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Cittadinanza florense al telecronista cinese - di Antonio Zappone

martedì 18 luglio 2006 di Antonio Zappone
Non c’è dubbio. In un baleno, deciso all’istante. Senza esitazioni o divisioni.
San Giovanni in Fiore ha concesso all’unanimità la cittadinanza onoraria al telecronista cinese passato alla storia per la sua partigianeria verso l’Italia.
La nazionale di calcio è il nostro più grande patrimonio: viene ancor prima del Colosseo, di Dante e della Carta Costituzionale. "Il calcio, scriveva il compianto Morrone in una sua lirica, est le roi", illuministicamente illuminandoci sulle implicazioni (...)

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martedì 18 luglio 2006

nel pallone

La nuova italianità vista da un mondo a parte

Veniamo percepiti come casinisti geniali, al fondo inoffensivi, ammirati ma non proprio stimati, però simpatici, vicini a tutti i Sud del mondo Sono i maxischermi i nuovi luoghi in cui si proietta la memoria collettiva, specialmente quelli che sono ripresi dalle televisioni prima e dopo la partita Abbiamo assistito a una duplice disfatta in quindici giorni della Lega Nord, sconfitta il 25 giugno sul piano sostanziale e il 9 luglio sul terreno simbolico

di Gianpasquale Santomassimo (il manifesto, 16.07.2006)

A distanza di una settimana siamo tutti molto contenti per la vittoria dell’Italia ai Mondiali, anche se non tutti siamo entusiasti per la qualità del gioco espresso. Nel 1982 fu molto diverso, anche da questo punto di vista, con la innegabile distanza che corre tra un Paolo Rossi e un Materazzi come goleador e hombre del partido. Sfumeranno col tempo tutti i dettagli, ma qualcosa resterà nella memoria collettiva: non solo il rigore di Grosso e la testata di Zidane, ma soprattutto la cornice che ha accompagnato e seguito l’evento. Perché ci siamo trovati di fronte alla manifestazione di patriottismo elementare più intensa nella storia della repubblica. Una partecipazione voluta, cercata, unitaria. Milioni di italiani (e di italiane) hanno voluto riversarsi nelle piazze e nelle strade, dove non si erano mai visti a memoria d’uomo (repubblicano) tanti tricolori. Nella storia nazionale si erano forse visti così numerosi e onnipresenti solo per la conquista dell’Etiopia e, per le zone interessate, in occasione della traslazione della salma del Milite Ignoto. Rispetto alla vittoria del 1982 ciò che ha fatto la differenza è stata la preparazione e l’attesa, l’organizzazione capillare, l’intervento delle istituzioni (maxischermi anche nelle piazze dei piccoli centri, sostitutivi del televisore nel bar di paese dove molti italiani in ferie avevano visto i mondiali precedenti), ma anche e soprattutto la scelta deliberata dei cittadini che hanno cominciato a esporre tricolori dopo le prime vittorie della squadra italiana.

Abbiamo visto cortei massicci perfino dopo la vittoria fortunosa sull’Australia, dilaganti dopo la semifinale con la Germania (la vera finale, dal punto di vista sportivo e simbolico) e già dal pomeriggio di domenica 9 luglio si vedevano girare per le strade automobili in piccoli cortei col tricolore al finestrino oppure motociclisti solitari con la bandiera. Questa forma corale di coinvolgimento «patriottico» applicata al calcio, che qualcuno si è spinto a definire grande religione popolare del mondo moderno - competitiva ma pacifica e non guerresca - non è stata solo degli italiani.

I francesi si sa come sono fatti, ma anche portoghesi inglesi olandesi e spagnoli hanno festeggiato le loro vittorie con la stessa partecipazione; e soprattutto la rinascita di un patriottismo mite dei tedeschi, che stempera e lascia alle spalle i sensi di colpa, e che è fatto anche di sportività e saper perdere, è stata segnalata da molti osservatori come la grande novità dell’estate 2006.

Una voglia di esserci, di testimoniare appartenenza, che nel nostro paese ha spinto oltre un milione di cittadini tra l’aeroporto di Pratica di Mare e le strade del centro di Roma fino alla bolgia del Circo Massimo, ma anche nelle altre città d’Italia davanti agli schermi giganti che trasmettevano l’evento. E proprio i maxischermi sono divenuti i nuovi luoghi simbolici della memoria collettiva, in particolare quelli che sono abitualmente ripresi dalle televisioni prima e dopo la partita. Intervistati in Piazza del Duomo a Milano gruppi di tifosi dicevano: siamo venuti apposta dalla Calabria. Una voglia di partecipare, riconoscersi in qualcosa, esultare malgrado tutto quando in tutti gli altri campi c’è ben poco da far festa.

