo, se fondate e possibili, contestazioni a mio carico; mi si scruti fino in fondo ed in ogni direzione».
L’operazione è denominata «Why Not», dal nome di una società di lavoro interinale con sede a Lamezia Terme che «presta» lavoratori alla Regione per servizi di gestione banche dati e altri servizi informatici. Proprio nei giorni scorsi i lavoratori della «Why Not» hanno inscenato una protesta sotto la sede della giunta regionale per rivendicare il rinnovo del loro contratto di lavoro, scaduto da tempo.
Proprio una lavoratrice della «Why Not», la cui identità viene tenuta segreta, avrebbe dato il via alle indagini di De Magistris, che ha individuato un gruppo di potere trasversale, tenuto insieme da una loggia massonica coperta (la «San Marino»), usata come collante per l’attuazione del disegno criminoso. A questa loggia, una vera e propria lobby sospettata di aver influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’assegnazione di appalti, sarebbe iscritta una parte degli indagati.
* l’Unità, Pubblicato il: 18.06.07, Modificato il: 18.06.07 alle ore 18.48
FINANZIAMENTI PUBBLICI, TRUFFE E MASSONERIA *
CATANZARO - Ruota attorno al ruolo della Loggia di San Marino, una loggia massonica coperta della quale avrebbe fatto parte la maggiore parte degli indagati, un’inchiesta della Procura della Repubblica di Catanzaro sul gruppo di potere trasversale che avrebbe gestito truffe utilizzando finanziamenti pubblici. Sono 26 le perquisizioni fatte dai carabinieri in Calabria, a Roma, Padova e Milano.
La loggia di San Marino ha rappresentato il collante che avrebbe unito gli indagati creando tra loro un vincolo che era la premessa per l’ attuazione del disegno criminoso su cui avrebbe fatto luce l’ inchiesta. Il ruolo svolto dalla loggia, costituita in violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, sarebbe stato quello di una vera e propria lobby che ha influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’ assegnazione di appalti. Della Loggia di San Marino avrebbero fatto parte anche massoni in sonno che avrebbero mantenuto, grazie alla loro appartenenza al gruppo, il vincolo massonico con altri associati finalizzato alla gestione di affari basati sull’ utilizzo di finanziamenti pubblici.
A venti delle persone che hanno subito le perquisizioni i carabinieri hanno notificato contestualmente informazioni di garanzia, emesse dal sostituto procuratore Luigi De Magistris, in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’ associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti.
PERQUISIZIONI IN UFFICI CONSIGLIO REGIONE CALABRIA
Perquisizione dei carabinieri negli uffici del Consiglio Regionale della Calabria effettuata in alcuni degli uffici privati dei consiglieri e degli assessori regionali, disposta dalla Procura di Catanzaro.
INDAGATO ANCHE GEN. POLETTI (GDF)
Nell’inchiesta della Procura di Catanzaro ha subito una perquisizione anche il generale Paolo Poletti, della Guardia di Finanza, di 51 anni, attuale capo di Stato Maggiore delle Fiamme Gialle. Poletti è accusato di avere fatto parte all’epoca dei fatti in questione (cioé dal 2001 in avanti) di un presunto gruppo di potere che avrebbe gestito affari con truffe basate sull’utilizzo di finanziamenti pubblici, statali e comunitari. Secondo l’accusa sarebbe stato il punto di riferimento dell’ imprenditore calabrese Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, le cui attività rappresentano uno dei filoni principali dell’inchiesta.
LE INFORMAZIONI DI GARANZIA
Le persone che hanno ricevuto le informazioni di garanzia sono Franco Bonferroni, consigliere d’ amministrazione di Finmeccanica e con cariche in diverse società e con collegamenti con esponenti del mondo bancario ed imprenditoriale; Pietro Macrì, presidente della società Met Sviluppo e del settore terziario della Confindustria di Vibo Valentia; Luigi Filippo Mamone, dirigente della Regione Calabria; Francesco De Grano, dirigente della Regione Calabria e responsabile del settore finanziamenti Por 2007-2013; Maria Angela De Grano, sorella di Francesco, con cariche in diverse società; Paolo Poletti, capo di stato maggiore della Guardia di finanza; Valerio Carducci, punto di riferimento di Antonio Saladino (ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria) per i contatti con gli ambienti parlamentari; Gianfranco Luzzo, ex assessore alla Sanità della Regione Calabria, anch’ egli legato a Saladino; Mario Pirillo, attuale assessore all’ Agricoltura della Regione Calabria; Massimo Stellato, capocentro del Sismi di Padova, ed il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, persona che insieme a Saladino avrebbe avuto un ruolo di rilievo nell’ attuazione del presunto disegno criminoso; Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale della Calabria dei Ds Antonio Acri; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione Calabria ed assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale della Calabria; Brunella Bruno, in servizio al Cesis, indicata come persona legata ai generali della Guardia di finanza Cretella e Poletti; Armando Zuliani, imprenditore; Francesco Indrieri, commercialista, persona vicina all’ imprenditore del settore della grande distribuzione commerciale Antonio Gatto; Salvatore Domenico Galati, componente dello staff del senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli, coordinatore regionale del partito, e Piero Scarpellini, imprenditore emiliano.
Inchiesta Why Not, assolto Loiero
Due anni all’imprenditore Saladino
-Il governatore della Regione Calabria
era stato accusato di abuso d’ufficio.
I pm chiedevano un anno e sei mesi
"Finalmente il mio calvario è finito" *
REGGIO CALABRIA Il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, è stato assolto dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro nell’ambito del procedimento Why Not. Il governatore del Pd era imputato per presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici.
La Procura generale di Catanzaro aveva chiesto la condanna di Loiero, indagato originariamente anche per corruzione, ad un anno e mezzo di reclusione solo per due ipotesi di abuso d’ufficio. Per l’ex presidente Chiaravalloti (Pdl), la procura aveva chiesto la condanna a due anni e 2 mesi per diverse ipotesi di abuso. Per entrambi, il magistrato ha deciso l’assoluzione totale. «Finalmente è finito questo calvario», ha detto Loiero, che per tutta la campagna elettorale aveva professato la sua innocenza.
Condannato a due anni di carcere invece l’imprenditore Saladino, principale imputato dell’inchiesta. Saladino è stato ritenuto colpevole di abuso d’ufficio ed è stato assolto dalle accuse di associazione per delinquere, truffa, frode nelle pubbliche forniture e da altre contestazioni nell’ambito del procedimento avviato a suo tempo dalll’allora pm Luigi de Magistris. La Procura generale, che aveva poi avocato l’indagine, aveva chiesto per lui una condanna a 4 anni e mezzo di reclusione. Saladino era considerato al centro del sistema di presunte illegalità ipotizzato dalla magistratura inquirente.
* La Stampa, 2/3/2010 (16:29)
La Stampa, 8/6/2009 (14:38)
Terremoto preferenze nell’Idv De Magistris meglio di Di Pietro
A Bologna, Torino, Milano è boom di consensi per l’ex pm di Catanzaro
ROMA. Un buon risultato probabilmente se l’aspettava, visto che per attendere il responso delle urne aveva scelto un luogo molto chic di Roma: la terrazza dell’Hotel Majestic a Via Veneto. Ma addirittura il raddoppio dei voti e poi nel giro di poco più di un anno (rispetto alle politiche del 2008) proprio no.
Così, visibilmente stremato per la campagna elettorale e dopo aver letto dati un pò più concreti, alla fine Antonio Di Pietro si è concesso ieri sera a cronisti e telecamere per cantare vittoria: «Da domani - avverte - non saremo più opposizione, ma una concreta alternativa a questo governo» il cui «modello, che continuiamo a definire fascista e piduista, non ci piace affatto». L’Idv, precisa subito, non chiude le porte in faccia a nessuno, nè pone alcun aut-aut come ha fatto, invece, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, ma è chiaro che già da domani il Pd dovrà fare i conti con Di Pietro e obbligarsi ad «una scelta di campo ben chiara». Perchè il partito del gabbiano che vola non si accontenterà più di una «semplice unione di sigle», nè di «intese strette solo tra alcuni notabili».
Ma oggi Di Pietro si trova a dover fare i conti con una nuova figura in ascesa all’interno dell’Italia dei Valori che rischia di oscurarne la leadership. Si tratta di Luigi De Magistris che fa il boom di preferenze scavalcando in molte città il leader del partito. A Torino De Magistris supera il leader dell’Idv e si attesta a 8.001 preferenze. A Bologna l’ex pm di Catanzaro addirittura "doppia" il leader del movimento prendendo 3.995 preferenze contro i 1.955 voti andati a Di Pietro. Anche a Milano De Magistris supera Di Pietro (8.862 voti contro gli 8.552). Di Pietro proprio ieri aveva confermato di voler puntare tutto su «programmi e persone» e di puntare ad un bel «ricambio generazionale».
Guerra tra Procure
De Magistris indagato *
ROMA - L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris è indagato a Roma per le ipotesi di reato di concorso in abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio, in relazione all’inchiesta avviata lo scorso dicembre dalla procura generale di Catanzaro, che indagò per i medesimi reati anche sette pm della procura di Salerno, tra cui l’ex procuratore capo Luigi Apicella, sospeso dal Csm.
La vicenda si riferisce alla cosidetta guerra tra le procure di Catanzaro e Salerno. Gli atti che riguardano De Magistris e i pm salernitani sono stati trasmessi da Catanzaro alla procura di Roma nello scorso mese di febbraio. Per competenza territoriale avrebbero dovuto svolgere le indagini i magistrati di Napoli, ma De Magistris è giudice proprio al Tribunale del riesame di Napoli e quindi il faldone è stato indirizzato alla procura della capitale.
De Magistris che proprio ieri si è candidato con l’Italia dei Valori per le prossime elezioni europee, era stato già indagato a Salerno sulla base delle denunce presentate dal procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi che si era avocato l’inchiesta Why not del magistrato poi trasferito per "incompatibilità" al Tribunale di Napoli.
* la Repubblica, 18 marzo 2009
L’ex pm di Catanzaro si presenterà alle europee accanto a Di Pietro
"Sono stato messo ingiustamente all’angolo, evidentemente per non nuocere"
De Magistris, da giudice a politico
Candidato alle europee per Di Pietro
ROMA - L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris sceglie la politica: "correrà" alle europee per l’Italia dei Valori di Di Pietro, come lui, ex magistrato. "Lo farò come indipendente, insieme ad altri esponenti della società civile". Il via libera alla candidatura potrebbe arrivare a stretto giro di posta, probabilmente già domani dal plenum del Consiglio.
Amaro lo sfogo di De Magistris: "Sono stato in qualche modo ostacolato nella mia attività di magistrato che non posso più esercitare da alcuni mesi, ma quello che ancora mi inquieta di più, in questo momento storico, è l’attività di delegittimazione di ostacolo e di attacco nei miei confronti, della mia professione, e di tutti coloro che hanno cercato in questi anni di accertare i fatti".
Sul blog di Antonio Di Pietro, De Magistris spiega che cercherà di portare la sua esperienza personale, la sua passione civile e il suo amore per la giustizia "in quella che è la realtà principale in cui si possono modificare le cose, i fatti e anche la storia di un Paese".
Titolare delle indagini Why not, Poseidone e Toghe lucane in cui inquisì uomini politici, imprenditori e magistrati, De Magistris svolge ora il ruolo di magistrato giudicante presso il Tribunale di Napoli dopo il trasferimento da Catanzaro per "incompatibilità" ordinato al termine di un’indaginie interna dal Csm. Un provvedimento che l’ex pm giudicò ingiusto e giustificato solo dalla volontà di allontanarlo da inchieste pericolose per il "potere". Ne parlò anche con i suoi colleghi di Napoli che avviarono un’indagine sulla Procura di Catanzaro a sua volta mobilitata a scoprire la legittimità dei provvedimenti della giustizia partenopea. Una guerra tra procure che si concluse con la sospensione del procuratore di Salerno Luigi Apicella, e il trasferimento d’ufficio di quattro toghe di Catanzaro e Salerno.
Ansa» 2009-02-23 16:00
INCHIESTA WHY NOT: PG, PRODI NON COINVOLTO IN MANOVRE
CATANZARO - Dalle indagini fatte "può escludersi che l’on. Romano Prodi abbia mai fatto parte di quel gruppo di persone indicato quale ’comitato di San Marino’: dette persone erano solo di area politica riconducibile all’on. Prodi". E’ uno dei passaggi più significativi della richiesta con cui la Procura generale di Catanzaro ha proposto al gip l’archiviazione della posizione dell’ex premier e di altre nove persone nell’ambito dell’inchiesta Why not.
Inoltre, i dati acquisiti, e’ scritto nelle 36 pagine della richiesta al gip, ’’non consentono in alcun modo di ritenere la sussistenza di un effettivo coinvolgimento dell’ex premier nelle manovre affaristiche di Antonio Saladino’’, l’ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria nei confronti del quale e’ stato emesso avviso di conclusione indagini insieme ad altre 105 persone. Al riguardo, gli inquirenti evidenziano come le ipotesi accusatorie per Prodi si basino su dichiarazioni de relato e comunque ’’generiche e vaghe ed inidonee a fornire dati concreti sui presunti favori di Prodi a Saladino’’.
I magistrati della Procura generale scrivono che deve essere ’’rigorosamente escluso’’ che la dimostrazione di rapporti politici ’’fra gli indagati costituiscano di per se’ elementi di reita’ ’’; inoltre, gli accertamenti eseguiti sui tabulati telefonici di Prodi da Gioachino Genchi, consulente dell’ex pm Luigi De Magistris, non sono utilizzabili processualmente. Infine, gli inquirenti, sottolineano come gli ulteriori accertamenti compiuti dopo l’avocazione su alcune societa’ ’’non hanno evidenziato’’ a carico di Prodi ’’alcun elemento sia pure indiziante’’.
Ansa» 2009-02-20 13:31
DE MAGISTRIS: PROCESSO A CSM, IL 19/5 ESAME GENCHI
ROMA - Sarà ascoltato anche Gioacchino Genchi dalla sezione disciplinare del CSM che oggi ha avviato il processo a carico dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Processo in cui l’ex sostituto procuratore si deve difendere dall’accusa di aver affidato al suo perito un incarico che implicava "accertamenti e valutazioni del tutto estranei a quelli di un consulente tecnico"; come pure deve rispondere della contestazione di aver acquisito tabulati telefonici intestati all’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella senza aver chiesto l’autorizzazione alla Camera dei Deputati. Genchi sarà sentito il 19 maggio prossimo, data alla quale é stata aggiornata la prosecuzione dell’udienza di oggi, che è stata tutta dedicata alle deposizioni dei testimoni dell’accusa, ufficiali e sottufficiali del Ros.
A chiedere la deposizione di Genchi é stato il difensore di De Magistris, il procuratore aggiunto di Palermo Antonino Ingroia. La sezione disciplinare ha anche deciso di chiedere informazioni alla Procura di Roma sull’indagine in corso a carico di Genchi sull’archivio in cui sono contenute utenze riconducibili a istituzioni (camere, presidenza del consiglio, ministeri, csm), magistrati e servizi segreti. Il ’Tribunale delle toghe’ ha acquisito anche la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Salerno nei confronti di De Magistris per gli stessi fatti oggetto del procedimento disciplinare. E oltre a Genchi il 19 maggio prossimo ascolterà un altro consulente di De Magistris, Piero Sagona, esperto in materia finanziaria.
DIFESA ’ACCUSE INFONDATE’
Sono "infondate" le accuse di cui deve rispondere l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris davanti alla Sezione Disciplinare del Csm. A sostenerlo è il suo difensore, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. "Riteniamo che già sulla base delle deposizioni di oggi sia emerso che l’incolpazione è infondata, come dimostreremo anche con i testimoni della difesa", ha detto Ingroia commentando con i giornalisti l’udienza di oggi. Il pm di Palermo ha definito "importante" l’esame del consulente tecnico Gioacchino Genchi, che sarà fatto nella prossima udienza del procedimento disciplinare, fissata per il 19 maggio prossimo. Ma ha anche evidenziato la rilevanza della deposizione fatta oggi dal colonnello del Ros Pasquale Angelosanto, da cui è emersa " la totale estraneità di De Magistris rispetto alle accuse.
’’Inusitato vulnus della funzione giurisdizionale’’
Csm su caso De Magistris: violata privacy Prodi e Mastella
Le motivazioni dell’ordinanza con la quale la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha sanzionato i magistrati protagonisti dello scontro tra Procure: ’’Tantissimi soggetti anche istituzionali coinvolti a sproposito"
Roma, 7 feb. (Adnkronos/Ign) - I pm di Salerno hanno violato la privacy delle persone, tra le quali compaiono anche l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella e l’ex premier Romano Prodi, visto che nell’ordinanza di sequestro del fascicolo ’Why not’ sono state "indebitamente" riportate le loro utenze telefoniche; e ciò senza che fossero "attinenti all’oggetto e alle finalità del provvedimento’’. E’ quanto afferma il Csm nelle motivazioni dell’ordinanza con cui lo scorso 19 gennaio sono stati sanzionati i magistrati di Salerno e Catanzaro protagonisti dello scontro tra le due Procure sul caso De Magistris.
Nelle motivazioni si sottolinea che è stata anche violata la privacy di un agente dei servizi segreti.
La sezione disciplinare aveva disposto la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio di Luigi Apicella e il trasferimento di sede e funzioni di Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, oltre al pg di Catanzaro Enzo Iannelli e il sostituto Alfredo Garbati. Il Cms spiega che i magistrati di Salerno hanno "fortemente delegittimato tantissimi soggetti anche istituzionali coinvolti a sproposito"nel provvedimento di sequestro del fascicolo ’Why not’, "senza essere indagati". Oltre 60 le pagine delle motivazioni, in cui si sottolinea come i magistrati di Salerno, sia il Pg Apicella che i sostituti Nuzzi e Verasani, hanno leso il loro "diritto al rispetto della vita privata e familiare".
Inoltre, i pm di Salerno inserendo nel provvedimento "notizie allarmistiche e impertinenti su personaggi estranei" al procedimento penale, "hanno insinuato dubbi di correttezza senza la benché minima prova", perfino rispetto alle più "alte cariche dello Stato"; e il tutto senza "alcuna attinenza" con le finalità del sequestro. Nelle motivazioni si legge ancora che i magistrati salernitani hanno coinvolto "gratuitamente in critiche sconsiderate" perfino il presidente della Repubblica; e anche se il nome di Napolitano non compare espressamente il riferimento a lui viene fatto nelle pagine che riportano le dichiarazioni in cui De Magistris lamentava il silenzio del capo dello Stato sulla vicenda.
Sempre gli stessi magistrati hanno "abdicato" al ruolo "imparziale e super partes", essenza stessa dell’essere magistrato e si sono allineati alle tesi del pm Luigi De Magistris, riproducendo nelle motivazioni del sequestro del fascicolo ’Why not’ in maniera "pedissequa e senza alcun vaglio critico, il contenuto delle più di 60 dichiarazioni" rese loro dall’ex pm catanzarese.
Non solo. Nello scontro tra le due Procure di Salerno e Catanzaro "nessuno degli incolpati nel corso delle diverse udienze camerali ha dimostrato di essersi minimamente reso conto dell’eccezionale gravità del proprio comportamento deontologico, che violando fondamentali regole procedurali ha determinato il concreto di una vera e propria implosione della giurisdizione". Tanto che si parla di un "inusitato vulnus della funzione giurisdizionale fondamentale nel nostro stato democratico" che non si era mai verificato prima "nella storia repubblicana". Le toghe di Salerno e quelle di Catanzaro, si sottolinea, "risultano avere violato in misura particolarmente grave i doveri di correttezza, equilibrio e imparzialità".
Ansa» 2009-02-05 19:02
DE MAGISTRIS: TABULATI MASTELLA; PM CHIEDE ARCHIVIAZIONE
NAPOLI - La Procura di Salerno ha chiesto l’archiviazione dell’ inchiesta nei confronti di Luigi De Magistris, l’ex pm di Catanzaro indagato per il reato di abuso di ufficio nella vicenda relativa all’acquisizione dei tabulati dell’allora ministro dela Giustizia Clemente Mastella. L’atto della Procura è stato depositato il 14 gennaio scorso.
Il procedimento penale era sorto nel giugno 2008 su segnalazione del procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli, che aveva ipotizzato reati nella condotta di De Magistris con riguardo alle acquisizioni dei tabulati effettuati, su incarico del magistrato, dal suo consulente Giacchino Genchi. Nella richiesta di archiviazione si afferma l’infondatezza della notizia di reato e la correttezza di De Magistris nell’acquisizione dei tabulati. E’ emerso pure che al momento dell’acquisizione del tabulato dell’utenza del senatore Mastella il pm non sapeva che l’utenza, di cui aveva chiesto il tabulato, fosse intestata al parlamentare. Già vi era stata una richiesta di archiviazione nel giugno 2008 relativamente alla inchiesta ’Toghe lucane’: anche qui, secondo la Procura di Salerno, erano risultate infondate le accuse rivolte a De Magistris da alcuni indagati in quella inchiesta; l’udienza relativa si è conclusa ieri e il Gip di Salerno si è riservato di decidere.
EX PM, MI HANNO FERMATO MA IO SEMPRE CORRETTO Luigi De Magistris commenta con soddisfazione, rispondendo all’ANSA, la richiesta di archiviazione della Procura di Salerno nei suoi confronti per il reato di abuso di ufficio ipotizzato relativamente all’acquisizione di tabulati dell’allora parlamentare Clemente Mastella. L’ex pm di Catanzaro, oggi giudice nel Tribunale del Riesame di Napoli, scioglie il silenzio mantenuto per mesi, e dice:"Per l’ennesima volta le segnalazioni di reato nei miei confronti si sono dimostrate infondate e si è potuta accertare l’assoluta correttezza del mio operato. Mentre mi consta, dalla lettura del decreto di sequestro emesso dalla Procura di Salerno, che magistrati in servizio a Catanzaro avrebbero espletato attività ai miei danni". Nei giorni scorsi si era pronunciato anche il Tribunale del Riesame di Salerno, che ha confermato l’impianto del decreto di perquisizione e sequestro eseguito dalla Procura della Repubblica Salerno. Nella motivazione emergeva la conferma di ipotesi di reato di corruzione commesso da magistrati di Catanzaro e gli illeciti nella sottrazione delle inchieste di ’Poseidone’ e ’Why not’ a Luigi De Magistris. Iannelli è indagato per i reati di abuso di ufficio e calunnia: gli si contesta di aver svolto attività volte a danneggiare De Magristis, quando prestava servizio alla Procura di Catanzaro. La Procura ipotizza reati anche a carico di Dolcino Favi, all’epoca procuratore generale facente funzioni di Catanzaro, nell’avocazione del procedimento Why not e nella revoca dell’incarico di consulente al dottor Genchi. "Il mio rammarico è ancora una volta quello di non aver potuto portare a termine le inchieste Poseidone e Why not - conclude De Magistris - Sono convinto che, assieme ai miei più stretti collaboratori, avremmo potuto individuare, in modo analitico, una inquietante rete di collusioni, con commissioni di gravi reati soprattutto nella gestione del denaro pubblico e della cosa pubblica, che era in grado anche di condizionare il corretto esercizio di numerose istituzioni".
WHY NOT: SERVIZI E POTERI OCCULTI COINVOLTI Autorevoli esponenti dei servizi segreti e poteri occulti erano coinvolti nelle inchieste calabresi ’Why not’ e ’Poseidone’ avocate all’ex pm Luigi De Magistris. Lo conferma all’ANSA lo stesso De Magistris. Alla domanda se fossero coinvolti nei giri di affari indagati dall’ex pubblico ministero anche autorevoli esponenti dei servizi segreti, De Magistris risponde: "Sì". In proposito, non vuole aggiungere altro. L’ex pm spiega poi la necessità di acquisire tabulati telefonici in ambito istituzionale nell’ambito, mentre indagava in Calabria, in questo modo:"Non deve destare meraviglia - dice - che siano stati acquisiti i tabulati anche di vari soggetti appartenenti a diverse istituzioni, in quanto le indagini ’Poseidone’ e ’Why not’, almeno fino a quando ne sono stati io titolare, non avevano certo ad oggetto organizzazioni criminali dedite al furto di galline o al compimento di rapine nei supermercati". "Le indagini riguardavano sodalizi finalizzati, in particolare - conclude - a depauperare risorse pubbliche, nonché a condizionare ampi settori della pubblica amministrazione, dell’economia e delle istituzioni democratiche, ed in grado anche di penetrare, in modo occulto e pericoloso, proprio all’interno di talune rilevanti istituzioni della Repubblica, come ho anche illustrato, nei dettagli, alla procura di Salerno".
GENCHI: DE MAGISTRIS, DOMINUS ERO IO MA LUI AUTONOMO Luigi De Magistris era il dominus delle indagini, ma Genchi, il suo consulente, aveva una sua autonomia. L’ex pm di Catanzaro, sollecitato dall’ANSA sul mandato dato al consulente oggi sotto inchiesta per abuso di ufficio e violazione della privacy, vuole fare chiarezza sui reciproci ruoli, sostenendo che sul caso Genchi si è fatta molta confusione in modo strumentale. De Magistris premette di non poter entrare nel merito della questione, "per rispetto in primo luogo delle indagini preliminari in corso presso l’autorità giudiziaria di Salerno, e in secondo luogo per il lavoro in corso al Copasir". "Quello che posso dire oggi è che è rilevante - aggiunge - comprendere come avviene il rapporto fra consulente e pubblico ministero, nell’ambito del mandato consulenziale. Molta confusione è stata fatta in questi giorni, ed anche in maniera strumentale". "Il magistrato è il dominus delle indagini preliminari - continua - ed è lui che dirige l’attività investigativa: ha ben chiaro l’obiettivo che intende raggiungere, ed io l’avevo molto nitido. Il consulente deve rispondere al quesito posto dal magistrato e, nell’ambito dell’incarico ricevuto, esercita il suo mandato, anche con autonomia, al fine di depositare una consulenza esecutiva del quesito ricevuto". "Nel caso dei tabulati telefonici - aggiunge - che, tanto per essere chiari ancora una volta, non sono intercettazioni, ma uno strumento per individuare i contatti telefonici tra soggetti, i decreti di acquisizione erano firmati dall’autorità giudiziaria, mentre la scelta delle utenze da acquisire era spesso rimessa alle specifiche competenze professionali del consulente, che richiedeva al pm di acquisire determinati tabulati, per poter adempiere compiutamente al suo incarico". Ma Genchi è davvero in possesso dell’archivio che sta inquietando il Paese? "Non posso sapere se il dottor Genchi ha un archivio. Questa è una domanda che va posta a lui... - conclude De Magistris - Quello che posso dire è che si tratta di un professionista molto capace, che ha effettuato consulenze per decine e decine di magistrati in procedimenti penali anche molto delicati e complessi, quali quelli sulla strage di Capaci e di via D’Amelio".
’NON C’E’ GRANDE FRATELLO’ "Non esiste un ’grande fratello’, le gente onesta e perbene può stare serena": lo dice all’ANSA Luigi De Magistris, commentando il clamore suscitato dal numero di contatti telefonici monitorati dal suo consulente Genchi, nell’ambito delle indagini calabresi condotte dall’ex pm di Catanzaro. In proposito De Magistris dice:"Voglio premettere che io ho utilizzato sempre molto poco le intercettazioni telefoniche, tanto è che, ad esempio, nell’inchiesta ’Why not’ non ne ho fatta nemmeno una". "Per quanto riguarda i tabulati, le cifre sono necessariamente elevate - aggiunge l’ex pm - perché evidenziano i contatti che ogni utenza può aver nell’arco delle 24 ore. E’ sufficiente fare un calcolo aritmetico per rendersi conto che i numeri sono elevati. Ma questo non vuol dire che siano state intercettate migliaia di conversazioni telefoniche". Quando gli si fa notare che gli italiani sono preoccupati anche all’idea che i loro contatti, sia pur di riflesso, vengano incidentalmente monitorati, De Magistris replica: "Stiamo parlando di contatti avvenuti con utenze sottoposte ad attività investigativa. E tutti possono essere tranquilli del fatto che, se i dati vengono gestiti dall’autorità giudiziaria con competenza e professionalità, senza che vengano illecitamente divulgati all’esterno, nessuna persona onesta e perbene potrà mai temere alcunché e i suoi numeri telefonici non potranno mai essere resi pubblici".
L’ex consulente dell’ex pm di Catanzaro De Magistris iscritto nel registro della Procura di Roma I magistrati vogliono capire se favoriva o danneggiava qualcuno
Intercettazioni, indagato Genchi
"Abuso d’ufficio e privacy violata" *
ROMA - Gioacchino Genchi è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Roma. All’ex consulente dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris i pm contestano i reati di violazione della privacy e abuso d’ufficio, in relazione al presunto archivio di tabulati telefonici da lui raccolto. L’ipotesi di abuso di ufficio è legata alla qualifica di pubblico ufficiale rivestita dal consulente, mentre quella di violazione della legge sulla privacy è connessa a un eventuale trattamento illecito di dati personali. In pratica il lavoro dei magistrati è teso a stabilire se il fine dell’attività di Genchi fosse quello di favorire o danneggiare qualcuno.
All’attenzione del procuratore Giovanni Ferrara e degli aggiunti Achille Toro e Nello Rossi ci sono tre volumi e 570mila contatti che riguardano le inchieste Why Not e Poseidone. Soltanto una parte dei contatti acquisiti dal consulente. Il Ros deve, infatti, ancora sviluppare gli accertamenti e consegnare altro materiale. Tra la documentazione al vaglio della procura anche alcuni tabulati di parlamentari, circostanza ritenuta illegittima.
Per il momento Genchi si difende, negando l’esistenza di un archivio segreto, parlando di "una grande mistificazione" in atto e sostenendo che "certi nomi" inquadrati nell’inchiesta "sono stati fatti trapelare ad arte".
Ansa» 2009-01-26 16:10
ARCHIVIO GENCHI, BERLUSCONI E’ FUORI DA WHY NOT
ROMA - ’’Berlusconi con la vicenda Why not non c’entra nulla. Potrebbe entrarci lui, come Bin Laden o il Papa. Tirare dentro lui in questa vicenda facendogli credere che e’ stato intercettato e’ un modo come un altro per far sollecitare a Berlusconi iniziative che se deve adottarle le adotti pure, ma non c’entra niente’’. Cosi’ Gioacchino Genchi, L’ex consulente del magistrato De Magistris. ’’Posso si’ sapere delle cose su di lui, ma non l’ho mai intercettato ne’ mi sono occupato di lui nell’ambito delle inchieste Why not o Poseidone. Vogliono colpirmi - ha proseguito - perche’ sono un testimone di malefatte di alcuni magistrati di Catanzaro con intrecci che coinvolgono anche imprenditori, uomini dei servizi e giornalisti’’.
’’Io non ho mai intercettato nessuno e non esiste un archivio Genchi’’. Lo afferma il consulente dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, Gioacchino Genchi, accusato di aver creato un archivio contente centinaia di migliaia di tabulati telefonici nel corso delle inchieste Why Not e Poseidone. E’ tutta una messa in scena, sostiene Genchi, creata ad arte ’’per coprire altre malefatte. Cosi’ come sono stati fatti trapelare alcuni nomi, come De Gennaro, Spataro, Gabrielli, Amato, che non ci azzeccano nulla, invece di altri per fare terra bruciata attorno al dottor De Magistris. Il problema e’ piuttosto la Calabria e le collusioni che da li’ partono verso altre zone d’Italia’’, tant’e’ vero che ’’i magistrati di Salerno hanno fatto bene a indagare’’ sull’attivita’ della procura di Catanzaro. ’’Quando e’ stata scippata l’indagine a De Magistris - prosegue Genchi - ben tre magistrati della procura di Salerno hanno considerato criminogena quella condotta. Se continua cosi’ in Italia i provvedimenti giuristizionali dei pubblici ministeri e le decisioni dei giudici conteranno meno dei bond della Parmalat’’.
Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), in merito alla questione dell’archivio Genchi, mega contenitore di tabulati telefonici, ha deciso una serie di audizioni e sentira’, tra gli altri, Luigi De Magistris, lo stesso Gioacchino Genchi e il procuratore di Catanzaro Enzo Jannelli. Questo il calendario delle audizioni: venerdi’ 30 gennaio 2009 saranno ascoltati Franco Pizzetti, Garante della Privacy; Luigi De Magistris; Gioacchino Genchi e i responsabili delle societa’ telefoniche Tim e Vodafone; oltre ai vertici dei Servizi segreti, il generale Giorgio Piccirillo, Direttore dell’Aisi e all’ ammiraglio Bruno Branciforte, Direttore dell’Aise. Lunedi’ 2 febbraio 2009 sara’ ascoltato Enzo Jannelli, Procuratore generale di Catanzaro e i magistrati attualmente titolari dell’inchiesta, oltre ai responsabili del Ros Carabinieri.
Giustizia e libertà
De Magistris: E’ il momento di resistere e di lottare *
L’altro giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana.
Pensavo al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta.
Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni. Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo.
Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese. Pensavo a quello che può fare ogni cittadino di questa Repubblica per dimostrare che, forse, ormai, l’unico vero custode della Costituzione Repubblicana non può che essere il popolo, con tutti i suoi limiti.
In attesa di quel fresco profumo di libertà - del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che vivono nel nostro Paese - che ci farà comprendere quanto concreto sia il filo conduttore che accomuna i fatti più inquietanti della storia giudiziaria d’Italia degli ultimi 30 anni, non dobbiamo esimerci dall’evidenziare alcune brevi riflessioni.
In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi - che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito - sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi.
Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire (anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi, all’interno dell’ordine giudiziario, non si omologa, non intende appartenere a nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere, ma rimane fedele ed osservante dei valori costituzionali di uguaglianza, libertà ed indipendenza che chi dovrebbe garantirne tutela - anche con il sistema dell’autogoverno - tende, in realtà, a voler governare, dall’interno, la magistratura rendendola, di fatto, prona ai desiderata dei manovratori del potere.
Ma non bisogna avere timore. La storia - ed ancora prima la conoscenza e la rappresentazione di fatti quando essi saranno pubblici - ci faranno capire ancor meglio di quanto tanti hanno già ben compreso, le vere ragioni poste a fondamento di prese di posizione anche di taluni magistrati (alcuni dei quali ritengono anche di svolgere una funzione di “rappresentanza”, in realtà, concretamente, insussistente).
Quello che rileva in questo momento e che mi pare importante è che, in attesa del fresco profumo di libertà, che spazzerà via alcuni protagonisti indecenti di questo periodo, ogni magistrato abbia un ruolo attivo, non si disorienti, diventi attore principale - nel suo piccolo ma nella grande “forza” di questo mestiere che richiede oneri prima ancora che onori - della salvaguardia dei valori costituzionali.
Ognuno di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza, senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da “clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione Repubblicana.
Per me, le riserve energetiche sono state e sono tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose - con riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le complicità sistemiche intranee alle Istituzioni - avevo appena consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. Quando Antonino Caponnetto disse che tutto era finito, nel mio cuore ed in quello di molti altri magistrati è scattata una molla per dimostrare che non doveva essere così, che, invece, bisogna lottare e non mollare mai. Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro - vi sono magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti adottati, il principio che la legge è uguale per tutti.
Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato. Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti, la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione - nell’ossequio del principio costituzionale sancito dall’art. 3 della Costituzione - anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni.
Che può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?
Credo che la ricetta è semplice, anche se sembra tutto così complicato in questo periodo così buio per la nostra Costituzione per la quale non dobbiamo mai smettere di combattere: si deve decidere senza avere paura - innanzi tutto di chi dovrebbe tutelarci e che si dimostra sempre più baluardo di certi centri di interessi e poteri, nonché fonte di pericolo per l’indipendenza del nostro stupendo lavoro -, senza pensare a valutazioni di opportunità, senza scegliere per quella opzione che possa creare meno problemi, decidere nel rispetto delle leggi e della Costituzione, pronunciarsi nel segno della Verità e della Giustizia. In tal modo, avremmo adempiuto, con semplicità e nello stesso tempo con coraggio, al nostro mandato, la coscienza non si ribellerà con il trascorrere del tempo, magari potremmo anche capitolare, ma, come dice Salvatore Borsellino, lo avremmo fatto senza “esserci venduti”. Non avremo svenduto la nostra indipendenza, non avremo piegato la nostra coscienza, non avremo abdicato al nostro ruolo, non avremo abbassato la testa: ci ritroveremo con la schiena dritta, con il morale alto, con il rispetto di tutti (anche dei nostri avversari). Questo ci chiedono le persone oneste: di non “consegnarci” e mantenere alto il prestigio dell’ordine giudiziario in un momento in cui la questione morale assume connotati epidemici anche al nostro interno. Non bisogna avere paura di un potere scellerato che pretende di opprimere la nostra libertà ed il nostro destino.
Ai giovani colleghi mi permetto, con umiltà e per l’immenso amore che preservo per questo lavoro, di esortarli a non temere mai le decisioni giuste e di perseguire sempre la strada della giustizia e della verità anche quando questa può costare caro. Io ero consapevole che mi avrebbero colpito e che mi avrebbero fatto del male, ma non ho mai piegato, nemmeno per un istante, il percorso delle mie scelte ed oggi mi sento, come sempre, sereno, ricco di energie, molto forte, perché dentro il mio cuore e la mia mente sono consapevole di aver espletato ogni condotta nell’interesse della Giustizia e nel rispetto delle leggi e della Costituzione Repubblicana.
Non ascoltate quelle sirene, anche interne alla nostra categoria, che vi inducono - magari in modo subdolo e maldestro - a piegare la testa in virtù di una pseudo-ragion di stato che consisterebbe nel pericolo imminente di riforme sciagurate, per evitare le quali dobbiamo, strategicamente, “girarci” dall’altra parte quando ci “imbattiamo” nei cd. “poteri forti”. Le riforme - anzi le controriforme - ci saranno comunque, forse saranno terribili, ma almeno non dobbiamo essere noi a dimostrarci timorosi e con le gambe molli, malati, come diceva Piero Calamandrei, di agorafobia. L’indipendenza si difende senza calcoli e ad ogni costo, l’amore della verità può costare l’esistenza. Ed essa si difende anche da chi la mina, in modo talvolta anche eversivo, dal nostro interno. Nella mia esperienza gli ostacoli più insidiosi sono sempre pervenuti dall’interno della nostra categoria: non sono pochi i magistrati, oramai, pienamente inseriti in un sistema di potere criminale che reagisce alle attività di controllo e che si muove, dal sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia su tanti fatti criminali inquietanti avvenuti nella storia contemporanea del nostro Paese.
Sono convinto che la magistratura non soccomberà definitivamente solo se saprà ancora esercitare la sua funzione senza paura, ma con coraggio, nella consapevolezza che anche da soli, nella solitudine propria della nostra funzione, quando ognuno di noi deve decidere e mettere la firma sui provvedimenti, e, quindi, valutare fatti e circostanze, lo farà senza farsi intimidire dalle conseguenze del suo agire. La paura rende gli uomini schiavi, così come le decisioni dettate con un occhio a carriere e posti di comando sono destinate a mortificare le funzioni prima ancora che rendere indegne le persone che le rappresentano.
Quindi, in definitiva, la storia la dobbiamo scrivere anche noi, nel nostro piccolo mondo, pur nella consapevolezza che alcuni di noi pagheranno un prezzo ingiusto e magari anche molto duro, ma questo è per certi versi ineluttabile quando si è deciso di svolgere una funzione che ci impone di difendere, nell’esercizio della giurisdizione, i valori di uguaglianza, libertà, giustizia, verità, quali effettivi garanti dei diritti di cui i cittadini, ed in primis i più deboli, ci chiedono concreta tutela.
Luigi De Magistris è giudice del Riesame a Napoli
De Magistris, sospeso procuratore di Salerno
Trasferiti il pg di Catanzaro e 3 pm *
ROMA - Sul caso De Magistris e la guerra tra le procure di Salerno e Catanzaro, cala la scure del Consiglio superiore della magistratura. La sezione disciplinare ha sospeso dalle funzioni il procuratore di Salerno Luigi Apicella e ha trasferito d’ufficio il pg di Catanzaro Enzo Jannelli, il suo sostituto Alfredo Garbati e i due pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani che non potranno più svolgere la funzione di magistrati d’accusa.
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano sarebbe stato ancora più duro. Lui aveva chiesto, oltre alla sospensione di Apicella di cui anche la Cassazione aveva domandato il trasferimento, l’allontamento verso altri uffici di tutti i sei pm di Salerno e Catanzaro che hanno firmato gli ordini di perquisizione e l’apertura di indagine nei confronti dei loro colleghi.
Una decisione sofferta quella del Csm, presa dopo cinque ore di camera di consiglio. "Una decisione - ha detto l’avvocato Francesco Saverio Dambrosio, legale del procuratore di Salerno Luigi Apicella e dei sostituti Verasani e Nuzzi - che mi addolora perchè riguarda persone, la cui diligenza e serietà professionale, restano indiscusse".
* la Repubblica, 19 gennaio 2009
Ansa» 2009-01-10 14:37
DE MAGISTRIS: CSM RESPINGE RICHIESTA RICUSAZIONE APICELLA
ROMA - Il Csm ha respinto la richiesta di ricusazione della sezione disciplinare presentata dal procuratore di Salerno, Luigi Apicella. Lo ha stabilito il collegio supplente, presieduto dal laico di An Gianfranco Anedda.
Sarà ora il collegio ordinario della sezione disciplinare, guidato dal vice presidente Nicola Mancino e che è già riunito, a decidere sul trasferimento in via di urgenza del magistrato, chiesto dal Pg della Cassazione Vitaliano Esposito. Ieri al "tribunale delle toghe" è giunta anche la richiesta del ministro della Giustizia Angelino Alfano di trasferire i sette magistrati protagonisti dello scontro tra le procure di Salerno e Catanzaro sulle inchieste condotte da Luigi De Magistris. Per il solo Apicella Alfano ha calcato la mano sollecitando anche la sospensione della funzioni e dallo stipendio e il suo collocamento fuori ruolo della magistratura.
