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Eu-ropa ... Eu-politica!!!

Medio Oriente. Il nuovo GRANDE GIOCO U.S.A. è fallito. Anche la Chiesa ha pesanti responsabilità...QUEL CHE L’EU-ROPA PUO’ e deve fare. Un’analisi di Barbara Spinelli.

domenica 16 luglio 2006 di Federico La Sala

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> Il nuovo GRANDE GIOCO U.S.A. è fallito. QUEL CHE L’EU-ROPA PUO’ e deve fare. Un’analisi di Barbara Spinelli, sulla situazione bellica in Medio Oriente

domenica 16 luglio 2006

GUERRA di Furio Colombo*

L’orrore, che credevamo dietro di noi, si ripresenta davanti a noi; il peggior passato sta diventando il nostro futuro: la guerra.

Come spesso è accaduto nella storia, la guerra comincia come un caos su cui si piantano bandiere e a cui, poi, si danno motivazioni. Purtroppo so di usare la parola nel suo senso peggiore. Non «una guerra». Non la guerra in un luogo. La parola maledetta risuona nel mondo. La parola risuona nel suo senso peggiore: ancora un passo, e sarà guerra senza limiti. Infatti, in apparenza non ha autori, non ha strategie, non ha un senso comune, sfida ogni criterio di protezione e di umanità. Ma accade. I luoghi e le vittime sono o saranno casuali come gli eventi, tremendi ma caotici, che stanno portando a questo momento. Il mondo si ammala gravemente lontano da un ospedale e senza un medico accanto. Solo stregoni. Scrivo queste righe dopo avere partecipato all’incontro del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, con i parlamentari italiani.

L’uomo che dovrebbe garantire il punto di incontro tra le tensioni del mondo era di fronte a noi consapevole e inerme. Poteva dire la verità, ma non era in grado di dare neppure una vaga speranza di soluzione. Dopo le domande politicamente mirate di alcuni dei parlamentari italiani, formulate come un suono di fanfara («siamo andati in Iraq con l’autorizzazione dell’Onu...») Annan ha scansato o ignorato i colpi di grancassa, che dovevano essergli sembrati un po’ assurdi. E ha risposto descrivendo l’Iraq per quello che è: una tragedia in cui l’Onu è stata spinta ai margini, la forza militare al centro, quella venuta da fuori e quella interna (che Kofi Annan ha osato definire «resistence», non come celebrazione ma come descrizione) e ha detto senza camuffamenti che una violenza nutre l’altra, e che senza un cambiamento di attori insanguinati - che però è impossibile - non c’è modo di prevedere la fine. Restare o andarsene? La risposta del Segretario Generale dell’Onu a questa domanda è la più tragica: l’Onu accetta l’una soluzione o l’altra, non ha una indicazione da dare. Non per ignavia. Perché non può. Perché l’incastro tragico è diventato guerra civile. Ha detto «guerra civile».

Le notizie dal Libano sono arrivate un momento prima del suo incontro con i parlamentari italiani. Gli abbiamo chiesto, citando le affermazioni hitleriane del presidente dell’Iran Ahmadinejad: «È mai successo nella storia delle Nazioni Unite che un capo di Stato proclamasse ripetutamente, solennemente e in pubblico che è doveroso e urgente procedere alla cancellazione di un altro stato (Israele)?». «No - ha detto Kofi Annan - non è mai successo. E quelle dichiarazioni meritano tutta la nostra condanna». Per forza quella condanna si ferma lì e finisce lì. Il dramma non è che non seguano azioni o sanzioni contro l’Iran, perché saremmo da capo con la logica barbara e antica della guerra che ferma la guerra e porta la pace. Il dramma è che l’affermazione viene fatta di fronte a una piazza vuota. Vuota di governi, di opinioni pubbliche, di presenza e iniziative internazionali. Vuota persino di attenzione.

Le Nazioni Unite, nel loro funzionamento migliore, sono come un bravo insegnante a scuola. Se la classe volta le spalle non passerà e non resterà una parola di ciò che accade in quella classe.

