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Differenza e dialogo...

"PENSIERO DELL’ESPERIENZA". A Roma il XII simposio dello Iaph, l’associazione internazionale delle filosofe. Stralci dell’intervento di Françoise COLLIN

giovedì 31 agosto 2006 di Federico La Sala
[...] «Pensiero dell’esperienza»: tema proprio di tutto il pensiero femminista e in particolare del pensiero della differenza italiano, che della pratica del partire da sé ha saputo fare principio di pensiero e di azione politica. Improntato appunto all’esperienza del femminismo italiano, che diversamente da altri femminismi occidentali non si è mai chiuso nel perimetro dell’accademia e dell’organizzazione disciplinare del sapere, questo simposio Iaph (come pure quello che si tenne a (...)

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giovedì 7 settembre 2006

Simposio Iaph, l’esperienza che fa la differenza

Si sono concluse domenica a Roma le quattro dense giornate di lavoro dedicate al «pensiero dell’esperienza»

di Catrin Dingler (il manifesto, 05.09.2006)

Dedicato al «pensiero dell’esperienza», il XII simposio dello Iaph, l’associazione internazionale delle filosofe, che si è tenuto a Roma da giovedì a domenica scorsi, ha avuto inizio sull’altura del Campidoglio, tra la raccolta di busti maschili della Protomoteca: una cornice ideale per riflettere sul richiamo di Françoise Collin, nella sua relazione d’apertura, agli inizi del movimento femminista.

Perché se allora le donne si spinsero «a esercitare il sospetto su un sapere qualificato come fallocratico» e a pensarsi al di fuori della tradizione maschile, oggi la loro ricerca teorica e politica non è più ristretta ai luoghi separati. «Il pensiero dell’esperienza - spiega Luisa Muraro - si inserisce tra il già interpretato e il non ancora interpretato»: il soggetto, non più neutro bensì sessuato, è chiamato a stare in questo luogo di mezzo, fra la critica dei significati in cui l’esperienza è ingabbiata e la sua risignificazione, ma senza arrendersi alla decostruzione infinita di molto pensiero (anche femminista) postmoderno.

Sui modi di vivere e pensare creativamente al centro del presente si è discusso in quattro dense giornate di lavoro al rettorato dell’università di Roma 3, organizzate da Federica Giardini. Egemone in tanti paesi (e testimoniata al simposio dalle ospiti venute dalla Germania, dall’Austria e dalla Svizzera), la strategia di matrice anglo-americana dei gender studies, che punta a integrare gli studi sul genere nelle istituzioni accademiche, è meno seguita in Italia, dove la politica delle donne ha saputo mettere in circolo la sapienza di partire da sé in una politica che non punta all’integrazione emancipativa bensì alla significazione della differenza (testimoniata soprattutto dalle filosofe italiane di Diotima e dal contributo su esperienza, storia e memoria di Marìa Milagros Rivera).

L’articolazione del simposio puntava a mettere alla prova il pensiero dell’esperienza in vari ambiti del sapere (storiografia, psicoanalisi, teologia, scienza e tecnologia, arte), della sfera pubblica (governo, lavoro, scuola), della vita quotidiana.

Nella sezione più dichiaratamente politica dedicata a «governo, regole e relazioni», Tamar Pitch e Ida Dominijanni hanno discusso del rapporto fra uso del diritto (e dei diritti) e pratica della relazione nella trasformazione dell’ordine sociale e simbolico.

Diana Sartori ha messo in guardia dal considerare irenicamente le relazioni, riportando l’attenzione sulla negatività e i lati oscuri che le attraversano. Spinta forse anche dall’intervento di Aminata Traoré, che ha parlato dell’esperienza africana della globalizzazione con toni che hanno toccato la platea intera: nel suo Malì il nome di Lampedusa evoca esperienze che eccedono i nostri discorsi sull’immigrazione, e il suo racconto della relazione fra la madre africana e il figlio che parte per l’Europa non entra in contatto con la narrazione e la rielaborazione femminista della relazione madre-figlia.

Estrapolando dal suo contesto un’espressione di Chiara Zamboni si potrebbe dire che ascoltando Traoré «il presente ci è caduto addosso». Un presente in cui il doppio trauma della globalizzazione e della fine del patriarcato (focalizzata in termini psicoanalitici da Manuela Fraire) convoca le donne a mettere in gioco ciò che la loro politica ha elaborato di meglio, non per riequilibrare lo squilibrio ma per indirizzarlo. In questa direzione Lia Cigarini, nella sezione dedicata al lavoro, incoraggia le donne a «portare tutto al mercato», non per mercificare il sapere femminile ma per fare irrompere la differenza contro l’ordine della mercificazione.