La sezione disciplinare dovrà quindi valutare se unificare al procedimento sul trasferimento quello sulla sospensione chiesto dal Guardasigilli. E’ molto probabile, quindi, che si decida per un rinvio alla prossima settimana. Il collegio presieduto da Anedda ha bocciato la richiesta di ricusazione in quanto i difensori di Apicella che l’ hanno presentata non erano legitimati a farlo perché- è stato spiegato - non avevano un "esplicito mandato", trattandosi di un diritto personale della parte. Stamani, Apicella ha presentato una propria istanza di ricusazione che è stata rigettata "perché manifestamente infondata".
Richiesta urgente del ministro della Giustizia sui giudici di Salerno e Catanzaro
inviata alla commissione disciplinare convocata per sabato 10 gennaio
Why not, Alfano chiede i trasferimenti
E Apicella ricusa la prima sezione del Csm
Per il Guardasigilli i pm campani hanno mostrato "un’assoluta spregiudicatezza
Non per cercare prove ma nell’ottica di una acritica difesa di Luigi De Magistris"
ROMA - Trasferimento di sede e di funzione per sei magistrati di Salerno e Catanzaro, stop anche allo stipendio per il procuratore di Salerno, Luigi Apicella, di cui la Cassazione ha già chiesto il trasferimento cautelare. E’ la richiesta, in via d’urgenza, che il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha firmato nella tarda serata di ieri e che sarà inviata alla sezione disciplinare del Csm, già convocata per domani, sabato 10 gennaio. La decisione del ministro della Giustizia è stata presa alla luce degli accertamenti svolti dagli ispettori di via Arenula e dei documenti inviati da Palazzo dei Marescialli in merito allo scontro sulle due procure.
L’atto di incolpazione più deciso è quello nei confronti di Apicella, che ha regito con una mossa a sorpresa, decidendo di ricusare la sezione disciplinare del Csm perché - sostiene - "diversi suoi componenti hanno partecipato alle sedute nelle quali si è affrontato il caso De Magistris".
Gli altri magistrati di Salerno di cui Alfano chiede il trasferimento cautelare d’ufficio sono i sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, che hanno messo sotto inchiesta i colleghi di Catanzaro e che hanno firmato il sequestro del fascicolo "Why not" dopo le denunce di Luigi De Magistris (l’ex pm di Catanzaro titolare di quell’inchiesta fintanto che non gli è stata avocata).
Secondo Alfano, Apicella, Verasani e Nuzzi hanno dimostrato "un’assoluta spregiudicatezza" nell’esercizio delle loro funzioni, "un’assenza del senso delle istituzioni e del rispetto dell’ordine giudiziario", e "un’eccezionale mancanza di equilibrio". Nell’atto di incolpazione il ministro definisce "abnormi" le azioni compiute dai pm di Salerno. "Non per cercare prove - dice - ma nell’ottica di una acritica difesa di Luigi De Magistris e con l’intento di ricelebrare i processi che gli erano stati avocati".
I magistrati di Catanzaro colpiti dal provvedimento del Guardasigilli sono invece il procuratore generale Enzo Jannelli, i sostituti Alfredo Garbati, Domenico De Lorenzo e Salvatore Curcio: si tratta delle toghe che hanno firmato il provvedimento di controsequestro del fascicolo "Why not" e che hanno a loro volta messo sotto inchiesta i colleghi salernitani.
In questo modo, al termine di un’istruttoria avviata dal suo ispettorato, il ministro Alfano ha esercitato con pugno di ferro l’azione disciplinare, potere che condivide con il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito. Se però per quest’ultimo l’azione disciplinare è un obbligo di legge, per il Guardasigilli è una facoltà. Che Alfano ha voluto esercitare appieno, andando anche oltre la misura cautelare chiesta dal Pg della Cassazione soltanto per Apicella.
La procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità aperta dalla prima commissione nei confronti di Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio, Nuzzi, Apicella e Verasani, sarà chiaramente messa da parte se la sezione disciplinare del Csm accoglierà la richiesta del ministro Alfano (e del pg di Cassazione per quanto riguarda Apicella) di trasferire i suddetti magistrati.
* la Repubblica, 9 gennaio 2009
Si chiede di spostare "ad altra sede" e "destinare ad altre funzioni" il procuratore di Salerno uno dei protagonisti dello scontro con la Procura di Catanzaro sulle inchieste di De Magistris
Why Not, richiesta della Cassazione
"Trasferire il procuratore Apicella"
ROMA - La Procura generale presso la Corte di Cassazione ha chiesto al Csm di trasferire ad altra sede e al altre funzioni il procuratore della Repubblica di Salerno, Luigi Apicella, uno dei protagonisti dello scontro con la procura di Catanzaro legato alle inchieste dell’ex pm del capoluogo calabrese Luigi De Magistris. La sezione disciplinare del Csm si occuperà della richiesta nella Camera di Consiglio straordinaria fissata il 10 gennaio prossimo.
La "richiesta urgente" è stata inviata oggi al Consiglio superiore della magistratura per il trasferimento - si legge in una nota di Palazzo dei Marescialli - "ad altra sede e di destinazione ad altre funzioni del dottor Luigi Apicella, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Salerno". In questo modo il Procuratore Generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, ha esercitato l’azione disciplinare, potere che condivide insieme con il ministro della Giustizia.
La Sezione disciplinare del Csm esaminerà in una Camera di consiglio a porte chiuse la richiesta di trasferimento. E’ presumibile che la Procura generale della Suprema Corte abbia avviato istruttorie, non ancora concluse, su altri magistrati coinvolti nello scontro tra le due procure culminato con il blitz presso gli uffici giudiziari di Catanzaro e con il sequestro degli atti disposto dalla procura di Salerno, al quale i magistrati avevano risposto con un contro-sequestro e l’iscrizione nel registro degli indagati dei loro colleghi campani. Non è da escludere che all’atto di incolpazione con richiesta di misura cautelare urgente a carico di Apicella ne facciano seguito anche altre, nei confronti di alcuni dei protagonisti della vicenda.
A sollecitare iniziative disciplinari era stato d’altronde lo stesso Csm dopo aver ascoltato i magistrati protagonisti della inedita ’guerra’ tra procure. Ad attivarsi, chiedendo le trascrizioni delle audizioni, erano stati sia la procura generale della Cassazione che il ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
Le due istruttorie hanno proceduto parallelamente. Se il pg della Cassazione è già arrivato a una sua prima conclusione, gli ispettori del ministro Alfano - secondo quanto si è appreso - sono ancora al lavoro, pur avendo già rilevato alcuni profili sanzionabili dal punto di vista disciplinare, tra cui le modalità delle perquisizioni a carico dei magistrati di Catanzaro (uno di essi, Salvatore Curcio, sarebbe stato fatto denudare), e il sequestro di un intero fascicolo giudiziario (l’inchiesta Why not) considerato come corpo del reato.
* la Repubblica, 29 dicembre 2008
Italiani brava gente
di Barbara Spinelli (La Stampa, 21/12/2008)
Forse è per le cose che ha detto Gianfranco Fini il 16 dicembre - la società italiana consentì passivamente alle leggi razziali di Mussolini nel ’38; anche la Chiesa s’adattò, nonostante «luminose eccezioni» - che le parole in Italia si pervertono così facilmente e ciclicamente. Non scottano quando dovrebbero scottare, infuocano quando descrivono fatti accertati. Quel che è normale viene esagerato, quel che è irregolare o illegale vien vissuto e presentato come normalità.
Quando nel mondo delle parole si crea sì vasta confusione vuol dire che s’è smarrita la via, che si va in giro come ciechi di notte, che vero e falso si mischiano. Le parole sono un luogo: perdi le coordinate, quando non corrispondono più a nulla. Se i profeti biblici faticano tanto a dirle, se spesso addirittura le fuggono, è perché le vogliono puntuali, attendibili, non manipolabili da chi tende a «proseguire la sua corsa senza voltarsi» (Geremia 8,6).
Non dovrebbe troppo stupirsi, Fini, per l’impermalimento che ha suscitato. Non dovrebbe neppure tranquillizzarsi troppo, come se la patologia non riguardasse anche lui, anche l’oggi, anche i commentatori facili a scrutare i cedimenti passati, meno facili a scrutare i cedimenti presenti.
La «propensione al conformismo» di cui ha parlato, la «vocazione all’indifferenza più o meno diffusa», la complicità «sotterranea e oscura, negata ma presente»: sono vizi del passato che sopravvivono. Lo «stereotipo autoassolutorio e consolatorio degli italiani brava gente, smontato dal Presidente della Camera, intorpidì le menti nel ’38 e ancor oggi. È quello che più colpisce, nel 2008 che si conclude riaprendo d’un tratto, a destra e sinistra, la questione morale. Se la gente continua a correre senza voltarsi, come priva di bussola, è perché l’Italia non sa guardare dentro di sé e capire quel che ognuno fa, tacendo o restando indifferente.
I tedeschi, che hanno lavorato sulla memoria, sono divenuti eminentemente circospetti, toccano i vocaboli quasi fossero oggetti puntuti e bollenti. Ci hanno messo circa quarant’anni per riavvicinarsi alla parola Vaterland, patria, memori dell’infamia che la sporcò. Tutti gli aggettivi legati a Volk, popolo, li imbarazzano. Non usano l’aggettivo sovversivo, se non in casi limite. Esitano anche davanti ai termini bellici: durante il terrorismo il figlio di Thomas Mann, Golo, parlò di guerra contro lo Stato. La classe politica si ribellò: quella non era guerra ma crimine che non giustificava, come avviene in guerra, stravolgimenti delle leggi repubblicane.
Non così in Italia, dove proprio queste parole - eversione, guerra - s’insediano come ineludibili lasciapassare che creano connivenze di gruppo e son condivise da chi ignora i disastri nati in passato da conformismo o indifferenza. Non sembra esserci ricordo né del fascismo né del terrorismo, quando ci fu eversione contro lo Stato di diritto. Eversivo e sedizioso è chi si ribella all’ordine costituzionale, sovvertendolo.
Quest’aggettivo, lo sentiamo quasi ogni giorno ai telegiornali, proferito dai governanti a proposito del modo di opporsi di Di Pietro, senza che nessuno obietti: Berlusconi non fu criticato con tanta frequenza, quando prese il potere. Di Pietro è confutabile - ogni politico lo è - ma in altre democrazie sarebbe giudicato del tutto regolare. Molto più di chi, pochi anni fa, prometteva di abolire il mercato. Si distinguono per faccia tosta soprattutto gli ex craxiani, che non furono così severi quando auspicarono il negoziato con le Brigate Rosse durante l’affare Moro.
Lo stesso accade con la parola guerra. Quando si parla di guerra tra procure, o tra magistratura e politica, si confondono e oscurano i fatti. Si dimentica quel che spetta ai vari poteri dello Stato. Si ignora che tra procure non c’è stata ultimamente guerra (allo stesso modo in cui non ci fu guerra tra etnie jugoslave, ma aggressione serba contro altre etnie): c’è stata azione legale di una procura chiamata a indagare sia su De Magistris sia su chi a Catanzaro ostacolava De Magistris (i magistrati di Catanzaro, per legge, possono esser indagati solo da quelli di Salerno da cui dipendono). Il Consiglio superiore della magistratura e lo stesso Quirinale avrebbero potuto ascoltare quel che la procura di Salerno riferì due volte al Csm, invece di chiudersi per un anno nella passività.
Il peccato di conformismo è di ritorno perché son rari coloro che in Di Pietro scorgono un politico normale: ben più normale della Lega che ha non solo vilipendiato l’unità nazionale ma sprezzato, minacciando l’uso dei fucili, il monopolio legale della violenza. Sono rarissimi coloro che magari hanno dubbi sull’inchiesta di De Magistris e tuttavia non ritengono che essa dovesse essergli sottratta.
Quel che conformismo e passività fanno con le parole è letale: l’illegale diventa la norma, la norma desta sospetto. Nichilismo è il suo nome, nella storia d’Europa: lo denuncia l’appello del 12 dicembre di Marco Travaglio e Massimo Fini, anche se il loro giudizio sul fascismo è, a mio parere, troppo indulgente. Lo denuncia Roberto Saviano, ieri su Repubblica, quando descrive la corruzione inconsapevole di destra e sinistra; l’assenza nei coinvolti delle inchieste napoletane o abruzzesi della percezione dell’errore e tanto meno del crimine; lo scambio di favori banalizzato; il «triste cinismo» di chi dice: «Tutto è comunque marcio. Non esistono innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli».
All’origine di simili vizi c’è una confusione di compiti che spiega il caos linguistico, il discredito della giustizia, infine la concentrazione dei poteri. Non si sopporta che giudici e pm agiscano in autonomia. Sentendosi assediati, essi finiscono spesso col vedere solo i propri problemi. Si vorrebbe che i magistrati non fossero più obbligati a prendere in considerazione qualsiasi denuncia: secondo il ministro Alfano, le priorità date ai procedimenti più urgenti vanno «scelte dal legislatore (cioè dalla politica, ndr) e raccolte direttamente dalla sensibilità dei cittadini».
Non si sopporta che l’opposizione faccia l’opposizione, se non collabora col governo. La confusione s’estende alla scienza, alla medicina, alle vite private. Alla fine non si sopporta neppure che una persona ridotta a stato vegetativo muoia come ha deciso. Se la magistratura ne approva le scelte, l’esecutivo cancella la separazione di competenze e anche qui accentra i poteri. Gli stessi che denunciano lo Stato etico prediletto dai totalitari oggi lo ripropongono. Il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella fa questo, quando difende i veti del ministro Sacconi all’alimentazione interrotta e la violazione di una sentenza esecutiva della Corte d’appello di Milano: il morente in stato vegetativo non ha una sua volontà. È «affidato all’altro anche se avesse testimoniato volontà diverse, anche se l’avesse lasciato scritto». Il giurista Michele Ainis vede un pericolo grande: lo Stato invadente è in realtà vacillante, cede a Antistati (lobby, Chiesa) che lo disfano e su cui il cittadino non ha più influenza.
Riprendersi le parole, rimetterle al loro posto: comincia così l’uscita dalla crisi, probabilmente. È Saviano a ricordarlo, in Gomorra a pagina 258, quando evoca don Peppino Diana, ucciso dalla camorra nel ’94: «Pensavo ancora una volta alla battaglia di don Peppino, alla priorità della parola. A quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. E non metaforicamente. Realmente. Lì a denunciare, testimoniare, esserci. La parola con l’unica sua armatura: pronunciarsi. Una parola che è sentinella, testimone: vera a patto di non smettere mai di tracciare. Una parola orientata in tal senso la puoi eliminare solo ammazzando».
Ansa» 2008-12-19 21:14
IN CARTE PM SALERNO DE MAGISTRIS LAMENTA SILENZIO NAPOLITANO
ROMA - Anche il capo dello Stato sarebbe chiamato in causa dai pm di Salerno che ipotizzano un complotto ai danni dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Lo ha sostenuto il Pg di Catanzaro Enzo Jannelli nella sua prima audizione davanti al Csm. Nel provvedimento di sequestro del fascicolo Why not disposto dalla procura di Salerno "trapela l’intento criminoso, complottistico che coinvolge anche Napolitano - è scritto nel verbale dell’audizione di Jannelli - che coinvolge il Parlamento, coinvolge tutti".
Le parole di Jannelli si riferiscono quasi certamente a una deposizione fatta da De Magistris il 9 ottobre scorso alla Procura di Salerno e che è stata riportata nel decreto di sequestro del fascicolo Why not, in cui l’ex pm lamentava il silenzio del capo dello Stato sulla sua vicenda. "Evidenzio che pur avendo io anche pubblicamente auspicato un intervento del presidente della Repubblica a tutela della verità dei fatti e di un magistrato che cercava di espletare solo le sue funzioni in Calabria,- ha fatto mettere a verbale De Magistris- mai nessun ’segnale’ mi è pervenuto dalla più alta carica dello Stato se non quello, dopo l’avocazione illegale che, da quanto riportato dai mass-media, egli avrebbe vigilato sulla vicenda ed anche sulla stessa inchiesta Why Not: non so dire in che cosa si sia estrinsecata tale vigilanza attesi gli esiti illeciti ed illegali che hanno caratterizzato il prosieguo dell’indagine Why Not ed il fatto che non mi risulta che magistrati indagati per gravissimi ipotesi di reato abbiano subito concrete ed incisive iniziative disciplinari. Non posso non rilevare che in quei tempi, da più ambienti, ed anche da parte della stessa Procura generale della Cassazione, mi è stato riferito in modo chiaro che le mie indagini potevano procurare ed avevano successivamente contribuito a provocare proprio la crisi del governo presieduto dall’on. Prodi, indagato nell’inchiesta Why Not".
JANNELLI, PER WHY NOT SPESI MLN IN CONSULENZE
Milioni di euro sono stati spesi in consulenze nell’ambito dell’inchiesta Why not, che fu avocata all’allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris; una cifra enorme che ora la procura generale di Catanzaro ha difficoltà a liquidare. Ne ha parlato il procuratore generale di Catanzaro Enzo Jannelli al Csm, criticando la gestione iniziale del procedimento, come emerge dai verbali della sua prima audizione. "Il processo Why not nasce malato, nasce malato perché si iscrivono un sacco di persone con vari titoli di reato che io non riesco ancora capire qual è l’elemento concreto che possa.... e subito si dà ai consulenti delle consulenze generiche. Ho trovato Why not già impostato in modo tale che ai consulenti si affidava tutto e noi abbiamo qualcosa come migliaia, milioni di euro forse da liquidare e siamo in difficoltà ".
DE MAGISTRIS:PROCURA SALERNO,MASSIMO RISPETTO PER NAPOLITANO
ROMA - "La Procura della Repubblica di Salerno esprime la massima deferenza istituzionale per la figura del presidente della Repubblica". Così il procuratore di Salerno, Luigi Apicella, in merito alle dichiarazioni del procuratore generale di Catanzaro Enzo Jannelli, che al Csm avrebbe parlato dell’esistenza di un complotto della stessa procura di Salerno contro Giorgio Napolitano. "la nostra precisazione - continua Apicella - fa riferimento alle dichiarazioni del procuratore generale Jannelli i cui contenuti sono destituiti di ogni fondamento".
Why Not, indagini chiuse: avviso per Loiero, archiviazione per Prodi *
Giro di vite sull’inchiesta Why Not. La Procura di Catanzaro ha infatti concluso l’indagine sottratta al pm De Magistris nell’ottobre del 2007, notificando a 106 persone coinvolte il procedimento di chiusura. Secondo quanto trapela dagli stessi uffici dei magistrati catanzaresi, tra i destinatari dell’avviio non figurerebbe l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, per il quele la Procura sarebbe orientata a chiedere l’archivazione. Tra le persone coinvolte ci sarebbero invece nomi di rilievo della politica calabrese. Tra questi anche il presidente della regione Agazio Loiero (nella foto), l’ex presidente Giuseppe Chiaravalloti, il capogruppo del Pd alla regione Nicola Adamo, il consigliere regionale ed imprenditore Sergio Abramo, candidato del centrodestra alle presidenza della Regione nelle elezioni del 2005, il sindaco di Cosenza Salvatore Perugini, il deputato del Pdl Giovanni Dima (ex consigliere regionale di An in Calabria) e altri assessori, consiglieri, politici, funzionari regionali appartenenti a diversi partiti.
Per l’ex premier Romano Prodi, e anche per per l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, coinvolto anch’egli nell’inchiesta Why Not - già a marzo del 2008 la Procura di Catanzaro aveva chiesto al gip l’archiviazione. Entrambi erano stati iscritti nel registro degli indagati da De Magistris, che ipotizzava nei loro confronti l’accusa di abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte frodi milionarie ai danni dell’Unione Europea. Per quanto riguarda Prodi, in particolare, i magistrati calabresi ritenevano l’ex presidente del Consiglio estraneo da quel «comitato d’affari» che avrebbe dovuto gestire i fondi europei. L’iscrizione nel registro degli indagati era stata decisa perché dal riscontro dei tabulati telefonici è risultato che alcune persone indagate, e considerate vicine a Prodi quando questi era presidente della Commissione Europea, utilizzavano un telefono che risultava in uso al premier.
Gran parte dell’inchiesta Why Not è fondata sulle intercettazioni telefoniche. In più occasioni il Tribunale della Libertà, intervenendo su questa prova specifica, aveva usato la mano pesante indicando la «fumosità » del quadro probatorio. L’indagine era stata successivamente avocata dal procuratore facente funzioni Dolcino Favi. Per il pg, sussisteva un evidente conflitto d’interessi per De Magistris, che aveva iscritto nel registro degli indagati il ministro Mastella, dopo che quest’ultimo aveva chiesto al Csm il suo trasferimento cautelare.
* l’Unità, 17 dicembre 2008
Why Not: chiusa indagine, verso archiviazione per Prodi *
CATANZARO - La Procura generale di Catanzaro ha chiuso l’inchiesta Why Not e, secondo quanto si è appreso, é orientata a chiedere l’archiviazione della posizione dell’ex premier Romano Prodi. La Procura generale ha anche depositato l’avviso di conclusione indagini per 106 persone coinvolte nell’inchiesta. L’avviso non è stato emesso nei confronti di Prodi.
L’avviso di conclusione dell’inchiesta Why not è stato emesso dalla Procura generale di Catanzaro nei confronti, tra gli altri, del presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, dell’ex presidente, Giuseppe Chiaravalloti, di assessori ed ex assessori regionali, consiglieri, del sindaco di Cosenza Salvatore Perugini, di politici e funzionari regionali. Tra i destinatari dell’avviso figura anche il deputato Giovanni Dima, del Pdl, ex consigliere regionale calabrese di An.
Ansa» 2008-12-17 14:40
Inchiesta ’Why not’, chiuse le indagini: verso l’archiviazione per Prodi
Nessuna comunicazione è arrivata all’ex premier che era stato coinvolto nell’inchiesta per il suo ruolo di presidente della Commissione europea. La maxi inchiesta che aveva coinvolto numerosi esponenti politici era stata avviata dall’ex sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris
ultimo aggiornamento: 17 dicembre, ore 16:14
Cosenza, 17 dic. - (Adnkronos/Ign) - La Procura generale di Catanzaro ha chiuso l’indagine Why not. Oltre cento persone hanno ricevuto l’avviso di conclusioni indagini mente nessuna comunicazione è arrivata all’ex premier Romano Prodi che era stato coinvolto nell’inchiesta per il suo ruolo di presidente della Commissione europea. Per il Professore si dovrebbe dunque profilare una richiesta di archiviazione.
La maxi inchiesta era stata avviata dall’ex sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris (nella foto) e aveva coinvolto numerosi esponenti politici.
L’indagine ha riguardato diversi filoni, da quello legato ai dipendenti della società di lavoro interinale ’’Why not’’ (da cui prende nome l’inchiesta), legata alla Compagnia delle Opere all’epoca dei fatti guidata in Calabria dall’imprenditore di Lamezia Terme Antonio Saladino, a quello relativo alla gestione dei depuratori che inizialmente era nell’inchiesta denominata ’’Poseidon’’
’’Hanno ingenerato nell’opinione pubblica e nelle istituzioni un gravissimo allarme’’
Caso De Magistris, Csm: ’’Pm Salerno hanno acuito conflittualità tra i due uffici’’
Versani e Nuzzi verranno ascoltati il prossimo 22 dicembre a Palazzo dei Marescialli. Secondo il Consiglio superiore della magistratura, è in discussione ’’la possibilità oggettiva che possano continuare a svolgere le funzioni di sostituto procuratore con indipendenza e imparzialità’’
Roma, 16 dic. (Adnkronos) - I pm di Salerno Dionigio Versani e Gabriella Nuzzi hanno "disposto, a fronte di ritenute resistenze da parte della Procura generale di Catanzaro, il sequestro probatorio di ’Why not’, anziché valutare l’adozione di differenti strumenti processuali; così facendo hanno finito per assumere un atteggiamento apparso conflittuale e incompatibile con i doveri di indipendenza e terzietà propri di ogni magistrato".
E’ una delle accuse mosse dalla prima commissione del Csm ai due pm di Salerno che verranno ascoltati il prossimo 22 dicembre dopo lo scontro tra le due Procure sul caso De Magistris. Per i due magistrati è stata avviata una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale.
Nell’atto di incolpazione formulato dalla commissione nei loro confronti si sottolinea che i due hanno "omesso di precisare che il sequestro degli atti era disposto solo al fine di trarre copia dei documenti utili, con la successiva e immediata restituzione degli atti. Così facendo - si aggiunge - hanno determinato una situazione di oggettiva paralisi" delle indagini dei colleghi di Catanzaro, "acuendo e rendendo palese la conflittualita’ tra i due uffici giudiziari".
Nell’atto di incolpazione si legge poi che i magistrati di Salerno hanno "ingenerato nell’opinione pubblica e nelle istituzioni un gravissimo allarme sull’equilibrio e la ponderazione della loro iniziativa giudiziaria e dubbi sulla reale finalità perseguita".
Non solo. Secondo l’organo di autogoverno della magistratura decidendo perquisizioni presso la Procura di Catanzaro e nelle abitazioni dei colleghi calabresi, con modalità che hanno "inciso negativamente sulla reputazione personale e professionale e sulla dignità dei magistrati catanzaresi", hanno creato una situazione tale da gettare "discredito e dubbi di correttezza sull’operato della Procura di Salerno"; una situazione che ha "inevitabilmente inciso negativamente sul prestigio e l’autorevolezza di tutti i magistrati coinvolti".
Nell’atto reacapitato oggi ai due magistrati si legge che la situazione determinata a seguito di queste condotte ha "inciso negativamente soprattutto sulla possibilità oggettiva che possano continuare a svolgere le funzioni di sostituto procuratore con indipendenza e imparzialità, nel medesimo contesto e con le medesime funzioni, tenuto conto che il loro ufficio è competente sui magistrati di Catanzaro".
Il pg della Cassazione chiede atti a Consiglio superiore della magistratura
Caso De Magistris, Csm avvia altri 5 trasferimenti pm
Dopo aver visionato i verbali delle audizioni, verranno eventualmente presi provvedimenti disciplinari. A rischio di una procedura di trasferimento per incompatibilità sarebbero tre pm di Catanzaro e due sostituti di Salerno
Roma, 10 dic. (Adnkronos/Ign) - Il Csm ha avviato la procedura di trasferimento d’ufficio per altri cinque pm che hanno animato lo scontro tra le procure di Catanzaro e Salerno sul caso De Magistris. La procedura di trasferimento è stata aperta per i due magistrati di Salerno che hanno disposto il sequestro del fascicolo ’Why not’, Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, e per i tre pm di Catanzaro protagonisti del ’controsequestro’ degli atti, Salvatore Curcio, Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo.
Intanto Il pg della Cassazione Vitaliano Esposito che insieme al ministro della Giustizia Angelino Alfano, è titolare dell’azione disciplinare ha chiesto alla prima commissione del Csm di acquisire gli atti sulle audizioni effettuate nei giorni scorsi dei magistrati catanzaresi e salernitani sul caso De Magistris.
Dall’audizione di ieri davanti alla prima commissione del Csm dei tre pm di Catanzaro titolari dell’inchiesta ’Why not’, è emerso che prima del sequestro degli atti dell’inchiesta i giudici di Catanzaro Salvatore Curcio, Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo volevano trasmettere a Roma i dati dell’archivio di Gioacchino Genchi, consulente dell’ex pm calabrese Luigi De Magistris (nella foto), per verificare eventuali violazioni penali in relazione alla copiosa banca dati.
Un archivio fatto di 578 mila anagrafici, 392mila persone controllate e 1.436 tabulati acquisiti. Tra questi ’contatti’, anche parlamentari, capi dei servizi segreti e delle forze armate. I dati sarebbero stati forniti dai Ros, ascoltati dalla Procura di Salerno sulla vicenda.
Ieri, oltre ai tre magistrati catanzaresi, sono stati ascoltati i pm salernitani nell’ambito dello scontro che ha riguardato le due Procure sul caso De Magistris.
Dopo le polemiche dei giorni scorsi
De Magistris, Pm: "Richieste di rinvii a giudizio per ’Why Not’"
Il titolare dell’inchiesta Domenico De Lorenzo ha rivelato che "ne sarebbero già pronte una sessantina". Intanto pg della Corte di Cassazione Vitaliano Esposito ha annunciato l’accordo tra i magistrati degli uffici di Catanzaro e Salerno. Soddisfatto il capo dello Stato: "Si va verso il superamento di uno stato di paralisi"
ultimo aggiornamento: 09 dicembre, ore 19:14
Roma, 9 dic. (Adnkronos/Ign) - L’inchiesta ’Why not’ è pronta per la chiusura, una chiusura "imminente" e non con l’archiviazione. Ma sarebbero già pronte le richieste per una sessantina di rinvii a giudizio e varie misure cautelari. Lo ha rilevato davanti alla prima Commissione del Csm il pm di Catanzaro Domenico De Lorenzo, titolare dell’inchiesta ’Why not’, che ha voluto precisare come non ci sia stato e non ci sia alcun "insabbiamento".
De Lorenzo ha poi sottolineato nel corso dell’audizione che il sequestro di Salerno sarebbe stato fatto per "avallare il teorema di De Magistris", secondo il quale c’era il rischio di un insabbiamento dell’inchiesta da parte dei colleghi. Il pm ha poi aggiunto che il fascicolo dell’inchiesta ’Poseidone’ era già stato inviato a Salerno e quindi sarebbe stato fatto il sequestro di atti già in possesso della Procura campana. Infine, sull’inchiesta ’Why not’ non ci sarebbe stata mai nessuna richiesta formale degli atti; anzi, le toghe catanzaresi avevano invitato i colleghi salernitani a prendere visione degli atti, ma quest’ultimi non erano mai andati negli uffici calabresi.
Intanto le procure generali di Catanzaro e Salerno hanno raggiunto ’’un’intesa’’ che si è poi "concretizzata in un incontro, svoltosi ieri a Salerno, tra i magistrati dei due uffici inquirenti, che ha consentito il ripristino, mediante idonee iniziative processuali, delle ’condizioni per il pieno esercizio della giurisdizione’". Lo ha comunicato il procuratore generale della Corte di Cassazione Vitaliano Esposito in una nota trasmessa al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Dopo l’appello della "Presidenza della Repubblica del 4 dicembre scorso" i procuratori generali di Catanzaro e Salerno si sono incontrati ieri nell’ufficio del Procuratore generale della Corte di Cassazione ed "entrambi, consapevoli della estrema delicatezza e gravità della situazione venutasi a determinare, hanno raggiunto, con grande senso di responsabilità istituzionale, un’intesa per superare tale situazione". Intesa che "si è poi concretizzata" nel ripristino, mediante idonee iniziative processuali, delle ’condizioni per il pieno esercizio della giurisdizione’".
Soddisfazione è stata espressa dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che ha dichiarato di aver "vivamente apprezzato" la comunicazione dell’intesa raggiunta. Per il capo dello Stato si tratta di "un significativo passo verso il superamento della grave situazione di paralisi delle rispettive funzioni processuali, creatasi a seguito dell’ aspro contrasto tra le due Procure".
La tregua non è arrivata inattesa.’’Confidavo in un ravvedimento" ha detto il presidente della prima commissione del Csm, Ugo Bergamo. "Forse la nostra azione - ha aggiunto - ha spinto a rivedere i comportamenti tenuti dalle due Procure’’. "Abbiamo preso atto con favore del ’ravvedimento operoso’ - ha sottolineato Bergamo -, ma ciò non ridimensiona i fatti accaduti. Questo accordo non sposta minimamente il nostro necessario approfondimento e nulla può rilevare né sulle procedure avviate né sulle loro conclusioni".
Intanto, il pm di Catanzaro Salvatore Curcio ha confermato oggi davanti alla prima commissione del Csm di aver subito una perquisizione e di essere stato "denudato".
Dopo le polemiche, i magistrati dei due uffici si sono incontrati
Il richiamo di Napolitano e la scelta di "ripristinare la giurisdizione"
De Magistris, accordo tra le procure
E’ pace tra Salerno e Catanzaro
Proseguiranno le inchieste. Impasse sbloccata grazie ad un doppio dissequestro
Alla I Commissione del Csm iniziate le audizioni delle toghe coinvolte nello scontro
ROMA- Le inchieste Why Not della procura di Catanzaro e quella di Salerno su presunti illeciti legati sempre alle inchieste del pm Luigi De Magistris proseguiranno nelle rispettive competenze. L’impasse è stata sbloccata grazie ad un doppio dissequestro degli atti compiuto innanzitutto dalla procura generale di Catanzaro e successivamente da quella di Salerno, in seguito all’intesa raggiunta tra i responsabili dei due uffici giudiziari.
Dopo i duri scontri dei giorni scorsi (rispetto alle due inchieste e al relativo ’caso De Magistris’) i magistrati dei due uffici inquirenti si sono dunque accordati "con grande senso di responsabilità istituzionale" per superare la situazione venutasi a creare tra le procure. Trovando un’intesa che "ha consentito il ripristino, mediante idonee iniziative processuali, delle condizioni per il pieno esercizio della giurisdizione". A dare la notizia, con una nota stampa, è stato stamane il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito.
La nota richiama il comunicato del Quirinale del 4 dicembre scorso in cui il capo dello Stato fece sentire la sua voce su una situazione che definì "senza precedenti". Da quell’invito è disceso il faccia a faccia tra le procure di Catanzaro e Salerno: "Entrambe - continua la nota - consapevoli della estrema delicatezza e gravità della situazione venutasi a determinare, hanno raggiunto, con grande senso di responsabilità istituzionale, una intesa per superare tale situazione".
La complessa mediazione tra le due procure è stata svolta per due giorni dal procuratore generale di Salerno Lucio di Pietro. Il procuratore generale ha convocato il procuratore di Salerno Luigi Apicella e un delegato del procuratore generale di Catanzaro Enzo Iannelli.
L’impasse giurisdizionale, che aveva bloccato entrambe le inchieste non consentiva alcuna scappatoia legale. La mediazione del procuratore generale di Pietro avrebbe convinto i vertici delle due procure in conflitto a trovare l’accordo. La procura di Salerno potrà quindi acquisire copia degli atti che interessano la propria indagine e quella di Catanzaro continuare gli accertamenti sulle inchieste Why Not e Poseidone.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, informa una nota del Quirinale, "ha vivamente apprezzato la comunicazione ricevuta dal procuratore generale della corte di Cassazione dell’intesa, tempestivamente promossa dallo stesso procuratore generale, raggiunta tra le procure di Catanzaro e di Salerno. La risoluzione, assunta dagli organi di vertice degli Uffici giudiziari nell’esercizio delle attribuzioni previste dalle disposizioni vigenti - prosegue la nota - costituisce un significativo passo verso il superamento della grave situazione di paralisi delle rispettive funzioni processuali creatasi a seguito dell’aspro contrasto tra le due procure".
Audizioni al Csm. Davanti alla prima Commissione di Palazzo dei Marescialli, presieduta dal laico dell’Udc Ugo Bergamo, sono iniziate le audizioni delle toghe catanzaresi e salernitane, sullo scontro nato tra le due procure. I primi a sfilare sono state le toghe catanzaresi titolari dell’inchiesta ’Why not’ e firmatari del sequestro del fascicolo, Salvatore Curcio, Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo; proprio quest’ultimo è il primo dei tre che la Commissione ha ascoltato. Poi i pm salernitani Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Antonio Centore, Patrizia Gambardella, Roberto Penna e Vincenzo Senatore; tutti i magistrati che hanno partecipato al sequestro e alle perquisizioni svolte alla Procura di Catanzaro e nelle abitazioni di pm calabresi.
* la Repubblica, 9 dicembre 2008
Gli stralci degli interrogatori dell’ex pm davanti alla procura di Salerno
"Il procuratore Iannelli sta svolgendo indagini in modo illegittimo ed illecito"
De Magistris: "Stavo scoprendo la verità
perciò mi hanno tolto le inchieste"
CATANZARO - "E’ proprio per evitare che si potesse scoprire la verità che mi sono state sottratte, illecitamente, le inchieste Poseidone e Why Not". L’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, dice questo ai magistrati che lo interrogano. Era il 3 luglio del 2008. E De Magistris fa riferimento ad alcuni articoli di giornali nei quali, sostiene "si può avere conferma che nell’inchiesta Why Not è subentrato un altro autore di condotte illecite ai miei danni". Fa nome e cognome l’ex pm: "E’ Salvatore Curcio, già imputato presso l’autorità giudiziaria di Salerno per gravi reati, ma sempre rimasto, saldamente, negli uffici della procura della Repubblica di Catanzaro, ed adesso quale ’esperto’, evidentemente dopo gli ’egregi’ risultati di un anno di conduzione dell’inchiesta Poseidone, subentrato nell’inchiesta Why Not".
Il 15 luglio del 2008, davanti ai magistrati salernitani è la volta della cosidetta "guerra tra le procure" di Salerno e catanzaro. E anche stavolta De magistris fa nomi e cognomi. "Il dottor Jannelli (che è il procuratore generale di Catanzaro, ndr) ha svolto e sta svolgendo in modo illegittimo ed illecito attività d’indagine direttamente e indirettamente nei miei confronti".
* la Repubblica, 8 dicembre 2008.
Lombardo: ’’Noi abbiamo la coscienza a posto’’
Caso De Magistris, trasferimento per Apicella e Iannelli
Lo ha deciso la Prima Commissione del Csm. Il presidente Ugo Bergamo: ’’Tensione palpabile’’. Dalle audizioni è emerso che nel corso delle perquisizioni alcuni magistrati catanzaresi sarebbero stati addirittura fatti denudare. Mancino: ’’Fatti sconcertanti’’
ultimo aggiornamento: 06 dicembre, ore 18:39
Roma, 6 dic. (Adnkronos) - La Prima Commissione del Csm ha deciso di avviare la procedura di trasferimento per i procuratori di Salerno e Catanzaro Apicella e Iannelli al termine delle audizioni sul caso De Magistris. Prima della decisione, il presidente della Prima Commissione, Ugo Bergamo, aveva ammesso: "La tensione è notevole ed è palpabile anche la sofferenza dopo gli episodi vissuti della vicenda di Catanzaro che hanno prevaricato l’aspetto processuale".
La prima commissione del Csm ha ascoltato i pg di Salerno e Catanzaro, Lucio Di Pietro ed Enzo Iannelli. Entrambe le audizioni sono durate circa un’ora e mezza. Successivamente sono stati sentiti i presidenti di Corte d’Appello Matteo Casale (vicario a Salerno) e Pietro Antonio Sirena (Catanzaro).
Dalle audizioni dei magistrati è emerso che nel corso delle perquisizioni domiciliari disposte dalla Procura di Salerno, alcuni magistrati di Catanzaro sarebbero stati addirittura fatti denudare. Un particolare che sarebbe stato rivelato dal procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli, durante l’audizione davanti alla Prima Commissione del Csm sul caso De Magistris. Inoltre gli stessi magistrati sarebbero stati sottoposti anche ad altre sconcertanti ’situazioni’ per verificare l’eventuale occultamento di documentazione. Uno dei sostituti di Catanzaro che sarebbe stato costretto a denudarsi durante la perquisizione nella sua abitazione, è Salvatore Curcio, che nell’ambito dell’indagine avviata dalla Procura della Repubblica di Salerno ha ricevuto un avviso di garanzia, così come altri colleghi.
Iannelli ha sottolineato che in casa Curcio i militari avrebbero anche controllato gli zaini che i figli del magistrato utilizzano per la scuola, ispezionando anche altre cose non direttamente nelle disponibilità del pm. Prima di entrare al Csm per la sua audizione il Procuratore capo di Catanzaro, Antonio Lombardo, ha sottolineato: ’’Noi abbiamo la coscienza a posto e speriamo con oggi di spegnere l’incendio’’.
Dopo le indiscrezioni emerse dalle audizioni dei magistrati di Salerno e Catanzaro al Csm, il vice presidente di Palazzo dei Marescialli Nicola Mancino ha commentato: "Sono venute fuori cose sconcertanti". Mancino, che oggi non è al Csm ma nella sua casa in Campania è in continuo collegamento telefonico con il Csm, in particolare con Bergamo e il segretario generale Carlo Visconti.
Ecco cosa hanno detto gli esponenti degli uffici giudiziari
di Salerno e Catanzaro ascoltati dalla Prima commissione di Palazzo dei marescialli
Le dichiarazioni dei magistrati in guerra
Anche atti anche la castità di un giudice
di ALBERTO CUSTODERO *
ROMA - Dottor Apicella, che bisogno c’era di parlare del voto di castità dell’ex presidente dell’Anm, Simone Luerti, nel decreto di perquisizione degli uffici giudiziari di Catanzaro? E che bisogno c’era di perquisire gli zainetti dei bambini che stavano per andare a scuola: i figli del pm Salvatore Curcio? Ed è vero che quel pm è stato perquisito con metodi "invasivi"?". I commissari del Csm hanno sottoposto il procuratore generale di Salerno, Luigi Apicella, a un vero fuoco di fila di domande per sapere cosa l’ha spinto a perquisire i suoi colleghi catanzaresi con modalità che lo stesso vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ha definito "sconcertanti".
I commissari di Palazzo dei Marescialli hanno domandato ad Apicella se fosse vero che - come denunciato dal procuratore di Catanzaro Enzo Jannelli - durante la perquisizione avvenuta nell’abitazione privata del sostituto procuratore Curcio alle sei del mattino la polizia giudiziaria di Salerno avrebbe intimato al magistrato di alzare la maglietta del pigiama. E di abbassare i pantaloni.
Ma il procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, ha detto di non sapere se Curcio sia stato fatto denudare. In compenso, ha spiegato il perché della perquisizione negli zainetti dei suoi figli minorenni. "Fra i libri di scuola di quei bambini - ha detto Apicella - cercavamo i telefonini del padre". "Ma come - ha obiettato un commissario - non vi bastavano i tabulati telefonici e le intercettazioni?". "No - ha replicato il pg - volevamo accertarci che non avessero altri cellulari a noi sconosciuti".