Di fronte a questo sarebbe sbagliato iterare i sermoni che i giornalisti proponevano in altre occasioni, ai pastori sardi per lo scudetto del Cagliari di Gigi Riva, ai disoccupati napoletani che festeggiavano il Napoli di Maradona, invitando a riflettere sui gravi problemi della loro condizione, e per sentirsi rispondere giustamente che i problemi c’erano e rimanevano ma che almeno c’era una ragione di esultanza.

C’è stato un abuso di bandiere tricolori? Disturbano la suscettibilità dei giornalisti di sinistra? Fanno fascista? E perché mai? Molti tricolori in realtà si vedono appesi nuovi fiammanti su tanti balconi accanto a bandiere della pace logore e consunte dallo smog, che stanno lì da tre anni e non sono mai state tolte. E del resto va ricordato che proprio la nostra generazione, non sospettabile di culto nazionalistico della patria, ha inventato queste forme di esultanza nel 1970, alle tre di notte di Italia-Germania 4-3, in maniera del tutto spontanea e senza precedenti che muovessero a imitazione. Proprio quella vittoria, da parte di quella che rimane nella memoria la vera squadra azzurra, che sublimava perfettamente i canoni del gioco all’italiana, ha riconciliato con i simboli del tifo nazionale una generazione «disfattista» che aveva in parte tifato Corea nei mondiali precedenti.

Se assumiamo il calcio come metafora di qualcos’altro (ma lo fanno tutti ormai, soprattutto in un paese dove il maggiore partito ha usurpato l’incitamento dei tifosi alla nazionale, costringendo metà degli italiani a tortuose circonlocuzioni per dire Forza Italia) possiamo anche dire che abbiamo assistito alla seconda disfatta in quindici giorni della Lega Nord, sconfitta il 25 giugno sul piano sostanziale e il 9 luglio sul terreno simbolico. E nell’immaginario di una parte dell’elettorato di destra si è anche fatto strada il sospetto, che in quella particolare cultura vale più di un argomento critico, che a parità di situazione (come nel ’94 nazionale in finale e soluzione ai rigori) ci sia un presidente del consiglio che porta sfiga e un altro che porta fortuna.

Nella strumentalizzazione inevitabile da parte delle autorità di governo (ma proviamo a immaginare cosa sarebbe successo con Berlusconi a Palazzo Chigi) credo sia stato giusto sottolineare, come ha fatto Prodi, l’importanza dell’unità, della coesione e del gioco di squadra, rivolgendosi a un paese che probabilmente esprime con queste manifestazioni anche la stanchezza per una guerra civile fredda, quotidiana e permanente, che Berlusconi ha imposto dal ’94 come cifra del cosiddetto bipolarismo italiano. Apparentemente è stato il trionfo anche delle forme rinnovate di un nuovo «patriottismo» italiano. Oltre allo sventolio dei tricolori, abbiamo avuto sempre la citazione dell’inno di Mameli, non più «provvisorio» a norma di Costituzione ma acquisito ex lege in maniera definitiva come inno nazionale.

Sembrerebbe compiuto quel percorso, fortemente voluto da Carlo Azeglio Ciampi e Aldo Biscardi, per rendere obbligatorio il canto di un inno a cui si addice in realtà l’ascolto raccolto e pensoso. Se guardiamo da vicino a questa nuova forma di impulso patriottico dell’Italia quadricampeon ci accorgeremo però che da parte di tutti si ripete all’infinito la prima strofa, con molte licenze interpretative sullo stringiamci a coorte, e nessuno per fortuna si avventura fino al son giunchi che piegano le spade vendute, già l’aquila d’Austria le penne ha perdute e alle divagazioni vampiresche sul sangue cosacco e sangue polacco che bevuti bruciano il cuore dell’odiato pennuto. Un compromesso di buon senso, dove la buona volontà del patriota si rifugia infine nel parapà e poropò come del resto si è sempre fatto. Ma questa vittoria sportiva spinge anche a chiedersi quale sia il volto che l’Italia e gli italiani proiettano attraverso una contesa che forse vale davvero un punto di Pil, come assicurano gli esperti, in termini di immagine. I festeggiamenti ufficiali dell’organizzazione berlinese hanno mescolato marcia trionfale dell’Aida, We are the champions, Fratelli d’Italia, Funiculì funiculà, e in maniera irrevocabile e definitiva l’Italiano di Toto Cotugno (nei paesi dell’est si rimaneva interdetti quando ci dicevano amo l’Italia è il paese di Toto Cotugno e di Al Bano e Romina e nei juke-box si sentiva il nostro vero inno, che eravamo riusciti a scansare in Italia, e che parlava di spaghetti al dente, un partigiano come presidente, autoradio nella mano destra, buongiorno Italia buongiorno Maria). A Berlino mancava solo That’s Ammore e la luna like a big pizza-pie.

