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REFERENDUM, trenta giorni per dire NO - di Nicola Tranfaglia - selezione a cura di pfls
Costituzione

REFERENDUM, trenta giorni per dire NO - di Nicola Tranfaglia - selezione a cura di pfls

sabato 27 maggio 2006.
 

REFERENDUM, trenta giorni per dire NO di Nicola Tranfaglia (L’Unità, 26.05.2006, P- 27)

Dopo la fiducia al governo Prodi che la Camera ha dato mostrando di nuovo una grande compattezza della coalizione (344 voti) la scadenza del referendum costituzionale, fissato per il 25-26 giugno, diventa per ragioni politiche il momento cruciale del confronto tra le due coalizioni presenti nel parlamento e nel paese. Da questo punto di vista ha interesse per gli italiani l’atteggiamento tenuto dalle due coalizioni durante il dibattito di fiducia.

Da parte della maggioranza di centro-sinistra c’è stato ancora una volta, insieme con il riconoscimento della vittoria del 9-10 aprile, la disponibilità a trovare forme di dialogo con l’opposizione di centro-destra che non annullino le distinzioni ma favoriscano la ripresa dello sviluppo economico, sociale, istituzionale del paese. Il segretario dei Democratici di sinistra è giunto al punto di insistere sulla inevitabile flessibilità del mercato del lavoro e di rivendicare l’esperienza della Bicamerale del 1997 come un «passaggio coraggioso per dare a questo paese le riforme istituzionali».

L’on. Franceschini, che ha parlato dopo di lui, a nome dei deputati dell’Ulivo, e che ha esordito ricordando giustamente il valore del referendum costituzionale e la necessità di inaugurare con il no una stagione nuova per l’Italia è stato accolto con una salva di fischi e di insulti che hanno accompagnato tutto il discorso e che si sono conclusi con un cartello che diceva: «no al regime delle sinistre».

Proprio una simile reazione, accompagnata da cori di slogan e insulti guidati dalla Lega e da Berlusconi, mostra al fondo due aspetti complementari nella strategia attuale del centro-destra. Il primo è l’incertezza sul che fare dopo la campagna ossessiva avviata sul risultato delle elezioni che non ha portato a nessun traguardo salvo a quello di apparire all’opinione pubblica nazionale come una sorta di incapacità di accettare il gioco democratico e le sue conseguenze. Il secondo è la contraddizione tra i tre partiti che compongono ancora la cosiddetta Casa delle Libertà: Berlusconi ha bisogno di rovesciare la situazione politica in tempi brevi perché sa che l’opera del governo Prodi durerà e sarà efficace i suoi alleati lo abbandoneranno o si cercheranno un nuovo leader per l’opposizione. Fini e Casini, da parte loro, pensano che il muro contro muro finirà per compattare piuttosto che indebolire il centro-sinistra, come è avvenuto finora.

È significativo che Berlusconi abbia sentito il bisogno di fare una dichiarazione pubblica e diffusa ai giornali per rifiutare la proposta fatta a Fini della presidenza della Commissione Esteri ed è altrettanto significativo che lo stesso Fini abbia smentito soltanto dopo quella dichiarazione di esser candidato a quell’incarico.

Siamo, insomma, di fronte a notevoli incertezze e a divisioni interne della coalizione di centro-destra sulla strategia politica da seguire e quindi sul comportamento da tenere di fronte alle proposte della maggioranza. In queste condizioni il referendum costituzionale potrà registrare atteggiamenti diversi e persino opposti da parte del centro-destra.

È possibile che se il centro-sinistra in questo ultimo mese, come in tanti vorremmo, non si impegnerà a fondo soltanto con singole personalità con piccoli comitati (come è avvenuto finora) anche con la forza dei suoi partiti piccoli e grandi, la destra si sveglierà e interpreterà la scadenza referendaria come una possibile rivincita rispetto al voto del 9-10 aprile.

E si tratterà,come è già avvenuto nelle ultime settimane, di una vera e propria imboscata che si spiega alla luce del significato particolare che la Lega attribuisce al referendum per la più volte esaltata «devolution» e di Berlusconi che ha tutto da guadagnare, per la sua sopravvivenza politica, da una sconfitta sia pure parziale ma di grande valore politico e simbolico, dell’attuale maggioranza e del governo che ha appena espresso. Del resto uno dei passi più contestati e fischiati del discorso di replica del presidente Prodi alla Camera è stata proprio all’accenno molto chiaro al significato del referendum e all’importanza della vittoria del no. Purtroppo i mezzi di comunicazione più importanti - penso alle televisioni - e ai quotidiani più autorevoli hanno dedicato finora assai scarsa attenzione del referendum e soprattutto non hanno spiegato la materia del contendere tra la tesi del sì e quella del no.

Pochi italiani ancora oggi non sanno che con la legge di revisione costituzionale approvata già in parlamento due volte dalla sola maggioranza di centrodestra negli ultimi due anni il parlamento perde gran parte dei suoi poteri a favore del primo ministro. Che il Capo dello Stato perde il potere di nomina del presidente del consiglio o primo ministro e quello di sciogliere le Camere secondo il suo autonomo giudizio dopo aver consultato i presidenti delle due assemblee e che questo potere passa tutto intero al primo ministro investito dagli elettori. Ancora, che la corte costituzionale acquista un più marcato ruolo politico ed è più vicino per la sua composizione alla maggioranza parlamentare del momento.

Tutti gli aspetti si congiungono nell’idea che la nostra democrazia diventi prima di tutto elettorale e che il sistema attuale di pesi e contrappesi che garantisce tutti i cittadini e tiene conto delle minoranze debba cedere il passo al leader carismatico che condurrà il suo partito o la sua coalizione alla vittoria.

Insomma, un ruolo che si attaglia assai di più a un leader populista che al confronto tra i partiti intesi come strumenti della democrazia cui spetta dialogare con la società civile e cooptare almeno una parte di quella società civile in parlamento. Ma che senso ha tutto questo se il parlamento perde il suo ruolo fondamentale di elaboratore della legislazione e degli indirizzi politici e di controllore del governo? Nessuno, con tutta evidenza, se passerà il sì al prossimo referendum. Ma sarebbe, io penso da tempo, una sconfitta grave per l’Unione.


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