I commissari di Palazzo dei Marescialli hanno sottoposto ad un vero e proprio interrogatorio i due principali protagonisti di questa vicenda: il procuratore di Catanzaro e il pg di Salerno. Dal primo hanno voluto sapere il motivo che l’ha spinto a disporre il ri-sequestro degli atti dell’indagine Why not che erano appena stati sequestrati dall’autorità giudiziaria salernitana innestando in quel mondo la guerra fra le due procure. Con il grottesco risultato che nella procura di Catanzaro gli atti cui sono stati apposti i sigilli sono piantonati da due carabinieri: uno di Catanzaro, l’altro di Salerno. E viceversa.
"Sì, è vero - ha risposto Jannelli - ho ordinato il ri-sequestro di quelle carte perché non volevo che mi impedissero di completare l’indagine Why not che è quasi giunta al termine". La difesa di Jannelli s’è conclusa in breve tempo.
Quella di Apicella, invece, è durata di più. Al procuratore generale di Salerno - titolare di un’indagine nei confronti dei magistrati di Catanzaro scaturita dalle denunce dell’ex pm Luigi De Magistris - le contestazioni dei commissari della Prima commissione sono state incalzanti. "Perché - gli è stato chiesto - nel decreto di perquisizione di 1700 pagine sono stati inseriti voluminosi atti dell’inchiesta Why not, svelando notizie coperte dal segreto istruttorio? Perché sono stati inseriti dati che non c’entrano nulla con l’indagine sui magistrati catanzaresi, come la scheda personale del componente del Csm Anedda e notizie tutelate dalla privacy (l’allusione è alla scelta della castità-ndr) sull’ex presidente dell’Anm Luerti?".
A tutte queste domande, Apicella ha risposto sempre nello stesso modo: "Perché con tutto questo volevo motivare il sequestro degli atti. Se qualcosa non va, si può anche sbagliare". "Ma ha saputo - gli ha contestato un commissario - che le 1700 pagine del decreto di sequestro sono state pubblicate su Internet?". "No - ha risposto Apicella - ma farò qualche accertamento. E, se del caso, aprirò un fascicolo". Apicella è stato comunque invitato a disporre il "ritiro" del documento dal web.
E’ stato poi il turno di Jannelli: "La banca dati del consulente Genchi contiene dati su personalità molto importanti. È per questo che non la volevo consegnare ai colleghi di Salerno senza prima sapere a che cosa gli servisse". "Ora capisco - ha aggiunto con un bisticcio di parole - che il procedimento di Salerno è nato per fare il processo al nostro modo di fare il processo Why not".
A questo proposito, il procuratore di Catanzaro s’è abbandonato ad uno sfogo, parlando anche in generale della situazione giudiziaria del suo ufficio: "Da quando lo dirigo, ho dovuto misurarmi con problemi che non esistono in nessuna parte d’Italia, un muro di omertà da Salerno verso la procura di Catanzaro. Nei nostri uffici ho trovato una realtà molto particolare, nella quale ogni magistrato si sentiva solo e isolato".
Jannelli rivela poi al Csm una "scoperta". "Durante la mia permanenza a Catanzaro - ha riferito - sono venuto a conoscenza che la procura di Paola stava svolgendo una indagine parallela alla nostra, quasi un doppione di Why not".
E’ stato il procuratore generale di Salerno, Lucio Di Pietro, a chiarire alcuni retroscena della lite fra la sua procura e quella di Catanzaro. "Quando i nostri uffici hanno chiesto gli atti a Catanzaro - ha spiegato il pg Di Pietro - Jannelli ci ha opposto il segreto istruttorio rivendicando la competenza ad indagare. È per questo che è poi stato iscritto nel registro degli indagati".
Quando gli è stato fatto notare che con il sequestro degli atti è stata di fatto bloccata l’indagine in corso a Catanzaro, il pg di Salerno non ha smentito il fatto. Ma ha spiegato di aver saputo della perquisizione martedì. "Mi sono trovato le 1700 pagine del decreto sulla scrivania la mattina stessa delle operazioni - ha spiegato - . Ho iniziato a studiarle allora. Ma non ho ancora finito di leggerle".
* la Repubblica, 7 dicembre 2008
La smentita del legale dei pm di Salerno
"Nessuna violazione nelle perquisizioni"
ROMA - La Procura di Salerno non ha compiuto "nessuna violazione" durante le perquisizioni fatte ai magistrati della procura generale di Catanzaro. Il giorno dopo la decisione del Csm di avviare il trasferimento d’ufficio per i procuratori di Salerno e Catanzaro Jannelli e Apicella e dopo le rivelazioni sugli inquietanti retroscena della guerra tra i due uffici, arriva la smentita dell’avvocato Francesco Saverio D’Ambrosio, difensore di Luigi Apicella e dei sei sostituti campani accusati di abuso in atti d’ufficio e interruzione di pubblico servizio.
Il legale ribatte alle indiscrezioni sulle dichiarazioni dei magistrati di fronte alla Prima Commissione del Csm, definite "sconcertanti" dal videpresidente Mancino. Il pg Jannelli avrebbe infatti riferito che uno dei magistrati calabresi, Salvatore Curcio, ha denunciato di essere stato denudato durante la perquisizione alla quale era presente il pm di Salerno Antonio Centore.
* la Repubblica, 7 dicembre 2008
Iannaccone (Mpa): ’’Venga restituita la titolarità dell’indagine all’ex pm’’
Caso De Magistris, Csm deciderà già oggi
A dare l’annuncio è stato il presidente della Prima Commissione, Ugo Bergamo: ’’Tensione palpabile’’. Gli sviluppi saranno resi noti al termine delle audizioni. Già ascoltati i pg di Salerno e Catanzaro, Lucio Di Pietro ed Enzo Iannelli. Saladino: ’’Mai avuto rapporti con Mancino’’
ultimo aggiornamento: 06 dicembre, ore 16:33
Roma, 6 dic. (Adnkronos) - La Prima Commissione del Csm già oggi pomeriggio, al termine delle audizioni, deciderà sul caso De Magistris. Lo ha annunciato il presidente della Prima Commissione, Ugo Bergamo, incontrando la stampa prima della ripresa delle audizioni, interrotte per la pausa pranzo. Al termine delle audizioni, presumibilmente verso le 17, a Palazzo dei Marescialli, si terrà una conferenza stampa per rendere noti gli sviluppi e le decisioni sul caso.
"La tensione è notevole ed è palpabile anche la sofferenza dopo gli episodi vissuti della vicenda di Catanzaro che hanno prevaricato l’aspetto processuale", ha detto Bergamo.
La prima commissione del Csm ha ascoltato oggi i pg di Salerno e Catanzaro, Lucio Di Pietro ed Enzo Iannelli. Entrambe le audizioni sono durate circa un’ora e mezza. Successivamente sono stati sentiti i presidenti di Corte d’Appello Matteo Casale (vicario a Salerno) e Pietro Antonio Sirena (Catanzaro).
Intanto, Arturo Iannaccone, parlamentare del Movimento per l’Autonomia, ha chiesto "alla luce dello scontro tra la procura di Salerno e di Catanzaro e delle conseguenti iniziative assunte ai vari livelli istituzionali’’ che sia restituita ’’la competenza dell’indagine Why Not al magistrato De Magistris".
Tra Salerno e Catanzaro, anche ieri, carabinieri mobilitati per sequestri incrociati
La procura calabrese getta acqua sul fuoco: "La guerra è in Iraq, non qui"
Negli atti contesi De Magistris accusa
"Il mio capo è amico di un mafioso"
dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO *
CATANZARO - Alla Procura di Catanzaro dicono che "non è una guerra" e che "di veleni parlano solamente i giornali". Al Palazzo di Giustizia di Salerno replicano che non sono "né tesi né nervosi", come se il terremoto scatenato dai blitz di entrambe le Procure che si sequestrano a vicenda gli atti delle inchieste di De Magistris non fosse mai avvenuto.
Ma questa presunta "pace" e "serenità" è contraddetta dai fatti. Anche ieri i carabinieri di Salerno e di Catanzaro, imbarazzatissimi, hanno fatto avanti e indietro tra le due città perché la Procura di Catanzaro, dopo aver subito il sequestro degli atti delle inchieste "Why Not" e "Poseidone" da parte dei colleghi di Salerno, ha inviato a sua volta i carabinieri nella procura campana per sequestrare gli stessi atti.
Insomma un vero e proprio bailamme giudiziario sul quale non può intervenire neanche la Procura di Napoli (competente per territorio) perché, ironia della sorte, a Palazzo di giustizia del capoluogo campano lavora adesso come pm proprio Luigi De Magistris, e quindi per ovvi motivi di opportunità Napoli non potrà occuparsene.
Forse, ma è tutto da vedere, potrebbe intervenire la Procura di Roma. Il fatto è che nessuna delle due procure, allo stato, può utilizzare gli atti di quelle due inchieste, metà dei quali si trovano a Salerno e l’altra metà, sorvegliati a vista dai carabinieri, a Palazzo di giustizia di Catanzaro. Qui, il procuratore generale Enzo Jannelli continua a ripetere che questa non è una guerra e che "le guerre di fanno in Iraq", anche se aggiunge che quello compiuto dai colleghi di Salerno "è un atto eversivo".
Ma come si è giunti a questo scontro giudiziario senza precedenti? In sintesi, il pm De Magistris, dopo che gli sono state tolte dai suoi superiori le inchieste "Why Not" e "Poseidone", che vedevano indagati tra gli altri l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella (poi prosciolto) e l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, denuncia i suoi superiori a Salerno. Salerno comincia a indagare i magistrati di Catanzaro accusati da De Magistris e chiede gli atti delle due inchieste ai colleghi calabresi, che intanto denunciano a loro volta De Magistris. I vertici delle due procure si incontrano più volte e decidono come e quando quegli atti dovrebbero essere acquisiti. Sin da febbraio, lettere e riunioni. Fino all’altro ieri, quando Salerno decide di agire con un centinaio di carabinieri dentro il Palazzo di Giustizia di Catanzaro. Il sequestro degli atti è motivato così: "A fronte di tali ostative condotte (quelle presunte dei magistrati di Catanzaro-ndr) la doverosa attività accertativa di questa procura ha inteso seguire diverse e più fattivi percorsi".
Dalla lettura di quel ponderoso decreto di sequestro della Procura di Salerno (1700 pagine) vengono fuori alcuni interrogatori resi a De Magistris il quale, senza mezzi termini, accusa il suo ex capo Mariano Lombardi di frequentare personaggi in odor di mafia, come l’imprenditore Antonino Gatto, inquisito anche da De Magistris e proprietario dei supermercati Despar in Sicilia e in Calabria. De Magistris afferma che queste frequentazioni pericolose del suo capo sarebbero confermate anche da intercettazioni telefoniche.
Ancora De Magistris sostiene che l’ex vescovo di Locri, monsignor Bregantini, fu fatto trasferire perché con la sua attività dava fastidio proprio ai "potenti" che erano indagati nelle sue inchieste.
* la Repubblica, 6 dicembre 2008
L’imprenditore calabrese: ’’Demonizzato chiunque abbia rapporti con me’’
Caso De Magistris, sabato i pg al Csm. Saladino: ’’Mai avuto rapporti con Mancino’’
Sabato i procuratori generali e i presidenti di Corte delle procure di Salerno e Catanzaro protagoniste di un durissimo scontro a colpi di sequestri, verranno ascoltati dalla prima commissione di Palazzo dei Marescialli. Il capo della procura calabrese: ’’Nessuna guerra. Abbiamo solo risposto a un provvedimento destabilizzante’’. Il vicepresidente del Csm: "Saladino dice la verità". D’Alema: ’’Situazione giustizia allarmante ma servono anche altre riforme’’
ultimo aggiornamento: 05 dicembre, ore 19:56
Catanzaro, 5 dic. (Adnkronos/Ign) - Convocati per domani al Csm i procuratori generali e i presidenti di Corte delle procure di Salerno e Catanzaro protagoniste del durissimo scontro a colpi di sequestri (dei fascicoli delle inchieste ’Why not’ e ’Poseidone’ avocate all’allora pm di Catanzaro) e avvisi di garanzia sul caso De Magistris.
Dopo l’intervento di ieri del capo dello Stato, arriva dunque l’istruttoria del Consiglio superiore della magistratura che verrà avviata davanti alla prima commissione di Palazzo dei Marescialli. Dalle 10 in poi di domani verranno ascoltati in audizione i pg Lucio Di Pietro ed Enzo Jannelli, i presidenti di Corte Matteo Casale (vicario a Salerno) e Pietro Sirena. Nel pomeriggio toccherà ai procuratori capo Luigi Apicella (Salerno) e Antonio Vincenzo Lombardo (Catanzaro). Il presidente della prima commissione, laico dell’Udc, Ugo Bergamo sottolinea che "da parte nostra c’è la massima allerta e attenzione e non possono esserci tempi morti".
Alla vigilia dell’audizione il capo della procura calabrese Enzo Jannelli smorza i toni: ’’Non c’è nessuna guerra. Noi abbiamo controbbattuto un provvedimento che era destabilizzante - ha spiegato - ci sono delle regole da rispettare, dovevamo farlo’’. Jannelli ha commentato positivamente anche le parole del presidente Napolitano: ’’Ci ispireremo alle sue parole’’.
Intanto Antonio Saladino, leader della Compagnia delle opere in Calabria e principale indagato dell’inchiesta ’Why not’, smentisce i presunti contatti con il vicepresidente del Csm Nicola Mancino che emergerebbero dalle carte dell’inchiesta che fu tolta a De Magistris. Dai fascicoli risulterebbe infatti una telefonata fatta a Saladino dal telefono in uso a Mancino.
’’Di sicuro non ricordo di avere mai conosciuto o avuto rapporti con l’on. Nicola Mancino’’, ha affermato in una dichiarazione Saladino. L’imprenditore calabrese chiarisce poi che per il suo lavoro si è trovato spesso a conoscere persone ai vertici delle istituzioni ma sempre per ragioni professionali. ’’Il triste scontro istituzionale che si è acceso sulla vicenda processuale che mio malgrado mi vede involontario protagonista principale - sottolinea Saladino - sta, in maniera inquietante, dando lo spunto ad interventi tesi, unicamente, a demonizzare me e chiunque, a vario titolo, abbia avuto a che fare con la mia persona’’.
Dal canto suo Nicola Mancino ha ribadito di "non aver avuto alcun contatto con Saladino". Per il vicepresidente del Csm l’imprenditore calabrese "dice la verità". Ieri aveva precisato che la telefonata era stata fatta da un suo collaboratore, ma si era detto comunque disponibile a lasciare il Csm nel caso in cui sulla sua persona ci fossero stati dei sospetti.
Sul fronte politico intanto il segretario del Partito socialista Riccardo Nencini plaudendo all’intervento di ieri del presidente della Repubblica si rivolge ancora a Napolitano ’’quale garante supremo della Costituzione e dell’equilibrio tra i poteri’’ chiedendogli di inviare ’’un messaggio alle Camere, come il dettato costituzionale prevede all’articolo 87 tra le sue prerogative. Secondo Nencini infatti ’’la gravità della questione morale esplosa con fragore che vede coinvolte parti della giustizia italiana richiede una misura straordinaria’’.
Della vicenda intanto tornano a parlare il leade dell’Udc Pier Ferdinando Casini per il quale "ormai tutti siamo d’accordo sull’esigenza di una riforma della magistratura, e il leader di Idv Antonio Di Pietro che dal suo blog torna a mettere in primo piano l’imortanza dell’inchiesta ’Why not’: ’’È estremamente necessario ricostruire fatti e rapporti di persone citate nell’inchiesta. Chi, come me, non ha nulla da nascondere non può che auspicare che ’Why Not’ vada avanti. Anzi, buon senso vorrebbe che a proseguire le indagini fosse proprio De Magistris, il magistrato che, avendo iniziato l’indagine, conosce a menadito tutte le carte ed ogni risvolto processuale’’.
’’E’ un’inchiesta che non deve essere lasciata nel limbo perché - sostiene l’ex pm di Mani pultite - ogni giorno, vengono tirate in ballo centinaia di persone, a volte a proposito, ma tante altre a sproposito. Solo la magistratura può dipanare la matassa tra rapporti leciti e illeciti. Se non può più farlo De Magistris - conclude Di Pietro - lo si lasci fare alla Procura della Repubblica di Salerno che ha dimostrato con i fatti di non aver timore reverenziale per nessuno".
Il documento
"Massoni, politici e poteri forti
ecco chi ha fermato le inchieste"
Le accuse del pm De Magistris: sinergie inquietanti
dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO *
SALERNO - Le inchieste "Why Not", "Poseidone" e "Toghe Lucane", dovevano essere fermate ad ogni costo. I personaggi a vario titolo coinvolti, erano "eccellenti" e "potenti". C’erano politici, massoni, magistrati, imprenditori in odor di mafia e tanto altro. E su tutto questo ci fu anche il "silenzio" del presidente della Repubblica Napolitano, "nonostante avessi pubblicamente auspicato un suo intervento". Queste le accuse che il pm Luigi De Magistris, titolare di quelle inchieste ha consegnato ai colleghi di Salerno in numerosi interrogatori. Accuse che mercoledì scorso hanno portato al sequestro degli atti negli uffici di Catanzaro, provocando un terremoto, giudiziario ma anche istituzionale.
Le indagini su Mastella
Il 12 novembre 2007, quando non è più titolare delle inchieste, avocate dai suoi superiori di Catanzaro, De Magistris viene interrogato dai pm di Salerno e racconta: "Togliendomi "Poseidone" loro mi hanno voluto lanciare un messaggio per cercare di fermarmi. Ancora non sapevano del livello che avevano raggiunto "Toghe Lucane" e "Why Not". Allora hanno dovuto accelerare la mia richiesta di trasferimento cautelare e qui si innestano poi, evidentemente, anche delle sinergie istituzionali... E’ ovviamente inquietante il silenzio istituzionale sulla vicenda - per esempio - del trasferimento cautelare e in qualche modo sul coinvolgimento di Prodi e Mastella (indagati da De Magistris ndr)... Io credo che non si sia mai visto che un ministro della Giustizia chieda il trasferimento cautelare di un magistrato che indaga sul presidente del Consiglio di cui lui è ministro e che regge in modo determinante la maggioranza che è un po’ fragile, e soprattutto che chiede il trasferimento di chi sta lavorando in qualche modo su di lui. E il ministro Mastella lo sapeva benissimo delle intercettazioni che lo riguardavano direttamente... quindi vuol dire che necessariamente si è disposti anche a mettere sul tappeto il rischio di una rottura istituzionale sui rapporti tra esecutivo e magistratura o anche una rivolta dell’opinione pubblica o dei magistrati a fronte di un atto così grave...".
Il caso Prodi
Sempre nell’interrogatorio del 12 novembre De Magistris spiega le "accelerazioni" per togliergli le inchieste e trasferirlo ad altra sede. "L’accelerata era evidente, cioè loro dovevano fermare l’inchiesta e l’inchiesta "Why Not" e si comprende perché. Perché coinvolge in modo serio Romano Prodi con ipotesi di reato serie e sicuramente già accertate nei confronti di suoi strettissimi collaboratori, in particolare Piero Scarpellini, Sandro Gozi e che soprattutto lasciava intravedere un discorso molto interessante di riciclaggio di denaro dalla Calabria a San Marino, e i risultati che stavamo raggiungendo erano straordinari... stavamo entrando nel pieno coinvolgimento del ministro Mastella soprattutto sul discorso dei finanziamenti pubblici che lui otteneva. Per esempio attraverso la gestione de "Il Campanile", il giornale dell’Udeur a fini privatistici. Oppure i rapporti tra Mastella, il generale Poletti e il costruttore Valerio Carducci. Non solo, ma nell’indagine "Why Not" erano in corso accertamenti riservatissimi in collaborazione con la Procura di Reggio Calabria sull’omicidio Fortugno".
La massoneria segreta
"Le indagini "Why Not" - racconta De Magistris ai magistrati di Salerno - stavano ricostruendo l’influenza dei poteri occulti. In particolare si stavano ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani, Franco Bonferroni ed altri e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario. Elia Valori pareva risultate, dagli accertamenti preliminari che stavamo svolgendo con la massima riservatezza, ai vertici della massoneria "contemporanea". Elia Valori si è occupato spesso di lavori pubblici. Nel recente passato, agli inizi del 2000 ha trovato anche una sponda rilevante a sinistra, all’interno del governo D’Alema, in Marco Minniti. E si era anche interessato di telefonia, - settore in cui, come poi dirò, si è interessato anche il professor Francesco Delli Priscoli, figlio del pg della Cassazione Mario (che aveva promosso l’azione disciplinare nei confronti di De Magistris ndr). Non posso però non tenere conto dei seguenti elementi, pur se non si volesse mettere in discussione onestà e serenità di giudizio delle persone elencate: sul vice presidente del Csm, Nicola Mancino (che presiede la sezione disciplinare che dovrà giudicarmi) che ha già fatto intendere in una intervista che avrei violato il codice etico della magistratura, del consigliere togato, Fabio Roja, del giudice Luerti attuale presidente dell’Anm che ha stretti rapporti con la Compagnia delle Opere".
* la Repubblica, 5 dicembre 2008
Ansa» 2008-12-04 19:46
DE MAGISTRIS: GUERRA PROCURE, NAPOLITANO CHIEDE GLI ATTI
ROMA - L’iniziativa assunta dalla Procura generale di Catanzaro a seguito del sequestro di suoi atti processuali disposto dalla Procura della Repubblica di Salerno, si legge in un comunicato diffuso dal Quirinale, "ha introdotto elementi di ulteriore, grave preoccupazione sul piano delle conseguenze istituzionali, configurando un aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari. Pertanto - prosegue la nota - il segretario generale della presidenza della Repubblica, che aveva già richiesto - su incarico del capo dello Stato nell’esercizio delle sue funzioni di garanzia - ogni utile informazione sulla vicenda al Procuratore generale di Salerno, ha rivolto analoga richiesta al Procuratore generale di Catanzaro".
NAPOLITANO: CASO SENZA PRECEDENTI, GRAVI IMPLICAZIONI ISTITUZIONALI
Napolitano ha chiesto al Pg di Salerno gli atti, in merito al caso De Magistris. Secondo il capo dello Stato si tratta di una vicenda senza precedenti che ha gravi implicazioni istituzionali.
Sette magistrati della Procura di Salerno, fra cui il procuratore capo Apicella, sono indagati dalla Procura generale di Catanzaro che ha bloccato con un provvedimento di sequestro, gli atti che erano stati sequestrati dalla Procura di Salerno. Il provvedimento di sequestro e’ stato firmato dal procuratore generale di Catanzaro, Enzo Jannelli, e dai sostituti Garbati, De Lorenzo e Curcio.
’’La Procura generale di Catanzaro ha sempre operato nella legalita’ e nell’autonomia e non poteva rimanere ferma davanti ad un’offesa. Si trattava del rispetto dell’ordine giudiziario’’, ha spiegato il Pg Jannelli.
I magistrati di Salerno sono indagati nell’ambito di un’inchiesta avviata dalla Procura generale di Catanzaro relativa al sequestro della documentazione delle indagini Why Not e Poseidone eseguito martedi’ scorso dai magistrati campani a Catanzaro.
Al momento non si sono apprese le ipotesi di accusa nei confronti dei magistrati di Salerno. Oltre al sequestro degli atti delle due inchieste, i pm della Procura di Salerno hanno eseguito anche numerose perquisizioni nei confronti di magistrati della Procura generale e della Procura di Catanzaro. L’inchiesta della Procura di Salerno e’ scaturita dalle denunce fatte dall’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, circa l’avocazione dell’inchiesta Why Not da parte della Procura generale.
PG CATANZARO, REAGITO A PROVVEDIMENTO EVERSIVO ’’A Catanzaro oggi e’ accaduto che i magistrati della Procura generale hanno reagito ad un atto, proveniente dalla Procura di Salerno, finalizzato alla destabilizzazione e all’eversione dell’istituzione dello Stato’’. Lo ha detto il procuratore generale di Catanzaro Enzo Jannelli. ’’C’e’ stato un attacco inaudito - ha proseguito Jannelli - all’esercizio giurisdizionale cosi’ come non era mai accaduto nella storia. Si e’ cercato di espropriare un processo in corso a questa Procura’’.
"Se si entra nella mia Procura e si commettono dei reati è ovvio che noi siamo competenti a intervenire". Lo ha detto il procuratore generale di Catanzaro Enzo Jannelli, circa il provvedimento di sequestro degli atti delle inchieste Why Not e Poseidone sequestrati dalla Procura di Salerno. "Nei nostri uffici - ha aggiunto - è stato commesso un abuso e una interruzione dell’attività di un pubblico ufficio. Il provvedimento adottato oggi è la conseguenza di quanto accaduto nella nostra Procura. Noi abbiamo agito sempre nella legalità e non potevamo rimanere fermi davanti ad una offesa di questo genere. Ne andava del rispetto dell’ordine giudiziario".
MANCINO: SE CI FOSSERO OMBRE SU DI ME, ME NE ANDREI "Non vorrei che su di me ci fosse l’ombra del sospetto". Se un’eventualità del genere dovesse accadere "non esiterei ad andarmene". E’ il vice presidente del Csm Nicola Mancino a dirlo, dopo la pubblicazione di notizie di stampa su un suo possibile coinvolgimento nell’inchiesta della Procura di Salerno sul tentativo di delegittimare l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris.
"Se una campagna di stampa dovesse incidere sulla mia autonomia, non esiterei a togliere l’incomodo - ha aggiunto Mancino - ho sempre operato al servizio delle Istituzioni".
’’Sento il bisogno di confessarvi che vivo uno stato di amarezza dopo la lettura di notizie di stampa secondo cui la Procura di Salerno avrebbe aperto un fascicolo a mio carico’’. Il vice presidente Nicola Mancino ha messo a nudo il suo stato d’animo con i consiglieri del Csm. E sempre in modo diretto si e’ detto pronto a farsi da parte: ’’E’ giusto non avere alcuna ombra di sospetto: se ne sorgesse qualcuno non avrei esitazione a togliere l’incomodo’’; un concetto ribadito poco dopo: ’’il giorno in cui una campagna di stampa dovesse incidere sulla mia autonomia di Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, so qual e’ il mio dovere’’. ’’Sono stato e resto al servizio delle istituzioni’’ ha assicurato il vice presidente che ha ricordato il suo impegno da presidente del Senato e da ministro dell’Interno per il mantenimento di ’’corretti rapporti politici nel rispetto delle culture e degli schieramenti diversi’’; e l’ obiettivo che sta perseguendo al Csm ’’di conciliare politica e magistratura’’. Quindi un richiamo alle parole del Capo dello Stato, che di nuovo ’’recentemente ha sottolineato la necessita’ del dialogo, anche nella diversita’; purche’, io aggiungo, ci sia buona fede’’.
INDAGINE CATANZARO FORSE ANDRA’ A NAPOLI O ROMA La procura di Catanzaro, che ha iscritto nel registro degli indagati i sette magistrati della procura di Salerno, potrebbe essere tenuta a ’spogliarsi’ dell’inchiesta in questione (art. 11 codice procedura penale) e a trasmettere gli atti alla procura di Napoli. Competente ad indagare sulle ’toghe’ di Salerno e’ infatti l’autorita’ giudiziaria partenopea. Ma la questione rischia di farsi ingarbugliata anche sotto questo profilo e non e’ escluso che Catanzaro (o Napoli in seconda battuta) trasmetta le carte a Roma. A Napoli, infatti, si trova ora Luigi De Magistris, in qualita’ di giudice al tribunale del riesame, dopo il trasferimento che gli e’ stato inflitto nei mesi scorsi dal Csm. Ebbene - e’ il ragionamento fatto in queste ore da piu’ parti - se le contestazioni ai sette magistrati di Salerno saranno considerate unicamente in relazione alle perquisizioni sui colleghi calabresi, allora la competenza dell’indagine avviata da Catanzaro spettera’ a Napoli, perche’ sotto questo profilo De Magistris non risulta persona offesa dalle perquisizioni ne’ indagato. Diversamente, se sara’ valutato anche il fatto che De Magistris e’ parte offesa e denunciate nel procedimento connesso a quello che ha portato alla perquisizione degli uffici giudiziari di Catanzaro, allora competente ad indagare sulle ’toghe’ di Salerno dovrebbe essere la procura di Roma.
ANM PREOCCUPATA, IN GIOCO CREDIBILITA’ ’’Oggi siamo sgomenti e preoccupati per quanto sta accadendo. Cio’ che e’ in gioco e’ la credibilita’ della funzione giudiziaria’’. Lo sottolineano il presidente dell’ Anm Luca Palamara e il segretario Giuseppe Cascini, che chiedono a ’’tutti’’ ’’il rigoroso rispetto delle regole’’.
’’Ci sara’ tempo per una compiuta valutazione del merito delle singole vicende sulla base della conoscenza degli atti e delle loro motivazioni’’ dicono Palamara e Cascini. Ma ’’in questo delicato momento non possiamo che chiedere a tutti il massimo senso delle istituzioni e il rigoroso rispetto delle regole unico fondamento dello svolgimento della funzione giudiziaria’’.
BERLUSCONI, COSE CHE NON DEVONO ACCADERE - Quanto sta avvenendo tra le Procure di Catanzaro e Salerno "sono cose che non devono accadere". Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, aggiungendo che "su ciò che sta avvenendo nella magistratura credo che il Csm si appresti ad intervenire".
VELTRONI: SOLIDARIETA’A MANCINO, BENE NAPOLITANO - "Intendo manifestare piena solidarietà e stima al vicepresidente del Csm Nicola Mancino, cha ha svolto e svolge il suo alto e difficile incarico con equilibrio e senso delle istituzioni, in questo momento in cui é oggetto di una fuga di notizie incontrollata e priva di qualsiasi riscontro", afferma Walter Veltroni segretario del Pd. "L’autorità giudiziaria - aggiunge - svolga fino in fondo il suo lavoro ma lo faccia con equilibrio e in modo da salvaguardare la segretezza delle indagini impedendo così la delegittimazione dell’operato delle persone, delle istituzioni e anche della magistratura. E va sottolineata l’importante solidarietà giunta al vicepresidente Mancino dall’intero Csm". "Per tutti questi motivi - prosegue Veltroni - appare importante e positiva l’iniziativa assunta dal presidente Napolitano, che ha chiesto chiarimenti alla Corte d’Appello di Salerno. Questo al fine di garantire, come è nei suoi compiti istituzionali, il regolare funzionamento dell’attività giudiziaria oggi messo in forse e la totale trasparenza e correttezza delle iniziative della magistratura, specie in presenza di atti d’indagine che presentano, come dice il Quirinale, ’aspetti di eccezionalita’, con rilevanti implicazioni di carattere istituzionalé".
SCIOPERO AVVOCATI CATANZARO Gli avvocati di Catanzaro hanno proclamato uno sciopero per protestare contro le perquisizioni fatte dai pm di Salerno negli uffici della Procura generale e della Procura della Repubblica del capoluogo. L’iniziativa si articolerà con l’astensione da tutte le udienze, dalle 11 alle 11,30, domani 5 dicembre, il 9 e l’ 11 dicembre.
LA LETTERA DEL QUIRINALE Atti e informazioni sulla vicenda De Magistris sono stati chiesti dal Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra, al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Salerno. La richiesta e’ stata avanzata su preciso mandato del capo dello Stato, Giorgio Napolitano dopo la decisione di sequestrare atti di inchieste condotte dall’ex pm della procura di Catanzaro De Magistris ora in servizio a Napoli. Questo il comunicato del Quirinale: ’’Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra, su incarico del Presidente Giorgio Napolitano, ha oggi inviato al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Salerno, dott. Lucio Di Pietro, la seguente lettera: ’La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno ha effettuato ieri perquisizioni e sequestri nei confronti di magistrati e uffici della Procura Generale presso la Corte di appello di Catanzaro e della Procura della Repubblica presso il Tribunale di quella citta’. Tali atti di indagine, anche per le forme e modalita’ di esecuzione, hanno avuto vasta eco sugli organi di informazione, suscitando inquietanti interrogativi. Inoltre, in una lettera diretta al Capo dello Stato, il Procuratore generale di Catanzaro ha sollevato vive preoccupazioni per l’intervenuto sequestro degli atti del procedimento cosiddetto ’Why Not’ pendente dinanzi a quell’ufficio, che ne ha provocato la interruzione.
Tenendo conto di tutto cio’, il Presidente Napolitano mi ha dato incarico di richiederLe la urgente trasmissione di ogni notizia e - ove possibile - di ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti, che - prescindendo da qualsiasi profilo di merito - presenta aspetti di eccezionalita’, con rilevanti, gravi implicazioni di carattere istituzionale, primo tra tutti quello di determinare la paralisi della funzione processuale cui consegue - come ha piu’ volte ricordato la Corte costituzionale (tra le altre, con le sentenze e le ordinanze n. 10 del 1997, 393 del 1996, 46 del 1995) - la ’’compromissione del bene costituzionale dell’efficienza del processo, che e’ aspetto del principio di indefettibilita’ della giurisdizione’’’.
Ansa» 2008-12-04 19:18
DE MAGISTRIS: COLLE CHIEDE NOTIZIE ANCHE A CATANZARO
ROMA, 4 DIC - L’iniziativa assunta dalla Procura generale di Catanzaro a seguito del sequestro di suoi atti processuali disposto dalla Procura della Repubblica di Salerno, si legge in un comunicato diffuso dal Quirinale, "ha introdotto elementi di ulteriore, grave preoccupazione sul piano delle conseguenze istituzionali, configurando un aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari. Pertanto - prosegue la nota - il segretario generale della presidenza della Repubblica, che aveva già richiesto - su incarico del capo dello Stato nell’esercizio delle sue funzioni di garanzia - ogni utile informazione sulla vicenda al Procuratore generale di Salerno, ha rivolto analoga richiesta al Procuratore generale di Catanzaro".
Ansa» 2008-12-04 13:55
DE MAGISTRIS: NAPOLITANO CHIEDE ATTI
ROMA - Napolitano ha chiesto al Pg di Salerno gli atti, in merito al caso De Magistris. Secondo il capo dello Stato si tratta di una vicenda senza precedenti che ha gravi implicazioni istituzionali.
Atti e informazioni sulla vicenda De Magistris sono stati chiesti dal Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra, al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Salerno. La richiesta e’ stata avanzata su preciso mandato del capo dello Stato, Giorgio Napolitano dopo la decisione di sequestrare atti di inchieste condotte dall’ex pm della procura di Catanzaro De Magistris ora in servizio a Napoli. Questo il comunicato del Quirinale: ’’Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra, su incarico del Presidente Giorgio Napolitano, ha oggi inviato al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Salerno, dott. Lucio Di Pietro, la seguente lettera: ’La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno ha effettuato ieri perquisizioni e sequestri nei confronti di magistrati e uffici della Procura Generale presso la Corte di appello di Catanzaro e della Procura della Repubblica presso il Tribunale di quella citta’. Tali atti di indagine, anche per le forme e modalita’ di esecuzione, hanno avuto vasta eco sugli organi di informazione, suscitando inquietanti interrogativi. Inoltre, in una lettera diretta al Capo dello Stato, il Procuratore generale di Catanzaro ha sollevato vive preoccupazioni per l’intervenuto sequestro degli atti del procedimento cosiddetto ’Why Not’ pendente dinanzi a quell’ufficio, che ne ha provocato la interruzione.
Tenendo conto di tutto cio’, il Presidente Napolitano mi ha dato incarico di richiederLe la urgente trasmissione di ogni notizia e - ove possibile - di ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti, che - prescindendo da qualsiasi profilo di merito - presenta aspetti di eccezionalita’, con rilevanti, gravi implicazioni di carattere istituzionale, primo tra tutti quello di determinare la paralisi della funzione processuale cui consegue - come ha piu’ volte ricordato la Corte costituzionale (tra le altre, con le sentenze e le ordinanze n. 10 del 1997, 393 del 1996, 46 del 1995) - la ’’compromissione del bene costituzionale dell’efficienza del processo, che e’ aspetto del principio di indefettibilita’ della giurisdizione’’’.
MANCINO: SE CI FOSSERO OMBRE SU DI ME, ME NE ANDREI "Non vorrei che su di me ci fosse l’ombra del sospetto". Se un’eventualità del genere dovesse accadere "non esiterei ad andarmene". E’ il vice presidente del Csm Nicola Mancino a dirlo, dopo la pubblicazione di notizie di stampa su un suo possibile coinvolgimento nell’inchiesta della Procura di Salerno sul tentativo di delegittimare l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris.
"Se una campagna di stampa dovesse incidere sulla mia autonomia, non esiterei a togliere l’incomodo - ha aggiunto Mancino - ho sempre operato al servizio delle Istituzioni".
De Magistris in verbale ottobre: ’dal Capo dello Stato nessun segnale’ *
CATANZARO - In una deposizione fatta il 9 ottobre scorso alla Procura di Salerno l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris fa riferimento ad un incontro tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, in merito alla sua vicenda. "Il suo ufficio - afferma De Magistris - potrà verificare che, nel periodo in cui è cominciata, consolidandosi, l’attività della Procura generale della Cassazione ai miei danni - anche attraverso la costruzione di un processo disciplinare dai tempi tanto celeri, quanto altamente sospetti - alcuni organi d’informazione, mi pare proprio il Corriere della Sera, non vorrei sbagliarmi, diedero anche conto di un incontro tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed il vicepresidente del Csm Nicola Mancino. Del resto sul ruolo del Mancino nella mia vicenda ho già rilasciato dichiarazioni ed anche prodotto articoli di stampa ove egli pure anticipa, in modo grave, valutazioni sulla mia vicenda, nonostante fosse il presidente della Sezione Disciplinare".
"Evidenzio, poi - afferma ancora De Magistris - che pur avendo io anche pubblicamente auspicato un intervento del presidente della Repubblica a tutela della verità dei fatti e di un magistrato che cercava di espletare solo le sue funzioni in Calabria, mai nessun ’segnale’ mi è pervenuto dalla più alta carica dello Stato se non quello, dopo l’avocazione illegale che, da quanto riportato dai mass-media, egli avrebbe vigilato sulla vicenda ed anche sulla stessa inchiesta Why Not: non so dire in che cosa si sia estrinsecata tale vigilanza attesi gli esiti illeciti ed illegali che hanno caratterizzato il prosieguo dell’indagine Why Not ed il fatto che non mi risulta che magistrati indagati per gravissimi ipotesi di reato abbiano subito concrete ed incisive iniziative disciplinari. Non posso non rilevare che in quei tempi, da più ambienti, ed anche da parte della stessa Procura generale della Cassazione, mi è stato riferito in modo chiaro che le mie indagini potevano procurare ed avevano successivamente contribuito a provocare proprio la crisi del governo presieduto dall’on. Prodi, indagato nell’inchiesta Why Not".
L’indagine sul presunto tentativo di delegittimazione ai danni dell’ex pm di Catanzaro
Why not, Mancino: ’’Se screditato lascio’’. Napolitano chiede gli atti
Il vicepresidente del Csm in merito alle indiscrezioni su un suo possibile coinvolgimento nell’inchiesta di Salerno: ’’Non vorrei che su di me ci fosse l’ombra del sospetto, ho sempre operato al servizio delle istituzioni’’. E precisa: ’’Non fui io a chiamare Saladino ma un mio collaboratore ’’. Piena solidarietà gli è stata espressa dal plenum di Palazzo dei Marescialli. Alfano dispone accertamenti preliminari
ultimo aggiornamento: 04 dicembre, ore 14:02
Roma, 4 dic. (Adnkronos) - ’’Se una campagna di stampa dovesse incidere sulla mia autonomia, non esiterei a togliere l’incomodo’’. Lo ha dichiarato il vicepresidente del Csm Nicola Mancino (nella foto) nel corso del plenum di questa mattina, in merito alle indiscrezioni su un suo possibile coinvolgimento nell’inchiesta condotta dalla procura di Salerno sul presunto tentativo di delegittimazione ai danni dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris.
’’Non vorrei che su di me ci fosse l’ombra del sospetto, ho sempre operato al servizio delle istituzioni’’, ha aggiunto Mancino.
’’Non ho mai telefonato a Saladino. Ma la chiamata è partita da uno dei miei numeri di telefono ed è stata fatta da un’altra persona, un rappresentante di Comunione e Liberazione, Angelo Arminio, che nel 2001 era tra i miei collaboratori’’, precisa il vicepresidente del Csm, ribadendo, come già affermato ieri, di non aver mai avuto rapporti di alcun genere con l’imprenditore coinvolto nell’inchiesta condotta da De Magistris.
Mancino ha aggiunto di vivere ’’uno stato di amarezza delle notizie di stampa che vorrebbero la mia persona sottoposta a indagini a Salerno. Non so se ci sono inchieste, ma so solo che qualche quotidiano ha parlato di indagini sulla mia persona, sull’ex pg di Cassazione e sul pg d’udienza disciplinare D’Ambrosio’’.
Il vicepresidente di Palazzo dei Marescialli ha aggiunto che tra le notizie ci sarebbe appunto ’’anche un collegamento a rapporti che avrei avuto con Saladino: non ne ho mai avuti - insiste - non lo conosco; mi è stato presentato nell’’85 per un comizio di un candidato delle liste Dc ma non ho mai avuto rapporti con lui’’.
Piena solidarietà a Mancino è stata espressa dal plenum di Palazzo dei Marescialli. I togati e i laici dei vari schieramenti hanno sottolineato di essere accanto al vicepresidente del Csm. A partire dal togato di Md Livio Pepino che ha sottolineato il suo ’’apprezzamento per la sensibilità mostrata da Mancino. Eravamo consapevoli - ha detto - che l’operazione in atto, con gli attacchi al vicepresidente, mira a colpire tutti noi’’. ’’Amarezza’’ è stata poi espressa dal togato del Movimento per la giustizia Ciro Riviezzo ’’per questi attacchi che possono accadere a ciascuno di noi, perché è il prezzo da pagare per le funzioni che rivestiamo’’.
Antonio Patrono, togato di Magistratura indipendente, ha sottolineato che ora ’’abbiamo il dovere di mantenere la calma capendo il giusto percorso, perché seguendolo con pazienza si arriva al risultato. Mancino ha voluto ringraziare tutti i membri del Csm sottolineando che il Consiglio non si deve ’’chiudere a riccio e il sistema permette che la verità possa emergere’’.
