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L’ordine simbolico di "mammasantissima" !!!

PATRIARCATI TRASVERSALI. Una nota sull’assassinio di Hina di Ida DOMINIJANNI

giovedì 24 agosto 2006 di Federico La Sala
[...] Nella sua inchiesta sulle pakistane in Val Trompia di giovedý scorso, Manuela Cartosio metteva bene in luce come la condizione delle giovani pakistane immigrate, anche in casi non estremi come quello di Hina, sia afflitta da cattivi rapporti fra madri e figlie e dalla mancanza di socializzazione e comunicazione fra donne: ed Ŕ certo su questo nodo che in primo luogo bisogna incidere per cambiare lo stato delle cose. Ma il secondo passo deve essere l’apertura di un conflitto maschile (...)

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> PATRIARCATI TRASVERSALI. .... DOPO HINA, SANAA... LA RIVOLTA DELLE FIGLIE (di Renzo Guolo) .. Costruire una societa’ dove donne e uomini costruiscono modelli relazionali diversi, basati sul rispetto e non sulla mercificazione o sul potere (di Igiaba Scego).

venerdì 18 settembre 2009


-  Figlie in rivolta e genitori giustizieri

-  HINA, SANAA
-  La rivolta delle figlie

di RENZO GUOLO (la Repubblica, 17.09.2009)

La tragica fine di Sanaa Dafani rimanda fatalmente all’analoga sorte toccata a Hina, la ragazza pachistana uccisa tre anni fa dal padre con l’aiuto di altri familiari per lavare "l’onta" che con la sua condotta, uno stile di vita occidentale e una relazione con un giovane italiano, gettava sulla famiglia.

Anche la giovane marocchina Sanaa aveva violato il namus, l’onore familiare: mettendo in discussione l’autorita’ del padre, contrario a una convivenza, con un italiano, uomo di diversa religione. Violazioni pagate con una morte sacrificale, mirata, illusoriamente, a ripristinare quell’onore davanti alla rete parentale e alla comunita’ cui i "padri giustizieri" appartengono.

Facile prevedere che questo efferato delitto, come del resto le troppe violenze contro le giovani donne musulmane picchiate o richiuse perche’ non indossano il velo o si abbigliano "lascivamente", rilanceranno le argomentazioni dei teorici dello "scontro di civilta’", ridislocato ormai a livello locale, sull’impossibile convivenza tra musulmani e italiani. In realta’ l’esercizio della "violenza riparatrice" rivela crepe molto larghe all’interno di una cultura che nell’immaginario collettivo appare fortemente coesa.

La rivolta delle figlie, tanto inaccettabile quanto "eversiva" perche’ scardina l’ordine tradizionale a partire dal vissuto quotidiano e dalla famiglia, esprime la richiesta di autodeterminazione di giovani donne che si ritengono comunque musulmane, portino o meno il velo. A dimostrazione che nell’analizzare simili fatti, piu’ che di islam, si dovrebbe parlare di musulmani, con i loro diversi modi di vivere la fede e i loro comportamenti concreti. Tra questi vi sono osservanti e fondamentalisti, ma anche aderenti a una religione vissuta essenzialmente come cultura o secolarizzati. E’ questo pluralismo interno che quelle ragazze alimentano, nel doppio ruolo di credenti non dogmatiche e di donne che vogliono decidere della propria vita, con la loro soggettivita’ femminile.

La violenza sulle donne, su Sanaa, Hina e le altre, quelle che non conosciamo e non denunciano i maltrattamenti, mostra che la presa del corpo sociale maschile sui corpi femminili, segna il passo. E’ questa sensazione di impotenza, che si manifesta in quei brutali colpi di lama. Sul corpo delle giovani donne musulmane e’, infatti, in corso una battaglia che ha come posta due esiti diversi: il ripristino del controllo maschile, legato a una tradizione che si nutre di elementi culturali prima ancora che religiosi ed e’ ostile a stili di vita che, per rigoristi e fondamentalisti, trasformerebbe la seduzione in sedizione, la liberta’ femminile in minaccia a un ordine ritenuto immutabile; o il suo progressivo sgretolamento e sostituzione, attraverso il conflitto familiare e l’erosione del controllo sociale comunitario, con una dialettica che accetta, o subisce, la libera scelta delle donne senza ricorrere a un arbitraria violenza restauratrice.

