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Lezione di metodo

IL FILO E LE TRACCE. Vero, falso, finto: lo storico CARLO GINZBURG, in navigazione, tra lo Scilla del relativismo assoluto e il Cariddi del realismo fondamentalista

sabato 22 luglio 2006 di Federico La Sala
[...] In sostanza, Ginzburg è distante dall’ipotesi scientista, ovvero dogmaticamente razionalista, ma non è neppure per quella relativista che riduce tutto alla narrazione. [...]
VIDAL-NAQUET PONE LA QUESTIONE "CRITICA"(KANT), MA GLI "EICHMANN DI CARTA" NON HANNO SMESSO DI VINCERE: NESSUNO ANCORA LO ASCOLTA! Per non dimenticare, alcune sue riflessioni dal suo libro "Gli assassini della memoria"

Una riflessione sulle contraddizioni e la (...)

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> IL FILO E LE TRACCE. --- CARLO GINZBURG. Cinquant’anni di mestiere di storico. Una storia con additivi, tra il caso e la prova. Intervista (Cora Presezzi, Marie Rebecchi)

sabato 16 luglio 2016

Carlo Ginzburg. Cinquant’anni di mestiere di storico

Una storia con additivi, tra il caso e la prova

Intervista a Carlo Ginzburg

di Cora Presezzi, Marie Rebecchi

      • Questa capacità di afferrare il vivente, ecco davvero, in effetti, la qualità sovrana dello storico... E forse essa è, in principio, un dono delle fate che nessuno potrebbe pretendere di far proprio se non l’ha trovato alla sua culla. Nondimeno, essa ha bisogno di essere costantemente esercitata e sviluppata.
        -  Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico

Nel 1966, Carlo Ginzburg, allora ventisettenne, dava alle stampe la sua prima ricerca storica: I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento. Aveva allora inizio, cinquant’anni fa, quella che sarebbe divenuta l’inesausta opera di uno degli storici più noti e tradotti nel mondo, dall’Europa all’America latina, al Giappone, agli Stati Uniti, alla Russia.

Alcuni suoi libri sono ormai divenuti a tutti gli effetti dei classici del loro genere. Un genere storiografico, quello della microstoria, che al nome di Ginzburg si lega indissolubilmente. Anzi, di cui non si può forse neppur parlare senza citare, ad esempio, Il formaggio e i vermi (1976) e i sui protagonisti: il mugnaio friulano Menocchio e l’insieme organico e coerente di idee in cui quegli aveva rielaborato elementi tratti da diversi livelli della stratificazione culturale della società a lui coeva; e che, a Ginzburg, riuscì di cavare da un corpo a corpo con gli archivi inquisitoriali e dalle carte del processo con cui il potere dominante aveva tentato - con esito paradossalmente opposto - di ridurlo al silenzio. La vicenda di Menocchio parve così ben degna d’esser offerta in risposta alle domande di quel «lettore operaio» - voce anonima dell’omonima poesia di Brecht - con cui il libro si apriva: «Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? / Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. / Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?».

Ma la microstoria non coincide con la storia della cultura popolare o delle classi subalterne (e qui subito si dovrà indicare in Gramsci un referente comunque fondamentale per Ginzburg). Si tratta piuttosto di un modo di osservare, che si serve di strumenti artificiali - il «micro» rimanda infatti alle capacità analitiche del microscopio - in grado di potenziare lo sguardo storico e raggiungere snodi della realtà invisibili «a occhio nudo».

Ed è in questi stessi termini che si può comprendere anche un altro elemento caratterizzante della ricerca storica di Ginzburg: la morfologia. Termine medio - mutuato da Goethe - tra Wittgenstein e Propp, la morfologia è l’«esperimento» che ha condotto lo storico al confronto con discipline che, dalla storia, parrebbero distanti - e che pure ne hanno durevolmente segnato l’opera, riaffiorando fino ai saggi del recentissimo Paura reverenza terrore (Adelphi 2015) -, come le tecniche attribuzioniste di Longhi e a la sua storia dell’arte «senza date e senza nomi», o le ricerche iconografiche di Warburg, di cui Ginzburg ha in particolare esplorato proprio l’oscillazione tra morfologia e storia, individuando la genesi della complessa nozione di Pathosformel nella precocissima lettura di Darwin, a sua volta lettore dei Discorsi sull’arte di Reynolds.

A metà strada tra il primo e l’ultimo libro di Ginzburg, la più complessa storia del sabba mai scritta, uno dei libri più dibattuti, recensiti, amati e criticati dagli storici (e non solo) in Italia e nel mondo: Storia notturna. Una decifrazione del sabba, uscito nel 1989. Ed è proprio in Storia notturna che la morfologia assume quel ruolo di «additivo», di elemento aggiunto in modo artificiale a integrare le esigenze di esplorazione delle potenzialità della storiografia, fino ai suoi limiti estremi.