La rinuncia all’inglese accademico a favore della madrelingua o della lingua elettiva è stata talvolta faticosa ma ha anche suscitato traduzioni improvvisate e perciò più vive. La competenza simbolica dispiegata nei singoli contributi anche nei workshop non ha certo potuto risolvere tutti i problemi teorici e pratici messi in campo da queste giornate, ma le ha movimentate regalando anche qualche gesto sorprendente.


La tirannia del presente sul divenire della nascita

Il parlare tanto di genetica ha la funzione sociale di trasformare gli esseri umani in portatori di geni e il gene in qualcosa di reale

Barbara Duden, appassionata storica del corpo femminile e della sua percezione nella modernità, al XII simposio dell’Associazione internazionale delle filosofe

Un incontro su rischi e possibili antidoti alla crescente biologizzazione della vita, temi del suo nuovo libro, «I geni in testa e il feto nel grembo»

di Stefania Giorgi (il manifesto, 05.09.2006)

Appassionata storica del corpo femminile, dopo Il corpo della donna come luogo pubblico (Bollati Boringhieri,’94), testo cruciale per capire come nuove tecniche e un nuovo apparato linguistico hanno completamente mutato il modo di concepire e vivere la gravidanza - di come, «nel giro di pochi anni il bambino è diventato un feto, la donna incinta un sistema uterino di approvvigionamento, il nascituro una vita e la ’vita’ un valore cattolico-laico quindi onnicomprensivo» - Barbara Duden torna a indagare l’esperienza corporea delle donne con I geni in testa e il feto nel grembo (Bollati Boringhieri, E 28) - che sarà presentato e discusso con Maria Luisa Boccia al Festivalletteratura di Mantova (giovedì, ore 16, Palazzo San Sebastiano). Temi e riflessioni che ha portato a Roma nel simposio dell’Associazione internazionale delle filosofe, animando - con Elena Gagliasso, Gabriella Bonacchi, Tristana Dini, Caterina Botti, Elisabeth Strass - una sessione plenaria e un workshop su «scienze e tecnologie».

Il nuovo libro raccoglie gli interventi di Duden nel corso degli anni ’90, sollecitati da università, associazioni, ordini professionali, congressi scientifici, letture, mostre, sentenze. Con introduzioni e note che li contestualizzano e li riportano al presente. Un testo che mette in guardia sugli effetti di un’esperienza del corpo plasmata sempre più dalla simulazione tecnologica decorporeizzante, dalla pervasività del linguaggio del rischio e delle probabilità della genetica - subdola «come le radiazioni di Cernobyl» -, dell’orizzonte di una vita sempre più «biologizzata» per gli uomini ma, soprattutto, per le donne.

*

Continuando a usare la gravidanza come evento paradigmatico, cosa mostrano i mutamenti che la fecondazione artificiale e la separazione del feto dal corpo materno stanno producendo sulla scena procreativa?

Il parto è stato, fino a non molti decenni fa, un momento di rivelazione, perché non si poteva sapere che cosa stava portando a compimento la donna. Un’esperienza di cambiamenti nel ritmo dell’essere che teneva insieme il presente e il non-dum latino. Nella gravidanza moderna quel non-ancora è stato cancellato. La visualizzazione di ciò che deve ancora nascere - attraverso «occhi» tecnologici sempre più sofisticati - già dal primo mese, separa il feto dal corpo materno, lo proietta all’esterno, lo oggettivizza e rende impossibile alle donne vivere questa esperienza corporea del divenire. Il non-ancora è distrutto dalla tirannia del presente. E tutto questo orienta il modo, storicamente inedito, in cui oggi si discute degli embrioni.

L’antica nozione del parto come momento della verità, atto inaugurale e decisivo del divenire umano, si perde in un tramonto che inizia negli anni ’70. Oggi il parto è il finale calcolato di un processo controllato che dura nove mesi. Il parto, venire al mondo dal corpo materno, principio che ha segnato la storia e la cultura umana, nella sua intimità, tenerezza e imprevedibilità, sta scomparendo dall’immaginario.

Sulla procreazione assistita occorre distinguere tra le manipolazioni nei laboratori, la loro regolamentazione e il desiderio di una donna di far nascere un bambino. Nella discussione pubblica svanisce il contrasto tra una manipolazione in vitro e il divenire in corpo di donna.