È questa l’italianità? Bisogna rassegnarsi al fatto che questa è comunque la forma in cui viene percepita. E che sembra essere ritenuta molto gradevole e accattivante. L’Italia è dopo il Brasile la squadra più amata nel mondo. Nei paesi arabi, e perfino in Cina, si fanno caroselli per le nostre vittorie. I palestinesi tifano per noi negli intervalli del coprifuoco e della sospensione dell’elettricità che gli israeliani gli concedono. Gli albanesi sbarcavano in Puglia con la maglia del Milan, i sequestratori di Giuliana Sgrena avevano la maglia di Totti e seguivano il nostro campionato.

Il calcio è un mondo a parte con gerarchie sue proprie, ma radicate e razionali pur nella imprevedibilità. Dove l’Argentina può essere al vertice e gli Stati Uniti una imbarazzante nullità (e l’estraneità yankee alla passione più diffusa nel mondo dice qualcosa anche sulla alienità degli statunitensi rispetto al mondo più vasto), e dove in Europa possono primeggiare con merito la Grecia e la Danimarca. Le reazioni di stampa e televisione di tutto il mondo, in genere ammirate al di là del merito per la nostra vittoria, dicono molto sulla nostra immagine così come sembra essersi definitivamente compiuta e stabilizzata. Veniamo percepiti come casinisti geniali, al fondo inoffensivi, ammirati ma non proprio stimati, però simpatici a tutti, vicini a tutti i Sud del mondo. Via satellite siamo percepiti (da una platea di due miliardi di spettatori) come persone di cui si ammira lo «stile di vita» e la capacità di far fronte alle situazioni più difficili: qualcosa che, inutile negarlo, assomiglia molto a quell’arte di «arrangiarsi» deprecata e deprecabile in tutto il nostro cammino unitario, limite culturale nelle situazioni «normali», risorsa a cui attingere in quelle eccezionali.

Del resto non possiamo nasconderci il fatto che la nostra immagine è ormai affidata essenzialmente a calcio e cucina. A cui si aggiunge forse qualche straccetto made in Ceylon con la firma di qualche sarto milanese. Ma non ci sono più le automobili e i frigoriferi, le radio e i televisori dal grande design, non esistono più le macchine da scrivere. Non più la cultura, non il grande cinema d’autore né il cinema commerciale, i romanzi da tradurre, né la musica popolare, mentre della musica colta rimane solo il lascito di due secoli fa. Lo stesso calcio a cui affidiamo la nostra immagine è un calcio corrotto e malato, che andrebbe rifondato alla radice.

Per Marcello Lippi è stata evocata l’immagine dell’eroe western che si allontana all’orizzonte a missione compiuta, ma ricordava soprattutto Lee Marvin della Sporca dozzina, il sergente di ferro versato, però, nella psicologia che riesce a motivare una masnada di psicopatici trasformandoli in un gruppo d’assalto. Che tuttavia si dissolve dopo il fischio finale, volgendo in pochi istanti dalla disciplina di gruppo alla esuberanza di tamarri tatuati, che più che festeggiare fanno casino in campo. Anche questa può essere una metafora dell’Italia di oggi, nel bene e nel male, e anche qui siamo molto lontani dall’esultanza composta e quasi ieratica di Zoff e Scirea.

Nel 1982 la nazionale italiana non era già più la squadra cara alle teorie antropocalcistiche di Gianni Brera, degli italianuzzi limitati nel fisico e nelle proteine che dovevano ricorrere all’astuzia dei deboli contro lo strapotere dei forti, catenaccio e contropiede degli umili che castigava panzer tedeschi e cicale brasiliane, ma una squadra di grande personalità e di gioco pratico ma bello. Anche la società italiana non era più miseria e arretratezza, terra di emigranti, ma l’Italia che aveva acquisito benessere e consumi e cominciava ad attrarre immigrazione, per la prima volta nella sua storia.

Tra il 1982 e oggi, nel quasi-quarto di secolo che ci separa, è avvenuta una mutazione non lieta ma che va comunque registrata e al fondo acquisita, perché non è possibile fare diversamente. L’Italia che usciva finalmente dagli anni Settanta esprimeva una maturità ritrovata attraverso prove terribili ma che erano ormai alle spalle, la nave sembrava avviarsi ad andare, in un clima ambiguo ma non ancora torbido, dove grandi speranze sembravano lecite. L’Italia che si è andata costruendo nella transizione infinita da allora ad oggi è una Italia peggiore, che per molti aspetti è regredita, che non esprime grandi speranze ma ha ancora grande vitalità, che sembra aver toccato il fondo ma di lì può rimbalzare, che ha conosciuto il peggio e che aspira a ritrovare tranquillità e un minimo di certezze. Certe caratteristiche sono ormai acquisite, nel calcio come nella società, e di qui bisogna ripartire senza illusioni. Siamo fatti così, ma possiamo migliorare, e possiamo ancora esprimere il meglio di cui siamo capaci.

Non si tratta più di fare gli italiani, gli italiani sono fatti, anzi strafatti per certi aspetti, si tratta semmai di ricavare quel che di buono si può estrarre dalla nostra identità incasinata. Obiettivo minimo ma essenziale.


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