Tre anni fa dunque, in occasione del venticinquesimo anniversario di Storia notturna, il Dipartimento di Storia Culture Religioni della «Sapienza» di Roma, in collaborazione con «Studi e Materiali di Storia delle Religioni», ha ospitato il primo di quelli che sarebbero divenuti degli appuntamenti fissi a cadenza annuale dedicati all’opera del grande storico, di cui il 16 maggio scorso si è svolta la terza edizione.

A celebrare - con antropologi, filosofi, storici, storici dell’arte, del cristianesimo, delle religioni e della filosofia - i venticinque anni di Storia notturna prima e, quest’anno, i cinquanta dei Benandanti congiuntamente alla recente uscita di Paura reverenza terrore, un Carlo Ginzburg infaticabilmente pronto al dibattito, al confronto, alla verifica delle argomentazioni elaborate - oggi o cinquanta anni fa. Testimone di una pratica storiografica fondata sull’irrinunciabile, accurata costruzione e verifica delle prove; sulla riconduzione di ogni discussione dal piano dei presupposti metodologici a quello analitico dell’argomentazione empirica. Di un sapere pratico che, in quanto tale, verrà trasmesso anche attraverso la condivisione dalle personali, individuali, «casuali» esperienze di quel singolo storico alle prese con la propria materia e, secondo la lezione blochiana, con un’interminabile auto-analisi, vaglio mai definitivo degli strumenti del proprio mestiere.

Una storia con additivi, tra il caso e la prova

Intervista a Carlo Ginzburg

di Cora Presezzi, Marie Rebecchi *

Carlo Ginzburg ha sottolineato un elemento di casualità nella «scoperta» dell’oggetto a cui dedicò il suo primo lavoro, I benandanti. In quali circostanze avvenne l’incontro con un benandante e come, successivamente, è stata riletta questa scoperta e le implicazioni che ne seguirono?

Ho insistito sull’importanza del caso nella ricerca, però entro limiti ben precisi. Nella decisione di occuparmi di stregoneria, concentrandomi non sulla persecuzione ma sugli individui, uomini e donne, che venivano accusati di stregoneria - non c’era casualità. C’era un impulso molteplice di cui ero solo in parte consapevole e su cui ho cercato di riflettere più volte, nel corso del tempo. Ma mi è capitato di dire, in maniera polemica, che per un ricercatore trovare ciò che si cerca e basta, è troppo poco. Confermare le ipotesi da cui si è partiti mi sembra un obiettivo limitato. Bisogna invece essere aperti al caso, cioè all’incontro con documenti che non ci aspettavamo e che ci portano a riformulare le ipotesi iniziali. La mia sottolineatura dell’importanza del caso non aveva, e non ha, nulla di irrazionalistico.

Mi ero messo a studiare la stregoneria senza rendermi conto che cercare di decifrare gli atteggiamenti dei perseguitati attraverso gli archivi della persecuzione era un progetto per certi versi paradossale. (Retrospettivamente penso che questo paradosso, inizialmente non percepito in quanto tale, abbia orientato tutta la mia traiettoria di ricerca, fino ad oggi). La mia ipotesi iniziale era decisamente ingenua: decifrare i processi di stregoneria come una forma rudimentale di lotta di classe. Dietro quest’ipotesi c’era la lettura dei quaderni del carcere di Gramsci, che mi avevano segnato profondamente (un’esperienza che ho condiviso con tutta la mia generazione). Ma c’era anche La Sorcière di Jules Michelet: l’idea romantica della strega come ribelle.

Lavorando alla mia tesi di laurea trovai, nel fondo inquisitoriale conservato nell’Archivio di Stato di Modena, un processo, datato 1519, contro una contadina - si chiamava Chiara Signorini - accusata di aver gettato un maleficio contro la padrona che aveva cacciato lei e il marito dal fondo. Lì per lì mi parve di aver trovato in quel processo una conferma della mia ipotesi di partenza. Ricordo di aver provato un senso di delusione: se l’ipotesi poteva essere provata così facilmente qualcosa, in quell’ipotesi, non andava. Alla fine del saggio che pubblicai su quel processo (Stregoneria e pietà popolare) riformulai un’ipotesi più vaga della precedente: i processi di stregoneria come teatro di uno scontro tra concezioni del mondo diverse, impersonate, rispettivamente, dagli inquisitori e dalle persone accusate di stregoneria. Ma il senso di delusione restava.

Cominciai a girare per archivi italiani cercando altro materiale, altri frammenti più o meno consistenti di fonti inquisitoriali. Andai a Venezia, dove c’è un cospicuo fondo inquisitoriale conservato all’Archivio di Stato. Come ho detto, non avevo più un vero programma di ricerca; cercavo a caso. E lì m’imbattei, in una busta che conteneva processi del tardo ’500, nell’interrogatorio del benandante Menichino da Latisana. L’inquisitore chiese a Menichino che cosa volesse dire «benandante» (una parola che non avevo mai incontrato). Menichino disse: siamo benandanti, siamo nati con la camicia, quattro volte all’anno ci rechiamo in spirito nel prato di Iosafat a lottare con le streghe per la fertilità... Rimasi a bocca aperta, uscii dall’archivio e cominciai a fumare nervosamente, pensando di aver scoperto qualcosa di straordinario.