Questa cruciale differenza non viene più compresa intuitivamente, con un effetto simbolico molto forte: il laboratorio offerto come sostituto del corpo femminile. Le possibilità della tecnologia riproduttiva diventano così reificazioni del management di speranza che cambia il modo di vivere il desiderio di un bambino che non arriva.

È sciocco discutere sul numero degli embrioni da produrre e impiantare. È inquietante e dannoso il modo in cui si parla degli embrioni come esseri umani e, in particolare, come la chiesa cattolica si fissi su queste cellule, questi stadi organizzativi biologici come problema fondamentale della vita. Una società che discute in questo modo degli embrioni mette in opera quello che Ivan Illich definiva un «sentimentalismo epistemico», l’approccio sentimentale a una materia per la quale non si adatta né l’amore né l’avversione. Che in Europa il destino degli embrioni sia diventato una questione fondamentale provoca una devastazione del senso della parola umanità poiché questo «sentimentalismo» riguarda qualcosa che non è carne, non è un essere umano. Corporeizzando l’invisibile (l’embrione) e decorporeizzando il visibile il risultato è che non si parla dei bambini reali e del fatto che per essere tali hanno avuto bisogno di nove mesi nel corpo di una donna.

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Rischio, probabilità, predizione: nel descrivere l’indottrinamento strisciante della «biocrazia», nel suo libro parla del gene come «cavallo di Troia» per le donne...

La medicalizzazione degli anni ’50 riguardava in primo luogo le donne, ma non ne cancellava il corpo. Con l’ingresso dei geni nel linguaggio e nella vita quotidiana siamo di fronte a un fenomeno del tutto diverso. Il concetto di gene ha una storia molto lunga nel ’900 e nel tempo ha significato cose molto diverse. Solo negli anni ’90, e in modo massiccio con il progetto «Genoma Umano», il gene ha invaso il linguaggio comune ed è divenuto l’immagine (che è solo una fantasia) di un «elemento di vita» che tutti hanno in sé. Ma già negli anni ’80 il genetico Raphael Falck, nel saggio The Gene in Search of an Identity, ha chiarito come il gene sia un concetto che non rimanda a nulla che possa essere distinto, reificato, localizzato.

Parlare tanto di genetica ha la funzione sociale di trasformare gli uomini in portatori di geni e il gene in qualcosa di reale, sempre meno legato alla sfera personale della trasmissione ereditaria, con le sue radici nel passato e nella parentela. La funzione sociale del gene oggi è un’altra: è qualcosa dentro ciascuno di noi, che esiste già, con conseguenze non ancora prevedibili ma calcolabili secondo le regole delle probabilità. Il gene si incarna nella persona come un calcolo statistico e la genetica diventa predittiva, si riferisce sempre più a qualcosa a venire.

Lo stesso vale per ciò che si intende con «effetto gene». L’uomo comune s’immagina un difetto organico, un errore nel sistema operativo, qualcosa che c’è già e che potrebbe provocare qualcosa di terribile nel futuro. Se la donna, per esempio, ha interiorizzato l’idea di un gene per il cancro al seno, finirà con l’incarnare l’immagine di uno stato assediato dai terroristi con la conseguente necessità di un sistema di controllo sempre più fitto, di un’osservazione permanente. Il gene, dunque, allarga un orizzonte d’aspettativa negativa, crea paura e rende dipendenti da un sistema di controllo autoritario.

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Ma questo vale anche gli uomini,ad esempio per il cancro alla prostata...

La domanda è perché le donne sono così preoccupate per la loro corporeità e che cosa a che fare questa preoccupazione con la propaganda pubblica sul corpo femminile minacciato e a rischio. Il sistema della prevenzione per il cancro al seno, con le mammografie di massa, ad esempio, funziona in pochi casi. Per un numero incredibilmente alto di donne l’effetto è negativo perché c’è un numero enorme di diagnosi sbagliate. Si potrebbe parlare di una forma di lesione colposa organizzata che gli uomini di certo non tollererebbero. Ma la vera differenza tra uomini e donne sta nel fatto che il corpo femminile incarna - attraverso la sua potenzialità procreativa - una temporalità speciale rispetto al futuro che il corpo maschile non ha. In un sistema che cerca di regolare il rischio, il corpo segnato da questo legame speciale con il tempo diventa quello che più si presta, politicamente e simbolicamente, alla propaganda della fede nel gene.