De Magistris, parla Mancino "Pronto a lasciare se screditato"
ROMA - "Il giorno in cui una campagna di stampa dovesse incidere sulla mia autonomia non ho difficoltà a togliere l’incomodo". Lo ha detto il vicepresidente del Cs, Nicola Mancino, in apertura del plenum di questa mattina, riferendosi alle notizie secondo le quali sarebbe coinvolto in una inchiesta a Salerno sul caso De Magistris.
"Non vorrei avere sulla mia persona neppure l’ombra di un sospetto - ha detto Mancino - il giorno che dovesse accadere non avrei esitazione a lasciare. Ho sempre operato al servizio delle istituzioni e sono venuto al Csm per cercare di conciliare politica e magistratura, probabilmente me ne andrò senza aver raggiunto questo obiettivo, ma ciò dipende anche da quello che si muove all’esterno del Csm. Io, quando ero ministro dell’Interno, ho appreso come bisogna mantenere i rapporti politici all’interno di culture diverse".
* la Repubblica, 4 dicembre 2008
DE MAGISTRIS: ALFANO DISPONE ACCERTAMENTI PRELIMINARI
ROMA - Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, ha disposto accertamenti preliminari sulla inchiesta che riguarda i magistrati di Catanzaro. Alfano ha incaricato l’Ispettorato Generale di svolgere gli accertamenti "chiedendo al Procuratore generale di Salerno di acquisire ogni utile dato conoscitivo. Questo al fine di verificare, all’esito, l’eventuale sussistenza di condotte rilevanti sotto il profilo disciplinare". L’ iniziativa del Guardasigilli - è detto in una nota - si riferisce alla nota di ieri del Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Catanzaro "con la quale si segnalavano le perquisizioni e i sequestri eseguiti dalla Procura della Repubblica di Salerno in merito ai procedimenti cosiddetti ’Why not’ e ’Poseidone’ ".
De Magistris: Procura generale Catanzaro, alterati rapporti tra uffici *
CATANZARO - ’’La Procura di Salerno, da tempo tesaurizzando le propalazioni del dott. De Magistris, le cui condotte sono gia’ state censurate dal Csm, persevera nell’ accreditare una versione processuale alternativa a quella verificata’’. E’ quanto si afferma in un comunicato della Procura Generale di Catanzaro sulle perquisizioni e sul sequestro degli atti delle inchieste Poseidone e Why Not. ’’In tale solco - prosegue la nota, sottoscritta dal procuratore generale Enzo Jannelli e dai sostituto Domenico De Lorenzo, Alfredo Garbati e Salvatore Curcio - alterando progressivamente i corretti rapporti tra uffici giudiziari e, tra questi e gli organi di auto-governo della Magistratura, quella Procura ha addirittura ipotizzato reati a carico di componenti del Consiglio giudiziario di Catanzaro, per il fatto di avere, nell’indipendente esercizio della sua funzione valutativa, formulato parere contrario alla progressione in carriera del dott. De Magistris’’. ’’Ieri quella stessa Procura - prosegue la nota - con inusuale spiegamento di magistrati e personale di pg, ha proceduto a perquisizioni nei locali della Procura generale e della Procura della Repubblica di Catanzaro e perfino nelle abitazioni dei magistrati, anche di questo ufficio, ed ha proceduto al sequestro di tutti gli atti dei procedimenti Why Not e Poseidone nell’evidente fine, per quanto e’ dato leggere nel decreto di perquisizione e sequestro di ricercare ancora dati a sostegno dell’ipotizzato complotto contro il dott. De Magistris’’.
ESPOSTO MASTELLA, ATTI AD ALFANO E PG Proprio nel giorno in cui e’ tornato a esplodere il caso De Magistris, la Prima Commissione del Csm ha deciso di archiviare ma nello stesso tempo di ’’girare’’ ai titolari dell’azione disciplinare l’esposto che l’ex Guardasigilli Clemente Mastella aveva presentato lamentando l’acquisizione di suoi tabulati telefonici da parte dell’allora pm di Catanzaro senza aver chiesto l’autorizzazione della Camera dei deputati.
La Commissione ha preso atto di non aver piu’ competenza per pronunciarsi, considerato che De Magistris e’ gia’ stato trasferito d’ufficio da Catanzaro. Ma nello stesso tempo ha ritenuto di segnalare il caso al ministro della Giustizia Angelino Alfano e al neo procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito perche’ valutino se sia il caso di avviare l’azione disciplinare nei confronti del magistrato. L’acquisizione dei tabulati di Mastella era avvenuta nell’ambito dell’inchiesta Why not in cui l’allora ministro era indagato per truffa, abuso d’ufficio e violazione della legge sul finanziamento dei partiti; l’inchiesta venne avocata dalla procura generale di Catanzaro che poi chiese e ottenne dal gip l’archiviazione per l’ex Guardasigilli. Quei tabulati erano inutilizzabili, stabili’ il gip, proprio perche’ non era stata chiesta l’autorizzazione alla Camera, nonostante sia De Magistris sia il suo consulente Genchi fossero in grado di riconoscere che si trattava di un’utenza in uso di un parlamentare.
* ANSA» 2008-12-03 18:25 - ripresa parziale.
De Magistris: aperta pratica a Csm *
ROMA - Il Csm ha aperto una pratica sulla vicenda dei magistrati di Catanzaro indagati dalla Procura di Salerno per le avocazioni delle inchieste Why not e Poseidone al pm Luigi De Magistris. Lo ha reso noto il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, spiegando che il fascicolo è stato affidato alla prima commissione di Palazzo dei Marescialli. La pratica riguarda sia le notizie di stampa, ha spiegato Mancino, sia la lamentela avanzata dal procuratore generale di Catanzaro al Csm, Vincenzo Iannelli, sul sequestro compiuto ieri "di un intero fascicolo, relativo all’ inchiesta Why not". Un problema quest’ultimo sollevato da Iannelli in un colloquio telefonico ieri mattina con lo stesso vicepresidente del Csm. Dopo questa conversazione la Procura generale di Catanzaro ha inviato a Palazzo dei Marescialli "una documentazione, non ancora completa", ha detto ancora Mancino, spiegando che l’ufficio requirente aveva annunciato l’invio di altre carte "a giustificazione della lamentela del pg" che non sono giunte ancora al Csm. Carte che sono attese dalla Prima commissione per potere cominciare ad esaminare il caso. Mancino ha anche reso noto di aver chiamato ieri il procurate generale di Salerno per avere notizie sull’accaduto, notizie che il suo interlocutore però non sarebbe stato in grado in quel momento di dargli.
MANCINO: MIO COINVOLGIMENTO? STAREMO A VEDERE, MAI AVUTI RAPPORTI CON SALADINO "Io non ne so nulla, staremo a vedere". Così il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento circa le indiscrezioni di stampa su un nuovo possibile filone di indagine della Procura di Salerno che lo riguarderebbe anche per presunti legami con l’imprenditore Antonio Saladino. "Abbiamo fatto un altro ufficio istruttorio", ha aggiunto Mancino riferendosi ancora alle notizie di stampa.
’’Con Saladino non ho mai avuto rapporti di alcun genere’’. Il vice presidente del Csm Nicola Mancino smentisce l’ipotesi di presunti legami con l’ex presidente della Compagnia delle Opere. Di lui dice, ’’lo conosco solo di nome, come e’ inevitabile per chi come me anche per le sue attivita’, pregresse e recenti, legge i giornali’’.
SEQUESTRO BLOCCA INCHIESTE WHY NOT E POSEIDONE Sono bloccate le inchieste Why Not e Poseidone dopo il sequestro degli atti delle due indagini disposto dalla Procura di Salerno. I fascicoli delle due inchieste, sequestrati in originale, sono stati conservati in una stanza al primo piano dove ha sede la Procura generale di Catanzaro ed alcuni carabinieri di Salerno, rimasti nel capoluogo calabrese, stanno provvedendo ad indicizzare tutte le carte.
Con il sequestro degli atti e’ praticamente bloccata l’attivita’ del pool di magistrati della Procura generale e della Procura ordinaria che avevano praticamente concluso l’inchiesta Why Not su presunti illeciti nell’utilizzo di finanziamenti nazionali e comunitari. I magistrati, infatti, avevano gia’ definito le posizioni dei singoli indagati ed erano attese, nei prossimi mesi, le richieste di rinvio a giudizio e di archiviazione. Anche l’inchiesta Poseidone, condotta dal pm Salvatore Curcio, e’ allo stato bloccata. Pure in questo caso, secondo quanto trapelato da fonti giudiziarie, il magistrato era sul punto di chiudere l’attivita’.
CASO DE MAGISTRIS, AVVISI GARANZIA A MAGISTRATI CATANZARO *
CATANZARO - Quasi un centinaio di carabinieri hanno partecipato oggi alla perquisizione negli uffici di alcuni magistrati della Procura generale e della Procura della repubblica di Catanzaro disposta dall’autorità giudiziaria salernitana. I militari, in tutto 90, del Comando provinciale di Salerno, sono giunti in Procura di prima mattina, all’apertura degli uffici, quindi hanno cominciato il loro lavoro seguiti direttamente dal procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella e dai sostituti Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi.
SEQUESTRATI ATTI AVOCAZIONE INCHIESTA WHY NOT - Gli atti dell’avocazione dell’inchiesta Why not e della revoca di Poseidone, sono stati sequestrati dai carabinieri nell’ambito della perquisizione disposta dalla Procura di Salerno negli uffici di magistrati della Procura generale e della Procura della Repubblica di Catanzaro. Le inchieste Why not e Poseidone erano condotte dall’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Oggi i carabinieri hanno perquisito gli uffici del procuratore generale Enzo Jannelli; dell’avvocato generale dello Stato Dolcino Favi , che in qualità di procuratore generale facente funzioni avocò Why not e che sta rientrando in Calabria per assistere alla pequisizione; dei sostituti procuratori generali Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo e del pm Salvatore Curcio, che stanno conducendo l’inchiesta Why not (Curcio anche Poseidone); l’ex procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, che revocò la delega per Poseidone a De Magistris; il procuratore aggiunto vicario di Catanzaro Salvatore Murone. Le perquisizioni hanno riguardato anche le abitazioni di alcuni indagati dalle quali sono stati prelevati anche computer.
L’inchiesta Why not fu avocata dalla Procura generale dopo che De Magistris iscrisse nel registro degli indagati l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella che a sua volta aveva chiesto il trasferimento del pm. Il Csm aprì un procedimento disciplinare che si concluse con il trasferimento di De Magistris al Tribunale del riesame di Napoli. La posizione di Mastella fu poi archiviata dal gip di Catanzaro su richiesta della Procura generale. In precedenza, l’allora procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, revocò la delega a De Magistris per l’inchiesta Poseidone che passò a Curcio.
PG GATANZARO,INFORMATI NAPOLITANO, CSM E ALFANO - "Di quanto accaduto oggi ho informato il Capo dello Stato, il Csm ed il Ministro della Giustizia con i quali mi terrò in contatto". A dirlo è stato stasera il procuratore generale di Catanzaro, Enzo Jannelli, in merito alle perquisizioni disposte nel suo ufficio ed in quelli di altri magistrati dalla procura di Salerno. Jannelli ha detto di avere inviato una lettera al Capo dello Stato, al Csm ed al Ministro. "Per quanto riguarda l’attività svolta dalla Procura di Salerno negli uffici giudiziari di Catanzaro - ha aggiunto - non si può rilasciare alcuna dichiarazione".
INDAGATI ANCHE IMPRENDITORI,C’E’ PURE SALADINO - Imprenditori e professionisti sono indagati nell’inchiesta della Procura di Salerno che oggi ha perquisito, notificando avvisi di garanzia, gli uffici di alcuni magistrati della Procura generale e della procura della Repubblica di Catanzaro. Tra gli indagati figura anche Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere, l’imprenditore attorno al quale ruota l’inchiesta Why not. Oltre a lui, secondo quanto è trapelato, sono indagati anche un commercialista di Rende (Cosenza) ed un altro imprenditore.
PITTELLI INDAGATO, ’NON SO NULLA’ - Il deputato del Pdl Giancarlo Pittelli figurerebbe, secondo quanto si è appreso, nell’inchiesta della procura di Salerno che oggi ha portato alla perquisizione degli uffici di alcuni magistrati della Procura generale e della Procura della Repubblica di Catanzaro. Pittelli ha sostenuto di "non sapere nulla" e di non avere ricevuto alcun atto. Secondo quanto si è appreso, la procura di Salerno ipotizza il reato di corruzione in atti giudiziari allo stesso Pittelli, all’ex procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi ed al procuratore aggiunto Salvatore Murone. Lombardi revocò all’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris la delega sull’inchiesta Poseidone su presunti illeciti nella depurazione dopo che lo stesso De Magistris inviò un avviso di garanzia a Pittelli, allora senatore, senza informare preventivamente il capo dell’ufficio. L’inchiesta è poi passata al pm Salvatore Curcio che nei mesi scorsi ha chiesto l’archiviazione per Pittelli ed altri indagati. Gli atti di Poseidone erano stati acquisiti dalla Procura di Salerno nei mesi scorsi dopo avere presentato alla Procura catanzarese un un ordine di esibizione.
* Ansa» 2008-12-03 09:11
La prima commissione del Csm si appresta a vagliare "la situazione complessiva"
Caso De Magistris, perquisizioni e avvisi di garanzia per i magistrati di Catanzaro
L’attività è stata disposta dalla Procura di Salerno che sta indagando su presunti atti anomali nella vicenda del sostituto procuratore trasferito a Napoli dopo che gli era stata avocata l’inchiesta ’Why Not’ in cui era coinvolto anche l’allora ministro della Giustizia Mastella
ultimo aggiornamento: 02 dicembre, ore 17:19
Catanzaro, 2 dic. - (Adnkronos) - In corso da questa mattina perquisizioni negli uffici della Procura della Repubblica e della Procura generale di Catanzaro, nei confronti di alcuni magistrati.
L’attività è stata disposta dalla Procura di Salerno che sta indagando su presunti atti anomali nella vicenda di Luigi De Magistris (nella foto). L’ex sostituto procuratore di Catanzaro - trasferito al Tribunale di Napoli con funzione giudicante dal Csm dopo che gli era stata avocata l’inchiesta ’Why Not’ - aveva affermato nei mesi scorsi di essere convinto che ’’parte rilevante della magistratura calabrese’’ non fosse ’’affatto estranea al sistema criminale che gestisce affari di particolare rilevanza nella regione’’.
Una denuncia che ha dato il via all’inchiesta della procura di Salerno. I magistrati della Procura campana ipotizzano infatti che alcuni loro colleghi calabresi, i cui uffici oggi sono stati perquisiti, abbiano cercato di ostacolare l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris: una vera e propria cospirazione per bloccare l’inchiesta ’’Why Not’’ alla quale il sostituto procuratore stava lavorando. E tra i destinatari di avvisi di garanzia emessi dalla Procura di Salerno c’è anche Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere e personaggio attorno a cui ruota l’inchiesta ’’Why not’’.
Ad operare da stamane negli uffici della Procura calabrese sono i carabinieri del Reparto operativo del comando provinciale di Salerno. Sono presenti personalmente all’attività di perquisizione negli uffici della Procura di Catanzaro il procuratore capo di Salerno Luigi Apicella, insieme ai sostituti Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi.
’’Confermo un’attività dei procuratori di Salerno negli uffici della Procura’’, ha detto all’Adnkronos il procuratore capo di Catanzaro Antonio Vincenzo Lombardo. ’’Riferisco solo il dato oggettivo, non parlo delle persone’’, ha poi precisato il magistrato che sulla vicenda De Magistris si è limitato a dire: ’’E’ un caso lungo’’.
L’avocazione dell’inchiesta ’Why Not’ a De Magistris fu decisa dal procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi. A reggere la procura ordinaria erano Mariano Lombardi, al quale De Magistris avrebbe nascosto l’iscrizione sul registro degli indagati di alcuni nomi, tra cui quella dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, e il procuratore aggiunto Salvatore Murone.
Dopo gli avvisi di garanzia emessi dalla Procura di Salerno nei confronti di alcuni magistrati di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta su presunti illeciti commessi nelle procedure di avocazione delle inchieste "Poseidone" e "Why not" sottratte all’allora pm Luigi De Magistris, la prima commissione del Csm si appresta a vagliare "la situazione complessiva". Secondo quanto si apprende, già dal pomeriggio, la prima commissione potrebbe riunirsi per discutere sul caso, dopo aver ricevuto la comunicazione ufficiale dei provvedimenti presi dalla Procura di Salerno. Presso la prima commissione sono già stati aperti dei fascicoli sulla situazione degli uffici giudiziari calabresi.
Perquisiti gli uffici della Procura della Repubblica e della Procura generale calabrese Sospetti di illecito nelle procedure che sottrassero le indagini all’ex pm
De Magistris, avvisi di garanzia
ai magistrati di Catanzaro
CATANZARO - Perquisizioni e avvisi di garanzia ai magistrati di Catanzaro. La procura di Salerno sospetta che i colleghi calabresi abbiamo commesso degli illeciti nel sottrarre all’indagine dell’ex pm De Magistris l’inchiesta Why not in cui erano coinvolti l’ex premier Romano Prodi e l’ex Guardasigilli Clemente Mastella.
E’ più di un anno che l’ex sostituto di Catanzaro Luigi De Magistris va ripetendo di essere stato vittima di un piano architettato per delegittimare il suo lavoro e screditare la sua immagine. Ma il Csm aveva accolto la richiesta di trasferimento presentata dall’allora ministro della giustizia Clementa Mastella, il magistrato era stato spostato al tribunale di Napoli, e il caso sembrava chiuso.
Stamane invece il procuratore capo di Salerno e due sostituti, insieme ad una squadra di agenti e carabinieri, sono entranti nel Palazzo di giustizia di Catanzaro per perquisire i colleghi della Procura e della Procura generale. I magistrati sospettano che fu un illecito sottrarre all’ex pm le inchieste "Poseidone", sulla presunta cattiva gestione in Calabria dei processi di depurazione, e "Why not", sul sospetto uso improprio di finanziamenti pubblici, inchiesta in cui erano rimasti coinvolti anche l’ex premier Romano Prodi e l’ex Guardasigilli Mastella.
C’era stato già un pronunciamento dei magistrati di Salerno sull’operato di Luigi De Magistris ed era stato del tutto positivo. Nel giugno scorso nella richiesta di archiviazione al termine dell’indagine sull’operato dell’ex pm scrissero che il colega aveva agito in maniera "assolutamente legittima e corretta" durante le sue indagini a Catanzaro. Accogliendo le denunce dell’ex pm, i colleghi della procura salernitana confermarono che De Magistris "fu vittima di pressioni e interferenze". Trasformarono di fatto il giudice "scomodo", in vittima di quel sistema di interessi che erano l’oggetto delle sue indagini.
L’intervista rilasciata a Sky Tg24
De Magistris: ’’Parte della magistratura calabrese collusa con la criminalità’’
Il magistrato, ora giudice del tribunale del Riesame di Napoli, punta il dito contro alcuni suoi colleghi: ’’Se la magistratura avesse remato tutta da una stessa parte non staremmo qui a discutere come mai in 10 anni non è cambiato nulla’’. E accusa. Sono stato allontanato dalla Calabria perché ho indagato sui poteri occulti che gestiscono le istituzioni
Roma, 18 ott. (Adnkronos) - ’’Una parte rilevante della magistratura calabrese non è affatto estranea al sistema criminale che gestisce affari di particolare rilevanza in Calabria’’. Parole forti, quelle pronunciate oggi dal magistrato Luigi De Magistris (nella foto), ora giudice del tribunale del Riesame di Napoli, in un’intervista a Sky Tg24.
’’Sono dell’idea - sostiene - che se la magistratura avesse remato tutta da una stessa parte e se la legalità, alla quale ogni magistrato si dovrebbe attenere, rappresentasse un patrimonio vero di tutta la magistratura calabrese non staremmo qui a discutere come mai in 10 anni non è cambiato proprio nulla’’.
Una ’’magistratura collusa con la criminalità organizzata’’ dunque, ma anche un insieme di ’poteri occulti che gestiscono le istituzioni’’ e che hanno fatto da collante di questo sistema. Un fronte, quest’ultimo, su cui lo stesso De Magistris aveva indagato e che, ritiene, è stato ’’uno dei motivi principali per cui sono stato allontanato dalla Calabria’’. ’’Quello che mi è accaduto - conclude - è molto grave. E’ un messaggio negativo nei confronti di un territorio che doveva ricevere altri messaggi. Il consiglio superiore della magistratura avrebbe dovuto dare un segnale positivo alla Calabria e starmi vicino’’.
Il presidente dell’associazione dei magistrati lascia la carica dopo la notizia di un incontro con Antonio Saladino coinvolto nell’inchiesta di De Magistris
Why not, Luerti si dimette
"No a strumentalizzazioni"
ROMA - Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Simone Luerti ha annunciato che si dimetterà dal suo incarico. Un gesto legato alle polemiche seguite alla notizia di un suo incontro con l’imprenditore calabrese Antonio Saladino, coinvolto nell’inchiesta Why not del pm di Catanzaro Luigi De Magistris.
Luerti aveva affermato di non vedere Saladino da oltre 10 anni, mentre l’incontro in questione risaliva al 25 ottobre del 2006. Luerti ha motivato la sua decisione facendo riferimento a "recenti articoli di stampa che hanno riportato informazioni incomplete e non approfondite che si sono tradotte in un sostanziale travisamento dei fatti in danno dell’immagine del presidente dell’Anm e, di conseguenza, dell’Anm stessa".
"Il senso di responsabilità verso l’intera magistratura - ha spiegato Luerti -, che mi ha determinato ad accettare a suo tempo il gravoso incarico e il desiderio di assoluta trasparenza mi suggeriscono di rassegnare le dimissioni al comitato direttivo centrale al fine di evitare strumentalizzazioni e condizionamenti esterni all’indipendenza delle scelte dell’Anm".
Le dimissioni di Luerti saranno formalizzate il prossimo sabato davanti al comitato direttivo centrale dell’Anm.
* la Repubblica, 14 maggio 2008.
Il ritrovamento della cimice è l’ultimo di una serie di episodi
in una Regione che lo Stato sembra aver dimenticato
La democrazia presa in ostaggio
nel palazzo dei veleni e dei misteri
di GIUSEPPE D’AVANZO *
Non accade tutti i giorni che si spii un pubblico ministero nel suo ufficio. Che si seguano da vicino le sue mosse investigative. Che si anticipino le sue iniziative. Che magari le si vanifichi con accorte fughe di notizie utili a mettere sul chi vive i potenziali indagati, fino a quel momento molto loquaci nelle conversazioni telefoniche intercettate.
Non accade tutti i giorni che - più o meno, esplicitamente - si sospetti che lo "spione" sia un magistrato della stessa procura della Repubblica, legato - evidentemente - agli interessi storti che quell’ufficio dovrebbe scovare e punire e non alla Costituzione. Eppure, nonostante la singolarità della circostanza, si fa fatica a stupirsene. Prima o poi doveva accadere che venissero in superficie i velenosi miasmi che attossicano la Calabria e Reggio. Non sorprende che siano affiorati proprio nel luogo - il palazzo di giustizia - che dovrebbe sovrintendere alla legalità di un angolo d’Italia dove gli interessi della ’ndrangheta sono intrecciati ai poteri più visibili e formalizzati della politica, dell’economia, delle istituzioni. Fino ad assumere quasi funzioni di ordine pubblico.
Perché la ’ndrangheta - oggi più di Cosa Nostra, più della Camorra - garantisce ogni tipo di transazioni; preleva tributi; offre occasioni impensate di profitto e di reddito, che altrimenti in quei territori dimenticati dall’agenda dei governi non ci sarebbero. E’ un protagonismo che le consente di governare come intermediario decisivo i flussi di risorse e spese pubbliche, addirittura di condizionare la democrazia rappresentativa con il controllo delle assemblee elettive.
Della pervasività del potere mafioso delle ’ndrine - al contrario di Cosa Nostra e Camorra - non si parla mai. Come si ignorano, nel discorso pubblico nazionale, le arretratezze e le opacità delle istituzioni calabresi. Nel buio di una regione dimenticata, l’autorità, l’influenza, la forza della ’ndrangheta hanno potuto così crescere inosservate e senza fastidi facendo, di quell’organizzazione, il cartello criminale di gran lunga più pericoloso, più internazionale, più invasivo del nostro Paese, orientato a un lavoro transnazionale, soprattutto nel traffico di droga dove - sostiene la direzione nazionale antimafia - ha assunto "quasi una posizione monopolistica resa possibile dagli stretti collegamenti con i paesi produttori e con il controllo delle principali rotte di transito degli stupefacenti".
Oggi la ’ndrangheta è una multinazionale del crimine capace di essere, al tempo stesso, "locale" ("vero e proprio presidio territoriale, idoneo ad assicurare il controllo del territorio, nella sua accezione più ampia, comprensiva dunque di economia, società civile, organi amministrativi territoriali") e "globale", rete criminale connessa al mondo attraverso il narcotraffico e il traffico internazionale di armi. Sostiene la direzione antimafia: "Risulta ormai dimostrata l’elevata capacità della ’ndrangheta di rapportarsi con le principali organizzazioni criminali straniere, in particolare con i cartelli colombiani ed anche con almeno una struttura paramilitare colombiana che risulta coinvolta in attività di produzione e fornitura di cocaina. Sono consolidati e stabili i rapporti con i gruppi - sud-americani e mediorientali - fornitori di stupefacenti tanto da far divenire la ’ndrangheta, nello specifico settore, un punto di riferimento anche per altre organizzazioni criminali endogene".
Per sciogliere un nodo così serrato, come fu chiaro dopo l’assassinio in un seggio elettorale di Francesco Fortugno o la strage di Duisburg, sarebbe stata necessaria una battaglia nutrita di un alimento etico-politico; un adeguato sostegno dello spirito pubblico; il coinvolgimento di individui e gruppi, élite e popolo su obiettivi comprensibili e condivisi capaci di rendere concreta la convenienza della legalità e assai fallimentare la scelta della illegalità. Una "politica" che riuscisse a ridimensionare un potere militare, economico e politico che non accetta di essere messo in discussione nemmeno negli aspetti più marginali. Come testimonia il clima di intimidazione continuo che ogni istituzione o rappresentante delle istituzioni deve subire. Minacce. Attentanti con bombe. Fucilate alle porte di casa. Incendi di auto e di abitazioni. Ne sono stati vittima, nel corso del tempo, i sindaci di Reggio Calabria, San Giovanni, Seminara, Sinopoli, Melito Porto Salvo, Casignana, il vice sindaco di Palmi. Uno scenario che, come forse si ricorderà, convinse lo sconsolato presidente della Confindustria calabrese, Filippo Callipo, ad appellarsi al capo dello Stato per invocare la presenza nella regione dell’esercito.
La verità è che non è mai riuscita a diventare una priorità né dei pubblici poteri né dell’opinione pubblica la distruzione di un’organizzazione criminale capace di controllare un terzo del traffico di cocaina del mondo con profitti per decine di miliardi di euro né un’urgenza il riscatto di una regione dove operano 112 cosche, c’è un’intensità criminale del 27 per cento (pari a una persona su quattro), con un epicentro nel Reggino di 4/5 mila affiliati su una popolazione di 576mila abitanti. L’affare è precipitato, come sempre accade in casa nostra, sulle spalle della magistratura. Affar suo, soltanto suo. Gioco facile, per le ’ndrine, inquinare anche quelle acque nell’indifferenza dei governi e della consorteria togata.
Pochi mesi fa, della magistratura calabrese, fece un quadro esauriente e drammatico un giudice civile, Emilio Sirianni. Raccontò che cosa può accadere nelle aule di giustizia di quella regione. Nel novembre del 2006, a Vibo Valentia, fu arrestato il presidente di sezione del Tribunale civile insieme a pericolosi mafiosi locali. Sia prima che dopo l’arresto, c’è stato il silenzio intimidito o complice dei magistrati di quel Tribunale. La Procura di Locri è stata lasciata a lungo nelle mani di un giovanissimo magistrato e, solo quando andò via, si accertò l’esistenza di 4.200 procedimenti con termini scaduti da anni, su un totale di 5000 e di circa 9000 procedimenti "fantasma" (risultavano nel registro, erano inesistenti in ufficio).
Capita, in Calabria, di vedere entrare un avvocato in camera di consiglio e trattenersi a colloquio con i giudici durante la deliberazione. In Calabria può accadere che un giudice decida che un notaio, imputato di "falso ideologico", non sia considerato un pubblico ufficiale. Reato derubricato in "falso in scrittura privata", tempi di prescrizione ancora più brevi. Notaio prosciolto. Il pubblico ministero non propone l’appello. La disorganizzazione dell’ufficio lascia scadere i termini.
O il caso di quel bancarottiere? Dichiara di aver utilizzato i soldi distratti all’impresa per curare il fratello malato di cancro. Il giudice riconosce lo "stato di necessità" e, senza chiedergli prova della malattia del fratello e del suo stato di indigenza, lo proscioglie. Sulla parola. "Conformismo, tendenza al quieto vivere, fuga dai processi scottanti, pigrizia" sono per Sirianni i codici di lavoro della magistratura in Calabria, "una magistratura che - per indifferenza, paura, connivenza, conformismo, furbizia - gira la testa dall’altra parte, strizza l’occhio ad alcuni imputati, non vigila e non fa domande sulle anomalie dell’ufficio".
Stupirsi allora per una microspia? Meravigliarsi delle fughe di notizie pilotate che "salvano" gli indagati e soffocano le inchieste? Sbalordire se le trattative per un allentamento delle severe regole del carcere per i mafiosi siano protette con una "soffiata"?
* la Repubblica, 27 aprile 2008.
Catanzaro, il giudice per le indagini preliminari accoglie la richiesta
della Procura generale e fa uscire il leader dell’Udeur dall’inchiesta
Why Not, il gip archivia
la posizione di Mastella
La rabbia dell’ex ministro: "Intervenga Napolitano". E annuncia querele
CATANZARO - L’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella esce del tutto dall’inchiesta Why Not. Infatti il gip di Catanzaro Tiziana Macrì, accogliendo in toto la richiesta della Procura generale, ha disposto l’archiviazione del procedimento in quanto, secondo quanto si è appreso, non vi erano neanche gli elementi per poter iscrivere Mastella nel registro degli indagati. E subito è giunta la reazione del leader dell’Udeur, che ha parlato di "danno irreparabile" contro la sua persona e ha chiesto l’intervento del capo dello Stato.
Mastella era indagato per abuso d’ufficio in relazione ai suoi presunti rapporti con l’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e tra i personaggi eccellenti coinvolti nell’inchiesta. L’allora ministro della Giustizia era stato iscritto nel registro degli indagati dal pm Luigi De Magistris, ex titolare dell’indagine, che poi, tra le polemiche, gli era stata tolta.
Il fascicolo era stato successivamente avocato dalla Procura generale per l’incompatibilità di De Magistris dopo che Mastella, nella sua qualità di ministro della Giustizia, aveva chiesto il trasferimento del pm per presunte irregolarità nella conduzione delle sue inchieste. A convincere il magistrato a coinvolgere il leader dell’Udeur nell’inchiesta, era stata la testimoianza dell’ex consigliere regionale della Calabria Pino Tursi Prato, che aveva riferito dei presunti rapporti tra Mastella e Saladino.
Ma adesso, queste ipotesi si sono rivelate prive di fondamento. Da qui la furia di Mastella, che ha denunciato di aver subito "un vero e proprio attentato a libertà e prerogative costituzionalmente riconosciute; attentato rispetto al quale preliminarmente intendo investire il Capo dello Stato quale presidente del Csm". A suo giudizio, infatti, si tratta "di un fatto gravissimo, fuori da ogni principio di legalità". Poi l’annuncio di una querela: "Ho dato mandato ai miei legali di valutare tutte le possibili azioni giudiziarie e amministrative a tutela della mia persona, e per chiedere il risarcimento dei danni a chi ha lavorato, sul piano giudiziario, sul piano mediatico e su quello politico, per la mia eliminazione politica".
* la Repubblica, 1 aprile 2008
Why Not, chiesta l’archiviazione per Clemente Mastella *
La Procura generale di Catanzaro ha chiesto l’archiviazione della posizione dell’ex Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, indagato nell’inchiesta Why Not sull’utilizzo di finanziamenti pubblici. La notizia è stata confermata dalla Procura generale. Al momento, invece, sempre secondo quanto riferito dalla Procura generale, non c’è alcuna richiesta d’archiviazione per il Presidente del Consiglio, Romano Prodi.
La richiesta d’archiviazione della posizione di Mastella, indagato per abuso d’ufficio, fatta dal procuratore generale Vincenzo Iannelli e dai sostituti Domenico De Lorenzo ed Alfredo Garbati, è motivata dall’assenza di elementi di responsabilità a carico dell’ex Ministro della Giustizia. Mastella era stato indagato nell’inchiesta Why Not in relazione ai suoi presunti rapporti con l’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria ed anch’egli coinvolto nell’inchiesta. Mastella era stato iscritto nel registro degli indagati dal pm Luigi De Magistris, ex titolare dell’inchiesta Why Not.
L’indagine era stata successivamente avocata dalla Procura generale per l’incompatibilità di De Magistris dopo che Mastella, nella sua qualità di Ministro della Giustizia, aveva chiesto il trasferimento del pm per presunte irregolarità nella conduzione delle sue inchieste. L’avvio di indagini su Mastella era stato deciso dopo che De Magistris aveva sentito come testimone l’ex consigliere regionale della Calabria Pino Tursi Prato, che aveva riferito dei rapporti tra l’ex Ministro della Giustizia e Saladino. Tursi Prato, in particolare, aveva parlato di un presunto sostegno elettorale che Saladino avrebbe garantito a Mastella in occasione delle scorse elezioni politiche. La richiesta di archiviazione della posizione di Mastella, contenuta in 19 cartelle, è stata trasmessa dalla Procura generale al gip il 4 marzo scorso.
* l’Unità, Pubblicato il: 08.03.08, Modificato il: 08.03.08 alle ore 10.34
Le motivazioni del provvedimento sanzionatorio annunciato il 18 gennaio
Il magistrato per la sezione disciplinare ha violato "regole di particolare rilievo"
De Magistris, Csm: "Poco rispetto
per la dignità delle persone"
ROMA - Ha violato "regole di particolare rilievo" e ha dimostrato "insufficienti diligenza, correttezza e rispetto della dignità delle persone". Per questo il sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris è "incompatibile" con le sue funzioni, cioè non può più fare il Pm. Per queste ragioni la sezione disciplinare del Csm ha deciso il 18 gennaio scorso di disporre per il magistrato il trasferimento dalle funzioni e dalla sede nonchè la sanzione della censura.
Una condotta del genere, secondo il tribunale delle toghe, "Si palesa incompatibile con l’esercizio di quelle di sostituto procuratore della Repubblica, che si caratterizzano per la loro autonoma, immediata incidenza".
Quanto, poi, al trasferimento dalla sede di Catanzaro, "non può non prendersi atto, come dato meramente oggettivo - si legge nella sentenza n.3/2008 della sezione disciplinare - che le considerazioni del dottor De Magistris hanno riguardato più magistrati in servizio a Catanzaro in uffici diversi", e che anche un cancelliere in servizio presso l’ufficio del magistrato, nel corso del procedimento disciplinare, "ha riferito che quest’ultimo ’è stato un po’ isolato dai suoi colleghi".
Tali circostanze "anche per i rapporti tra magistrati dello stesso ufficio e di uffici diversi che l’esercizio delle funzioni necessariamente comporta - sottolinea il Csm - inducono a ritenere che allo stato pure la permanenza dell’interessato in un altro ufficio di Catanzaro non favorisca il buon andamento dell’amministrazione della giustizia".
Tuttavia, non sembrano ricorrere "i motivi di particolare urgenza" spiega il tribunale delle toghe - per l’adozione del provvedimento di trasferimento cautelare richiesto, nel settembre scorso, dall’allora guardasigilli Clemente Mastella, "ancorchè i fatti per i quali si ritiene la responsabilità dell’incolpato siano di sicuro rilievo".
In merito, poi, al trattamento sanzionatorio, secondo la sezione disciplinare non va applicata a De Magistris una sanzione superiore alla censura, richiesta invece dalla Procura generale della Cassazione, "in considerazione della accertata laboriosità dell’interessato", mentre la circostanza "di particolare significato per un magistrato con oltre dieci anni di esperienza, che le responsabilità accertate siano relative a violazioni di norme e disposizioni, unitamente al loro rilievo - osserva il Csm - non permette di ritenere adeguata la meno afflittiva sanzione dell’ammonimento".
* la Repubblica, 21 febbraio 2008.
L’inchiesta Why not riguarda un presunto comitato d’affari che avrebbe gestito
in modo illecito finanziamenti pubblici. Tra i 40 indagati anche Prodi e Mastella
Calabria, perquisiti case e uffici
del governatore Loiero
Il presidente della Regione: "Sono sereno e totalmente
estraneo ai fatti, vaghi, che mi vengono contestati" *
CATANZARO - Perquisizioni sono state effettuate dai carabinieri nelle abitazioni di Catanzaro, Roma e Stalettì e negli uffici del capoluogo calabrese e di Reggio Calabria del presidente della Regione, Agazio Loiero, nell’ambito dell’inchiesta ’Why Not’. La notizia delle perquisizioni è stata resa nota dallo stesso Loiero tramite il suo portavoce, Pantaleone Sergi.
L’inchiesta riguarda un presunto comitato d’affari che avrebbe gestito in modo illecito finanziamenti pubblici. Indagate una quarantina di persone. Nell’elenco ci sono anche il presidente del Consiglio Romano Prodi e l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, indagati in relazione ai loro presunti rapporti con l’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e personaggio centrale dell’inchiesta.
La perquisizione nella sede del consiglio regionale si è conclusa con il sequestro di due computer. Il primo dell’addetta alla segreteria e l’altro in un ufficio che generalmente viene utilizzato dalla segreteria della consulta antimafia e da amministratori regionali quando si svolge il consiglio regionale.
"Non riesco a perdere la mia serenità" ha detto Loiero, "convinto come sono che emergerà la mia totale estraneità ai fatti che mi vengono contestati". Il presidente della Regione Calabria ha aggiunto che tali fatti sono "vaghi" e che è evidente che lo scopo delle perquisizioni di oggi sia quello di "mettere sotto la lente di ingrandimento la mia intera attività politica".
* la Repubblica, 6 febbraio 2008
In Calabria alla scoperta di un sistema ostaggio delle cosche
che controllano gli appalti. Viaggio alle origini di un male italiano
Calabria, tangenti e paura
la Piovra in corsia
dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI *
REGGIO CALABRIA - Solo un bambino, un bambino morto, ci può raccontare la maledizione che sono gli ospedali della Calabria. Flavio che giocava sulle giostrine dell’oratorio, Flavio che nove ore e settantacinque chilometri dopo già non c’era più. Era appena scivolato in quella grande fogna che è la Sanità ai confini d’Italia. Soldi, soltanto soldi. Tangenti, soltanto tangenti. Paura, soltanto paura. Le chiamano Asl ma sono covi. Dove però ci vogliono stare tutti. È come un’ossessione. Si sbranano e a volte anche si uccidono per una nomina in più o una nomina in meno. Sono tutti all’assalto di quei 3 miliardi e 204 milioni di euro che ogni anno devono saziare la Calabria più famelica.
E lì dentro vogliono comandare tutti. Partiti. Famiglie mafiose. Burocrazie.
L’Udc, il Pd, Forza Italia, Alleanza nazionale, destra, sinistra, quelli che erano di qua e sono andati di là, i capi della ’ndrangheta che hanno fatto diventare primari i loro figli e i loro nipoti, i direttori generali, i commissari straordinari, i contabili, gli infermieri e i portantini, anche i magazzinieri. C’è un livello per ogni spesa e ogni scorribanda. Non li ferma nessuno. Gli scandali, gli arresti in massa. Non li ferma neanche la vergogna. Di chi sono le mani sulla dannata Sanità calabrese? "Di tutti, nessuno escluso", risponde il governatore Agazio Loiero che in questi mesi deve fare i conti con i troppi voti presi e con i troppi creditori che reclamano elargizioni, incarichi, favori, prebende.
Nella sua Calabria dove si annuncia un’altra lunga tempesta il governatore è inquieto e avverte: "La Sanità può uccidere ancora, dopo l’omicidio di Francesco Fortugno ne possono ammazzare un altro".
Cominciamo dalla sventura di Flavio questo resoconto sulle oscenità ospedaliere calabresi, una delle tante, una di quelle che fa sopravvivere tutti gli altri che dalla Sanità succhiano il 65 per cento del bilancio della Regione. Flavio Scutellà, dodici anni, muore il 25 ottobre del 2007 in mezzo a sette ospedali nella Piana di Gioia di Tauro che non lo potevano curare, sette ospedali inutili voluti dai signorotti locali o dai "sottopanza" di qualche ministro di turno. Flavio batte la testa sul selciato e per un piccolo ematoma - che ora dopo ora si allarga sempre di più - non trova in quei sette ospedali un pronto soccorso o un’ambulanza o una sala operatoria. Palmi. Polistena. Rosarno. Taurianova. Oppido Mamertina. Gioia Tauro. Cittanova. Ospedali finti. Flavio se n’è andato dopo quattro giorni di agonia e magari in quel momento, da qualche parte in Calabria, qualcuno stava già fantasticando sui quattro nuovi ospedali che saranno costruiti con decreto emergenziale della Protezione civile. Ce ne sono già 42. E 38 sono le cliniche private.
Nelle sudicie periferie calabresi gli ospedali aprono come gli ipermercati e i capannoni industriali. Appalti. Spartizioni. Passaggi di valigette strapiene di banconote. Minacce. In ogni Asl c’è un colpo in canna. Nel vecchio ospedale di Vibo si muore per un’appendicite, un ascesso tonsillare, una broncopolmonite. Dodici i casi negli ultimi diciotto mesi. Una mezza dozzina le inchieste che si incrociano.
E 803 le "infrazioni" già accertate dai carabinieri dei Nas. Il nuovo ospedale non ci sarà per molti anni ancora per colpa delle mazzette.