Molti anni dopo ho riflettuto su quell’incontro e sulle mie reazioni in un saggio intitolato Streghe e sciamani, incluso nel volume Il filo e le tracce. Mi sono chiesto se qualsiasi storico avrebbe reagito nel modo in cui ho reagito io. In questa domanda non c’è niente di narcisistico: cerco di riflettere su un’esperienza di ricerca approfittando della contiguità tra il ricercatore di allora e quello di oggi. Ho cercato di capire attraverso il mio caso un problema molto più ampio: l’interazione tra un documento rinvenuto casualmente e le aspettative che condizionano la reazioni di chi fa ricerca.

Più recentemente mi sono chiesto perché, imbattendomi nel primo documento su un benandante, ho subito pensato agli sciamani siberiani. Mi sono reso conto (anche qui, dopo molti anni) che quell’analogia mi era stata suggerita da una lunga citazione che apre un libro che avevo ben presente, ossia Il mondo magico di Ernesto de Martino. La citazione era tratta da un libro che non avevo mai letto (l’ho letto solo qualche anno fa) quello, notissimo agli studiosi dello sciamanesimo, dell’antropologo russo Sergei Shirokogoroff sul mondo psicomentale dei Tungusi. Nella scintilla che può dar vita a una ricerca si mescolano elementi consapevoli e inconsapevoli; esperienze di vario genere, magari non legate alla ricerca; libri letti e libri non letti.

Lo scarto tra le aspettative dell’inquisitore e le risposte del benandante apre una crepa da cui affiora uno strato di credenze contadine molto diverse dallo stereotipo della stregoneria confermato, grazie alle domande suggestive e alla tortura, da innumerevoli processi. L’anomalia apre dunque una possibilità di ricerca allo storico?

Su questa crepa ho insistito molto nel libro sui benandanti. Avevo letto già allora molti processi di stregoneria e l’interrogatorio di Menichino da Latisana (tre, quattro pagine in tutto) mi parve subito del tutto anomalo: la sorpresa dell’inquisitore era anche la mia. (Molti anni dopo scrissi un saggio intitolato intitolato L’inquisitore come antropologo - che partiva da questa analogia). Un elemento decisivo di quel documento era legato al fatto che il benandante in questione fosse nativo di Latisana, cioè friulano: ma la percezione di aver toccato un fenomeno friulano è emersa dopo.

Successivamente, grazie ai documenti conservati presso l’Archivio Arcivescovile di Udine, ho potuto ricostruire da vicino i modi in cui gli inquisitori tentarono di colmare quella anomalia, riducendola alla norma. Ma la coppia anomalia/norma non è presente in questi termini nel mio libro. A posteriori mi è capitato di commentare questa coppia citando un aneddoto che avevo già ben presente nel momento in cui mi imbattei nei benandanti. In un bellissimo seminario che ascoltai in Normale, Gianfranco Contini parlò a un tratto, con una verve straordinaria, di due filologi romanzi, entrambi francesi. Il primo aveva una lunga barba ed era appassionato di anomalie grammaticali e morfologiche; quando ne trovava una si accarezzava la barba e diceva: «C’est bizarre!». L’altro invece, una mente cartesiana e una testa lucida (anche fisicamente lucida), cercava di ricondurre le anomalie alla norma; quando ci riusciva si stropicciava le mani e diceva: «C’est satisfaisant pour l’esprit».

Ascoltando Contini parlare dei due filologi m’identificai mentalmente con il filologo barbuto. Poi, nel corso degli anni, capii che le cose non erano così semplici. Ciò che mi interessava era sì l’anomalia, ma solo perché più essa è ricca, da un punto di vista cognitivo, rispetto alla norma. La norma infatti non può prevedere tutte le violazioni rispetto a se stessa: l’anomalia invece rinvia sempre, almeno implicitamente, alla norma. Per questo l’anomalia è più ricca, dal punto di vista cognitivo, rispetto alla norma.

Come si vede, sono lontanissimo dall’identificarmi con l’anomalia da un punto di vista ideologico (come ha fatto Michel Foucault nel Pierre Rivière). Più tardi ho riletto la questione dell’anomalia partendo dalla battuta di Edoardo Grendi sull’«eccezionale normale». Ciò che è, dal punto di vista documentario, eccezionale, può registrare un fenomeno molto diffuso. C’è una asimmetria tra la documentazione e ciò di cui la documentazione parla. Non posso dire che le credenze di cui i benandanti erano partecipi fossero «normali»: ma la diabolizzazione di credenze legate alla fertilità che si verificò in Friuli (anche se in maniera imperfetta e tardiva), si era verificata, a mio parere, anche altrove. La documentazione friulana è sì eccezionale, ma permette di ipotizzare un fenomeno molto più vasto. Di qui l’idea di formulare, attraverso un caso anomalo, un’ipotesi generale sulla storia della stregoneria e della sua repressione: se si vuole, sulla storia della diabolizzazione di una serie di credenze e pratiche contadine.

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