Parlo dell’immenso vuoto del mondo - un vuoto reso più grave da una guerra locale sbagliata (Iraq) che ha inchiodato la più grande potenza del mondo senza dare alcun frutto, alcuna democrazia, alcuna libertà, alcuna dignità, alcuna tollerabile convivenza civile. Parlo del messaggio drammatico, una proposta senza alternativa: o nessuna guerra o tutta la guerra. Parlo con rimpianto della vecchia e giusta proposta di Marco Pannella: rimuovere Saddam Hussein dal potere con un fitto, paziente, ostinato lavoro diplomatico senza distruzione e senza guerra. Solo dopo, autorevoli voci americane e arabe ci hanno detto che stava per accadere, se solo l’Europa ci avesse creduto.

L’opzione del non fare la guerra, purtroppo, è stata scartata da ogni parte in causa, fino al punto da far tornare sugli spalti i fans del grande intervento armato come fatto risolutore. E allora il vuoto di cultura, di idee, di immaginazione, di politica e di diplomazia è come il portellone aperto di un aereo in volo che risucchia con forza irresistibile il peggio del nostro passato e ce lo sbatte davanti. Eccoci qua, con la faccia schiacciata contro gli eventi del Libano che dipendono più dalle direttive dell’Iran che dalla disperazione di Gaza, più dal progetto di cancellare Israele che dal soccorso ai palestinesi. E assomiglia all’inizio, tragico e non resistibile, della Prima Guerra Mondiale. Avviene fuori da ogni immaginabile guida razionale. Si direbbe che solo accidenti o errori o destino dividono la tragedia locale dalla guerra del mondo.

È di fronte a questo scenario tremendo, all’impotenza dichiarata in modo tragico e sincero da Kofi Annan, che molte opzioni italiane che stiamo discutendo con tanta foga e a cui si attribuiscono sortite e furbizie, dichiarazioni ferme e astuzie della politica interna italiana, appaiono sproporzionatamente piccole. Se si pensa che Berlusconi e Casini si sgridano e si congratulano a vicenda per aver trovato un modo per incastrare la maggioranza forse solcata da divisioni, con una loro mozione comune; se si pensa alla dichiarazione solenne dell’ex ministro della Difesa Martino che, di fronte alla questione «voto sull’Afghanistan», dice, tutto contento, mentre si incendia il mondo: «Se quelli non sanno votare compatti se ne andranno a casa», si deve constatare che un fenomeno di nanismo affligge la scena politica italiana. Eppure è uno di quei momenti del mondo in cui un guizzo di grandezza, altruismo e coraggio farebbe (oppure dovremmo dire: avrebbe potuto fare) la differenza, visto che siamo, tutti insieme, in bilico sull’orlo di un baratro.

Il nanismo italiano è denunciato da alcune frasi agghiaccianti. Una è: «Non possiamo abbandonare i nostri soldati» (Berlusconi); un’altra è: «Sulla pelle dei nostri soldati non si fanno giochetti» (Casini). Sono affermazioni prive di senso. Nessuno ha messo a repentaglio la vita dei soldati spagnoli o ha fatto giochetti sulla loro pelle facendoli tornare a casa dall’Iraq. Se mai ha fatto giochetti sulla pelle dei soldati italiani chi li ha mandati in «missione di pace» a scortare con mezzi inadeguati convogli di guerra inglesi. Soldati italiani hanno pagato con la vita sia l’insensatezza della missione (non erano in Iraq per ragioni umanitarie?) sia l’inadeguatezza della dotazione di difesa. Ma anche affermazioni che circolano nella nostra maggioranza non descrivono i fatti e i punti veri della nostra alternativa e del nostro tormento. Per esempio: «I soldati italiani sono indispensabili per la nostra missione in Afghanistan». È chiaro che non è vero, che si può benissimo fare a meno del modesto contingente di soldati italiani in quell’immenso Paese tuttora attraversato da spedizioni di guerra che lo percorrono in tutte le direzioni, con e contro talebani, con e contro signori della guerra. La decisione è politica, non militare. Ecco l’incubo del passato che torna: il truppismo, la falsa esaltazione dei soldati che prima mandi a fare i soldati con una decisione politica e poi, quando quella decisione (politica, non militare, presa dai governi, non dai soldati) viene messa in discussione, ti dicono che sei contro i soldati e che li vuoi abbandonare, senza sostegno della Patria. È l’accusa contro chi li vuole riportare in Patria. In questo modo i politici si nascondono dietro i soldati, creando una confusione che disorienta due volte. Disorienta i cittadini a cui si chiede di schierarsi a sostegno di operazioni militari di cui non sanno niente e di cui niente viene detto. E i pacifisti isolati e irrigiditi dal ricatto sgradevole in cui vogliono farti passare per traditore o per stupido.