"L’azienda di Vibo è l’azienda di Tassone, hai capito?", diceva al telefono a un imprenditore Santo Garofalo, direttore generale dell’Asl 8. A Vibo Valentia avevano già posato la prima pietra del nuovo ospedale, l’aveva portata un costruttore della ’ndrangheta.
E il direttore generale dell’Asl 8 spiegava con stupefacente normalità quali erano le "regole" in quella provincia: "Non ti dimenticare, Vibo è di Tassone e non di Ranieli né di quegli altri né di Stillitani. Le tre aziende: una di Galati, una di Tassone e l’altra è di Trematerra". Telefonate di appena due anni fa. Mario Tassone è un parlamentare dell’Udc. Come Pino Galati. Come Gino Trematerra. Michele Ranieli è un ex eletto alla Camera. Francesco Stillitani all’epoca era assessore regionale. Anche loro dell’Udc.
E’ l’Udc che era padrona ed è ancora forse oggi padrona dell’Asl di Vibo Valentia La mappa del potere sanitario della Calabria è alla vista di tutti, praticamente ufficiale, scontata nella sua sfrontatezza. Non ci sono capi dei capi della sanità come in Sicilia, un Totò Cuffaro a occidente e un Raffaele Lombardo a oriente. E’ polverizzato il dominio, barattato, molto trasversale. A Cosenza comandano i Gentile, Nino che è deputato e Pino che è consigliere regionale, tutti e due di Forza Italia, una famiglia dedicata alla Sanità. Ma non sono soli. Ha una certa influenza anche Nicola Adamo, capogruppo regionale del Pd ed ex vicepresidente della giunta Loiero.
A Cosenza c’è pure Ennio Morrone, parlamentare dell’Udeur con interessi anche nella sanità privata. A Catanzaro c’è solo Agazio Loiero. A Reggio Calabria detta legge Alleanza nazionale, però il presidente da quando c’è il centrosinistra è Leo Pangallo. L’hanno messo lì i Democratici di sinistra. A Crotone il più "infilato" in corsia è Enzo Sculco, un consigliere regionale della Margherita che qualche mese fa è stato cacciato per una condanna in primo grado a 7 anni per corruzione. Il governatore Loiero ha così piazzato i suoi fedelissimi a Crotone, Sculco però ha sempre i suoi compari.
A Palmi e a Locri, invece, i partiti contano niente. Conta solo la ’ndrangheta. I Piromalli. I Molè. I Morabito. I Cordì. I Cataldo. I loro rampolli hanno invaso gli ospedali. Medici di rispetto. Uno di loro è riuscito a prendere lo stipendio perfino in carcere. Pasquale Morabito era lo psicologo di Bovalino dal 1992 al 2002. Quando l’hanno arrestato per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, glielo continuavano a spedire. "La Asl se n’è accorta e non ha nemmeno avviato azioni di recupero", scrive nella sua relazione Paola Basilone, il prefetto mandata a Locri dal ministero degli Interni dopo l’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno.
"Il mio è stato un viaggio di andata e ritorno all’inferno", dice Doris Lo Moro, una bella signora che fino al 30 novembre del 2007 è stata l’assessore alla Sanità della Calabria. E’ sempre scortata, dal primo giorno della legislatura. L’hanno fatta fuori come assessore. Sono stati i suoi, i ds del Partito democratico.
Non li faceva "entrare" negli ospedali. Alla prima occasione hanno chiesto la sua testa a Loiero. "Se vuoi ti diamo un altro assessorato, ma la Sanità no...", le hanno fatto sapere. "La cattiva politica nella Sanità è peggio della ’ndrangheta, senza la cattiva politica mafiosi e affaristi non potrebbero fare niente", spiega Doris Lo Moro mentre ricostruisce i suoi tormentati quasi mille giorni nella giunta di Catanzaro.
Per provarci ci ha provato. Ma l’assessorato alla Sanità non ha cambiato volto. Era circondata. Il suo direttore generale si chiamava Peppino Biamonte. E’ è lo stesso Peppino Biamonte che falsificava carte per far avere altri 500 mila euro alla clinica Villa Anya di Domenico Crea, l’onorevole boss che si sentiva un dio all’Asl 11 di Reggio Calabria. "Agli ordini", gli rispondeva il direttore generale dell’assessorato quando Crea telefonava per chiedere conto della sua pratica su Villa Anya.
Tutti gli alti funzionari regionali sognano la Sanità. "Ci sono troppe incrostazioni, ci sono collusioni che noi nemmeno immaginavamo quando tre anni fa abbiamo cominciato a governare", racconta il presidente Loiero che l’altro giorno ha "azzerato" i dipartimenti della Sanità, un repulisti. L’altro giorno ha finito la sua prima missione in Calabria anche il prefetto Achille Serra, inviato dal ministro Livia Turco a riferire sulla Calabria che fa morire i calabresi nei suoi ospedali. Il 14 di aprile il prefetto Serra consegnerà il suo rapporto.
Ma la Calabria è la Calabria. A volte è anche invisibile. Sono 80 mila i pazienti fantasma - per lo più emigrati e morti da decenni - che erano iscritti regolarmente negli elenchi dell’assistenza sanitaria regionale. A volte è anche imprevedibile. Fra gli indagati in una vicenda di Sanità c’è anche il governatore Loiero, abuso di ufficio e turbata libertà degli incanti per un’ingarbugliata aggiudicazione di forniture elettromedicali. A volte è indegna. In tanti rubano e in tanti fanno rubare. Ma mai c’era stato un monsignore che si era arricchito sulla pelle di poveretti che erano fuori di testa, 363 degenti di una casa di cura che don Alfredo Luberto faceva vivere con la scabbia addosso e nel lerciume dei padiglioni della casa di cura "Papa Giovanni". Raccattava anche lui soldi all’assessorato alla Sanità ma non li portava mai nella clinica che la Curia gli aveva affidato sulle Serre, alle spalle di Cosenza.
Si comprava quadri il monsignore, si arredava l’appartamento con mobili di lusso, aveva acquistato dodici automobili e riempito i suoi conti correnti. Don Alfredo era diventato milionario con la Sanità.
* la Repubblica, 2 febbraio 2008.
DE MAGISTRIS LASCIA L’ANM, ADDIO ALLA "CASTA" *
ROMA - L’Associazione nazionale magistrati é diventata "un luogo di esercizio del potere", "ha fatto proprie pratiche di lottizzazione", e "non è più in grado di rappresentare adeguatamente i magistrati". Ma c’é di più: con le sue condotte ha "indebolito" i valori costituzionali, a cominciare dell’indipendenza dei giudici; e ha "contribuito al consolidamento di una magistratura ’normalizzata, non sapendo e non volendo stare vicino ai tanti colleghi che dovevano essere sostenuti nelle loro difficili azioni quotidiane’’. Il pm di Catanzaro Luigi De Magistris, lascia il sindacato delle toghe, sbattendo la porta.
Un addio polemico deciso "con rammarico" da tempo, ma ufficializzato, con una lettera pubblicata dall’Espresso, solo dopo la decisione della sezione disciplinare del Csm di trasferirlo d’ufficio e di imporgli di lasciare Catanzaro e le sue funzioni di pubblico ministero. Una sentenza "ingiusta e grave", scrive in proposito il magistrato, che rivendica di essere tra quei "giudici che "non si faranno intimidire , né condizionare da alcun tipo di potere, da nessuna casta".
L’iniziativa di De Magistris arriva a poco tempo di distanza dall’addio all’Anm di un’altra delle "toghe" più in vista, il sostituto procuratore di Milano Ilda Boccassini, che ha deciso di finire la sua militanza nel sindacato delle toghe dopo che il Csm le aveva preferito il collega Francesco Greco nella nomina a procuratore aggiunto del capoluogo lombardo. Ma se il magistrato milanese si era limitata a una lettera di una sola riga, il pm di Catanzaro è un fiume in piena. E al suo durissimo sfogo, replica risentita l’Anm: "Non siamo normalizzatori", né "difensori d’ufficio", dice il segretario del sindacato delle toghe Luca Palamara, che invita De Magistris a rispettare la sentenza di condanna che gli ha inflitto il Csm.
L’atto di accusa di De Magistris all’Anm è impietoso: ha "contribuito di fatto a rendere sempre più arduo l’esercizio di una giurisdizione indipendente che abbia come principale baluardo il principio costituzionale che impone che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge"; è diventata "un luogo di esercizio del potere, con scambi di ruoli tra magistrati che oggi ricoprono incarichi associativi, domani siedono al Csm, dopodomani ai vertici del ministero e poi, magari, finito il ’giro’, si trovano a ricoprire posti apicali ai vertici degli uffici giudiziari".
Uno "spettacolo riprovevole". Ma ce n’é anche per il Csm: "Questo sistema di funzionamento dell’autogoverno della magistratura lo considero non più tollerabile". Lui, che si sente parte di quei "magistrati che con onore e dignità offrono una garanzia per i diritti di tutti", non intende cambiare strada, anzi: "Ognuno faccia qualcosa - è il suo appello - non lasciando l’Italia nelle mani di manigoldi, affaristi e faccendieri".
* ANSA» 2008-01-24 19:38
Il trasferimento è una pena accessoria alla condanna di censura
Il magistrato: "Il Consiglio ha scritto una pagina ingiusta"
Cassazione dura con De Magistris
"Non farà più il pm, via da Catanzaro" *
ROMA - La sezione disciplinare del Csm ha disposto il trasferimento di Luigi De Magistris da Catanzaro e dalla funzioni di pm. Il trasferimento non è immediatamente esecutivo, ma è una pena accessoria alla condanna principale, che è quella della censura. Ciò vuol dire che diventerà operativo solo quando il provvedimento sarà diventato definitivo. Quando cioè, dopo un più che probabile ricorso, si saranno pronunciate le sezioni unite della Cassazione. La richiesta di trasferimento da Catanzaro e dalla Procura era stata avanzata dall’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che però aveva chiesto l’adozione di questa misura in via d’urgenza, il che avrebbe significato l’immediato allontanamento di De Magistris. "C’è stata una serena discussione e una condivisione unanime", ha affermato il vicepresidente del Csm Nicola Mancino in merito alla sentenza. "Certo - ha aggiunto - decisioni del genere non si prendono allegramente".
"Decisione inaccettabile". De Magistris accusa il Csm di aver preso "una decisione grave e inaccettabile" e aver "scritto una pagina ingiusta nei confronti di un magistrato che non ha fatto altro che esercitare il proprio dovere" applicando l’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E non si dà per vinto: "Utilizzerò ogni strumento previsto dall’ordinamento democratico per dimostrare la correttezza del mio operato. Prima o poi le cose saranno chiare a tutti".
I fatti per cui è stato condannato. Provvedimenti "abnormi", come il decreto di perquisizione nei confronti del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, o come quello con cui aveva disposto che i nomi di due indagati, il senatore Giancarlo Pittelli e il generale Walter Lombardo Cretella, fossero secretati in un armadio blindato. E’ anche per questo che De Magistris è stato condannato. Ma pure per non aver chiesto la convalida di provvedimenti di fermo, e per aver trasmesso alla Procura di Salerno il fascicolo dell’inchiesta "Poseidone" dopo che gli era stata avocata dal procuratore di Catanzaro. La sezione disciplinare lo ha riconosciuto colpevole anche per non aver informato dei suoi provvedimenti i suoi diretti superiori.
Assolto per fuga di notizie. De Magistris è stato assolto da alcune delle accuse che gli aveva mosso la Procura generale della Cassazione, a cominciare da quella di non aver adottato le misure necessarie per impedire la fuga di notizie sulle sue inchieste. Tra gli episodi contestati, anche la vicenda della fuga di notizie sull’iscrizione del presidente del Consiglio, Romano Prodi, nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta "Why Not". L’assoluzione riguarda anche l’accusa di aver avuto "rapporti disinvolti" con la stampa e di essersi presentato all’opinione pubblica come "vittima di persecuzione da parte di politici e magistrati". Come pure è stato assolto dall’addebito di aver diffuso "sospetti" senza prove nei confronti di superiori e colleghi.
I tempi. De Magistris non dovrà lasciare la Procura di Catanzaro finché non ci sarà la pronuncia definitiva da parte delle sezioni unite civili della Cassazione, di fronte allle quali il pm può impugnare il verdetto del tribunale delle toghe. Il provvedimento, infatti, di fronte a un ricorso in Cassazione resta sospeso, proprio perché si tratta di una sanzione accessoria e non di un trasferimento cautelare. Bisognerà attendere ora il deposito delle motivazioni del Consiglio superiore della magistratura, che per legge avviene entro 30 giorni, ma per il quale possono esserci rinvii. Dopo di esso, il pm potrà preparare un ricorso alla Suprema Corte. Si può prevedere, dunque, che passeranno molti mesi prima che si arrivi a scrivere la parola fine su questa vicenda.
Conclusa l’indagine disciplinare sul giudice di Catanzaro al centro dello scontro con Mastella
Secondo l’accusa, il magistrato non deve essere trasfertio, ma cambiare funzioni
Il Pg di Cassazione chiude l’inchiesta
"De Magistris resti, ma non da pm"
ROMA - Il pubblico ministero Luigi De Magistris non deve essere trasferito da Catanzaro, ma non deve più sostenere la pubblica accusa. E’ questa la richiesta avanzata al Csm dal procuratore generale della Cassazione Vito D’Ambrosio a conclusione della sua inchiesta disciplinare sul magistrato al centro del duro scontro con il ministro della Giustizia Clemente Mastella. Il trasferimento dalle funzioni di De Magistris, secondo il Pg, deve avvenire subito poiché "sussistono ancora le esigenze cautelari, la situazione a Catanzaro non è affatto rasserenata".
L’accusa ha chiesto nei confronti del pm calabrese anche la perdita di anzianità pari ad 8 mesi. Secondo il Pg, De Magistris va considerato infatti responsabile, dal punto di vista disciplinare, di nove delle incolpazioni a lui ascritte, dall’omessa vigilanza per evitare fughe di notizie sulle indagini da lui condotte, alla mancata informazione al suo superiore, l’allora procuratore capo Mariano Lombardi, di alcuni atti compiuti nel corso delle indagini. Per D’Ambrosio, De Magistris va invece prosciolto dall’accusa di aver seminato sospetti infondati su alcuni colleghi del suo ufficio e per irregolarità in un provvedimento emesso nell’ambito dell’inchiesta sulle toghe lucane. La decisione finale sull’eventuale misura disciplinare spetta comunque al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura.
Oggi era previsto anche l’interrogatorio di De Magistris da parte di D’Ambrosio, ma il pm di Catanzaro ha deciso di non non presentarsi. Scelta che ha spiegato durante l’udienza pubblica a Palazzo dei Marescialli. "Violerei il segreto istruttorio", ha detto, dato che sono ancora in corso le indagini aperte dalla Procura di Salerno su diversi esposti riguardanti l’ufficio giudiziario di Catanzaro.
"A Salerno ho reso oltre trenta verbali, l’ultimo due giorni fa - ha detto De Magistris - non intendo violare il segreto ma voglio permettere alla Procura di Salerno di ricostruire i fatti". Il magistrato calabrese ha spiegato quindi di aver preso la decisione con difficoltà. "Ma dalla lettura degli atti che ho fatto sino a stanotte - ha detto il pubblico ministero - mi sono convinto che ci sono già tutti gli elementi per decidere, ed è quello che spero di cuore, in modo assolutamente favorevole nei miei confronti. I fatti storici sono stati adeguatamente ricostruiti anche dall’audizione dei magistrati di Salerno davanti alla I Commissione del Csm, magistrati che stanno indagando su di me e sui miei esposti".
De Magistris si è comunque riservato di rendere in seguito dichiarazioni spontanee. Saputo della scelta del pm di Catanzaro, D’Ambrosio ha detto di non essere "né stupito né rammaricato": "Ha usato un suo diritto", si è limitato a commentare il rappresentante della procura generale della Cassazione che ha comunque fatto mettere agli atti della Sezione disciplinare del Csm l’elenco di domande che aveva preparato per il magistrato.
* la Repubblica, 18 gennaio 2008
Tutti i nemici di De Magistris
Svolta sul «caso Catanzaro». La procura di Salerno ha iscritto nel registro degli indagati gli accusatori del pm napoletano con accuse gravissime. «Abuso d’ufficio» per il sostituto pg Dolcino Favi e per l’ispettore di Mastella Mantelli. Calunnia e «corruzione in atti giudiziari» per il procuratore Lombardi, l’aggiunto Murone, il giudice Rinardo, il senatore di Fi Pittelli, l’ex della Compagnia delle opere Saladino e l’ex presidente della Calabria Chiaravalloti. Inchiesta anche sulle intercettazioni
di Sara Menafra (il manifesto, 13.01.2008)
C’è un abuso d’ufficio, dietro la scelta di togliere al pm Luigi de Magistris l’inchiesta su Romano Prodi e Clemente Mastella. E’ quel che pensano i pm della procura di Salerno, che da un anno indagano su quel che accade ai dirimpettai di Catanzaro e in particolare al sostituto procuratore a processo, in questi giorni, davanti al Csm. Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani hanno iscritto nel registro degli indagati il sostituto procuratore generale di Catanzaro Dolcino Favi, accusandolo di «abuso d’ufficio» per aver sottratto a De Magistris l’inchiesta su una truffa ai danni dell’Unione europea che aveva coinvolto anche i due pezzi da novanta del governo.
L’elemento è saltato fuori lo scorso 9 gennaio, quando i due pm salernitani sono stati convocati dalla prima commissione del Consiglio superiore della magistratura che, parallelamente alla sezione disciplinare, ha messo sotto accusa de Magistris per «fatti non colposi». Venerdì pomeriggio, la loro deposizione è stata messa agli atti del processo disciplinare e da lunedì prossimo potrebbe diventare la base su cui proseguirà la discussione del caso Catanzaro.
Nelle 63 pagine di deposizione davanti alla prima commissione, Nuzzi e Verasani tratteggiano un quadro inquietante. Nell’ultimo anno a Salerno sono stati aperti 70 procedimenti, tutti centrati sul caso Catanzaro. E almeno quattro di questi disegnano un brutto ritratto di quel che negli ultimi tempi è avvenuto nella piccola procura nota per i veleni che la attraversano e le coraggiose indagini che, ogni tanto, finiscono sulle scrivanie.
Oltre all’ipotesi di reato contro il solo Dolcino Favi, i pm di Salerno pensano che le denunce nei confronti di de Magistris seguite alla bufera Why not possano essere il piano su cui poggiare una accusa di «calunnia» nei confronti del procuratore Mariano Lombardi, l’avvocato e senatore azzurro Giancarlo Pittelli, l’imprenditore ed ex capo della Compagnia delle opere calabrese Antonio Saladino (fulcro dell’indagine Why not) e dello stesso Dolcino Favi.
Pittelli, l’ex presidente della regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti (indagato nell’inchiesta Poseidone, curata sempre da de Magistris), Saladino, Lombardi, il procuratore aggiunto di Catanzaro Salvatore Murone e la presidente del tribunale del riesame Adalgisa Rinardo sono, poi, tutti indagati per «corruzione in atti giudiziari»; un’accusa che potrebbe scoperchiare i rapporti che da tempo incollano l’uno all’altro alcuni magistrati e politici locali, facendo in modo, per dirne una, che la dottoressa Rinardo, autrice di tre sentenze di annullamento nei confronti di de Magistris, abbia ottimi rapporti con Pittelli e più di un parente impiegato nelle aziende di Saladino. Chiaravalloti, poi, è accusato di «minaccia aggravata» nei confronti di de Magistris, con molta probabilità per le intercettazioni in cui già nel novembre 2005 sussurrava alla segretaria: «Lo dobbiamo ammazzare (de Magistris, ndr) gli facciamo le cause civili per il risarcimento danni e ne affidiamo la gestione alla camorra». C’è poi un’inchiesta sulle intercettazioni avviate dalla procura di Matera nei confronti di alcuni giornalisti e di un maresciallo dei carabinieri di Catanzaro che ipotizza una «indebita strumentalizzazione di atti di indagine», ipotizzando che quella inchiesta si sia sovrapposta all’indagine calabrese diventando, nei fatti, un’inchiesta sull’inchiesta (come hanno provato le intercettazioni ampiamente pubblicate dal quotidiano Libero). Infine, e questo per Mastella rischia di essere un brutto colpo, il vice capo degli ispettori di via Arenula Gianfranco Mantelli è accusato di «abuso d’ufficio» in relazione all’ispezione contro il pm avviata in seguito all’inchiesta Toghe lucane.
Le 63 pagine di deposizione dei due magistrati salernitani rischiano di diventare il primo colpo a favore del pm de Magistris. Nonostante i venti procedimenti penali aperti a suo carico, i magistrati hanno raccontato al Csm che non sono emersi elementi «penalmente rilevanti» e che non ci sarebbero neppure prove delle rivelazioni di notizie per cui il magistrato è finito alla disciplinare. Al contrario, Nuzzi e Verasani pensano che dietro alle denunce, alle interrogazioni parlamentari e alle fughe di notizie che hanno messo nei guai il pm ci sia un unico, lunghissimo, filo rosso. Anche per questo hanno ordinato una perizia telefonica sui contatti tra i vertici della procura di Catanzaro e il senatore Pittelli: l’elaborazione curata dal perito Gioacchino Genchi a nome di de Magistris aveva ipotizzato che dietro alle fughe di notizie che bruciarono una parte dell’inchiesta Poseidone (poi avocata dal procuratore Lombardi) ci fosse il legame tra lo stesso Lombardi e il senatore, visto che il figliastro di Lombardi è socio dello studio legale Pittelli. Acquisire i tabulati, però, spettava alla procura di Salerno: i risultati sono attesi a giorni.
L’indagine è del pm di Potenza Woodcock, "ascoltato" anche Mastella
Il Guardasigilli: "Conversazioni cristalline che nessuno deve strumentalizzare"
Inchiesta sanità in Basilicata
intercettati nove parlamentari
I telefoni sotto controllo erano quelli di un gruppo di politici e amministratori lucani
ROMA - Il Parlamento potrebbe presto essere chiamato a decidere sull’utilizzo, da parte del pubblico ministero di Potenza Henry John Woodcock, delle intercettazioni di nove parlamentari, tra i quali il ministro della Giustizia Clemente Mastella. L’inchiesta riguarda presunti casi di corruzione nel settore della sanità in Basilicata. I nove parlamentari intercettati, oltre a Mastella (che oltre a essere Guardasigilli è deputato dell’Udeur), sono il sottosegretario allo Sviluppo economico Filippo Bubbico (Ds), i deputati Salvatore Margiotta (Margherita), Mauro Fabris (Udeur) e Paolo Del Mese (Udeur), i senatori Antonio Boccia (Margherita), Emilio Nicola Buccico (An), Giancarlo Pittelli (Fi) e Stefano Cusumano (Udeur).
Intercettazioni indirette. Tutte le intercettazioni - che risalgono al primo trimestre dello scorso anno - sono state indirette, dal momento che i telefoni sotto controllo erano quelli degli interlocutori dei parlamentari. Ma, secondo il pm, non tutte sono da ritenersi indifferenti all’inchiesta. Al contrario, Woodcock ne vuole utilizzare diverse e ha chiesto al gip Gerardina Romaniello, che per ora ne ha disposto la trascrizione, di inoltrare richiesta di autorizzazione al Parlamento.
Gli interlocutori. Tra gli interlocutori dei deputati e dei senatori "ascoltati", vi sono diversi esponenti del mondo politico lucano, i cui telefoni erano stati posti sotto controllo su richiesta di Woodcock: il presidente della Regione Basilicata Vito De Filippo (era controllato il telefono di un suo stretto collaboratore), l’attuale assessore regionale alla Sanità ed ex senatore dell’Udeur Antonio Potenza, l’ex direttore generale dell’Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza (la più grande della Basilicata) Michele Cannizzaro, e il direttore generale della Asl del potentino Attilio Nunziata, gli ultimi due indagati nel procedimento.
Le richieste. Nei giorni scorsi era trapelato il contenuto di una telefonata, risalente allo scorso marzo, tra Mastella e il presidente della Regione De Filippo. Il ministro chiedeva al governatore lucano le dimissioni di Cannizzaro dalla direzione generale dell’azienda ospedaliera San Carlo, in seguito al coinvolgimento della moglie di quest’ultimo - il magistrato Felicia Genovese - nell’inchiesta giudiziaria "toghe lucane" condotta dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris.
"Considerazione politica". L’ufficio stampa dell’Udeur aveva fatto sapere che quella del ministro era stata una considerazione di carattere esclusivamente politico. Cannizzaro si è effettivamente dimesso dalla carica di direttore generale dell’ospedale San Carlo nel maggio scorso. In altre intercettazioni - secondo quanto trapelato - emergono una richiesta di intervento fatta a un senatore presso una non meglio precisata "commissione di vigilanza" e colloqui finalizzati all’assegnazione di alcuni incarichi pubblici, alle nomine di alcuni commissari e subcommissari in enti pubblici e in alcune fondazioni, e sollecitazioni per la "sistemazione" di alcuni disoccupati.
Mastella: "Conversazioni cristalline". Alcune conversazioni intercettate, infine, sono di carattere generico o di cortesia (gli auguri per una nomina), ma il pm chiede di poterle ugualmente utilizzare per descrivere la rete dei rapporti emersi nel corso dell’inchiesta. Mastella dà il suo consenso: "Sarò io stesso a chiedere che venga autorizzata dalle Camere la richiesta del pm Woodcock a utilizzare le intercettazioni che, del tutto indirettamente, riguardano alcune conversazioni con parlamentari dell’Udeur". E aggiunge: "Si tratta di conversazioni cristalline e alla luce del sole e nessuno ha il diritto di strumentalizzare situazioni che nulla di rilevante hanno da nessun punto di vista".
* la Repubblica, 5 gennaio 2008.
Nuovo procedimento disciplinare contro il pm. "Ha violato la legge
ha utilizzato intercettazioni di Mastella senza autorizzazione del Senato"
Dal Pg della Cassazione
nuova accusa a De Magistris
Il magistrato non ci sta: "Accuse senza fondamento". Il ministro: "A rischio le mie libertà"
ROMA - Nuova azione disciplinare nei confronti del sostituto procuratore di Catanzaro, Luigi De Magistris. E nuova esternazione del Guardasigilli Clemente Mastella.
Il Pg della Cassazione - con un atto datato 6 dicembre, inviato al Csm - lo ha ’incolpato’ per aver acquisito e utilizzato i tabulati delle conversazioni telefoniche del ministro della Giustizia senza la preventiva richiesta di autorizzazione alla Camera di appartenenza, così come previsto dalla legge ’Boato’ del 2003. "Accusa destituita di fondamento", ribatte il magistrato.
Nell’atto di incolpazione del Pg della Cassazione Mario Delli Priscoli, si afferma che De Magistris ha commesso "violazione di legge con grave ed inescusabile negligenza" per non aver richiesto preventivamente alla ’Camera’ di appartenenza, così come previsto dalla legge ’Boato’, per l’acquisizione dei tabulati telefonici relative ad una utenza intestata a Mastella.
Il decreto di acquisizione dei tabulati, firmato da De Magistris, risale al 20 aprile scorso "nonostante - afferma il Pg della Cassazione - dagli atti risultasse che l’utenza era intestata al senatore Clemente Mastella". L’illecito commesso da De Magistris sarebbe stato accertato lo scorso 20 novembre dalla Procura di Roma su richiesta della Procura generale.
Alla sezione disciplinare del Csm, dunque, è così arrivato un altro atto di incolpazione nei confronti di De Magistris, dopo quello già trasmesso lo scorso 21 settembre dal ministro della Giustizia, che, assieme al Pg della Cassazione è titolare dell’azione disciplinare.
Ma il pm di Catanzaro non ci sta. "Ancora una volta - dichiara all’agenzia AGI - apprendo a mezzo stampa, come sempre del resto, delle contestazioni disciplinari a me personalmente mai notificate. Da quello che i mass media mi riferiscono, si tratta di contestazione assolutamente priva di fondamento, come del resto tutte le altre".
"Conosco bene - aggiunge De Magistris - le leggi della Repubblica e non ho mai acquisito, nè consapevolmente nè per negligenza, utenze che sapevo essere intestate a parlamentari. Non posso non rilevare che come si avvicina il ’giorno del giudizio’ si cerca di rimpinguare a mezzo stampa le accuse - evidentemente inconsistenti - che pendono su di me".
"Vado avanti - dice - con ancora maggiore determinazione, se possibile, consapevole che la magistratura ordinaria, alla quale mi sono rivolto, saprà ricostruire tutto quello che è accaduto e che sta accadendo. Attendo sereno e con la coscienza trasparente, le decisioni del Csm".
"Mi sono ripromesso di non commentare - ha detto all’Ansa il ministro Mstella -. Ma se è così, mi rendo conto che sono a rischio la mia libertà personale e le mie prerogative costituzionali come rappresentante del Parlamento".
* la Repubblica, 8 dicembre 2007.
De Magistris, ricorso inammissibile
La Cassazione boccia il reclamo del pm contro l’avocazione dell’inchiesta da parte del pg Favi *
ROMA - Ricorso inammissibile. La Procura generale della Cassazione ha respinto il reclamo proposto dal pm di Catanzaro Luigi de Magistris contro il provvedimento di avocazione con cui, il 19 ottobre scorso, il pg facente funzioni della città calabrese, Dolcino Favi, aveva tolto al magistrato l’inchiesta "Why not". La Suprema Corte, si spiega in una nota, ha ritenuto infatti che soltanto il capo dell’ufficio, ossia il procuratore della Repubblica, sia legittimato al reclamo contro un provvedimento di avocazione, ai sensi dell’articolo 70, comma 6 bis, dell’ordinamento giudiziario.
WHY NOT - L’inchiesta "Why Not" riguarda il finanziamento illecito ai partiti, la truffa e l’abuso d’ufficio. L’avocazione decisa dal procuratore Favi era stata decisa per «incompatibilità nel procedimento» da parte di de Magistris. Incompatibilità che si sarebbe venuta a creare per il coinvolgimento nell’inchiesta del Guardasigilli Clemente Mastella (iscritto nel registro degli indagati). Poiché lo stesso ministro aveva chiesto il trasferimento del magistrato, il pm avrebbe dovuto astenersi. Siccome l’astensione non c’è stata, né il capo dell’ufficio aveva provveduto alla sostituzione del magistrato titolare dell’inchiesta, il procuratore generale aveva deciso - il 19 ottobre scorso - l’avocazione applicando l’art 372 lettera A del codice di procedura penale. Una decisione arrivata dopo la diffusione della notizia dell’iscrizione di Mastella nel registro degli indagati. Nell’inchiesta, oltre a Mastella, sono coinvolti, tra gli altri, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, esponenti politici del centrodestra e del centrosinistra e imprenditori.
LE TAPPE - De Magistris aveva presentato il 29 ottobre scorso il ricorso in Cassazione contro la decisione del pg. Era stato lo stesso magistrato a farlo sapere lasciando la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, dopo essere stato ascoltato per oltre tre ore. Ai consiglieri di Palazzo dei Marescialli il pm aveva, tra l’ altro, denunciato che il tentativo di sottrargli le inchieste sugli intrecci tra politica e affari era cominciato nel 2005 e si era concretizzato in più eventi concatenati. Nelle sette pagine del ricorso in Cassazione, De Magistris aveva sostenuto, in sostanza, che il pg di Catanzaro Favi, quando ha disposto l’avocazione dell’inchiesta "Why not", non poteva conoscere gli atti e quindi non avrebbe dovuto togliergli l’indagine. Tre a suo giudizio i punti fondamentali del reclamo alla Suprema Corte: l’inesistenza della sua incompatibilità, l’avere informato dell’iscrizione di Mastella nel registro degli indagati il procuratore aggiunto, e l’impossibilità di poter verificare la competenza del Tribunale dei ministri dal momento che l’inchiesta gli era stata tolta. Su quest’ultimo punto, il magistrato aveva manifestato perplessità perché a suo avviso era ancora da accertare se la condotta ipotizzata nei confronti di Mastella fosse proseguita anche dopo la sua nomina a ministro. Ma non aveva potuto fare questa verifica, aveva sottolineato, proprio perché l’inchiesta gli era stata tolta.
* Corriere della Sera, 09 novembre 2007
Ansa» 2007-11-07 13:37
Pm Catanzaro: Cassazione, finito interrogatorio, ’tutto bene’
Le domande poste dal sostituto Pg D’Ambrosio
(ANSA) - ROMA, 7 NOV - ’Tutto bene, e’ andato ottimamente ma non rilascio dichiarazioni’, ha commentato il Pm Luigi De Magistris al termine dell’interrogatorio. Interrogatorio durato un’ora condotto dal Sostituto procuratore generale della Cassazione, Vito D’Ambrosio, nell’ambito del procedimento disciplinare promosso dal Guardasigilli Clemente Mastella, che ha chiesto il trasferimento disciplinare del magistrato.De Magistris e’ uscito dal Palazzaccio accompagnato dal suo difensore, Sandro Criscuolo.
Ansa» 2007-10-30 14:01
Ricorso di De Magistris, il pg non conosceva atti
CATANZARO - Il procuratore generale facente funzioni di Catanzaro, Dolcino Favi, quando ha disposto l’avocazione dell’inchiesta Why not non poteva conoscere gli atti e quindi non avrebbe dovuto togliere l’inchiesta al pm Luigi De Magistris, titolare in esclusiva dell’indagine. E’ questo, in sintesi, quanto afferma lo stesso magistrato nelle sette pagine del ricorso presentato alla Cassazione contro il provvedimento di Favi. Stralci del documento sono pubblicati oggi da "Il Domani della Calabria" e dal "Quotidiano della Calabria". De Magistris basa il suo ricorso su tre punti fondamentali: l’inesistenza della sua incompatibilità, l’avere informato dell’iscrizione di Mastella nel registro degli indagati il procuratore aggiunto, e l’impossibilità di poter verificare la competenza del Tribunale dei ministri dal momento che l’inchiesta gli è stata tolta. Su quest’ultimo punto, il magistrato manifesta le proprie perplessità perché a suo avviso era ancora da accertare se la condotta ipotizzata nei confronti di Mastella fosse proseguita anche dopo la sua nomina a ministro. Una verifica, evidenzia il magistrato, che non ha potuto fare perché l’inchiesta gli è stata tolta. Secondo il pm, inoltre, Mastella, quando ha chiesto il trasferimento cautelare, sapeva che negli atti figurava il suo nome, quindi non può essere incompatibile il magistrato che poi, proseguendo le indagini, iscrive il ministro nel registro degli indagati come atto dovuto. Una dato confermato, secondo il pm, dal fatto che Mastella avrebbe tentato di ottenere una comunicazione della Procura "circa l’irrilevanza penale" del contenuto di intercettazioni telefoniche, "dichiarazione che, ovviamente, l’Ufficio di Procura non ha mani rilasciato". Il magistrato afferma anche di "non comprendere quale possa essere il contenuto della relazione del Procuratore trasmessa il 19 ottobre 2007", lo stesso giorno dell’avocazione e che sarebbe indicato da Favi come uno degli atti posti alla base del suo provvedimento, visto che non poteva conoscere il contenuto delle indagini. De Magistris afferma di avere agito correttamente, iscrivendo Mastella nel registro degli indagati quando sono emersi indizi di reato a suo carico e di avere trasmesso poi "il provvedimento di iscrizione al Procuratore aggiunto per il successivo visto. Altro non competeva".
ENTRO IL 10 NOVEMBRE la decisione DEL CSM sulla procedura di trasferimento
De Magistris: inchieste a rischio dal 2005
Il pm a Palazzo dei Marescialli: «Ho fatto ricorso in Cassazione contro l’avocazione dell’inchiesta Why Not»
ROMA - Ci sarebbero una serie di eventi, concatenati tra loro, a dimostrare che fin dal 2005 si è tentato di sottrarre le inchieste al pm Luigi De Magistris. Lo avrebbe riferito lo stesso magistrato calabrese ai consiglieri del Csm che oggi lo hanno ascoltato per oltre 3 ore nell’ambito dell’istruttoria avviata dalla Prima Commissione. Un’audizione rigorosamente segretata.
I rappresentanti dell’organo di autogoverno dei magistrati avevano convocato De Magistris perché chiarisse le sue esternazioni sulle «collusioni tra politica, magistrati e imprenditoria», chiedendogli di fare nomi e cognomi. Il pm, da parte sua, avrebbe spiegato innanzitutto di essersi esposto pubblicamente dopo aver preso atto di non poter toccare gli intrecci tra pubblica amministrazione e affari. E avrebbe evidenziato ancora una volta i suoi dubbi sul capo della Procura di Catanzaro Mariano Lombardi, che, a suo dire, avrebbe informato di un’imminente perquisizione il senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli, indagato nell’inchiesta «Poseidone», del quale è amico. Così come non avrebbe nascosto i suoi sospetti anche sull’aggiunto Salvatore Murone, pure lui amico di Pittelli. Anche a questo proposito De Magistris si sarebbe riservato di trasmettere al Csm una consulenza del perito Gioacchino Genchi che, attraverso uno studio sui flussi di telefonate, dimostrerebbe che c’è stata fuga di notizie.
RICORSO - Ai consiglieri del Csm, poi, il pm calabrese avrebbe spiegato di non essere isolato in Procura, rivendicando di aver buoni rapporti con i colleghi. Fatta eccezione proprio per Lombardi e Murone. Nessun rapporto confidenziale con giornalisti, avrebbe detto ancora De Magistris ai consiglieri di Palazzo dei Marescialli. Lamentando anche di essersi sentito colpito nella sua professionalità dalla decisione del pg di Catanzaro di avocare la sua inchiesta Why Not, nella quale sono indagati tra gli altri il premier Romano Prodi e il ministro della Giustizia Clemente Mastella. Scelta contro la quale il pm ha presentato ricorso in Cassazione, come ha annunciato lui stesso al termine dell’audizione al Csm. Risposte che, secondo alcuni dei consiglieri che hanno assistito all’audizione, sarebbero ancora troppo generiche. Ma su molti aspetti De Magistris si è riservato comunque di trasmettere al Csm documenti, già inviati alla Procura di Salerno, entro la prossima settimana.
VERDETTO ENTRO IL 10 NOVEMBRE - Il termine ultimo è stato fissato al 10 novembre. Per questo, prima di quella data, è escluso che la Prima Commissione possa decidere se avviare o meno nei suoi confronti una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità. Ulteriori elementi arriveranno dalle altre audizioni sul ’caso Catanzaro’ che la Prima Commissione ha in programma per martedì: quando saranno ascoltati il procuratore di Salerno, Luigi Apicella, il cui ufficio è competente per le inchieste che riguardano i magistrati di Catanzaro e che ha iscritto De Magistris nel registro degli indagati per abuso d’ufficio (lo stesso è accaduto per il procuratore di Catanzaro); il presidente della Corte d’Appello di Catanzaro, Antonio Pietro Sirena, e il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, Giuseppe Iannello.
«MI AFFIDO AL CSM» - «Sono tranquillo, mi affido al Consiglio superiore della magistratura, che ritengo sappia e possa garantire l’autonomia e l’indipendenza di tutta la magistratura» ha poi detto il pm di Catanzaro al termine dell’audizione al Csm.
* Corriere della Sera, 29 ottobre 2007
Napolitano: "Magistratura coraggiosa" *
ROMA - "Il Convegno suscita in me forti emozioni e grandissimo interesse. Le vicende di nobili figure di antifascisti, tra le quali un mio amato predecessore, si intrecciano con quelle del ruolo svolto in condizioni drammatiche da una magistratura coraggiosa e garante della liberta’ del processo". Cosi’ il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del Convegno "Magistratura e potere politico: 1927-2007", organizzato per celebrare l’80esimo anniversario del "processo di Savona", che in pieno periodo fascista vide sul banco degli imputati, tra gli altri, Rosselli e Parri. (Agr)
* Corriere della Sera, Flash News 24 27 ott 10:01
http://www.corriere.it/ultima_ora/detail.jsp?id=33303254-1CFB-4C88-9432-8BA66DAC7510
Napolitano: "Magistratura coraggiosa e garante della libertà del processo"
Il Presidente della Repubblica
in occasione del Convegno
«Magistratura e potere
politico: 1927-2007»
ROMA.«Il Convegno suscita in me forti emozioni e grandissimo interesse. Le vicende di nobili figure di antifascisti, tra le quali un mio amato predecessore, si intrecciano con quelle del ruolo svolto in condizioni drammatiche da una magistratura coraggiosa e garante della libertà del processo». Così il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del Convegno «Magistratura e potere politico: 1927-2007», organizzato per celebrare l’ottantesimo anniversario del «processo di Savona», ricorda in un messaggio inviato al Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea della provincia di Savona, Umberto Scardaoni, lo storico processo in pieno periodo fascista che vide sul banco degli imputati, tra gli altri, Rosselli e Parri.
«La memoria di queste vicende esemplari e dei tanti anni di sofferenza che sono serviti, prima a ripristinare la democrazia e poi a permeare l’ordine giudiziario dei nuovi principi costituzionali - prosegue il Capo dello Stato - aiuta a riflettere sul valore delle conquiste acquisite e sull’imperativo di curarne la puntuale applicazione nella realtà di tutti i giorni e nel rapporto con la politica».
* La Stampa, 27/10/2007 - 10:46.
Gli atti trasmessi alla procura della capitale non riguardano Prodi
Verranno successivamente trasmessi al Tribunale dei ministri
Mastella iscritto nel registro degli indagati
Il ministro: "Continuo a lavorare con serenità"
Marini chiede ai vertici della Procura di Catanzaro una verifica sul rispetto delle garanzie
ROMA - Clemente Mastella è stato iscritto nel registro degli indagati per le ipotesi di reato di abuso d’ufficio, finanziamento illecito dei partiti e truffa nell’ambito dell’inchiesta "Why Not". Le ipotesi di reato sono le stesse già formulate a Catanzaro dal pm Luigi De Magistris prima che l’inchiesta gli venisse tolta con l’avocazione da parte della Procura di Catanzaro.