Certo, dobbiamo anche chiarire la funzione sociale della medicina. Il sistema dei test genetici funziona solo perché la gente pensa che si tratta di una diagnosi medica, anche se la genetica non ha niente a che fare con il sapere e la pratica originaria dei medici. Si tratta solo di fantasie sul regolamento dei fattori di rischio. Anche se, ripeto, il riferimento tra il tipo di gene e il fenotipo è di natura statistica e talmente complicato che la possibilità della previsione individuale diventa una forma di superstizione.

La genetica modula il futuro secondo un modello in cui ciò che accadrà dipende dall’agire calcolato nel presente. E’ una pazzia che distrugge la fiducia in sé, la capacità di scelta in prima persona e rende dipendenti dalla competenza specialistica: nessuno stato corporeo è buono senza l’attestato di un professionista. La gravidanza ne è di nuovo il miglior esempio.

*

Nell’irruzione del linguaggio scientifico nella vita quotidiana e nelle dispute sulla genetica applicata al vivente, c’è la possibilità, praticata in primo luogo dal pensiero critico femminista, di seguire una via che scarti la coppia oppositiva tecnofilia/tecnofobia. Nel libro, invece, lei propone un radicale «a-genetismo».

Ancora una volta si deve distinguere tra ciò che la tecnica è in grado di fare, spesso non mantenendo ciò che promette, e ciò che crea simbolicamente. E io credo che la sua funzione sociale stia nell’ordine simbolico, nel cambiamento della soggettività, della percezione dell’essere, dell’orientamento nel mondo. Ciò vuol dire, per me, che non si tratta di cercare una strada tra ottimismo e fobia, bensì di analizzare con sobrietà e senza illusioni l’effetto simbolico di questa forma di social engeneering. Con la parola carne mi riferisco a qualcosa che non si lascia definire, che ha a che fare con un sapere sensitivo e con la fiducia o sfiducia nella propria carne.

Con l’amore, la voglia di vivere, lo spreco, con un modo di percepire che non è afferrabile con una definizione normativa, che invece ha a che fare con la fiducia di poter gestire una situazione. A me pare che si finisca col perdere, anche nella discussione femminista, la possibilità di trattare la natura come grazia, bellezza, mistero e gloria della singolarità. Perciò vorrei invitare le donne a riderci sopra, a svelare la pomposa seriosità del discorso pubblico sul management della speranza e dire con chiarezza: molte invenzioni o promesse della genetica sono assurde, prive di senso. Se si capisce che l’efficacia desiderata non si verifica e, al contrario, si registrano effetti simbolici inquietanti, come la distruzione del tempo, della fiducia, mi auguro che le donne riescano a dire: lasciamolo perdere, non mi piace, non lo voglio. «No grazie».

*

Ma non pensa che, oltre al controllo biopolitico, possano esserci desideri reali che la tecnologia oggi rende possibili?

Il sistema di controllo significa processi rituali che finiscono con l’assolvere a una funzione mitopoietica. Dopo una, due generazioni, vengono interiorizzati e anche la percezione corporea si modella su queste procedure.

Dobbiamo riflettere su come questi processi possano contrabbandare come desiderio delle donne il controllo ossessivo del loro corpo. Se non è stato facile per i medici convincere le donne alla prevenzione, solo trent’anni dopo il genetico ride della donna che chiede di essere informata sulla possibilità del suo embrione di essere affetto da senilità. Si prende gioco, cioè, della follia che lui stesso ha aiutato a creare. Non è facile criticare questo circuito, ma è necessario continuare a chiedersi che cosa dice questo desiderio della perdità di autorità da parte delle donne, mettersi in ascolto di ciò che veramente desiderano le donne, al di là del frame of mind che genera quello stato di preoccupazione permanente che si esprime in questa forma distorta. Ascoltare le paure delle donne assediate da aspettative, alle quali viene richiesto di essere perfette e responsabili. Oggi una donna che mette al mondo un bambino con sindrome down deve giustificarsi perfino con i vicini... Ciò che spesso viene definito desiderio è in realtà decision making, una scelta tra due opzioni calcolabili, per esempio tra cesareo e parto naturale. Due modi imparagonabili di partorire offerti come equivalenti e scelti solo in base al calcolo del rischio. Ma, su questa base, non è possibile desiderare niente. Eppure partorire non richiederebbe alcuna decisione, è qualcosa che ogni donna sa fare.

(ha collaborato Catrin Dingler)


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