E qui, su questo terreno sporcato da inganni un po’ miserevoli, si vede in che cosa sono radicalmente diversi quei due punti del mondo - Iraq e Afghanistan - altrettanto insanguinati e altrettanto immersi nel caos ricoperto da un leggero strato di apparente democrazia. In Iraq che gli italiani restino o non restino, non ha alcuna importanza. C’è stato un vero e proprio inganno in Iraq. Ufficiali italiani sono stati messi a disposizione e discrezione di ufficiali di altri Paesi. Soldati italiani a scorta di altri soldati, agli ordini di piani e strategie di cui altri rispondono ad altri parlamenti, non a quello italiano. Non ci sono trattati o alleanze fra truppe presenti in Iraq. C’è la tristemente famosa «coalition of the willing», una sottomissione imposta (e volentieri accettata dal governo Belrusconi), quel brutto momento detto dell’unilateralismo americano che poi, dopo l’esito disastroso delle operazioni militari in Iraq, è stato abbandonato. E che la stessa Condoleezza Rice ha detto di deprecare.

Lasciare l’Iraq, e subito, non vuol dire voltare le spalle all’America, ma rimettere le cose nella loro situazione normale: siamo un Paese amico, libero e sovrano, pronto ad aiutare in tutti i modi possibili, tranne la guerra, che non è consentita dalla nostra Costituzione. Ma scortare convogli armati di altri Paesi è certo guerra, nonostante le istruzioni date e la dichiarazione soggettiva di agire "in pace" degli italiani. Per valutare l’enormità dell’errore commesso basti pensare a quanto peso un Paese come l’Italia avrebbe potuto avere dopo la distruzione se non fosse apparso, agli occhi degli iracheni, e di tutto il mondo arabo, nella lista dei Paesi intervenuti nella coalizione degli armati.

L’Italia è un Paese afono in Iraq, perché dipende e non comanda, perché esegue e non decide. L’esempio più tragico e più vivido è ciò che è accaduto a un importante funzionario italiano, Nicola Calipari, che è stato ucciso mentre si comportava da rappresentante di un potere amico e sovrano e stava portando in salvo, adempiendo alla missione ricevuta, una cittadina italiana. Forse fa luce il fatto che, al momento dell’uccisione, l’ambasciatore e la bandiera italiana non c’erano su quell’automobile. Chi ha lasciato solo il soldato Calipari? La situazione in Afghanistan non è la stessa. È vero che i governi come quello Fini-Bossi-Berlusconi si sono guardati bene dall’avere una voce sulla conduzione di quella missione e sulle circostanze in cui le cosa avvengono (e vengono decise ed eseguite) in Afghanistan. Ma perché privare un governo certamente libero, certamente non succube, di contare, insieme agli altri Paesi europei in Afghanistan, con un suo progetto (o almeno un suo contributo) di riorganizzazione verso un po’ di pace? È chiaro che dovremmo aumentare enormemente il contributo umanitario, alterando le proporzioni tra gli aspetti delle missioni. Ma sgombrare senza voler sapere che cosa accade è la cosa giusta?

Se ricollochiamo l’episodio del voto italiano e della presenza italiana nel quadro minaccioso di ciò che sta divampando e sta per divampare nel mondo, forse il momento che stiamo vivendo ci dice che è bene che si senta la voce di un Paese come l’Italia, che per Costituzione, per convinzione, per esperienza e per principio si oppone alla guerra. La domanda è se possiamo - o forse dobbiamo - essere parte della comunità internazionale per creare la condizione per il ritorno pieno delle Nazioni Unite. Non sono queste buone ragioni per non indebolire questo governo e non creare varchi al nanismo politico di Berlusconi e associati?


* www.unita.it, Pubblicato il 16.07.06


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