Gli atti (che riguardano, secondo quanto si apprende, la sola posizione del Guardasigilli e dei personaggi collegati alle ipotesi di reato prese in esame, e non anche quella di Romano Prodi) sono arrivati in mattinata alla Procura di Roma per essere esaminati dal capo dell’ufficio Giovanni Ferrara, che poi dovrà trasferirli con richieste al Tribunale dei ministri. Per il momento la vicenda è seguita in prima persona dallo stesso Ferrara.
In un messaggio, Mastella afferma che comunque continuerà a lavorare con serenità: "Non sono rimasto indifferente ai messaggi di solidarietà che da più parti, ad iniziare dalle più alte cariche istituzionali, mi sono giunti dopo l’ennesima lettera di minaccia che, certo, potevo aspettarmi, ma mi ha lasciato profondamente amareggiato", scrive. E ribadisce la necessità di "abbassare i toni della polemica e dello scontro perché la vita delle istituzioni di questo Paese possa continuare a rendere un servizio reale a tutti i cittadini. Continuerò a lavorare con serenità, determinazione e trasparenza come Guardasigilli e esponente politico della maggioranza".
Poi, all’indomani della puntata di Annozero, una sollecitazione ai giudici a rispettare la legge e i loro doveri deontologici, senjza cercare il "consenso della piazza", perché "oltre questo confine non c’è più la giustizia quale noi conosciamo e vogliamo". Mastella sottolinea il "valore costituzionale della soggezione del giudice alla legge", in assenza della quale "viene messa a rischio l’indipendenza della magistratura". La soggezione del giudice "solo alla legge, privata del muro di cinta costituito dal rispetto delle regole deontologiche, scolorirebbe fino a dissolversi consegnando prima i singoli magistrati e poi l’intero ordine giudiziario, non più alla garanzia indefettibile dell’autogoverno, ma alla perniciosa ricerca del consenso della piazza".
Intanto l’agenzia Adnkronos rende pubblica una lettera inviata il 23 ottobre da Franco Marini a Mastella, nella quale il presidente del Senato, in merito all’iscrizione di Mastella nel registro degli indagati, informa di aver scritto ai vertici della procura di Catanzaro "al fine di avere garanzie che siano state pienamente rispettate le norme di cui all’articolo 68 della Costituzione e quelle di attuazione di detto articolo, con particolare riferimento alla legge 140 del 2003".
* la Repubblica, 26 ottobre 2007.
"WHY NOT", ATTI SU MASTELLA ALLA PROCURA DI ROMA
ROMA - Sono arrivati alla procura di Roma gli atti dell’inchiesta della magistratura di Catanzaro denominata "Why not". Riguardano, secondo quanto si è appreso, la sola posizione del guardasigilli Clemente Mastella e dei personaggi collegati alle ipotesi di reato prese in esame, e non anche quella del Premier Romano Prodi. In giornata il nominativo di Mastella sarà iscritto nel registro degli indagati.
L’incartamento, circa 30 faldoni, è ora al vaglio del procuratore della repubblica Giovanni Ferrara. Abuso d’ufficio, finanziamento illecito e truffa le ipotesi di reato per le quali Mastella era finito nel registro degli indagati nel quadro degli accertamenti curati dal pm Luigi De Magistris prima dell’avocazione dell’inchiesta. Per le stesse ipotesi di reato, ragionevolmente, il ministro della Giustizia e le persone collegate alla sua posizione, saranno iscritte nel registro degli indagati della capitale.
Dopo un esame del fascicolo processuale, il procuratore Ferrara ed i sostituti che, eventualmente saranno codelegati, invieranno le carte, per competenza, al tribunale dei ministri previa formulazione di un parere sulla definizione del procedimento (approfondimento delle indagini ovvero richiesta di archiviazione). Sarà comunque il competente collegio per i reati ministeriali, formato da tre magistrati, a prendere una decisione definitiva sulla vicenda.
DE MAGISTRIS INDAGATO. FORLEO DENUNCIA INTIMIDAZIONI - Il pm di Catanzaro, iscritto nel registro degli indagati della Procura di Salerno con l’accusa di abuso di ufficio, commenta: é naturale considerando tutte le denunce contro di me. Il gip di Milano Clementina Forleo, ieri ad Annozero assieme a De Magistris, denuncia di aver subito "intimidazioni da soggetti istituzionali ed appartenenti alle forze dell’ordine". Ieri al Ministro Mastella recapitata una lettera con un proiettile.
DE MAGISTRIS, IO INDAGATO? ESITO NATURALE - Non è affatto sorpreso il pm di Catanzaro Luigi De Magistris. All’ANSA risponde di non ritenere opportuno rilasciare dichiarazioni, aggiungendo soltanto che l’indagine per abuso di ufficio è esito naturale delle denunce presentate a suo carico.
"Lo trovo assolutamente fisiologico, naturale - dice De Magistris - con tutte le denunce che mi hanno fatto, sarebbe anormale se non mi avessero iscritto nel registro degli indagati". Il magistrato non smentisce e non conferma che lunedì sarà a Salerno, in Procura, e nel merito delle accuse che gli sono rivolte ribadisce soltanto: "Non ho mai parlato delle indagini in corso, non è mia abitudine parlarne, e non l’ho mai fatto. Io comunque non penso che sia opportuno rilasciare dichiarazioni in questo momento, quello che dovevo dire l’ho detto, non voglio aggiungere altro, anche perché non ho altro da dire".
LOMBARDI, HA 26 DENUNCE PER VIOLAZIONI SEGRETO - All’attenzione della Procura di Salerno ci sono oltre venti esposti-denuncia firmati dal procuratore di Catanzaro contro Luigi De Magistris. Secondo ’Il Mattino’ di Napoli, il procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi, ha riferito di essere intervenuto più di una volta sulle fughe di notizia: "In tre mesi ho dovuto inoltrare a Salerno oltre 20, mi pare 26 denunce, per gravi violazioni del segreto istruttorio".
L’ipotesi dei reato contenuta nell’accusa, si legge ancora sul quotidiano napoletano, riguarderebbe la conduzione di indagini volte da De Magistris "con metodi che avrebbero travalicato i confini previsti dal codice di procedura penale". E’ da marzo scorso che la Procura di Salerno riceve dossier dal palazzo di Giustizia di Catanzaro. Il fascicolo sull’inchiesta Poseidone, inviato proprio da De Magistris a marzo scorso alla Procura salernitana, dopo che il procedimento gli era stato avocato dal procuratore di Catanzaro, è invece stato rispedito a Catanzaro: "Quegli atti dopo essere stati studiati furono subito restituiti - dice Lombardi in proposito - perché non c’era competenza della Procura di Salerno".
FORLEO: SPONTANEE DICHIARAZIONI, VERBALE INVIATO A BRESCIA - E’ stato inviato a Brescia il verbale con le "spontanee dichiarazioni" rese mercoledì scorso dal giudice di Milano Clementina Forleo. Il verbale è stato inoltrato al Procuratore capo di Brescia, Giancarlo Tarquini, competente per quanto si riferisce a vicende riguardanti magistrati del distretto di Milano. Il 17 ottobre scorso al giudice milanese, così come al pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, era giunta una busta contenente un proiettile e una lettera dai toni minatori. A Milano era stato il Nucleo operativo dei carabinieri ad occuparsi delle indagini. Si tratta degli stessi investigatori dai quali si è recata mercoledì mattina la Forleo per esporre le sue preoccupazioni in relazione a quelle che, ieri sera, nel corso della trasmissione televisiva ’Annozero’, ha definito "intimidazioni da soggetti istituzionali ed appartenenti alle forze dell’ordine".
I carabinieri mantengono sulla vicenda il massimo riserbo. Si sa solo, al momento, che le dichiarazioni del magistrato abbracciano un arco di tempo piuttosto ampio, dal 2005 a oggi. Intanto si attende l’esito della comparazione tra le analisi scientifiche sulla busta arrivata alla Forleo e quelle sul plico giunto a De Magistris.
"WHY NOT"
A Roma solo gli atti su Mastella
"Continuerò a lavorare con serenità"
Nelle carte giunte a Piazzale Clodio
non sarebbero compresi i fascicoli
sul premier Romano Prodi (La Stampa, 26/10/2007 - 12:4)
ROMA. Sono arrivati a Roma gli atti inviati dalla Procura di Catanzaro sull’inchiesta del pm Luigi De Magistris denominata "Why not". I 30 faldoni di carte riguardano essenzialmente la posizione del ministro della giustizia Clemente Mastella e di quelle di alcuni soggetti collegati negli accertamenti al guardasigilli. Mastella era indagato a Catanzaro per abuso d’ufficio, finanziamento illecito dei partiti e truffa. Ora le fattispecie saranno rubricate anche nella Capitale.
La posizione di Prodi
Gli inquirenti della Procura di Roma dopo aver proceduto la "reiscrizione" delle persone indagate da De Magistris dovranno avviare il fascicolo al competente tribunale dei ministri, che svolgerà in pratica la funzione di giudice dell’udienza preliminare. Decidendo di fatto se dare o meno seguito all’inchiesta nel suo complesso. Secondo quanto si conferma a piazzale Clodio nelle carte arrivate oggi a Roma, non è compresa la posizione del presidente consiglio Romano Prodi, che sarebbe coinvolto - secondo l’ipotesi del pm De Magistris - nel giro di finanziamenti, rilasciati dall’Unione europea, che ruoterebbe attorno ad alcuni faccendieri con residenza operativa a San Marino.
Mastella: continuerò a lavorare con serenità
Il ministro della Giustizia ha ribadito di non essere «rimasto affatto indifferente ai messaggi di solidarietà che da più parti, ad iniziare dalle più alte cariche istituzionali, mi sono giunti dopo l’ennesima lettera di minaccia che, certo, potevo anche aspettarmi, ma che mi ha lasciato profondamente amareggiato». Mastella aggiunge: «Nel ringraziare sinceramente tutti coloro che mi hanno manifestato la loro vicinanza -aggiunge- voglio ripetere come sia necessario, oggi più che mai, abbassare i toni della polemica e dello scontro perchè la vita delle Istituzioni di questo paese possa continuare a rendere un servizio reale a tutti i cittadini. Da parte mia -conclude Mastella- continuerò a lavorare con serenità, determinazione e trasparenza come Guardasigilli e come esponente politico della maggioranza».
Marini ha chiesto una verifica del rispetto delle garanzie costituzionali
Con una lettera inviata il 23 ottobre scorso il presidente del Senato, Franco Marini, avrebbe informato il senatore e ministro della Giustizia, Clemente Mastella, di aver scritto ai vertici della Procura di Catanzaro per verificare il rispetto delle garanzie costituzionali riguardo l’iscrizione del Guardasigilli nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta "Why not". Marini, facendo riferimento alle prerogative costituzionali del Senato, avrebbe scritto al Procuratore Generale facente funzioni di Catanzaro, Dolcino Favi (che ha avocato a sè l’inchiesta "Why Not" del pm Luigi De Magistris) al presidente della Corte d’Appello, al presidente del Tribunale e al procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo calabrese. Il presidente del Senato, avrebbe informato anche il presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di palazzo Madama, Domenico Nania. «Tutto ciò -scrive Marini in un passaggio della missiva inviata ai vertici della Procura di Catanzaro- al fine di avere garanzie che siano state pienamente rispettate le norme di cui all’articolo 68 della Costituzione e quelle di attuazione di detto articolo, con particolare riferimento alla legge 140 del 2003».
Inchiesta Why Not, la polizia
nella sede del giornale dell’Udeur
ROMA - La polizia giudiziaria, nell’ambito dell’inchiesta Why not, si è oggi presentata presso la sede del quotidiano dell’Udeur "Il Campanile" facendo richiesta dell’elenco dei fornitori. Lo rende noto un comunicato del Consiglio di amministrazione dello stesso quotidiano. Intanto il Csm ha nominato Enzo Iannelli procuratore generale di Catanzaro. "La polizia giudiziaria - si legge in una nota del giornale - molto correttamente ha evidenziato che la ragione della loro presenza era legata ad una richiesta di acquisizione di copie di documenti. Quindi nè una perquisizione nè alcuna richiesta imperativa. Sostanzialmente, la polizia giudiziaria ci ha informato che potevamo o meno, discrezionalmente, mostrare quanto oggetto di richiesta di esibizione. Siamo contenti che le indagini proseguano e facciano il loro corso perché non abbiamo nulla da nascondere nè tantomeno da temere per quanto concerne la nostra gestione". "Abbiamo invitato la polizia giudiziaria - continua la nota -ad estrarre copia di tutto quanto ritenuto utile, in immediato riguardo, alla richiesta avanzata.
* la Repubblica, 25-10-2007.
Ansa» 2007-10-24 21:39
Pm Catanzaro: Csm convoca per lunedi’ De Magistris
Proseguira’ l’istruttoria avviata sul magistrato
(ANSA) - ROMA, 24 OTT - Il Csm ascoltera’ lunedi’ prossimo il pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Lo fara’ la Prima Commissione di Palazzo dei marescialli. Il Csm ha cosi’ deciso di proseguire l’istruttoria gia’ avviata. La Commissione ascoltera’ anche il presidente della Corte d’appello di Catanzaro, un aggiunto della procura e il presidente del locale Consiglio dell’ordine. Contrario e’ stato il laico di An Anedda che avrebbe voluto aprire subito la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilita’.L’istruttoria che il Csm intende compiere su De Magistris riguarda le sue ’reiterate dichiarazioni, rilasciate ad organi di stampa e televisivi o formulate in documenti non giudiziari, contenenti la denuncia di ’collusioni tra politica, imprenditoria e magistrati’. E dopo la sua e le altre audizioni disposte la Prima Commissione verifichera’ se ci sono le condizioni per l’apertura nei suoi confronti della procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilita’ ambientale.(ANSA).
ansa» 2007-10-24 19:35
Mastella: si’ a nuovo pg Catanzaro
La nomina sara’ forse ratificata domani dal plenum del Csm
(ANSA) - ROMA, 24 OTT - Il ministro Mastella ha dato il suo parere positivo sulla nomina del procuratore di Pisa Enzo Iannelli a procuratore generale di Catanzaro. La nomina potrebbe essere ratificata gia’ domani dal plenum del Csm. La richiesta di concerto e’ giunta oggi stesso sul tavolo del Guardasigilli, fa sapere via Arenula. Un modo per sottolineare che anche il ministro, cosi’ come aveva gia’ fatto il Csm, ha voluto imprimere un’accelerazione alla nomina.
DA APPROFONDIRE LE POSIZIONI DI PRODI E MASTELLA
Inchiesta "Why Not", gli atti inviati a Roma
La decisione del procuratore Favi. Il fascicolo sarà esaminato dal Tribunale dei ministri *
ROMA - Il procuratore generale facente funzioni di Catanzaro, Dolcino Favi, ha disposto la trasmissione degli atti dell’inchiesta "Why Not" alla procura di Roma affinché li possa valutare il Tribunale dei ministri. Dolcino Favi. a quanto si è appreso, ha deciso la trasmissione dell’intero fascicolo processuale perché venga valutato se i reati ipotizzati nei confronti del presidente del Consiglio, Romano Prodi, e del ministro Mastella siano stati commessi quando già erano componenti del Governo o in una fase precedente.
LA PROCEDURA - Secondo quanto si è appreso nella capitale, la decisione di inviare il carteggio a Roma, per competenza territoriale, potrebbe riguardare i soli aspetti relativi ad ipotesi di reato legate all’esercizio delle funzioni di ministro e dei soggetti collegati e non tutta la parte restante dell’inchiesta. L’incartamento, stando alle indiscrezioni, si trova ancora in Calabria e dovrebbe arrivare a Roma tra entro giovedì. Gli atti saranno consegnati alla procura della Repubblica che, dopo un esame preliminare e previa iscrizione nel registro degli indagati dei soggetti interessati, provvederà alla trasmissione del fascicolo processuale al competente collegio per i reati ministeriali.
* Corriere della Sera, 24 ottobre 2007
Al vaglio la posizione di Prodi e Mastella: "Hanno commesso reati mentre erano al governo?"
Sircana: "Il premier non hai mai interferito nell’indagine". Il Guardasigilli: "Accuse infondate"
Inchiesta Why Not, il procuratore generale
invia gli atti al tribunale dei ministri *
ROMA - Il procuratore generale facente funzioni di Catanzaro, Dolcino Favi, ha disposto la trasmissione degli atti dell’inchiesta Why Not alla procura di Roma affinché li possa valutare il Tribunale dei ministri. A quanto si è appreso, il pg - lo stesso che ha deciso di avocare a sé l’inchiesta condotta dal pm De Magistris - ha deciso la trasmissione dell’intero fascicolo processuale perché venga valutato se i reati ipotizzati nei confronti del presidente del Consiglio Romano Prodi, e del ministro della Giustizia Clemente Mastella, siano stati commessi quando già erano componenti del governo.
Secondo quanto si è appreso nella capitale la decisione di inviare il carteggio a Roma, per competenza territoriale, potrebbe riguardare i soli aspetti relativi ad ipotesi di reato legate all’esercizio delle funzioni di ministro e dei soggetti collegati e non tutta la parte restante dell’inchiesta. L’incartamento dovrebbe arrivare a Roma tra oggi e domani.
Gli atti saranno consegnati alla procura della Repubblica che, dopo un esame preliminare e previa iscrizione nel registro degli indagati dei soggetti interessati, provvederà alla trasmissione del fascicolo processuale al competente collegio per i reati ministeriali.
Prodi e Mastella ribadiscono la loro estraneità a qualsiasi coinvolgimento nella presunta truffa all’Unione europea. A nome del ministro della Giustizia, interviene il suo legale Titta Madia: "Il Tribunale del ministri prenderà atto della infondatezza assoluta di qualsiasi accusa nei confronto del ministro Mastella".
Si dice estraneo alle accuse anche Prodi. Il portavoce del governo Silvio Sircana, spinto ad intervenire dopo la pubblicazione di un articolo sull’indagine calabrese apparso sul quotidiano inglese Guardian, precisa che "il presidente del Consiglio non ha mai interferito nell’inchiesta di Catanzaro. L’unico commento di Prodi sulla vicenda fu a luglio quando apprese dalla stampa che il pm di Catanzaro lo aveva iscritto nel registro degli indagati".
* la Repubblica, 24 ottobre 2007.
Il magistrato in un intervento a Radio 24 chiede la revisione del provvedimento di avocazione
E rilancia le accuse: "Ho denunciato una situazione grave di carattere generale fondata su fatti concreti"
De Magistris: ’Rivoglio l’inchiesta’
Di Pietro polemico con Napolitano
Il ministro: "Ormai la frittata è fatta, sarà difficile andare avanti"
CATANZARO - Luigi De Magistris rilancia. Dopo l’avocazione della sua inchiesta da parte della Procura generale (fascicolo nel quale risulta indagato il ministro Mastella), il magistrato si dice "fiducioso" e dice ai microfoni di Radio24 che utilizzerà tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento giuridico affinchè il provvedimento di avocazione dell’inchiesta venga rivisto: è inconsistente in punto di fatto e di diritto". E sulle polemiche politiche dice: "Non mi interessano, io faccio il magistrato e basta".
Intanto il ministro delle Infrastrutture Di Pietro polemizza con il presidente Napolitano, che ieri ha detto di "vigilare sulla vicenda". Per l’ex pm "è la garanzia del giorno dopo". "Con tutto il rispetto per il capo dello Stato - dice Di Pietro -, da lui arriva una garanzia del giorno dopo". "La frittata è già stata fatta - aggiunge - e ora sarà difficile andare avanti". Il ministro ha spiegato che le iniziative di Mastella nei confronti del Pm De Magistris e l’avocazione dell’inchiesta che stava conducendo creeranno pesanti ripercussioni: "Se sarà archiviata resterà sempre l’ombra di un intervento della politica e una marea di persone cominceranno a non parlare più ".
De Magistris difende la correttezza del proprio operato: "Il mio comportamento è stato lineare. Il conflitto d’interessi non è mio". "Mi sono attenuto alla legge - spiega riferendosi alle contestazioni che gli sono state mosse per non aver informato i suoi superiori sugli sviluppi dell’inchiesta - ho comunicato al procuratore aggiunto le mie determinazioni. Se qualcuno sostiene che sono state violate le regole, dice il falso".
Il magistrato sostiene che non avrebbe voluto rendere pubblica la sua vicenda, ma di aver dovuto farlo, per difendersi: "Sono stato costretto ad intervenire pubblicamente perché ci sono stati troppi silenzi colpevoli e inquietanti".
"Sono dovuto intervenire quasi per legittima difesa di fronte al silenzio assordante generale", aggiunge. "Ora bisogna aspettare che il Csm decide senza interferenze e senza pressioni in tempi rapidi. Io ho denunciato una situazione grave di carattere generale fondata su fatti concreti".
* la Repubblica, 23 ottobre 2007.
L’ANALISI
Per il bene delle istituzioni
di GIUSEPPE D’AVANZO *
Per come si sono messe le cose, era necessario che intervenisse il capo dello Stato nella sua doppia funzione di garante della Costituzione e di presidente del Consiglio superiore della magistratura. Negli ultimi giorni, l’affare De Magistris/Mastella è deflagrato in ogni direzione.
Travolgendo la misura di una corretta condotta istituzionale prima che il rispetto di regole, leggi e codici. Va detto che nessuno si è tirato indietro in questa zuffa. Non si è tirato indietro il pubblico ministero, che ha replicato in pubblico, colpo su colpo e rumorosamente, all’assedio a cui è stato sottoposto, alla controversa avocazione che lo ha privato di un’inchiesta che coinvolge il presidente del Consiglio in carica e il suo ministro di Giustizia. Non si è tirato indietro un attivissimo, quasi agitato, Clemente Mastella che ha spesso confuso in pubblico - e sovrapposto negli atti ministeriali - il suo ruolo istituzionale con la condizione di indagato.
Non si è tirato indietro il procuratore generale, soltanto facente funzioni, Dolcino Favi. Giovedì scorso, il Consiglio superiore ha nominato il legittimo Pg di Catanzaro e Favi, senza attendere l’insediamento del legittimo titolare dell’incarico, appena prima di spegnere la luce e lasciare l’ufficio, ha firmato un’avocazione che è inconsueta nella più recente storia giudiziaria. Si è tirato indietro, e colpevolmente, il Consiglio superiore della magistratura da cui ci si attendeva - al contrario - un passo in avanti, chiarificatore. Avrebbe dovuto dare con celerità un esito, in un senso o in un altro, all’indagine disciplinare che coinvolge Luigi De Magistris e il suo procuratore capo Mariano Lombardi. Ha affrontato "la pratica" con l’abituale vivacità del plantigrado rinviando la decisione anche quando, con una mossa arrischiatissima, Mastella ha invocato il trasferimento del pubblico ministero con un’urgenza palesemente infondata.
Disancorata da un terreno istituzionale e quindi disciplinato, la controversia ha assunto le forme della rissa, del parapiglia dove ogni colpo inferto all’avversario, al di là di ogni regola, è buono se fa davvero male. Nessuno è sembrato curarsi che a "farsi male" davvero, a degradarsi era la credibilità delle istituzioni. L’intervento del capo dello Stato è allora saggio, opportuno e tempestivo. Giorgio Napolitano impegna la sua autorità e promette di tutelare l’insieme dei beni che appaiono in gioco in quest’affare: l’autonomia della magistratura; l’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge; i diritti dei cittadini indagati. Il capo dello stato pone innanzitutto una questione di metodo.
Chiede ai protagonisti (magistrati e governanti, l’organo giudiziario ma anche il titolare dell’azione disciplinare) discrezione, self-restraint, rispetto di leggi, codici deontologici, dettami di una leale collaborazione istituzionale. Pretende che siano verificati soprattutto i fatti secono le norme e i principi. Sono stati corretti i passi investigativi di Luigi De Magistris? Ha rispettato le procedure e i diritti dell’indagato? Il ministro ha forzato le prerogative che gli assegnano la titolarità dell’azione disciplinare? E’ il lavoro che deve svolgere il Consiglio superiore della magistratura.
Napolitano ne è il presidente e con il suo intervento si impegna a che quel compito sia affrontato dal Csm rapidamente e con "ponderazione e obiettività". Ma il capo dello Stato è anche il garante della Costituzione, il custode dell’articolo 3 ("Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge"), dell’articolo 101 ("I giudici sono soggetti soltanto alle legge"), dell’articolo 104 ("La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere").
E’ inutile nascondersi che la grossolanità degli interventi di Mastella, accentuata dal vittimismo di De Magistris, ha dato l’impressione (non avventata) che le ragioni del potere volessero spadroneggiare sulle ragioni di giustizia. Che la politica (Mastella lo ha ripetuto in più occasioni) non accettasse, oggi come ieri, un controllo di legalità o di "farsi processare" quali che fossero indizi, fonti di prova, qualità dei comportamenti. Napolitano, con poche secche frasi, assicura con il prestigio della sua autorità che proteggerà l’autonomia della magistratura e, nel contempo i diritti degli indagati, affinché le indagini facciano il loro corso e non siano insabbiate, come molti sono indotti a credere. Non è la soluzione del conflitto ma, se gli attori rispetteranno il canovaccio scritto ieri dal presidente della Repubblica, è almeno un buon inizio.
* la Repubblica, 23 ottobre 2007.
Due quesiti dell’indagine
di Franco Cordero (la Repubblica, 23.10.2007)
Soppesata in chiave tecnica, l’inchiesta «Why not» pone due quesiti. Primo, chi debba indagare quando tra i concorrenti dell’ipotetico reato risultino Presidente del consiglio o ministri, essendo commessi i fatti de quibus nell’esercizio delle rispettive funzioni.
Rispondono gli articoli 6 e 11, comma 1, della legge costituzionale 16 gennaio 1989: il procuratore della Repubblica, «omessa ogni indagine», nei 15 giorni dalla notizia, trasmette gli atti al collegio istituito presso il tribunale nel capoluogo del distretto competente. Organo a tre teste. Lo compongono magistrati designati dalla sorte; è rinnovato ogni due anni (articolo 7); ha i poteri che competono al pubblico ministero nonché al gip (inscena incidenti probatori e archivia quando non vi sia materia su cui procedere: articolo 1, legge 5 giugno 1989, numero 219). Questione chiusa, «Why not» finirà lì.
Secondo dubbio: fin dove sia corretto l’atto con cui la Procura generale avoca le indagini qualificando incompatibile l’indagante, perché nei suoi confronti pendono inchieste disciplinari avviate dal ministro che gli eventi istruttori lambivano. Ecco un falso sillogismo. Che il guardasigilli lo persegua, è fatto ambiguo: tra le ipotesi possibili c’è anche quella d’una mossa intesa a spiazzare l’avversario scomodo; aspettiamo l’esito del giudizio disciplinare. Da notare come il requirente non sia ricusabile: diversamente dal giudice, equidistante, è parte, attore pubblico. Infatti accusa: e come potrebbe se non cercasse le prove? I soliti pseudogarantisti deplorano l’accanimento investigativo: chiamiamolo fisiologia del contraddittorio. I processi diventano commedia, piuttosto ignobile, quando requirenti timidi risparmino boiardi, ricchi, confratelli e varie exceptae personae.
Motivata così, persuade poco questa scelta. Già il nome suona male, relitto dei tempi in cui l’apparato requirente, gerarchico, lavorava quale braccio del potere esecutivo. Le avocazioni hanno una lunga storia malfamata e destano sospetti: spesso risultavano fondati. Stavolta la eviterei, non foss’altro perché riesce equivoca; il corso del procedimento era predeterminato; «why», allora, compiere un gesto discutibile? L’argomento richiedeva poche parole ma il discorso rimarrebbe monco se non toccassimo due punti. Primo, valgono ancora metri berlusconiani: durano intatte le norme che s’era affatturato il padrone, indecorose, meno due leggi su cui è caduta la scure della Consulta; e aveva radici organiche l’inglorioso epilogo parlamentare del caso Unipol.
Secondo, gli eventi calabresi lasciano intuire cosa sarebbe una giustizia selettiva le cui leve stiano in mano a requirenti comandati dal ministro (lo dicano o no, è quel che chiedono i fautori delle carriere separate, finiremmo lì): intuitus personarum; disturba il governo, diamogli addosso; e tanta disattenzione benevola verso gli amici. L’Italia è moralmente gobba, quindi tagliamole l’abito ad hoc, ripeteva Giolitti scusando le soperchierie elettorali prefettizie nel meridione. Lui, uomo d’inesorabile onestà.
Tutto quel «fuoco» contro un solo pm
di Enrico Fierro *
Nella remota procura della Repubblica di Catanzaro non è scoppiato un nuovo conflitto tra politica e magistratura, ma una impari lotta tra il potere e un solo pubblico ministero. La città calabrese non è Milano e siamo nel 2007 e non agli albori degli anni Novanta, quando Tangentopoli e Mani pulite indussero nel Paese sentimenti di speranza (sempre quella, sempre la stessa: la giustizia), e timori in una parte della classe dirigente. Non c’è un Raphael e non ci sono monetine. In tv non si vedono magistrati di un pool unito sostenuto dall’opinione pubblica. Nelle Camere non ci sono due fronti opposti come allora, quegli scontri epici tra chi attaccava i pm milanesi e chi li difendeva. No, Catanzaro non è Milano perché sull’attacco al pm Luigi de Magistris la politica sembra miracolosamente aver ritrovato una sua sostanziale unità. La sola eccezione di Di Pietro non basta. Mani pulite è lontana assai, e nella coscienza degli italiani Tonino è da tempo «l’ex pubblico ministero». Le sue scaramucce con il ministro Mastella, poi, sanno troppo di teatrino della peggiore politica. Su tutto prevale una incredibile consonanza tra politici, partiti e ambienti diversi. E così il forzista Cicchitto può dirsi d’accordo con Fabbri dell’Udeur, in un dico, aggiungo e «adesso lo sistemo io», che naviga in un mare di imbarazzati silenzi di quegli esponenti del Pd che nei decenni passati avevano detto parole importanti sul ruolo dei magistrati in questo Paese e sulla necessità civile della loro libertà e indipendenza. Catanzaro non è Milano perché il pubblico ministero Luigi de Magistris è un uomo solo. Un solo magistrato da mesi al centro di un poderoso fuoco di fila da parte di personaggi importanti del sistema politico e di potere italiano. Primo fra tutti il ministro della Giustizia Clemente Mastella. Ai tempi di Mani pulite, insieme a chi chiedeva avocazioni di inchieste (raramente ottenute) e trasferimenti di pm fastidiosi, c’erano politici (il riferimento è ai vertici del Pci-Pds, alle inchieste di Milano ma anche a quelle del giudice Nordio che li videro coinvolti) che accettavano il complicato corso delle inchieste giudiziarie, si facevano interrogare, si difendevano nel processo, rispondevano. E aspettavano. Altro stile, evidentemente. E invece, ancora ieri, il ministro Mastella si è lanciato in una serie di pesantissimi attacchi al magistrato solo. «Non invocherò cavilli», ha promesso, conscio che la madre di tutti i cavilli, l’avocazione, ha già risolto la questione dell’inchiesta «Why Not». L’inchiesta certo continuerà, e non potrebbe essere diversamente, ma nelle mani di un altro magistrato, che dovrà rileggersi migliaia di carte, riascoltare intercettazioni telefoniche, ricostruire centinaia e centinaia di flussi monetari, interpretare delicati e opachi passaggi societari. I tempi della ricerca della verità (l’unica che garantisce insieme a Mastella tutti gli italiani) saranno lunghissimi. «De Magistris - continua il Guardasigilli - mi ha iscritto scientemente nel registro degli indagati perché sapeva che iscrivendomi gli veniva tolta l’inchiesta e diventava un eroe nazionale». Parole gravissime perché dette da un ministro che ha nelle mani parte dell’azione disciplinare che riguarda quel magistrato. E che brutalmente puntano ad insinuare un dubbio nell’opinione pubblica: de Magistris ha agito perché afflitto da mania di protagonismo. Vuole diventare popolare, forse fare politica, candidarsi alle elezioni. Le stesse accuse che si videro piombare addosso altri magistrati negli anni passati. Non vi risparmiamo neppure i riferimenti evangelici del ministro: «De Magistris è Barabba, non Gesù». Barabba era un ladro ebreo, un omicida, ma anche un rivoluzionario che voleva opporsi allo strapotere di Roma. Non sappiamo a quali di queste tre «caratteristiche» il ministro accosti il pm de Magistris. Ci sfugge, poi, chi sia Cristo in questa vicenda.
La realtà è che a Catanzaro c’è un pubblico ministero solo. Nel suo ufficio, innanzitutto. Quella procura che gli ispettori di via Arenula giudicano «un maleodorante verminaio». Lasciato per troppo tempo solo dagli stessi suoi colleghi e dalle associazioni della magistratura italiana. Senza voce fino al provvedimento di avocazione dell’inchiesta. Questo pensa quella parte dell’opinione pubblica che solidarizza con de Magistris non per attaccare il governo o Mastella, ma per affermare principi semplici di vita civile: le inchieste sul malaffare non si fermino di fronte ai santuari del potere, i magistrati vengano lasciati liberi di lavorare e non intimiditi. Questo pensano i calabresi onesti che hanno raccolto petizioni contro il trasferimento del pm. Questo pensano tantissimi elettori dell’Unione scioccati dall’affermarsi di metodi punitivi, frutto di una concezione arrogante e proprietaria della funzione pubblica. «Manco ai tempi di Berlusconi», è l’espressione più sentita in queste ore. Perché in questa vicenda è difficile rappresentare il potere con il volto del pm di Catanzaro. La gente comune - quella che ha ridato vigore alla partecipazione politica con le primarie del Pd, il referendum e la manifestazione della sinistra di sabato scorso - non capisce il dispiegarsi di tanta potenza di fuoco contro un «solo» magistrato. Certo, si potrà disquisire per mesi sulla giustezza dell’avocazione, parlare a lungo, anche senza aver letto una sola carta, delle anomalie che affollano le inchieste di de Magistris, ma un dato è certo: la contemporaneità tra iscrizione del ministro della Giustizia nel registro degli indagati e decisione dell’avocazione dell’inchiesta è micidiale. In tutta questa storia il corso delle cose ha preso un andamento pericolosissimo. L’opinione pubblica sente puzza di potere e di ingiustizia. Ed è forse questo disagio, più dei maldipancia di qualche senatore pronto ad indossare casacche azzurre, che andrebbe capito e affrontato.
* l’Unità, Pubblicato il: 22.10.07, Modificato il: 22.10.07 alle ore 17.20
Napolitano invita ad abbassare i toni
De Magistris, Quirinale «preoccupato»
«Presterò vigile attenzione perché sia assicurato il pieno, doveroso sviluppo delle indagini in corso»
ROMA - «È indispensabile evitare dichiarazioni e commenti che determinano sconcerto nell’ opinione pubblica». È quanto afferma in una nota il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo aver manifestato viva preoccupazione per le polemiche sul caso De Magistris. «Hanno in questi giorni destato in me, quale capo dello Stato e quale presidente del Consiglio superiore della magistratura - afferma Napolitano - viva preoccupazione le polemiche seguite a indagini svolte e a determinazioni assunte da organi giudiziari e dai titolari dell’azione disciplinare nei confronti di magistrati. Considero essenziali, come sempre, la riservatezza e il rispetto delle regole fissate da leggi e codici deontologici. Confido - ha detto il presidente - nel senso di responsabilità di tutti».
VIGILE ATTENZIONE - «Le questioni sollevate debbono trovare soluzione sulla base di una attenta verifica dei fatti, attraverso gli strumenti - di tipo penale, disciplinare e ordinamentale - previsti dalla normativa. Per parte mia, assicuro che, nel rispetto dei confini e delle prerogative assegnatemi dalla Costituzione, presterò vigile attenzione perché sia assicurato il pieno, doveroso sviluppo delle indagini in corso, e in tale contesto siano puntualmente rispettati i diritti dei soggetti coinvolti, così che la magistratura possa esercitare le sue funzioni in assoluta autonomia e indipendenza. Esprimo convinta fiducia nella capacità del Csm di assolvere il compito che gli è affidato con la massima ponderazione e obiettività».
LO SFOGO DEL PM - Era stato lo stesso pm De Magistris, in un’intervista rilasciata al giornalista del Corriere della Sera Carlo Vulpio sabato scorso, ad auspicare un’intervento diretto del capo dello Stato. L’intervista era uscita il giorno successivo a quello in cui Dolcino Favi, avvocato generale dello Stato che da gennaio 2007 fa il procuratore generale reggente a Catanzaro, aveva avocato a sé, togliendola appunto a De Magistris, l’inchiesta Why not, quella in cui sono indagati il presidente del Consiglio, Romano Prodi (abuso d’ufficio), il ministro della Giustizia Clemente Mastella (abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, truffa all’Unione europea e allo Stato italiano) e una schiera di politici, affaristi, militari, magistrati, massoni.
* Corriere della Sera, 22 ottobre 2007
Caso De Magistris, Napolitano preoccupato
"Troppe polemiche, basta dichiarazioni"
ROMA - "E’ indispensabile evitare dichiarazioni e commenti che determinano sconcerto nella opinione pubblica". E’ quanto afferma in una nota il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo aver manifestato viva preoccupazione per le polemiche sul caso De Magistris. "Hanno in questi giorni destato in me, quale Capo dello Stato e quale presidente del Consiglio Superiore della Magistratura - afferma una nota del Quirinale - viva preoccupazione le polemiche seguite a indagini svolte e a determinazioni assunte da organi giudiziari e dai titolari dell’azione disciplinare nei confronti di magistrati. Considero essenziali, come sempre, la riservatezza e il rispetto delle regole fissate da leggi e codici deontologici". "Confido - afferma ancora Napolitano - nel senso di responsabilità di tutti".
CATANZARO: DE MAGISTRIS, DETERMINATO A CONTINUARE IL MIO LAVORO
Catanzaro, 22 ott. (Adnkronos) - ’’Sono determinato a continuare il mio lavoro. Non consentiro’ che con atti di questo tipo venga interrotta l’iniziativa giudiziaria da me intrapresa. Sono indubbiamente colpito dal fatto che con un tratto di penna si possa togliere un’indagine sulla quale si sta lavorando da tanto tempo’’. Lo ha detto il pm di Catanzaro Luigi De Magistris, intervistato dal Tgr della Calabria, sulla decisione della Procura generale di avocare l’inchiesta ’’Why Not’’.
De Magistris e l’inchiesta tolta
«Contro di me i poteri occulti
Ora rischio pallottole e tritolo»
Lo sfogo del pm: non ci sono le condizioni per fare il magistrato in Calabria
DAL NOSTRO INVIATO *
CATANZARO - Non è abbattuto. Non è prostrato. Ma «questa pugnalata alle spalle» Luigi de Magistris, professione pm, non se l’aspettava. Il «pugnalatore » si chiama Dolcino Favi, un avvocato generale dello Stato che da gennaio 2007 fa il procuratore generale reggente a Catanzaro. Favi ha avocato a sé l’inchiesta Why not, quella in cui sono indagati il presidente del Consiglio, Romano Prodi (abuso d’ufficio), il ministro della Giustizia Clemente Mastella (abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, truffa all’Unione europea e allo Stato italiano) e una schiera di politici, affaristi, militari, magistrati, massoni.
Allora, dottor de Magistris, c’è una strategia in ciò che sta accadendo? «È evidente. C’è una strategia in atto. Una strategia ben nota all’Italia. Si chiama strategia della tensione».
Come fa a dirlo? «Le intimidazioni istituzionali, le pallottole, la richiesta di trasferimento da parte del ministro, e da ultimo l’avocazione di un’altra mia indagine e la fuga di notizie sull’iscrizione del ministro tra gli indagati, tutto questo è opera di una manina particolarmente raffinata».
Quale manina? «Poteri occulti. Massoneria, soprattutto. Coadiuvati da pezzi della magistratura, non solo calabrese, che in questa vicenda hanno svolto un ruolo fondamentale L’ultimo gol, secondo questo ragionamento, lo hanno fatto segnare al procuratore generale Favi? «Beh, è un dato di fatto che il dottor Favi, soprattutto negli ultimi mesi, sembra che abbia svolto soltanto un ruolo: una intensa attività epistolare in cui si è occupato di me, come magistrato e come persona fisica. Voleva togliermi anche l’inchiesta Toghe lucane. Finora non c’è riuscito, ma non è detto che non abbia già pensato di concludere il lavoro ».
Per quali ragioni lei teme che si voglia spingere il Paese in un clima da anni di piombo? «Perché con questa avocazione, me lo lasci dire, torniamo alla magistratura fascista, forte con i deboli e debole con i forti. Davanti alla legge, i potenti non sono uguali come tutti gli altri. Questo è il messaggio. E il pericolo è che si apra la strada a un periodo buio: ognuno stia al suo posto e non si immischi, perché rischia ».
Lei rischia? «Certo. E non solo io. Anche tutti gli altri che si sono occupati di queste vicende. E tutti i cittadini». Cosa si rischia? «Dopo un’avocazione di un’inchiesta del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi le pallottole e il tritolo».
Come le pallottole inviate a lei e al gip di Milano, Clementina Forleo, firmate Brigate rosse? «Ma quali Brigate rosse! Per fortuna, oggi siamo in un momento storico diverso, non c’è il terreno di coltura dell’ideologismo fanatico degli anni ’70 e c’è una grande attenzione al tema dei diritti. No, non c’è il rischio di iniziative violente da parte di improbabili sigle terroristiche vecchie e nuove. Quei proiettili inviati a me e alla collega Forleo provengono da settori deviati di apparati dello Stato, che già in passato hanno messo in pericolo le istituzioni e oggi cercano di riprodurre quel clima».
Dica la verità, lei ritiene che sia in atto un golpe giudiziario?«La parola golpe la usa lei. Certo è che è accaduta una cosa senza precedenti, della quale non so ancora ufficialmente nulla, poiché nulla mi è stato notificato. L’ho appreso dall’Ansa. No, non mi pare ci siano più le condizioni per fare il magistrato, specie in Calabria, avendo come punto di riferimento l’articolo 3 della Costituzione (principio di uguaglianza di tutti i cittadini, ndr) ».
Da quand’è che si trova sotto tiro?«Da quando ho cominciato a indagare sui finanziamenti pubblici europei. Da allora, è scattata la strategia delle manine massoniche. Questo di oggi è solo l’ultimo atto. Staremo a vedere quali saranno i prossimi, visto che ormai sono considerato un elemento "socialmente pericoloso"».
