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Lezione di metodo

IL FILO E LE TRACCE. Vero, falso, finto: lo storico CARLO GINZBURG, in navigazione, tra lo Scilla del relativismo assoluto e il Cariddi del realismo fondamentalista

sabato 22 luglio 2006 di Federico La Sala
[...] In sostanza, Ginzburg è distante dall’ipotesi scientista, ovvero dogmaticamente razionalista, ma non è neppure per quella relativista che riduce tutto alla narrazione. [...]
VIDAL-NAQUET PONE LA QUESTIONE "CRITICA"(KANT), MA GLI "EICHMANN DI CARTA" NON HANNO SMESSO DI VINCERE: NESSUNO ANCORA LO ASCOLTA! Per non dimenticare, alcune sue riflessioni dal suo libro "Gli assassini della memoria"

Una riflessione sulle contraddizioni e la (...)

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> IL FILO E LE TRACCE. ---- Leone Ginzburg, mio padre. Filologo della libertà... Per la prima volta il figlio Carlo racconta Leone, a cento anni dalla nascita (di dino Messina).

venerdì 1 maggio 2009


-  INCONTRI. Gli studi di storia e letteratura, l’antifascismo, le condanne. Per la prima volta il figlio Carlo racconta Leone, a cento anni dalla nascita

-  Ginzburg, mio padre. Filologo della libertà

-  Sognava un continente diverso. Prima di morire, ucciso dalle SS, confidò: non odio i tedeschi.

-  Le leggi razziali gli apparvero una ferita all’eredità risorgimentale cui si sentiva fortemente legato

-  di Dino Messina (Corriere della Sera, 01.05.2009)

BOLOGNA - «Mi terrò lontano dall’ambito del privato». Con questa precisa indicazione comincia la prima intervista che Carlo Ginzburg, uno dei maggio­ri storici italiani, il più noto in campo internazionale, abbia mai dedicato a suo padre Leone.

Figura cruciale dell’antifascismo e della cultura ita­liana fra le due guerre, uno di quei personaggi che hanno avuto una vita breve e intensa, come Piero Go­betti (che non conobbe) e Giaime Pintor, che invece incontrò nei primi anni Quaranta, Leone Ginzburg nacque a Odessa il 4 aprile 1909 e morì il 5 febbraio 1944 nell’infermeria del carcere romano di Regina Co­eli, in seguito alle percosse subite durante gli interro­gatori da parte dei nazisti. Trasferitosi a Torino con la famiglia, superò gli esami di ammissione al liceo Mas­simo D’Azeglio e continuò il brillante percorso di stu­di con ragazzi che si chiamavano Norberto Bobbio, compagno di classe e coetaneo, Cesare Pavese, di un anno più grande, che lo avrebbe considerato come il suo migliore amico, Massimo Mila, Giorgio Agosti, Vittorio Foa, Carlo Dionisotti, Giulio Einaudi, col qua­le avrebbe dato un impulso decisivo alla costruzione della casa editrice. Un gruppo in cui svolgeva una fun­zione di maestro e guida spirituale Augusto Monti.