I terribili colpi inferti a Sanaa e Hina devono indurre, dunque, piu’ che a irrealistiche chiusure verso i musulmani, che proprio nelle loro nicchie etniche e religiose rafforzate da riflessi identitari e da meccanismi di esclusione culturale possono coltivare la loro separatezza e le loro coercitive visioni della donna, a un’azione politica e sociale che spezzi la claustrofobia comunitaria; che li metta sempre piu’ in relazione con gli italiani.

Non basta che questo accada nella sfera del lavoro, come dimostrano le biografie dei "padri giustizieri", entrambi integrati da questo punto di vista. Quello che serve e’ l’interazione nella sfera culturale, nel vissuto quotidiano, negli spazi sociali che vanno condivisi. Perche’, anche se lentamente, le culture mutano quando interagiscono tra loro. Solo cosi’ sara’ possibile attenuare il pesante maglio della violenza patriarcale. In caso contrario altre vite si consumeranno ai bordi di una strada o in una stanza divenuta prima un privatissimo tribunale e poi uno scannatoio.


SANAA

di Igiaba Scego (l’UnitÓ, 17.09.2009)

Nel cortile della casa internazionale delle donne a Roma c’e’ un muro che ricorda le donne uccise per mano degli uomini. Donne uccise dai mariti, dai fidanzati, dai pretendenti, dai padri, dai fratelli e addirittura dai figli.

Si chiamano Paola, Maria, Alessandra, Rosa, ma anche Najat, Pilar, Felicite’, Sol. Sono italiane, migranti, figlie di migranti. Sono donne che probabilmente prima di essere uccise hanno subito anni di prepotenze e panico all’interno delle mura domestiche. Donne che la societa’ non ha protetto. Ora a questa triste lista di morte ammazzate dobbiamo aggiungere il nome di Sanaa Dafani.

Nei giornali nazionali e’ segnalata come ragazza marocchina, ma era italianissima, ibrida, in mezzo alle culture, ai mondi. Circola una bella foto di Sanaa, e’ sdraiata e guarda l’obbiettivo con grande dolcezza. Per l’omicidio e’ indagato il padre. Miccia scatenante forse la decisione della ragazza di convivere con un trentenne cattolico italiano. Questo ha fatto gridare alla Lega (e non solo a loro) "gli islamici sono assassini" o "gli islamici sono incompatibili con la Costituzione", facendo della ferocia assassina di uno quella di tutta una comunita’ religiosa.

Dire questo e’ grave! La Lega si dovrebbe scusare con gli islamici per queste dichiarazioni. E poi francamente la trovo una spiegazione dei fatti fuorviante. Guardiamo i dati: in Italia una donna viene uccisa ogni due giorni, i numeri quindi parlano chiaro, le donne sono in pericolo. E il pericolo e’ legato allo squilibrato rapporto tra i sessi e questo continuo considerare la donna una merce.

Ricordiamoci che siamo nell’Italia delle escort; molti nel paese trovano normale prostituirsi per raggiungere un posto di potere. Dire semplicemente "e’ la solita storia tra islamici, non e’ affar nostro", non ci aiutera’ mai a capire. A noi donne serve una spiegazione seria. Chi uccide vuole eliminarci, distruggerci, cancellarci. Quello che si vuole eliminare e’ il diritto a una vita indipendente. Si vuole considerare la donna la solita costola d’Adamo, un’appendice. Chi uccide lo fa per ribadire la subalternita’ delle donne.

Per uscirne dobbiamo costruire una societa’ dove donne e uomini costruiscono modelli relazionali diversi, basati sul rispetto e non sulla mercificazione o sul potere. Sanaa e’ morta probabilmente per mano del padre, attendiamo le indagini per affermarlo. Ma l’Italia con la sua bassa considerazione delle donne ha dato una mano alla mano assassina. Per non far morire altre Sanaa dobbiamo cambiare l’Italia. Perche’ donna e’ bello, donna e’ vita.


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