La accusano di aver iscritto Mastella nel registro degli indagati per ritorsione, per la storia del trasferimento. «Falso. Le indagini, come tutti sanno, avevano un loro corso, che non poteva essere intralciato da attività esterne. Nemmeno da una richiesta di trasferimento, che appunto è da considerarsi un’attività esterna. La domanda da fare è un’altra».
La faccia. «Mi chiedo: chi e perché ha fatto venir fuori la notizia dell’iscrizione di Mastella? E come mai è stata fatta pubblicare una cosa non vera, e cioè che Mastella fosse indagato anche per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete? ».
E che cosa si risponde?«Che è opera della stessa manina raffinata. Suggerisce qualcosa il fatto che prima ancora che le agenzie lanciassero la notizia, Mastella abbia dichiarato che con le associazioni massoniche lui non ha nulla a che fare?».
In questo scenario, le misure di sicurezza per lei sono state rafforzate? «Non ne so nulla. So che continuo a mettere di tasca mia la benzina a un’auto blindata che è un baraccone, tanto che non può spostarsi nemmeno fuori Catanzaro».
E la riunione di giovedì scorso del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica? «Come no. Mi hanno detto che vi ha preso parte anche il procuratore aggiunto Salvatore Murone (sul quale indaga la procura di Salerno, per fatti relativi a inchieste del pm de Magistris, ndr). La cosa un po’ mi inquieta, poiché ritengo che proprio Murone sia uno dei principali responsabili del mio isolamento istituzionale, oltre che uno degli autori dell’attività di contrasto nei miei confronti all’interno dell’ufficio giudiziario».
Allora è vero che quella di Catanzaro è un’altra «procura dei veleni»? «No. Non è così. Con la gran parte dei colleghi io ho un rapporto ottimo. Ma quando arrivo in Procura mi guardo lo stesso alle spalle. C’è nei miei confronti, e le vicende degli ultimi tre anni lo dimostrano, una precisa attività di contrasto, messa in atto verso ben precise indagini e svolta da parte di ben individuati soggetti».
Cosa pensa della telefonata dell’altro giorno tra i suoi indagati Prodi e Mastella che il premier ha definito «cordiale»? «Non parlo delle indagini in corso, lo sa». Dopo questa intervista, non l’accuseranno di aver avuto un «disinvolto rapporto » con la stampa? «Questo è davvero paradossale. Sono io che ho subito i danni creati dalle fughe di notizie. E poi, adesso basta. Il momento è troppo grave. E quindi ritengo di potermi svincolare dal dovere di riservatezza che mi ero imposto, mentre tutti gli altri facevano con me il tiro al bersaglio ».
Pensa che debbano intervenire capo dello Stato e Csm?«Sì. Lo spero. Non so perché il presidente Napolitano non sia ancora intervenuto. Confido che lo faccia il Csm, a tutela dell’autonomia e indipendenza di tutti i magistrati. Anche di quelli che lavorano in Calabria».
Carlo Vulpio
“Mi hanno fermato sul traguardo”
Trasferimento. Il ministro della Giustizia aveva chiesto al Csm di spostare il magistrato
di GUIDO RUOTOLO ( La Stampa, 21/10/2007 - 9:18) *
Mi hanno bloccato. Ero in dirittura d’arrivo, entro dicembre avrei chiuso la parte più importante della inchiesta “Why Not”, quella sulla ricostruzione dei flussi di finanziamento. Ci sono riusciti, come del resto hanno fatto con l’inchiesta “Poseidone” che proprio sulla linea del traguardo mi è stata tolta». Non ci sta, il sostituto procuratore Luigi De Magistris, anche se è consapevole che l’avocazione da parte della Procura generale del fascicolo «Why Not», l’inchiesta che vede indagati tra gli altri il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il ministro di Giustizia, Clemente Mastella, è un atto insindacabile.
Dottor De Magistris, il Codice di procedura penale prevede la possibilità di avocazione. Secondo le indiscrezioni, il procuratore generale ha ravvisato elementi di incompatibilità. «Incompatibilità? Mi dovevo astenere dal proseguire le indagini? E’ fuori dalla grazia di dio. Anche il Csm, quando ha deciso di rinviare al 17 dicembre la decisione sul mio trasferimento d’ufficio cautelare chiesto dal Guardasigilli, mi ha messo nelle condizioni di poter proseguire le indagini. Quello che è accaduto è un ulteriore tassello dell’attività di contrasto nei miei confronti».
Non esagera nel dire che siamo alla fine dell’autonomia e indipendenza della magistratura e dello Stato diritto? «Ci stiamo avviando al crollo dello Stato di diritto e, per quanto riguarda il mio caso, alla fine dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura come potere diffuso».
Perché? «E’ normale che quando chiudo inchieste su omicidi, traffici di droga e di esseri umani ricevo il plauso delle istituzioni, quando invece indago sui rapporti opachi tra politica, istituzioni, appalti e fiumi di risorse pubbliche divento un soggetto socialmente pericoloso? Via “Poseidone”, via “Why Not” e poi il trasferimento cautelare. Quali conclusioni devo trarre? Non ci sono più le condizioni perché possa lavorare nella normalità, soprattutto quando si toccano certi interessi».
E’ solo contro il resto del mondo? Abbandonato anche dai suoi colleghi?«Dagli ultimi eventi, emerge sempre di più un ruolo determinante in questa trama di ostacoli alla mia attività, dei poteri occulti che, evidentemente, trovano terreno fertile anche all’interno della magistratura».
Accuse pesanti. Ma lei ha mai chiesto di poter lavorare insieme ad altri pm? «Credo nel pool, per avere scambi di opinione, per poter lavorare insieme ad altri colleghi. L’ho chiesto ma non ho mai avuto ascolto. Non è vero che sono isolato all’interno del Palazzo di giustizia di Catanzaro. Tanti colleghi mi hanno espresso solidarietà in silenzio, quella visibile invece è stata l’ostilità di una parte della magistratura».
Si è chiesto il perché? «Questa parte della magistratura è completamente interna al sistema di collusione».
Si sente un eroe o un martire?«Sono un magistrato normale, che rispetta profondamente la Costituzione repubblicana, che cerca di svolgere il proprio dovere nel modo migliore possibile e con tanto amore».
Oltre centomila firme in calce a un appello a suo favore, trecento magistrati che solidarizzano con lei. Neppure ai tempi di Mani Pulite è accaduto quello che sta avvenendo per lei. Perché? «Si è compresa qual è la vera posta in gioco: l’autonomia e indipendenza della magistratura in una regione così particolare qual è la Calabria. E’ apparso evidente il fortissimo isolamento istituzionale nel quale sono stato imprigionato. L’opinione pubblica calabrese è molto più matura di quanto non lo sia stata ai tempi di Mani pulite».
Oggi la magistratura è più forte o più debole? «Più debole per via delle riforme legislative e poi perché una parte si è messa in sonno».
Lei è d’accordo con la separazione delle carriere? «Se vi fossero delle garanzie costituzionali, sì».
Dovendo fare un bilancio, non trova nessuno spunto di autocritica da fare? «Lavorando in queste condizioni impossibili e in questo contesto ambientale, di errori ne avrò anche fatti. Devo dire con onestà che non ho nulla da rimproverarmi se non quello che per il lavoro ho trascurato gli affetti familiari».
Lei è incompatibile con Catanzaro o è Catanzaro ad essere incompatibile con lei? «Sono incompatibile con una parte del sistema giudiziario calabrese e con una fetta consistente del sistema che governa questa regione. Non lo sono con una quota significativa della magistratura e, soprattutto, con la maggioranza della società civile e la sua proiezione politica. Che ha capito che l’unico movente che mi ha spinto nella mia attività è la ricerca della verità».
Intervista al pm di Catanzaro a cui la procura generale ha avocato l’inchiesta
dopo l’iscrizione al registro degli indagati del ministro Clemente Mastella
De Magistris:"Mi cacciano perchè indago
Così torniamo all’epoca fascista"
"Oggi il tema in gioco è se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge
Faccio le corna, ma dopo che mi hanno tolto le inchieste resta solo l’eliminaziione fisica"
di
ATTILIO BOLZONI
FRANCESCO VIVIANO *
Ha appena saputo. E comincia a parlare: "Siamo alla magistratura degli Anni Trenta, siamo tornati a un ordinamento giudiziario gerarchizzato proprio dell’epoca fascista". Il sostituto procuratore Luigi De Magistris sceglie con cura le parole, prova a stare calmo nonostante tutto quello che gli sta rotolando addosso. Dice: "Prima mi tolgono l’inchiesta Poseidone, poi il tentativo di allontanamento, poi ancora l’avocazione dell’inchiesta Why Not, faccio le corna ma dopo rimane solo l’ipotesi della soppressione fisica". Il magistrato è nella sua casa di Catanzaro. Risponde a tutte le domande che può. Da qualche minuto ha avuto notizia dalle agenzie di stampa che gli hanno "tolto" anche l’altra indagine, si sfoga: "Stento a crederci, mi sembra una barzelletta".
Che costa sta accadendo dottor De Magistris? "Il dato è quello dell’impossibilità materiale di svolgere il proprio ruolo. Se è vero, se è vero perché io non ho ancora ricevuto alcuna notifica, ci avviamo al crollo dello stato di diritto. E un altro punto nevralgico è quello dell’articolo 3 della Costituzione che qui si sta mettendo in gioco: i cittadini italiani sono tutti uguali davanti alla legge?"
Tutti i cittadini italiani sono uguali davanti alla legge? "Se uno arresta chi fa la tratta di esseri umani o i trafficanti di droga gli arrivano i telegrammi e gli applausi, gli dicono che è il magistrato più bravo d’Italia. Ma poi viene cacciato quando indaga sulla pubblica amministrazione. Cosa significa allora? A questo punto la partita non può essere più - visto che il tema è così alto - trasferite o non trasferite De Magistris. Io pongo un altro problema: un magistrato così può rimanere in magistratura. E io, così lo so fare il magistrato, anche se mi mandano a Bolzano o a Novara o a Cagliari. Questo è il tema che è in gioco nel Paese: se un magistrato può continuare a indagare su tutti i cittadino o no".
Lei cosa sa di questa avocazione? "Di ufficiale nulla. Ma se la ragione è quella sull’omessa astensione nel conflitto con il ministro, questo è un fatto senza precedenti. In questo caso la magistratura, intesa come potere diffuso sul territorio, perde completamente la sua autonomia".
Sembra che il procuratore generale Dolcino Favi abbia motivato il suo provvedimento per l’articolo 412, cioè l’avocazione delle indagini preliminari per mancato esercizio dell’azione penale o per la non archiviazione nei termini stabiliti dalle legge. "Se è così, è ancora peggio. Le indagini preliminari sono in corso e quella norma può intervenire solo quando scadono i termini delle indagini. Le mie indagini erano in pieno svolgimento. Quindi, quella norma, è completamente inapplicabile".
Si sentirebbe allora in grado di affermare che c’è stata una forzatura, se fosse andata davvero così? "Se fosse andata così, sarebbe un eufemismo dire che c’è stata una forzatura. E poi, poi io in queste ore mi sono fatto una domanda: come è che la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di Mastella, una notizia così riservata, è uscita su Libero? Io credo che faccia parte di una vera strategia della tensione. Prima la fuga di notizie su Prodi, poi la revoca delle indagini, poi l’articolo di Libero che è servito a scatenare un processo mediatico per arrivare all’avocazione. Senza questa fuga di notizie su Mastella, non sarebbe accaduto tutto questo. E poi il procuratore generale non potrebbe sapere della notizia di Mastella, è vietato dalla legge. Di quella iscrizione lo può sapere il procuratore della repubblica, il procuratore aggiunto. Il procuratore generale non può conoscere le indagini. E la velocità del suo provvedimento mi ha lasciato esterrefatto".
De Magistris, cosa farà adesso? "Scriverò a chi di dovere, questa avocazione è un ulteriore tassello di ciò che mi sta accadendo da tre anni a questa parte".
Si rivolgerà al Csm? Denuncerà tutto a un’altra procura? "Investirò più di un’autorità. Indagavo su un sistema di potere e mi hanno spogliato di tutte le inchieste".
Ci spieghi meglio.. "Il segnale che hanno lanciato è molto chiaro: la magistratura non può più indagare in alcune direzioni. Questo è evidente. Poi è anche la conferma di come una parte del potere giudiziario sta dentro il sistema. Una parte della magistratura è funzionale a certi sistemi oggetto di investigazioni, è fondamentale capire questo. Ecco perché si pone in discussione l’agibilità democratica all’interno della magistratura. Da un lato c’è un ritorno alla magistratura degli Anni Trenta, con segni sintomatici di quel periodo del prefascismo e del fascismo. E cioè la possibilità del ministro di trasferire in via cautelare dei magistrati. Si ritorna al periodo in cui il potentino del paese, il signorotto che chiede l’allontanamento del pretore che magari dava fastidio e poi arrivavano gli ispettori e in una settimana quel pretore lo cacciavano via. Si torna alla magistratura ipergerarchizzata, l’avocazione senza alcuna giustificazione, la magistratura in una posizione di avvilimento totale. Immaginate il messaggio che sta passando in questo momento nei confronti di tutti i colleghi".
Si rimprovera qualcosa nel suo lavoro? "Io ho un rispetto assoluto delle forme, io ritengo che un magistrato per raggiungere risultati deve innanzitutto rispettare la procedura penale. Detto questo, è ovvio e scontato che chi lavora in queste condizioni possa fare errori. Io non mi rimprovero nulla. Ma sono consapevole di aver potuto fare errori, di aver potuto sbagliare. E’ umano, ovvio. Che poi abbia fatto errori è tutto da vedere. Io ho subito in questi mesi un processo pubblico senza potermi difendere".
L’iscrizione del ministro Mastella può aver accelerato l’avocazione dell’altra sua inchiesta? "Sta nei fatti mi pare. Poi parleranno le carte, ma mi pare assolutamente verosimile".
C’è, come dire, una tempistica ritorsiva? "Io questo non lo posso dire. Però mettendo insieme i fatti... Un’altra cosa mi sembra incredibile: io stavo facendo un percorso di indagine molto lineare e all’improvviso si inserisce una richiesta di trasferimento del ministro che poi - sembrerebbe - è stata utilizzata per dire tu ti dovevi astenere perché c’era la richiesta di trasferimento. Quindi arriviamo al punto che si equipara una richiesta di trasferimento d’ufficio con un atto istituzionale a una specie di denuncia presentata da un indagato. C’è inimicizia, devi astenerti. Una cosa veramente incredibile. E’ senza precedenti. Che cosa dovevo fare di fronte a quella richiesta? Dovevo fermarmi, dovevo chiudere le mie indagini? La logica era quella: io dovevo fermare le mie indagini in quella direzione".
O girare le spalle, far finta di non vedere... "Voglio dire un’altra cosa sul messaggio che stanno mandando. Se io dovessi essere trasferito il magistrato che mi verrà a sostituire cosa farà, come si comporterà? Sa già che, se dovesse seguire le mie orme, andrebbe incontro a un provvedimento disciplinare. Cosa altro deve pensare? O mi fermo o mi tolgono l’indagine. Ecco perché parlo di fine di autonomia e dell’indipendenza della magistratura. E lo dico a ragion veduta. Così non si può più andare avanti, così non ci sono più gli spazi per questo lavoro. E come si fa?".
Lei è diventato, suo malgrado, anche punto di riferimento per un Sud che vuole liberarsi da certi poteri poco trasparenti. Ha qualcosa da dire a quei ragazzi che manifestano per non farla cacciare? Cosa vorrebbe dire a quei giovani calabresi e a tutti gli altri che credono nell’autonomia della magistratura? "Io innanzitutto credo che questa mobilitazione sia sui diritti e sulla giustizia e non su un giustizialismo o provocata dalla voglia di un tintinnio di manette, di monetine tirate. Questa è una differenza importante con il 1992. Bisogna capire quale è la posta in gioco, questa non è più una questione solo di Luigi De Magistris. Sono convinto che c’è una consapevolezza dei propri diritti, che oggi c’è una grande maturità democratica. Ho ammirazione per quei ragazzi".
Come si sente davvero, cosa prova dentro nel momento che deve lasciare le sue inchieste? "In una regione che ha decine e decine di magistrati che si trovano in una situazione di opacità assoluta, si va a colpire con tutti i mezzi chi sta cercando di fare un po’ di chiarezza sul fiume di finanziamenti pubblici che sono arrivati... ".
Gli addebiti al pm De Magistris appaiono fragili e l’uguaglianza davanti alla legge è a rischio
Ecco perché va cancellato il tempo della furbizia
di GIUSEPPE D’AVANZO *
IMMAGINIAMO di essere non nell’ottobre 2007, ma nello stesso mese del 2005. Un pubblico ministero indaga il capo del governo (è Berlusconi) e il suo ministro di giustizia (è Castelli). Gli sottraggono una prima inchiesta, avocata dal procuratore capo. Il pubblico ministero si mette al lavoro su un’altra inchiesta. In un passaggio dell’indagine che egli ritiene decisivo, il ministro di Giustizia (le indagini raccontano che è in buoni rapporti con due degli indagati) chiede - come una nuova legge gli permette - il trasferimento cautelare del pubblico ministero a un altro ufficio.
Sarebbe la definitiva morte dell’inchiesta. Il provvedimento amministrativo non convince il Consiglio superiore della magistratura che lo deve disporre. Non ne intravede l’urgenza, prende tempo, tira in lungo. Il pubblico ministero iscrive, allora, il ministro nel registro degli indagati: atto dovuto per l’esercizio dell’azione penale e soprattutto garanzia per l’indagato. Ventiquattro ore dopo, il procuratore generale avoca a sé - sottrae al pubblico ministero - anche la seconda indagine.
Il passo è inconsueto e appare anomalo. Gli addetti ricordano, se hanno memoria buona, qualche modesto precedente di quindici anni prima. Le ragioni del procuratore generale stanno in piedi come un sacco vuoto.
Se il motivo dell’avocazione è l’"incompatibilità" per l’"inimicizia grave" tra il pubblico ministero e il ministro indagato (ha chiesto la punizione del pubblico ministero, che ne è risentito), si tratta una fanfaluca. Se si accetta il principio, qualunque indagato che denuncia il suo accusatore potrebbe invocare l’"inimicizia grave" e liberarsi del suo pubblico ministero. Cesare Previti, in passato e ripetutamente, ci ha provato. Non è andato lontano.
Ci sarebbe - trapela dalla procura generale - un’altra ragione per l’avocazione delle indagini: l’inerzia del pubblico ministero. L’accusatore è fermo. Non va né avanti né dietro. Non esercita l’azione penale. Non richiede l’archiviazione "nel termine stabilito dalla legge". Ora, l’inchiesta del pubblico ministero è nei termini stabiliti dalla legge (è un fatto) e di quel pubblico ministero tutto si può dire tranne che sia pigro o inoperoso (è un fatto). La seconda ragione appare, se possibile, anche più debole della prima e nonostante ciò il pubblico ministero perde l’inchiesta e il capo del governo e il ministro di Giustizia tirano un respiro di sollievo, si liberano di ogni controllo (che abbiano o no responsabilità punibili è un’altra storia, naturalmente).
Siamo nell’ottobre del 2005 - lo ricordate? - e in questo modo abusivo il capo del governo (è Berlusconi) e il ministro di Giustizia (è Castelli) si grattano la rogna, guadagnano un’illegittima impunità, contraria alla Costituzione e alla legge.
L’operazione liquidatoria consiglia di gridare allo scandalo. Non siamo nella Francia ancien régime dove, grazie a lettere chiamate Committimus, le persone favorite dal potere schivano le normali giurisdizioni e si presentano dinanzi a corti più mansuete. Se questo accade (e accade) si degrada a regola fluttuante, a canone fluido l’articolo 3 della Costituzione ("I cittadini sono eguali davanti alla legge senza distinzioni di condizioni personali e sociali"). E’ necessario interrogarsi allora sulla qualità di una democrazia, esprimere qualche preoccupazione se il potere politico rifiuta ogni contrappeso; annichilisce l’indipendenza della magistratura. E’ un obbligo chiedersi delle ragioni (e responsabilità) di una frattura istituzionale che impone a una magistratura servile di umiliare la sua stessa autonomia liberandosi delle "teste storte" convinte che atti uguali vadano valutati a uguali parametri giuridici, sia l’indagato un povero cristo o di eccellentissimo lignaggio.
Questo avremmo pensato e detto, con apprensione e qualche brivido, se nell’ottobre del 2005 fosse stata rubata l’inchiesta a un pubblico ministero "colpevole" di voler verificare i comportamenti del capo del governo (Berlusconi) e del ministro di giustizia (Castelli).
Non siamo (purtroppo?) nel 2005. Siamo nel 2007 e il capo del governo (indagato) è Romano Prodi, il ministro di Giustizia (indagato) è Clemente Mastella e l’esito dell’affare non è mai riuscito a Berlusconi, Previti, Dell’Utri, Castelli: il pubblico ministero che li ha indagati - Luigi De Magistris - si è visto trafugare l’inchiesta dal tavolo.
Se ne deve prendere atto con molta inquietudine. Ora che il "caso De Magistris" (o il "caso Prodi/Mastella"?) precipita verso un punto critico, è indispensabile che questo affare diventi finalmente, e nel mondo più rapido, trasparente. Che tutti i comportamenti, le responsabilità, gli usi e i soprusi siano squadernati in pubblico, possano essere verificati e, se necessario, presto corretti nel rispetto delle regole democratiche che assegnano a ciascuno degli attori ruolo e doveri.
Il governo governi senza condizionare l’autonomia della magistratura (se Mastella teme di cadere in tentazione, gli si assegni un altro incarico nell’esecutivo). Il pubblico ministero eserciti l’azione penale nel rispetto delle costrizioni procedurali (il Consiglio superiore ne verifichi l’ossequio, subito non in dicembre). Le gerarchie togate evitino ogni soggezione, rispettino i codici, non manipolino le procedure (la procura generale di Catanzaro receda dalla sua dissennata iniziativa).
Il presidente della Repubblica sia, come sempre è stato, il garante della Costituzione e dell’eguaglianza del cittadino dinanzi alla legge. Non c’è più spazio per il compromesso, la tolleranza, la furbizia. A meno di non voler cadere in quell’incubo che sembrava alla spalle con la sconfitta del cattivissimo Silvio Berlusconi.
* la Repubblica, 21 ottobre 2007.
Catanzaro, la Procura toglie l’inchiesta a De Magistris
Incompatibile a indagare su Mastella. Luigi De Magistris costretto dalla Procura di Catanzaro a lasciare l’inchiesta Why not. È l’ennesimo colpo di scena della saga che vede coinvolti il pubblico ministero calabrese e il ministro della Giustizia. Dopo che venerdì si era avuta notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di Clemente Mastella, sabato mattina, il procuratore generale di Catanzaro, Dolcino Favi, ha avocato l’inchiesta al pm Luigi De Magistris. Il motivo sarebbe proprio l’incompatibilità del pm a indagare sul ministro che ne ha chiesto il trasferimento.
La richiesta in corso di trasferire De Magistris da Catanzaro avrebbe dovuto, secondo la Procura, far desistere il pm dall’iscrivere il ministro Mastella, ovvero colui che ha chiesto di mandarlo via dalla Calabria, nel registro degli indagati. Ma non è andata così, e il procuratore Favi ha sentito il bisogno di intervenire direttamente. Favi ha applicato l’articolo 372 lettera A del codice di procedura penale, secondo il quale il procuratore è obbligato a disporre l’avocazione dell’inchiesta nel momento in cui si presenti una situazione di incompatibilità con il titolare dell’inchiesta stessa.
Aveva destato scalpore venerdì la notizia che nella sterminata lista degli iscritti al registro degli indagati dell’inchiesta Why Not fosse finito anche il nome di Mastella. Sì, proprio il ministro che da settimane porta avanti una dura campagna contro il pubblico ministero Luigi De Magistris, quello che sostiene l’esistenza di una sorta di "nuova tangentopoli", una vera e propria associazione a delinquere che coinvolgerebbe politici e imprenditori, non solo calabresi. Un terremoto che aveva avuto una nuova scossa con la decisione del ministro Mastella di chiedere il trasferimento del pm calabrese, per la sua «vigilanza assai inefficace» sull’iter di alcune inchieste, nonché per «comportamenti svincolati dalle norme processuali, ordinamentali e deontologiche».
Ma ad oggi, gli ispettori del ministero della Giustizia non hanno trovato nulla, e sul caso De Magistris si era alzato il polverone: in molti, dalle associazioni ai parenti delle vittime di mafia, fino al gip Clementina Forleo, sostengono che l’unica colpa di De Magistris sia quella di essere arrivato dove non doveva arrivare. Mastella, comunque, venerdì si era detto tranquillo, sereno e soprattutto estraneo ai fatti. Dalle prime indiscrezioni, pare che al centro delle accuse contro Mastella ci siano i suoi presunti rapporti con l’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e pedina centrale dell’inchiesta Why Not, dal nome dell’agenzia interinale intestata allo stesso Saladino.
Ora, l’intervento della Procura rimette in gioco tutte le carte. Il pm De Magistris, intanto, dice di non sapere nulla dell’avocazione: «Ancora una volta - ha detto - vengono rese pubbliche a mezzo stampa notizie riservate che riguardano il mio ufficio, le mie indagini, e la mia persona. Se è vero quello che l’Ansa ha scritto, non avendo io ricevuto alcuna notifica - conclude - ci avviamo al crollo dello stato di diritto, registrandosi anche, nel mio caso, la fine dell’indipendenza e dell’autonomia dei magistrati quale potere diffuso».
* l’Unità, Pubblicato il: 20.10.07, Modificato il: 20.10.07 alle ore 17.03
La decisione dopo che si è appreso dell’iscrizione di Mastella nel registro degli indagati
"Incompatibilità" per il magistrato del quale il Guardasigilli ha chiesto il trasferimento
La reazione: "E’ la fine dell’indipendenza della magistratura"
Why not, la svolta della procura generale
tolta l’inchiesta al pm De Magistris *
CATANZARO - La Procura generale di Catanzaro ha avocato l’inchiesta "Why Not" sul presunto uso illecito di finanziamenti pubblici di cui era titolare il pm Luigi De Magistris. Nell’inchiesta sono coinvolti tra gli altri il presidente del consiglio Romano Prodi e il ministro della Giustizia Clemente Mastella, che ha chiesto il trasferimento di De Magistris. Una notizia che ha preso in contropiede il magistrato che ha appreso la novità dalla stampa. Ancora una volta vengono rese pubbliche a mezzo stampa notizie riservate che riguardano il mio ufficio, le mie indagini, e la mia persona. Ci avviamo al crollo dello stato di diritto, registrandosi la fine dell’indipendenza e dell’autonomia dei magistrati quale potere diffuso".
L’avocazione è stata disposta dal procuratore generale facente funzioni, Dolcino Favi, e sarebbe stata motivata da una presunta incompatibilità di De Magistris legata alla richiesta di trasferimento cautelare d’ufficio che è stata fatta nei suoi confronti da Mastella.
Nel caso specifico sarebbe stata ravvisata una incompatibilità nel procedimento da parte di De Magistris proprio per il coinvolgimento del Guardasigilli. La situazione determinatasi dopo la richiesta di trasferimento, secondo quanto si è appreso, avrebbe dovuto imporre l’astensione da parte del pm. Siccome l’astensione non c’è stata e il capo dell’ufficio non ha provveduto alla sostituzione del magistrato titolare dell’inchiesta, il procuratore generale ha provveduto all’avocazione applicando l’articolo 372 lettera A del codice di procedura penale. La norma prevede l’obbligo per il procuratore generale di disporre l’avocazione nel momento in cui ravvisi una situazione di incompatibilità.
Il procuratore generale ha deciso di valutare la situazione dopo che si è appreso che il ministro della Giustizia è stato iscritto nel registro degli indagati. Nell’inchiesta, oltre a Mastella e Prodi, sono indagati tra gli altri esponenti politici del centrodestra e del centrosinistra e imprenditori.
* la Repubblica, 20 ottobre 2007.
Il nome del ministro agli atti dell’inchiesta "Why not"
Nelle ultime ore conferme "ufficiose" dalla Procura
Catanzaro, Mastella indagato "Accuse ignobili e ridicole"
Le ipotesi di reato: abuso d’ufficio e violazione della legge sulle associazioni segrete
Il Guardasigilli: "Sto tranquillo perché sono una persona perbene" *
CATANZARO - Il ministro della Giustizia Clemente Mastella risulterebbe iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Catanzaro fin dallo scorso 14 ottobre nell’ambito dell’inchiesta "Why Not". "Lo apprendo da notizie giornalistiche - dice il Guardasigilli - se così è, dichiaro di attendere serenamente gli sviluppi di questa situazione". La notizia era stata diffusa dal quotidiano Libero. Fonti della Procura confermano "in maniera ufficiosa", visto che le iscrizioni nei registri degli indagati sono coperte da segreto. L’iscrizione, tra l’altro, non comporta alcuna comunicazione all’interessato. "Non intendo rilasciare alcuna dichiarazione" taglia corto il procuratore vicario della Repubblica di Catanzaro, Salvatore Murone. Libero, riferendo della possibile indagine su Mastella, parla di "tam tam nel Palazzo" e di fonti che parlano "di un riferimento con la posizione di Saladino e alle intercettazioni telefoniche". L’inchiesta "Why not" è la stessa in cui risulta indagato il presidente del Consiglio Romano Prodi e che ha portato alla richiesta di azione disciplinare per il pubblico ministero che la coordina, il sostituto procuratore Luigi De Magistris.
Le ipotesi di reato. Abuso di ufficio e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete: queste le ipotesi di reato per cui Mastella risulterebbe indagato.
L’indagine. Il 18 giugno scorso l’indagine era sfociata nell’emissione di 24 avvisi di garanzia ad esponenti politici del centrosinistra e del centrodestra, al capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza e ad alcuni imprenditori. Al centro dell’inchiesta, gli intrecci fra un presunto comitato d’affari che gestiva fondi europei ed una loggia massonica con sede a San Marino.
Il coinvolgimento di Mastella. Il coinvolgimento del Guardasigilli nell’inchiesta sarebbe motivato dai suoi presunti rapporti con l’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e personaggio centrale dell’inchiesta. L’indagine, infatti, ruoterebbe attorno alla vasta attività imprenditoriale di Saladino, titolare in passato di una società di lavoro interinale denominata "Why Not". Agli atti figurano, tra l’altro, intercettazioni di colloqui telefonici tra Mastella e Saladino.
"Io sono una persona perbene e pulita". E’ stato questo l’unico accenno all’inchiesta di Catanzaro che Mastella ha fatto nel corso del suo intervento al congresso regionale umbro dell’Udeur, a Terni. Ai colleghi di partito che gli esprimevano solidarietà, il ministro ha detto: "L’appello che uno deve fare, è solo alla propria coscienza e alla propria serenità. Dovete solo stare tranquilli e siate orgogliosi di me perché sono una persona perbene e pulita".
"Accuse ignobili e ridicole". "E’ soltanto infamante, ignobile e ridicolo, oltrechè evidentemente menzognero, pensare che io sia o sia mai stato iscritto a logge massoniche o associazioni segrete, e adirò le vie legali con ampia facoltà di prova a chiunque associ la mia persona a fatti del genere". Il ministro Guardasigilli si dice poi "tranquillo", una "tranquillità" che "deriva dal fatto di essere completamente estraneo alle vicende per le quali mi si muoverebbe addebito". Per questo, continua, "ribadisco, come ho avuto modo di ripetere a più riprese, di non essere mai stato iscritto a nessuna loggia massonica, né in Italia né all’estero, e di non aver mai partecipato a comitati d’affari o a singoli affari, come testimonia la mia trentennale vita pubblica e parlamentare nella prima, nella seconda e spero anche nella terza Repubblica".
* la Repubblica, 19 ottobre 2007.
De Magistris indaga su Mastella
Il ministro: «Non so nulla»
Iscritto tra gli indagati di Why Not
Mastella? Why not. Nella sterminata lista degli iscritti al registro degli indagati nell’inchiesta della Procura di Catanzaro, ora spunta anche il nome del ministro della Giustizia Clemente Mastella. Sì, proprio il ministro che da settimane porta avanti una dura campagna contro il pubblico ministero Luigi De Magistris finisce anche lui sotto la lente d’ingrandimento del pm che ha raccolto informazioni su centinaia di politici, giornalisti, uomini d’affari, membri della Commissione Antimafia, prefetti, direttori del Sismi, della Dia, delle Poste. Di tutto di più. Nell’inchiesta, la Why not appunto, De Magistris indaga sull’esistenza di una sorta di "nuova tangentopoli" che vedrebbe all’ordine del giorno truffe e finanziamenti illeciti, una vera e propria associazione a delinquere.
Un terremoto che ha avuto nuove scosse dalla decisione del ministro Mastella di chiedere il trasferimento del pm calabrese, per la sua «vigilanza assai inefficace» sull’iter di alcune inchieste, nonché per «comportamenti svincolati dalle norme processuali, ordinamentali e deontologiche». Ma ad oggi, gli ispettori del ministero della Giustizia non hanno trovato nulla e sul caso De Magistris si è alzato il polverone di chi teme che la fretta di Mastella sia dovuta al fatto che il pm è arrivato dove non doveva arrivare. Così la solidarietà del mondo delle associazioni, su tutti i ragazzi di Locri, dei parenti delle vittime di mafia, del gip Clementina Forleo, l’altro magistrato che è convinta di non andare giù ai politici.
Mastella, per ora si dice tranquillo, sereno e soprattutto estraneo ai fatti. Dalle prime indiscrezioni, pare che al centro delle accuse contro Mastella ci siano i suoi presunti rapporti con l’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e pedina centrale dell’inchiesta Why Not, dal nome dell’agenzia interinale intestata allo stesso Saladino. Agli atti, ci sarebbero intercettazioni telefoniche tra il ministro e l’imprenditore. Mastella, comunque, non ha ancora ricevuto nessun avviso di garanzia: ha scoperto di essere indagato, dice, «da notizie giornalistiche». «Se così è - ha commentato - dichiaro di attendere serenamente gli sviluppi di questa situazione». E sottolinea di «non essere mai stato iscritto a nessuna loggia massonica, né in Italia né all’estero, e di non aver mai partecipato a comitati d’affari o a singoli affari, come testimonia la mia trentennale vita pubblica e parlamentare nella prima, nella seconda e spero anche nella terza Repubblica». De Magistris permettendo.
* l’Unità, Pubblicato il: 19.10.07, Modificato il: 19.10.07 alle ore 18.04
In relazione alle indiscrezioni pubblicate su ’Libero’ di oggi
Mastella: ’’Io indagato? Lo apprendo da notizie giornalistiche’’
Il Guardasigilli: ’’Attendo serenamente gli sviluppi’’. E sottolinea: ’’La mia tranquillità deriva dal fatto di essere completamente estraneo alle vicende per le quali mi si muoverebbe addebito’’. Alla Procura di Catanzaro le bocche sono cucite. A palazzo di Giustizia si raccolgono solo ’’no comment’’
Roma, 19 ott.-(Adnkronos) - ’’Apprendo da notizie giornalistiche che sono stato iscritto nel registro degli indagati della procura della Repubblica di Catanzaro. Se così è - e non dubito perché spesso alla stampa sono fornite notizie che dovrebbero essere riservate in quanto coperte dal segreto d’indagine - dichiaro di attendere serenamente gli sviluppi di questa situazione’’. Lo afferma il ministro della Giustizia, Clemente Mastella (nella foto), in relazione alle indiscrezioni pubblicate su ’Libero’ di oggi.
’’La mia tranquillità deriva dal fatto di essere completamente estraneo alle vicende per le quali mi si muoverebbe addebito’’. ’’Ribadisco, come ho avuto modo di ripetere a più riprese - sottolinea - di non essere mai stato iscritto a nessuna loggia massonica, né in Italia né all’estero, e di non aver mai partecipato a comitati d’affari o a singoli affari, come testimonia la mia trentennale vita pubblica e parlamentare nella prima, nella seconda e spero anche nella terza Repubblica’’.
Alla Procura di Catanzaro le bocche sono cucite. A palazzo di Giustizia si raccolgono solo ’’no comment’’. ’’Il ministro della Giustizia Clemente Mastella sarebbe indagato dal pm Luigi De Magistris. La notizia - ha scritto il vicedirettore di ’Libero’, Gianluigi Paragone - è montata nel corso della nottata, non trovando ancora conferme ufficiali. Al momento non si conoscono i motivi per cui il pm di Catanzaro avrebbe iscritto nel registro degli indagati il ministro. C’è chi parla di un riferimento con la posizione di Saladino e alle intercettazioni telefoniche di cui molto si è discusso nel caso De Magistris’’. ’’Sull’uso delle intercettazioni e sulle quantità di esse, il pm di Catanzaro dovrebbe essere chiaro una volta per sempre’’, aggiunge Paragone. Gli inquirenti calabresi tacciono, a ’Libero’ tuttavia il direttore Vittorio Feltri e il suo vice, Paragone, sarebbero certi dell’iscrizione di Mastella. Al punto che,’’in corsa’’, una prima edizione del quotidiano di Feltri è stata cambiata per aprire il giornale con la notizia del Guardasigilli indagato.
Il nome del ministro è agli atti dell’inchiesta "Why not"
Nessuna conferma dalla procura: "Il registro è segreto e tale deve restare"
Catanzaro, Mastella indagato
"Attendo gli sviluppi della situazione" *
CATANZARO - Il ministro della Giustizia Clemente Mastella, risulterebbe essere stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Catanzaro fin dallo scorso 14 ottobre nell’ambito dell’inchiesta ’Why not’. "Apprendo da notizie giornalistiche che sono stato iscritto nel registro degli indagati della procura della Repubblica di Catanzaro. Se così è dichiaro di attendere serenamente gli sviluppi di questa situazione" commenta Mastella.
La notizia era stata diffusa, stamattina, dal quotidiano Libero. La notizia non è stata però confermata dalla magistratura calabrese. "Non intendo rilasciare alcuna dichiarazione per quanto riguarda il registro degli indagati", taglia corto il procuratore vicario della Repubblica di Catanzaro, Salvatore Murone.
Libero riferendo della possibile indagine su Mastella parla di "tam tam nel palazzo" e di fonti che parlano "di un riferimento con la posizione di Saladino e alle intercettazioni telefoniche". L’inchiesta "Why not" è la stessa in cui risulta indagato il presidente del Consiglio Romano Prodi e che ha portato alla richiesta di azione disciplinare per il pubblico ministero che la coordina, il sostituto procuratore Luigi De Magistris.
L’indagine il 18 giugno scorso era sfociata nell’emissione di 24 avvisi di garanzia ad esponenti politici del centrosinistra e del centrodestra, al capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, e ad alcuni imprenditori. Al centro dell’inchiesta sono gli intrecci fra un presunto comitato d’affari che gestiva fondi europei ed una loggia massonica con sede a San Marino.
(19 ottobre 2007)
Slitta la camera di consiglio che deve decidere sul trasferimento del pm di Catanzaro
Nuove azioni disciplinari: occorre tempo per esaminare le carte del ministero di Mastella
Csm, rinviata al 17 dicembre
la decisione sul caso De Magistris
Il magistrato applaudito fuori dal Palazzo: "Sono
determinato e sereno, riprenderò a lavorare alacremente" *
ROMA - E’ stata rinviata al 17 dicembre la camera di consiglio in cui la sezione disciplinare del Csm dovrà pronunciarsi sulla richiesta di trasferimenti d’ufficio per il pm Luigi De Magistris e per il procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi, avanzata dal ministro della Giustizia Clemente Mastella.
La sezione disciplinare ha cominciato la sua riunione alle ore 9.45, alla presenza del pm di Catanzaro De Magistris e del suo difensore Alessandro Criscuolo. Non si è invece presentato, per ragioni di salute, il procuratore Lombardi, che ha inviato alla sezione disciplinare un certificato medico. Presente invece il suo difensore Fausto Zuccarelli. A quanto si è appreso, De Magistris non avrebbe comunque preso la parola davanti ai giudici disciplinari.
"Vado avanti determinato e sereno, e parlerò solo il 17 dicembre davanti al Csm" ha detto De Magistris uscendo dal Palazzo dopo la decisione del rinvio. Il pm ha aggiunto che continuerà a lavorare "alacremente" e alla domanda dei cronisti se lo slittamento dei termini non comporti più l’urgenza del provvedimento di trasferimento il magistrato ha risposto: "Non sono valutazioni che devo fare io".
L’istanza di rinvio della decisione sul trasferimento è motivata dalla necessità per le parti di aver più tempo per esaminare le ultime carte inviate dal ministro Mastella al Csm e contenenti altre accuse per i due magistrati. Il ministro della Giustizia ha comunicato infatti di aver "esercitato l’azione disciplinare per nuovi fatti".
La nuova azione disciplinare per De Magistris e Lombardi risale a qualche giorno fa, visto che porta la data del 4 ottobre. Il 20 settembre scorso, invece, il guardasigilli aveva fatto pervenire al Csm "ulteriore documentazione" a carico dei magistrati di Catanzaro. Il fatto che i giudici disciplinari ne stiano discutendo ora, potrebbe far presumere che abbiano già rigettato la richiesta della difesa di Lombardi di dichiarare inammissibili le nuove contestazioni del ministro.
In concomitanza con la camera di consiglio, si è tenuto davanti a palazzo dei Marescialli un piccolo sit-in del comitato spontaneo a sostegno di De Magistris, che lo ha accolto all’uscita applaudendo. Il comitato ha già raccolto 90 mila firme per chiedere che il magistrato non venga trasferito. Erano presenti una ventina di persone con striscioni che chiedevano di "non toccare De Magistris". Tra loro anche Aldo Pecora leader di "Ammazzateci tutti".
* la Repubblica, 8 ottobre 2007.
De Magistris, sit- in a Roma
Presso la sede Csm in concomitanza riunione su trasferimento
(ANSA) - CATANZARO, 7 OTT - Un Sit-In di protesta promosso dal comitato spontaneo ’Pro De Magistris’ domani mattina a Roma nei pressi del Palazzo dei Marescialli. La manifestazione si svolgera’ in concomitanza con la riunione del Csm che dovra’ affrontare la richiesta di trasferimento di Lombardi e De Magistris avanzata dal ministro Mastella. Intanto continua la raccolta firme a sostegno del sostituto De Magistris. Ad oggi sono state superate abbondantemente le 90 mila adesioni.