«Monti - dice Carlo Ginzburg - commentava il Breviario di estetica di Benedetto Croce, che per quei ragazzi fu la via verso l’antifascismo». Come ha notato Norberto Bobbio nella introduzione agli Scritti di Leone Ginzburg editi nel 1964 (poi ristam­pati nel 2000 con un’importante prefazione di Lui­sa Mangoni), «l’adesione a Croce ci faceva sentire estranei alle convenzioni». La precocità intellettua­le, politica e persino morale di Leone è sottolinea­ta in questo saggio di Bobbio: «La sua sicurezza era frutto non soltanto di una cultura più ampia e più solida, ma anche di una consapevolezza del proprio compito». In giovanissima età tradusse Ta­ras Bul’ba di Nikolaj Gogol, Anna Karenina di Lev Tolstoj e cominciò a pubblicare saggi sulla lettera­tura russa. Si laureò con una tesi su Guy de Mau­passant e incontrò Carlo Rosselli esule a Parigi. Ma prima del 1931, anno in cui ottenne la cittadinanza italiana, non volle impegnarsi nella cospirazione antifascista. «Fu Vittorio Foa - ricorda Carlo - a segnalarmi l’importanza di questo punto. Leone Ginzburg non era venuto in Italia per caso. Il suo padre naturale era un ebreo italiano, e da bambino aveva vissuto alcuni anni a Viareggio. Ma la decisio­ne di diventare italiano fu fondamentale nella co­struzione della sua personalità intellettuale e politi­ca. Aveva un legame fortissimo con la tradizione risorgimentale, come Vittorio Foa, che ne parla ri­petutamente nelle lettere dal carcere. Quando era a Pizzoli, il paese vicino all’Aquila dove era stato internato dopo lo scoppio della guerra, lavorava a una raccolta di scritti sul Risorgimento, di cui è ri­masto il saggio incompiuto La tradizione del Risor­gimento. Immagino che anche mio padre, come Vittorio Foa, abbia reagito all’ignominia delle leggi razziali come a una cesura rispetto alla tradizione risorgimentale».

L’attenzione al Risorgimento andava di pari passo con gli studi sulla letteratura italiana dell’Ottocento: curò l’edizione dei Canti di Leopardi per la collana Scrittori d’Italia di Laterza fondata da Croce. Nel peri­odo di internamento passato a Pizzoli stava racco­gliendo materiale per un libro su Manzoni, che è an­dato perduto quando, dopo il 25 luglio 1943, lasciò Pizzoli per andare a Roma, dove durante l’occupazio­ne tedesca diresse l’edizione clandestina dell’Italia Libera, giornale del Partito d’Azione. Gli studi sull’Ot­tocento italiano s’intrecciavano con quelli sull’Otto­cento russo: così nacquero l’accostamento tra Puskin e Manzoni e il saggio Garibaldi e Herzen. La scelta di essere italiano venne rinnovata quando, dopo le leg­gi razziali, gli arrivò dagli Stati Uniti, credo attraverso Max Ascoli e la fondazione Rockefeller, l’offerta di espatriare. Lui rifiutò, disse che il suo posto era qui».

Di quel periodo a Pizzoli Carlo Ginzburg conserva una foto, appesa di fianco a una delle librerie della grande casa bolognese, che lo ritrae bambino di due anni, con una matita in mano, in braccio al padre. Sul retro c’è un messaggio di Leone al filologo Santorre Debenedetti, che in quel periodo (come risulta dalle Lettere dal confino curate da Luisa Mangoni) era il di­rettore occulto, per via dei divieti razziali, della raccol­ta di classici Einaudi. A Pizzoli Leone era stato rag­giunto dalla moglie Natalia, la scrittrice da cui ebbe tre figli.