* ANSA» 2007-10-07 19:30
Da Santoro attacchi a Mastella. Il pm: "Pressioni e intimidazioni da ambienti istituzionali"
Polemiche per i tabulati raccolti dal magistrato, il caso potrebbe finire davanti al Csm
La Forleo con De Magistris
"Basta don Rodrigo al sud"
di LIANA MILELLA *
ROMA - "Luigi è un collega che sta subendo intimidazioni e pressioni per aver scoperchiato delle pentole che non andavano scoperchiate, e soprattutto per aver indagato sulle toghe lucane". A difendere con calore il pm di Catanzaro Luigi De Magistris, per cui il Guardasigilli Clemente Mastella ha chiesto al Csm il trasferimento cautelare, arriva a sorpresa, ad Annozero di Michele Santoro, il gip di Milano Clementina Forleo. Da donna del sud per un uomo del sud. Lei pugliese, lui napoletano.
La Forleo esordisce così: "Vengo dalla Puglia, una terra che amo, e dove vedo cose che puntualmente denuncio, anche se comincio a vedere dei passi avanti. Conosco gli sforzi e i sacrifici perché vinca il senso dello Stato e perché la legge sia uguale per tutti. Per me era un dovere essere qui e intervenire come magistrato a favore di De Magistris e di tanti altri colleghi che operano in territori difficili. Luigi ha avuto la sventura di imbattersi più di una volta nei cosiddetti poteri forti o meglio negli interessi collegati ai poteri forti. Ha pagato e sta pagando, ma è il coraggio quello che conta".
Poi l’affondo durissimo contro i politici e la politica fatta nel Mezzogiorno: "È ora che il Sud si liberi dei don Rodrigo e dei suoi bravi". E le conseguenze per un giudice che non si tira indietro davanti ai "poteri forti": "Si finisce per essere lasciati soli da tanti colleghi. Dopo aver fatto scelte scomode via via si perdono gli inviti a cena e a teatro". E quello che è successo ancora ieri quando si è sparsa la notizia che la Forleo sarebbe andata in tv: "Ho ricevuto molte telefonate in cui mi raccomandavano prudenza. Allora mi sono ricordata dei santini appesi nelle auto degli anni Cinquanta "attenta a non sbattere"".
Su De Magistris la sezione disciplinare del Csm avrebbe dovuto decidere lunedì prossimo, ma ieri il vicepresidente Nicola Mancino non ha escluso che ci potrebbe essere uno slittamento per la mole di pagine del dossier a cui, su richiesta del ministro, si aggiungeranno i rapporti della prima commissione che ha lavorato sulle toghe lucane. Ma De Magistris è tranquillo, rompe il silenzio, e a Sandro Ruotolo di Annozero dichiara: "Sono sotto ispezione, senza soluzione di continuità, da circa tre anni. E ciò conferma la bontà del lavoro investigativo che sto facendo. Peccato che da due anni trascorra due giorni alla settimana, il sabato e la domenica, a difendermi".
Anche se gli ispettori glielo contestano, De Magistris insiste sulle minacce ricevute: "Ho subito pressioni e intimidazioni da ambienti istituzionali". È pesante la denuncia di un’incredibile condizioni logistica: "Sono sotto tutela, ma ho una vettura blindata senza benzina. Devo metterla di tasca mia. Quando propongo di usaree la mia auto, mi vietano di posteggiarla sotto il palazzo di giustizia e se chiedo come devo fare mi rispondono " dovrebbe stare a casa"". Anche De Magistris si sente solo: "Una dose di solitudine fa parte del mestiere. Ma qui ne avverto una profonda e inquietante. È la solitudine istituzionale. Ma la gente mi è vicina".
De Magistris nega di aver utilizzato i tabulati telefonici di Prodi, di molti ministri (tra cui Mastella e Amato), di Mancino, dei vertici delle polizie. Mentre monta la protesta politica bipartisan (lo difende Di Pietro, lo attaccano l’Udeur di Mastella, il forzista Cicchitto, il centrista Vietti), il magistrato smentisce e replica seccamente: "La sequela di nomi citati non forma oggetto alcuno, né diretto, né indiretto, delle indagini preliminari del mio ufficio. Non sono l’autore di un grande fratello giudiziario".
Il suo consulente Gioacchino Genchi, che si è occupato di tutte le intercettazioni, parla di "bufala mediatica" e di "ulteriore tentativo di delegittimazione", ma al Csm vogliono vederci chiaro. L’ex pm Felice Casson, ora senatore dell’Ulivo, fa un’interrogazione e chiede che Mastella chiarisca al più presto in Parlamento.
* la Repubblica, 5 ottobre 2007.
ANSA» 2007-10-05 14:50
PRODI: ’’TRASMISSIONE NE’ SERIA NE’ APPROPRIATA’’
ROMA - "Non ho fatto schifezze" e "non ho scheletri nell’armadio": sono due delle affermazioni del ministro della giustizia Clemente Mastella nel corso della conferenza stampa di stamani durante la quale si è soffermato a lungo sulla trasmissione "Annozero" di ieri sera dedicata alla vicenda del pm di Catanzaro Luigi De Magistris.
ANNOZERO? VIVA FEDE - "Perché vi lamentate di Fede? Viva Fede". Ha detto il ministro della giustizia Clemente Mastella. "Il Cda della Rai - ha aggiunto - deve stabilire delle regole per consentire a tutti di esserci, secondo il criterio del servizio pubblico. Non possono esserci oasi nelle quali ognuno fa ciò che vuole". "Se fosse una tv di Berlusconi... Voi parlate di Fede, ma fede è su un canale privato. Andare in dieci contro uno, contro il povero Scotti - ha detto poi Mastella - non è buon giornalismo".
IN RAI REGOLE CERTE O SFIDUCIA - Mastella lancia un avvertimento al Cda Rai: "o vengono date regole certe di convivenza nel servizio pubblico, altrimenti il mio partito attiverà i meccanismi parlamentari per sfiduciare il Cda. In senato, dove i numeri sono più ballerini, faremo mozioni di sfiducia".
PRODI, NIENTE DI SERIO E PROFESSIONALE - "Ho letto i resoconti sulla trasmissione Annozero. Mi sembra che non vi si possa riscontrare nulla della serietà, della professionalità e dell’appropriatezza che dovrebbe avere una trasmissione che riguarda la Giustizia". Lo afferma il presidente del Consiglio, Romano Prodi, a proposito della puntata dedicata alla vicenda De Magistris. Prodi ne ha parlato a margine della sua visita allo stabilimento dell’Avio a Rivalta (Torino).
SANTORO,SI GUARDINO PROGRAMMI PRIMA DI CRITICHE - "Mi auguro che prima di criticare una trasmissione, la si veda. Comunque ci sta anche questo, ci stanno le critiche". Così Michele Santoro, ha risposto alle osservazioni del premier Romano Prodi sulla puntata di ieri di Annozero dedicata al caso De Magistris. "Io ho fatto la mia trasmissione: gli altri sono liberi di commentarla come vogliono, rispetto le loro reazioni", risponde Santoro commentando poi le proteste del leader dell’Udeur Clemente Mastella.
"Se c’é stato un processo? Ma questo è il vocabolario della politica, che usa termini come processo, piazza, linciaggio. La verità è che i politici possono parlare in qualunque momento, dire la loro, ristabilire la verità eventualmente violata, perché sono osannati dai media. Lamentarsi e fare le vittime mi sembra eccessivo. Accetto gli insulti, le critiche, tutto: L’unica cosa che non accetto è il vittimismo, che onestamente mi sembra eccessivo". Il giornalista è anche soddisfatto degli ascolti di ieri, "che sono buoni anche se strani: E’ curioso - spiega - che abbiamo ottenuto esattamente lo stesso risultato della settimana scorsa, anche se in redazione sono arrivate duecento volte le e-mail di giovedì scorso e le telefonate di consenso si sono centuplicate. Comunque ho sempre accettato il verdetto dell’Auditel: E’ un arbitraggio convenzionale, diciamo che va bene".
URBANI, IL CDA? RESPONSABILITA’ E’ TUTTA DEL DG - "Mastella chiede di cacciare il cda Rai? Prodi critica Annozero? Ma la responsabilità è unica ed esclusiva del direttore generale. Il cda è innocente: ha una sola colpa, quella di aver messo il dg al suo posto. Per rimuoverlo, servono i voti di quelli che la pensano come Mastella e Prodi". E’ l’opinione del consigliere di amministrazione Rai Giuliano Urbani, interpellato a proposito delle proteste del Guardasigilli e delle polemiche sollevate dalla puntata di ieri di Annozero.
"Mercoledì scorso - ricorda Urbani - abbiamo avuto in cda una discussione serena e puntuale, che si è conclusa con il mandato al direttore generale, secondo le sue competenze, di provvedere perché la trasmissione corrispondesse in pieno alle leggi e ai regolamenti vigenti e soprattutto al dovere del pluralismo e dell’equidistanza del servizio pubblico ed eventualmente di decidere le sanzioni in caso di inadempienze. Ho chiesto io che questo fosse messo a verbale e i colleghi hanno appoggiato la mia posizione. Mastella e Prodi, dunque, si rivolgano al direttore generale".
Urbani esprime tuttavia "sorpresa e amarezza per il fatto che Mastella e Prodi, ma prima di loro anche Bertinotti, si esprimano solo nel momento in cui sono loro ad essere colpiti: quando tocca agli altri, allora c’é un assordante silenzio e indifferenza. Eppure i verbali del cda rigurgitano di denunce mie, come dei consiglieri Petroni e Staderini, di violazioni del pluralismo, che va osservato nei confronti di tutti". Il consigliere in quota Forza Italia non ha visto la puntata di ieri del programma di Santoro: "La guarderò oggi - spiega Urbani - ma non mi sorprende che ci siano polemiche: noi stessi abbiamo sollevato il caso Annozero almeno una decina di volte. La cosa più grave di queste trasmissioni è che infieriscono su un capro espiatorio in sua assenza, come in un processo senza l’imputato: è una forma di vigliaccheria umana molto peggiore di una gogna, è barbarie pura".
CURZI, IERI DA SANTORO MASSIMO PLURALISMO - "La puntata di ieri di ’Annozero’ incentrata sul caso di De Magistris ha garantito "il massimo pluralismo. Sicuramente non c’é stata violazione delle norme ma una buona lezione di giornalismo".
E’ il giudizio del consigliere di amministrazione Rai Sandro Curzi. "Consiglio a Mastella - ha detto Curzi rispondendo ad una domanda sulle proteste del leader dell’Udeur contro il programma di Michele Santoro - di rivedere la puntata da solo. Pare che non l’abbia vista ma che gli sia stata raccontata: a volte, però, gli altri comunicano le proprie idee. Bisogna vederla bene, fino in fondo. Secondo me - ha sottolineato il consigliere - Mastella non ne è affatto uscito male e il suo sottosegretario ha dato argomentazioni serie di difesa", per di più "avendo tutto il tempo per esprimere il suo punto di vista - ha aggiunto - senza interruzioni e quasi sempre con inquadrature di primo piano". Quanto all’ipotesi che Mastella chieda le dimissioni del Cda Rai, "Siamo qui - ha detto Curzi - per servire lo Stato e lo Stato ieri è stato rafforzato. Ho iniziato a vedere la puntata con grande tristezza e preoccupazione perché pensavo che avrebbe portato materiale all’antipolitica nel senso becero del termine. E invece non ha vinto l’antipolitica, ma c’é stata molta buona politica".
NELLA TRASMISSIONE DI IERI SERA
DE MAGISTRIS,PRESSIONI DA AMBIENTI ISTITUZIONI - ’’Credo di aver subito molte intimidazioni e pressioni proprio dagli ambienti istituzionali. Ho segnalato alle sedi competenti lo stillicidio di intimidazioni e pressioni che sto subendo da quando ho cominciato a occuparmi di determinate inchieste’. Lo ha detto il pm di Catanzaro Luigi De Magistris in una intervista trasmessa dalla trasmissione ’’Annozero’’.
Alla domanda se avesse subito minacce, il magistrato ha precisato di averne ricevuto ’’pochine’’ di tipo classico: lettere o proiettili. ’’A me non piace il magistrato etico che cerca il consenso dell’ opinione pubblica - ha spiegato de Magistris -. Le polemiche fanno un po’ parte del lavoro del magistrato. Puo’ pesare ma e’ una cosa assolutamente naturale’’. Quanto alle ispezioni, il pm ha detto: ’’Da circa tre anni senza soluzione di continuita’ sono sotto ispezione. Cio’ da un lato conferma la bonta’ del lavoro investigativo e processuale che uno sta facendo, dall’ altro che ormai da un paio d’ anni trascorro un paio di giorni alla settimana a dovermi difendere, soprattutto il sabato e la domenica’’.
De Magistris ha confermato di avere la ’’tutela’’ ma ha precisato di utilizzare una vettura blindata ’’che mi viene fornita senza benzina. Per poterla utilizzare devo metterla io’’.
FORLEO, DE MAGISTRIS HA SCOPERCHIATO PENTOLE - Il pm Luigi De Magistris "sta subendo intimidazioni e pressioni per aver scoperchiato pentole che non andavano scoperchiate e per aver finalmente lumeggiato sulle cosiddette ’toghe lucane’ ".
Lo ha detto il Gip di Milano, Clementina Forleo, ospite della trasmissione tv "Annozero" condotta da Michele Santoro dedicata al magistrato della procura di Catanzaro.
"Ho sentito il dovere - ha detto - di intervenire come magistrato che, come il collega De Magistris e tanti altri colleghi che operano su quel territorio difficile, ha avuto la sventura di imbattersi di imbattersi più di una volta nei cosiddetti poteri forti o meglio negli interessi collegati ai poteri forti. Sono qui anche come cittadino e come donna del sud perché ben conosco realtà simili in cui De Magistris e colleghi del sud si stanno imbattendo".
I coriandoli di AnnoZero
di Antonio Padellaro *
Romano Prodi si è trasformato in critico televisivo giudicando poco seria e non equilibrata la puntata di AnnoZero sul pm di Catanzaro De Magistris «trasferito» dal ministro Mastella. Comprensibile l’esigenza di rassicurare il leader dell’Udeur senza i cui voti addio governo. Da apprezzare comunque lo sforzo di una recensione fatta dal premier sui resoconti dei giornali. Insomma, quella trasmissione Prodi non l’ha vista e non gli piace (così come del resto dichiarano Veltroni e varie istituzioni). E invece pensiamo che farebbero bene a vederla. Nel suo genere, infatti, la trasmissione di Santoro è un documento spettacolare (e a tratti horror) su quell’Italia (o Italie) frantumata in mille coriandoli e l’un contro l’altra armata, oggetto di una recente lettera del presidente del Consiglio al professor De Rita. Sarebbe utile se Prodi gli desse un’occhiata perché pensiamo che quanto andato in onda giovedì sera abbia profondamente intristito quella metà del Paese che non molto tempo fa aveva appassionatamente votato per lui e per la sua coalizione. E pensiamo anche al godimento dell’altra metà nel vedere come se le suonavano magistrati e politici dell’Unione tra piazze ribollenti d’indignazione e questa volta non contro Previti o Dell’Utri. Il tutto sotto la conduzione di Michele Santoro, un dì epurato dall’editto di Sofia e icona della sinistra. Spietato nel mostrare e nel congegnare ma lo scontro tra la Forleo, De Magistris e Mastella non se l’è certo inventato lui.
Per il suo ritorno in tv avevo firmato anch’io, confessa adesso un amareggiato Mastella che tuttavia di ben altro dovrebbe dolersi.
Di aver confuso, per esempio, le cause con gli effetti. Per cominciare il Guardasigilli sostiene di essere stato l’altra sera vittima di un linciaggio mediatico. Ma poi ci dice che neppure lui ha visionato il criminale AnnoZero avendo nel frattempo pasteggiato con moglie e amici al ristorante «Lo Sgobbone» di cui ha magnificato la cucina. Quanto all’origine dei fatti un ministro della Giustizia ha il diritto-dovere di chiedere al Csm il trasferimento di un magistrato sulla base delle relazioni di ispettori ministeriali appositamente spediti. Ma se il magistrato è proprio “quel” magistrato che sta indagando su una vicenda non piccola di superloggie massoniche, truffe sui fondi comunitari e sfruttamento del lavoro interinale coinvolgente boss politici calabresi e pezzi grossi della locale procura, che poi dal provvedimento punitivo nasca un qualche problema il ministro se lo dovrebbe aspettare. E quando il nome dello stesso ministro, insieme a quello del premier in carica finisce di striscio in alcune intercettazioni, Mastella non può gridare al complotto se poi qualcuno sospetta che si voglia togliere da un’inchiesta scottante un magistrato scomodissimo per chi esercita il potere. O no?
Fossimo nei panni del ministro invece di raccogliere solidarietà strumentali e che lasciano il tempo che trovano, e invece di pretendere odiose censure preventive e successive minacciando di far saltare in aria la Rai, fossimo in lui andremmo alla fonte del problema. Mastella trovi il modo che preferisce, ma dovrebbe per favore cancellare al più presto dalla testa di tanti cittadini anche il più piccolo dubbio che un ministro possa agire per ritorsione nell’esercizio delle sue funzioni. Sono cose che non si vedono più neppure al cinema.
Sul dottor De Magistris si pronuncerà il Csm che certamente saprà valutare tutti i rilievi mossi dagli ispettori. Facendo per esempio chiarezza sull’esistenza, peraltro già smentita, delle migliaia di tabulati telefonici con le utenze di ministri, leader politici, giudici, funzionari dei servizi che il magistrato avrebbe acquisito attraverso Gioacchino Genchi. Un vicequestore in aspettativa, a cui a detta del ministro, sarebbero state pagati per consulenze sulle trascrizioni un milione di euro nel solo 2005, e che altrettanto dovrebbe ricevere per il lavoro svolto nel 2006. Somme cospicue su cui è meglio diradare ogni ombra. Detto questo non è possibile che nella inevitabile polemica politica del giorno dopo si discetti con voluttà sul presunto protagonismo dei giudici che vogliono sostituirsi alla politica fregandosene altamente di ciò che questi stessi giudici hanno denunciato visti e ascoltati da milioni di persone. De Magistris e la Forleo hanno parlato di attacchi, intimidazioni, pressioni esercitate da coloro che non vogliono che le pentole siano scoperchiate. Forse a Milano meno, ma in Calabria a servire lo Stato spesso si rischia la pelle. Possibile che tutta la solidarietà che c’era a disposizione sia andata a Mastella?
P.S. Sempre ad AnnoZero nella sua consueta lettera Marco Travaglio ha immaginato un Licio Gelli soddisfatto per aver visto finalmente attuato il capitolo giustizia del suo Piano di rinascita nazionale. Regalo che si aspettava dal governo Berlusconi e che invece ha ricevuto dal governo Prodi. Marco lavora spesso sui tasti dell’ironia e del paradosso. Ho paura, però, che questa volta dicesse sul serio. Se è così non sono d’accordo. Per quanti errori possano commettere certi partiti e certi ministri, Prodi non è Berlusconi, Padoa-Schioppa non è Tremonti e che Mastella non sia Castelli lo dicono le stesse associazioni dei magistrati.
Un governo è fatto di persone, di comportamenti, di leggi ma anche di ciò che non vediamo. Di fili invisibili, manovre occulte, interessi innominabili la democrazia di questo paese ha rischiato più volte di perire. Ma sono convinto che tutto il bene e tutto il male del governo Prodi lo abbiamo sotto gli occhi. Ci arrabbiamo di più ma è meglio così. Non è vero che tutto è fango e che in politica non si salva nessuno, e so che anche Travaglio ne sia convinto. Ma se mettiamo il cappuccio piduista a questi come a quelli non facciamo altro che frantumare la nostra fiducia e le nostre speranze (e non solo le nostre) in tanti coriandoli avvelenati. apadellaro@unita.it
* l’Unità, Pubblicato il: 06.10.07, Modificato il: 06.10.07 alle ore 9.49
A proposito di Licio Gelli
di Marco Travaglio *
Caro Antonio, ho letto il tuo bellissimo editoriale di ieri. Tanto più bello in quanto raro, visti gli incredibili attacchi e insulti scagliati contro AnnoZero e contro chi ci lavora dalla stragrande maggioranza dei politici e dei giornali. Ti rispondo per la parte che mi riguarda, cioè per il post scriptum. La lettera di Licio Gelli era, ovviamente, frutto della mia fantasia, ma fino a un certo punto. Nel 1997 ho avuto modo di intervistare il cosiddetto Venerabile a proposito della Bicamerale che allora, sotto la presidenza D’Alema, si adoperava alla riforma costituzionale della giustizia a colpi di bozze Boato. Gelli era entusiasta di quelle bozze, tant’è che mi disse: «Dovrebbero darmi il copyright». Poi, fortunatamente, il suo discepolo Silvio fece saltare il banco perché pretendeva ancora di più (cioè, se possibile, di peggio). Quell’intervista m’è tornata in mente quest’estate quando, con la scusa di scongiurare l’entrata in vigore dell’ordinamento giudiziario Castelli, l’Unione ha approvato in fretta e furia l’ordinamento giudiziario Mastella. Che, pur essendo un po’ meno peggio della Castelli (quisquilie), separa di fatto le carriere tra giudici e pm: per passare dall’una all’altra, ora il magistrato penale dovrà cambiare regione. Così gli scambi dalla requirente a quello giudicante, che l’Europa raccomanda agli stati membri di agevolare in ogni modo, saranno difficilissimi, dunque rarissimi. Ci avevano provato Gelli, Craxi e Berlusconi, a separare le carriere. Invano. L’Unione, con la riforma Mastella, di fatto ci è riuscita. È tanto paradossale immaginare che il venerabile Licio ne sia felice?
Per questo - hai capito bene - l’altra sera parlavo sul serio. Non so te, ma se io avessi saputo che il ministro della Giustizia sarebbe stato Mastella e che costui avrebbe, nell’ordine, sponsorizzato l’indulto, separato di fatto le carriere dei giudici, vietato ai giornalisti di parlare delle indagini giudiziarie e di pubblicarne gli atti, perseguitato i magistrati più coraggiosi ed esposti del Paese, io l’anno scorso non sarei andato a votare per l’Unione, come purtroppo ho fatto. E credo che molti, come me, se ne sarebbero rimasti a casa.
Come hai scritto nel tuo editoriale, AnnoZero ha mostrato una realtà che esiste: un pm isolato e sotto attacco, sia da parte del governo sia da parte della ’ndrangheta; una società civile, quella calabro-lucana, che si è svegliata e fa scudo con migliaia di cittadini, perlopiù giovanissimi, ai suoi (pochi) magistrati veri. Questi sono i fatti che abbiamo mostrato. Un sondaggio condotto da Sky dopo AnnoZero dice che l’85% dei cittadini sta con De Magistris e con la Forleo, contro i politici che li attaccano. Un sondaggio condotto da la Repubblica dice che l’82% dei lettori sta con Santoro e contro chi lo insulta o addirittura lo vorrebbe riepurare. Con chi sta il governo Prodi? Purtroppo, visto il ricatto permanente che Mastella esercita su Prodi, su tutta la maggioranza e sulla Rai, il governo è contro quei magistrati, contro AnnoZero e contro la stragrande maggioranza dei cittadini.
Lo so anch’io che Prodi non è Berlusconi, Padoa-Schioppa non è Tremonti e - aggiungo - Di Pietro non è Lunardi (altrimenti non avrei votato per l’Unione). Che Mastella sia diverso da Castelli, a parte un cambio di vocale e uno di consonante, ho i miei seri dubbi: e comunque lo penserò quando manterrà una sola delle promesse elettorali dell’Unione in materia di giustizia, cancellando tutte le leggi vergogna, anziché mandarle in vigore con qualche ridicolo ritocco (ordinamento giudiziario) o aggiungerne di nuove o perseguitare i magistrati migliori. E comunque i governi non si giudicano solo per le facce che esibiscono: si giudicano soprattutto, per la politica che fanno. Bene, anzi male: in tema di giustizia e di informazione siamo ancora, più che mai, nell’èra Berlusconi. Tu dici: «Certi partiti e certi ministri commettono errori». Eh no, caro Antonio: errare humanum, perseverare diabolicum. Errori potevano essere quelli dell’Ulivo nella legislatura 1996-2001, quando non fu risolto il conflitto d’interessi, non fu varata la legge antitrust sulle tv e furono approvate una dozzina di leggi contro la Giustizia in perfetta sintonia (e con i voti) del centrodestra. Se le stesse persone di allora ricadono nelle stesse vergogne e omissioni di dieci anni fa, vuol dire che quelle non sono (e non erano) “errori”: sono (ed erano) i frutti di un progetto politico ben ponderato, che considera i poteri di controllo - informazione libera e magistratura indipendente - come fastidiosi intrusi da scacciare dal tempio della casta.
Non c’è bisogno di cercare “fili invisibili” o “manovre occulte” per spiegare tutto ciò: come hai scritto, «tutto il bene e tutto il male del governo Prodi lo abbiamo sotto gli occhi». Infatti abbiamo sotto gli occhi il caso di una giudice che chiede il permesso di usare le intercettazioni di alcuni parlamentari forzisti e diessini e viene insultata e attaccata per mesi senza soluzione di continuità (e senza uno straccio di solidarietà dall’Anm); e abbiamo un pm che indaga su Prodi e sui migliori amici di Mastella (da Saladino dell’ex piduista Bisignani) che rischia di essere defenestrato su richiesta di Mastella, cioè del governo Prodi (senza uno straccio di solidarietà dall’Anm). È proprio tutto sotto i nostri occhi che tanti elettori dell’Unione sono inferociti o sconcertati: perché queste cose accadono davvero, non perché AnnoZero ne ha parlato o perché io ho immaginato una letterina del Venerabile.
Il guaio è la luna, non il dito che la indica. L’ha scritto anche Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia e coordinatrice della lista Veltroni a Firenze: «Il Partito democratico dica esattamente se sta con i ragazzi di Locri o con Mastella». Il Pd dica esattamente se sta con Salvatore Borsellino, con Sonia Alfano, con Rosaria Scopelliti, o se li considera un branco di facinorosi. Risposta: silenzio assordante dai maggiori candidati alla guida del Partito democratico.
Non a te, che hai cortesemente dissentito, ma ai tanti colleghi e politici che mi hanno insultato, vorrei rivolgere questa semplice domanda: che cosa direste oggi se queste cose le facesse (anzi, le rifacesse, perché ha già fatto tutto lui prima di Mastella) Berlusconi? Che i giudici non hanno diritto di parola? Che i giornalisti non hanno diritto di cronaca e di critica? Che il Cavaliere commette qualche “errore” in buona fede? E con quale credibilità potrete criticare Berlusconi se tornerà a manomettere la libertà d’informazione e l’indipendenza della magistratura? Ecco, è questa doppia morale che trovo francamente insopportabile. Perché tende a nascondere e a minimizzare quel che accade e rende impossibile ciò che tutti noi non smettiamo mai di sperare: e cioè che, a furia di frustate, questo governo, proprio perché composto in gran parte da persone perbene, rinsavisca, si dia una regolata, ammetta di avere sbagliato e spenda i prossimi mesi a realizzare ciò che tanti elettori si augurano dal maggio 2006. Anche per questo, a costo di passare per barbaro, esibizionista e disinformatore, intendo seguitare a non nascondere e a non minimizzare nulla sotto il ricatto: «Zitto, se no torna Berlusconi». Anche perché Berlusconi non ha bisogno di tornare: purtroppo, non se n’è mai andato.
Anche io spero che su giustizia e legalità questo governo spenda i prossimi mesi (e i prossimi anni) a realizzare ciò che gli elettori hanno chiesto e che si può leggere nel famoso programma dell’Unione. Mastella a parte, anche tu concordi che il governo Prodi non è il governo Berlusconi. Non dimentichiamolo mai.
Antonio Padellaro
* l’Unità, Pubblicato il: 08.10.07, Modificato il: 08.10.07 alle ore 9.32
Il conduttore Rai audito in Commissione di Vigilanza dopo le polemiche
sulla trasmissione Annozero dedicata ai giudici ospiti Forleo e De Magistris
Santoro al premier Prodi: "E’ un maleducato"
In Vigilanza: "Fazioso per conto del pubblico"
Il Cda Rai condivide la linea scelta da Cappon: con il giornalista chiarimenti ma non sanzioni *
ROMA - Ne ha per tutti: per il premier Prodi a cui dà del "maleducato"; e per Mario Landolfi (An), il presidente della Vigilanza Rai a cui replica: "Fazioso io? Sì, per conto dei miei spettatori". Michele Santoro è un fiume in piena durante l’audizione davanti alla Vigilanza. E’ passata una settimana dalla puntata di Annozero dedicata alla giustizia in Calabria e nel sud Italia in cui il gip di Milano Valentina Forleo (intercettazioni telefoniche Unipol) e il pm di Catanzaro De Magistris hanno attaccato frontalmente il ministro della Giustizia Clemente Mastella che ne ha chiesto il trasferimento d’urgenza. Una puntata da cui, tra le altre cose, sono derivati altri guai per la maggioranza. Mastella denuncia di essere lasciato solo e di sentirsi accerchiato, "se non vi sto più bene in questa maggioranza - dice agli alleati - lo dite e ci salutiamo. Non si fa in questo modo".
Santoro se l’è presa prima con il premier Romano Prodi che in questi giorni, commentando la puntata, aveva detto: "Credo che la trasmissione non abbia avuto quelle doti di concretezza e serenità che deve avere una trasmissione che riguarda i problemi della giustizia". Per il resto "nessuno ha mai pensato a limitare e a restringere la libertà di una trasmissione, anzi ben vengano anche le osservazioni e le critiche". Prodi, però, ha giudicato "sulla base dei resoconti letti". Non ha visto cioè la trasmissione.
Santoro non ci sta e di fronte alla Vigilanza ha definito quella del premier "una grave forma di maleducazione" anche "non si polemizzare con trasmissioni che non si sono viste". Soprattutto quando, aggiunge, "si tenta di delegittimare dicendo è un giornalista, un cattivo giornalista: questi sono giudizi che tutt’ al più può esprimere il mio ordine professionale, certamente non può essere il Presidente del consiglio".
Poi la rispostina a Landolfi che lo accusa di essere fazioso. ’’Fazioso io? Sì e per conto del mio pubblico. Sicuramente non per conto terzi’’. Quello che dice Landolfi, ha precisato Santoro "me la prendo come una medaglia anche se questa definizione la attribuisco esclusivamente alla vostra cultura. L’etichetta di fazioso infatti io la respingo al mittente. E’ assolutamente in contrasto con la mia storia che vede polemiche con l’intero arco politico a 360 gradi. Qual e’ la mia fazione? Non esiste. Ora sono più attaccato sul fronte del governo anche se - ha concluso - non mi meraviglierei se Berlusconi riprendesse ad attaccarmi’’.
Durante l’audizione Santoro ha criticato anche i commenti di Romano Prodi: "E’ una grave forma di maleducazione quella di polemizzare con trasmissioni che non si sono viste". Soprattutto quando, aggiunge, "non si vuole una risposta ma si tenta di delegittimare dicendo è un giornalista, è un cattivo giornalista: questi sono giudizi che tutt’ al più può esprimere il mio ordine professionale, certamente non può essere il Presidente del Consiglio".
Intanto arriva il via libera del direttore generale e del Cda della Rai. Per il conduttore tivù una strizzatina di orecchie e poco più. Il Consiglio di amministrazione della Rai alla fine ha condiviso le scelte del dg Claudio Cappon che non ha deciso sanzioni o richiami formali nei confronti di Santoro e ha scelto, invece, di confrontarsi più volte con il giornalista sul programma.
"Il Consiglio di amministrazione - si legge in una nota - condivide e apprezza queste iniziative, e si attende che il dottor Santoro tenga nella dovuta considerazione anche le indicazioni fra quelle trasmessegli dal direttore generale che non hanno avuto ancora positivo riscontro". Il consigliere Sandro Curzi, a fine riunione del cda, difende a spada tratta Santoro e chiede"più rispetto per l’autonomia dei giornalisti".
* la Repubblica, 10 ottobre 2007
Il ministro della Giustizia compare nella "Why not" per telefonate
con un imprenditore indagato la cui utenza era sotto controllo
Mastella intercettato nell’inchiesta di Catanzaro "Parole irrilevanti, indebita la divulgazione"
Scherza: "Sì, sono affiliato alla massoneria di Ceppaloni dal 1947" *
ROMA - Continua la bufera sull’inchiesta avviata dalla Procura di Catanzaro sul presunto gruppo di potere trasversale accusato di una serie di truffe nella gestione di finanziamenti pubblici. Ultima notizia: il coinvolgimento del ministro della Giustizia Clemente Mastella, chiamato in causa addirittura da alcune intercettazioni in cui parla con un imprenditore finito nei guai.
"Ho avuto notizia che saranno domani pubblicati dalla stampa brani di conversazioni che sarebbero intercorse tra me ed un imprenditore indagato dall autorità giudiziaria di Catanzaro, le cui utenze erano evidentemente sottoposte a controllo. Emergerà chiaramente dal contenuto di tali conversazioni la loro assoluta irrilevanza, non avendo mai avuto con l’interessato rapporti di affari". Così il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, commenta l’annuncio della pubblicazione di contenuti di intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta della procura di Catanzaro denominata ’Why not’.
"Ciò che è veramente grave in tale vicenda è invece l’ennesima, indebita divulgazione di intercettazioni disposte nel corso di indagine penale e nelle quali è parte un parlamentare. Vicenda grave - aggiunge il Guardasigilli in una dichiarazione - sia nel caso che le telefonate in questione siano state utilizzate dall’autorità giudiziaria in assenza del necessario provvedimento autorizzativo del Parlamento sia, ed ancor più, nel caso in cui le stesse siano state fraudolentemente divulgate da chi ne abbia avuto a vario titolo la disponibilità, col duplice pregiudizio delle specifiche garanzie costituzionali e del dovere generale di tutela della riservatezza".
"Aggiungo che, poiché le indagini sembrano riguardare un cosiddetto comitato affaristico-massonico, come è a tutti noto - conclude Mastella - sono dal 1947 affiliato alla loggia massonica di Ceppaloni".
* la Repubblica, 19 giugno 2007
TRUFFA A PREFETTURA, ARRESTATO ANCHE VICEPREFETTO NAPOLI *
NAPOLI - Alcune persone, tra le quali un viceprefetto, sono state arrestate dalla Guardia di Finanza di Napoli nel corso di un’operazione, condotta su delega della procura, a conclusione di un’indagine che ha consentito di scoprire una tentata truffa ai danni della prefettura partenopea per circa 30 milioni di euro, realizzata attraverso l’irregolare vendita di mezzi confiscati. L’operazione dei finanzieri, con l’impiego di circa 200 uomini, è ancora in corso. Sono state sequestrate decine d’aziende e arrestate alcune persone tra cui, oltre al viceprefetto responsabile dell’ufficio confische, anche un dipendente dell’agenzia del demanio.
* ANSA 2007-06-19 11:15
I reati ipotizzati dai pm della capitale sono aggiotaggio, insider trading e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza
Unipol-Bnl, indagati a Roma Fazio,
Caltagirone, Coppola, Ricucci e Statuto
Le iscrizioni, un atto dovuto, per le attività del "contropatto"*
ROMA - Per la scalata di Unipol a Bnl sono indagati a Roma l’imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone, l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio, gli immobiliaristi Danilo Coppola, Stefano Ricucci e Giuseppe Statuto, oltre a un’altra ventina di persona. I reati ipotizzati sono, a vario titolo e a seconda delle singole posizioni, aggiotaggio, insider trading, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza.
Le nuove iscrizioni nel registro degli indagati sono un atto dovuto dopo le dichiarazioni di varie persone coinvolte nell’inchiesta, tra le quali Ricucci, e dopo le risultanze investigative che i pm Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli hanno affidato ai militari del nucleo valutario della Guardia di Finanza.
Oggetto di questo nuovo filone di inchiesta è l’attività del ’contropatto’ formato da immobiliaristi e finanzieri nell’estate del 2004 per contrastare il patto che guidava Bnl (con gli spagnoli del Banco del Bilbao interessati alla scalata grazie all’appoggio di Generali e Doint, la società di Diego Della Valle). Al vaglio degli investigatori ci sono passaggi, ritenuti sospetti, di azioni tra soci del ’contropatto’, che avevano portato alla raccolta e alla vendita a Unipol di oltre il 27 per cento di Bnl con plusvalenze per decine di milioni di euro.
Stando alle indiscrezioni, al termine di indagini durate mesi, le Fiamme Gialle hanno ricostruito i movimenti di circa l’80% del capitale della banca romana tra la fine del 2003 e il 31 maggio del 2005. Movimenti che avrebbero fruttato plusvalenze milionarie che sarebbero imputabili in gran parte ai membri del ’contropatto’ di cui facevano parte Caltagirone, Ricucci, Coppola, Statuto, i fratelli Lonati e Vito Bonsignore.
L’inchiesta parte due anni fa, quando la procura di Roma accende il faro sulla lotta in atto tra Bbva e Unipol. Nel registro degli indagati finiscono l’allora numero uno di Via Stalingrado, Giovanni Consorte, il suo ex vice Ivano Sacchetti e il finanziere bresciano Emilio Gnutti.
L’attività degli inquirenti si concentra inizialmente sul ruolo avuto dalle autorità di vigilanza (a partire dall’iter autorizzativo di Bankitalia all’Opa di Unipol) e sulla ricostruzione dei passaggi azionari che gravitano intorno alla scalata. Le indagini proseguono con l’apertura di un nuovo filone di indagine relativo alla dismissione, a fine 2005, di 133 immobili di Unipol. Per quella vicenda vengono indagati ancora, per appropriazione indebita, Consorte, Sacchetti e altre 12 persone, tra cui l’imprenditore Vittorio Casale.
Questo fino alla svolta di oggi. Con le nuove iscrizioni nel registro degli indagati. Secondo quanto si apprende l’iscrizione dell’ex governatore Fazio sarebbe imputabile a un’interpretazione "estensiva" delle norme bancarie che vietano a uno o a più imprenditori in cordata di superare il 15% del capitale di una banca.
* la Repubblica, 19 giugno 2007
Ciao a tutti quelli che mi leggono.
Mi domando cosa ci vuole per far scaturire un’inchiesta dei magistrati contro la prepotenza dai poteri forti.
Da anni, infruttuosamente, denuncio gli abusi commessi nell’espropriazione, nella costruzione, nel finanziamento, nell’assegnazione di un complesso di alloggi popolari nella zona più lussuosa di Montecatini Terme (conosciuto come zona "Le Panteraie") i quali venivano poi assegnati in proprietà ai dipendenti pubblici, ai ricchi i quali non erano abbastanza ricchi per costruirsi la casa tra le ville lussuose, ma sono troppo ricchi per abitare negli alloggi popolari. La comunità sta pagando fino al 2017 il mutuo incontrato dal Comune per "fronteggiare l’emergenza casa" dei propri dipendenti. Le mie denunce corredate di delibere, di una vasta documentazione venivano tutte archiviate senza entrare in merito della vicenda.
Leggendo gli articoli su varie ichieste che coinvolgono funzioni "off limit", mi domando saranno vere? Ho denunciato tanti abusi commessi dai magistrati, giudici, liberi professionisti (protetti) addirittura, sono vittima di una truffa grossissima commessa da un giudice tributario e company, la quale veniva insabbiata, aggiustata con lo strumento di archiviazione e prescrizione. Sono considerata io da una deliquente perché ho denunciato i potenti, sono considerata per una mitomane, confusa, pazza.
Il paese sembrerebbe in fermento, sembrerebbe che stiano per crollare i muri invalicabili ma se vuoi far valere le tue ragioni, ti accorgi che nulla sia cambiata. Si è da punto a capo perché commandano sempre loro, i potenti, i massoni, i quali possono commettere qualsiasi reato perché davanti a loro s’inginocchiano i loro servi.
Mi verrebbe voglia di mettere un annuncio in rete: "Cercasi magistrati disponibili ad indagare su reati gravissimi, su personaggi molto potenti coinvolti in varie vicende. Si sa da dove si parte ma non a dove si arriva (probabilmente, molto in alto). Si faccia avanti solo chi potrebbe credere anche a una persona emarginata di classe "C". A richiesta, si fornisce le prove".
Chi è interessato per i dettagli, mi contatti: dott.evapolak@virgilio.it.
P.S. Non mi nascondo nell’anonimato, ho già subito di tutti i colori: minacce, mi hanno già fatto il vestito, la cravatta, senza che gli autori dei reati fossero puniti pur ben noti, anzì sono stata io "processata", offesa, derisa dai giudici, dai PM in pubblica udienza nell’aula di un Tribunale dello Stato.
Grazie per la Vs attenzione
Salve, sono una studentessa di giurisprudenza e ho vent’anni.Sono amareggiata da tutto ciò che sento e leggo circa la corruzione politica presente nel nostro paese. Purtroppo l’archiviazione per nascondere ciò che è scomodo sembra diventato un "must".. Nella costituzione,nelle leggi..ci si citano spesso le parole "rispetto,legalità,libertà", ma tutte sono state infangate. Finchè in ballo ci sono il denaro,i soldi,il potere e finchè i potenti avranno in mano i mezzi per far sparire notizie imbarazzanti,si potrà fare ben poco. Ma la verità è qualcosa di più grande e prima o poi qualcosa dovrà cambiare.La gente non è stupida del tutto.
Non so come rassicurarla o ridarle fiducia,però una cosa è sicura..la storia insegna che quando il malcontento cresce (e mi creda sta crescendo)la comuntià si organizza per migliorare il sistema. Non parlo di rivoluzioni,perchè quelle sono inutili,ma di nuove concrete proposte per uscire da questo tunnel che dovranno essere supportate.Le proposte di legge da parte dei cittadini sono troppo poche e troppo poco ascoltate,però ci si deve provare. Se gli italiani si svegliano,magari qualcosa cambierà... Cordialità