«Leone, la sua passione vera era la politica - scri­ve Natalia in Lessico famigliare -. Tuttavia aveva, ol­tre a questa vocazione essenziale, altre appassionate vocazioni, la poesia, la filologia e la storia». Quale di queste vocazioni era la più forte? «Il letterato e lo sto­rico erano molto intrecciati. Resta il problema di capi­re se la vocazione politica fosse imposta dalle circo­stanze, dall’esigenza morale di contrapporsi al fasci­smo, o se fosse qualcosa di originario. Per rispondere a questa domanda di nuovo mi viene in mente Vitto­rio Foa e quel che mi disse una volta parlandomi di Piero Gobetti. ’A differenza di Gobetti tuo padre era un filologo’, mi disse. Questa vocazione alla filologia non emerse subito, ma negli anni, anche grazie al de­cisivo incontro con Santorre Debenedetti, che dopo Croce, con cui mio padre ebbe un rapporto intenso e diretto, divenne il suo secondo maestro. Forse ’il mae­stro’. La vocazione di filologo in qualche modo defini­sce un atteggiamento che si può trovare sia negli stu­di sulla letteratura sia in quelli di storia, e forse, para­dossalmente, anche nell’azione politica. Mi spiego: qui non penso alla filologia in senso tecnico ma alla filologia in senso ampio di cui parla Giambattista Vi­co (qui tra i libri di mio padre conservo una copia del­l’edizione 1744 della Scienza nuova): un abito menta­le che consente di ascoltare e interpretare la voce de­gli altri, del passato ma anche dei contemporanei, senza prevaricare. Mi è parso di ritrovare questo atteg­giamento anche nello scritto politico del 1932, Viati­co ai nuovi fascisti, di cui parlò Carlo Dionisotti (lo ricorda Giorgio Panizza nell’introduzione agli Scritti sul fascismo e sulla Resistenza di Dionisotti). A pro­posito delle iscrizioni forzate al Partito nazionale fa­scista dei dipendenti pubblici mio padre scriveva: ’Le settecentomila persone, che sentono come un mar­chio quest’iscrizione forzata (al Partito nazionale fa­scista, ndr) hanno modo di non dare al fascismo che il guadagno del prezzo annuale della tessera. Dinanzi alla loro vendetta, Mussolini si avvedrà di quel che significhi ridurre la gente per bene alla vergogna e al­la disperazione’. Era un discorso duro e generoso: io non faccio le vostre scelte ma non le condanno mora­listicamente; esse però non devono diventare un alibi per una vita di compromessi». Nel 1934 Leone Ginz­burg avrebbe lasciato il posto di libero docente di let­teratura russa rifiutando di prestare giuramento al fa­scismo. Nel novembre di quell’anno sarebbe stato ar­restato, accusato di cospirazione antifascista e con­dannato a quattro anni (ne scontò due nel carcere di Civitavecchia).

Il rigore filologico e la capacità di guida intellettua­le di Leone Ginzburg si vedono soprattutto nella col­laborazione alla neonata Einaudi: «Gli studi di Luisa Mangoni hanno dimostrato inequivocabilmente ciò che lo stesso Giulio Einaudi riconobbe più volte: mio padre, uscito di prigione nel 1936, diede un’impronta decisiva alla casa editrice con la creazione di collane come la Biblioteca di cultura storica, i Narratori stra­nieri tradotti, i Saggi, la Nuova raccolta di classici ita­liani annotati. La severità dell’atteggiamento filologi­co di mio padre traspare anche nella critica alle stra­ordinarie traduzioni che Giaime Pintor aveva fatto delle poesie di Rainer Maria Rilke».

Giaime sarebbe morto il 1˚dicembre 1943 nel tenta­tivo di attraversare sul Volturno le linee naziste e unir­si alla Resistenza romana. Leone era stato catturato il 20 novembre nella tipografia dell’Italia Libera. Diede il falso nome di Leonida Gianturco, ma fu riconosciu­to, perché schedato come antifascista, e consegnato ai nazisti. «Sandro Pertini - ricorda Carlo - ha scrit­to nella sua autobiografia Sei condanne e due evasio­ni che mio padre, che aveva incontrato sanguinante dopo l’ultimo interrogatorio, gli disse ’che non biso­gnerà, in avvenire, avere odio per i tedeschi’. Perché questa frase? Io mi sono dato due spiegazioni. La pri­ma rinvia alle sue convinzioni politiche: nella costru­zione di una federazione europea la Germania avreb­be naturalmente avuto un posto importante. La secon­da rinvia a un imperativo di genere diverso: la necessi­tà di distinguere tra tedeschi e nazisti. Anche in quel momento, penso, imponeva a se stesso il distacco cri­tico di cui parla nell’ultima lettera scritta a mia ma­dre, poi raccolta nel volume Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Dal carcere scriveva: ’Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al peri­colo personale’».


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