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La costruzione del ’presepe’ cattolico-romano .... e la ’risata’ di Giuseppe!!!

MEMORIA DI FRANCESCO D’ASSISI. "VA’, RIPARA LA MIA CASA"!!! Benedetto XVI ha ricordato la conversione di Francesco: «l’ex play boy convertito dalla voce di Dio»... ma ha "dimenticato" la denuncia sul "ritardo dei lavori", fatta da Pirandello già a Benedetto XV. Che disastro!!!

LA "SACRA FAMIGLIA" DELLA GERARCHIA CATTOLICO-ROMANA E’ ZOPPA E CIECA: IL FIGLIO HA PRESO IL POSTO DEL PADRE DI GESU’ E DEL "PADRE NOSTRO". E’ ORA DI RESTITUIRE "L’ANELLO DEL PESCATORE" A GIUSEPPE, PER AMARE BENE MARIA - NON GIOCASTA!!!
giovedì 4 ottobre 2012 di Federico La Sala

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> "Va’, ripara la mia casa"!!! Benedetto XVI ha ricordato la conversione di Francesco d’Assisi: «l’ex play boy convertito dalla voce di Dio»... ma ha "dimenticato" la denuncia sul "ritardo dei lavori", fatta da Pirandello già a Benedetto XV.

lunedì 4 giugno 2007

800 anni fa la rivoluzione del poverello

-  Francesco
-  La conversione

Era il 1207 quando Gesù crocifisso in San Damiano lo invitò «a riparare la sua casa». Ma da qualche anno meditava una svolta. Il prossimo 17 giugno Benedetto XVI gli renderà omaggio ad Assisi *

Il 1207 è comunemente ritenuto l’anno della conversione di Francesco d’Assisi. Ed è allora importante - soprattutto per noialtri cattolici - tornar a meditare sull’uomo che ha tanto profondamente rivoluzionato i modi d’approccio alla fede da venir definito l’alter Christus. Quando si parla di uomini o cose importanti del passato che ci sentiamo ancora vicini, è perfino banale definirli "moderni" se non addirittura "attuali". Ma il fatto è che, per Francesco e la sua "proposta cristiana", è proprio così. E’ stato "moderno", anzi rivoluzionario, il suo voler seguire nudo il Cristo povero e nudo sulla croce; è attuale, e sconvolgente, il suo vederlo riflesso nei poveri, negli ammalati, negli umili, negli ultimi della terra. Quando il Signore lo attirò irresistibilmente a Sé, quando fece innamorare di Sé quel giovane vanitoso e scapestrato che sognava amori avventurosi e glorie cavalleresche, la Chiesa e la fede conobbero davvero una svolta.

Nella cristianità latina del primissimo Duecento, quando Francesco stava uscendo dalla giovinezza (un ventenne era, allora, un uomo ormai fatto), il Cristo che s’adorava era «il Cristo delle cattedrali, un giovane Dio bianco e virile; un Re, Figlio di Re», come l’ha splendidamente definito l’ateo Pierre Drieu la Rochelle magistralmente descrivendo il Cristo amato dai volontari franchisti nella guerra civile spagnola. Il cristianesimo occidentale del pieno Medioevo era tutto Antico Testamento e Apocalisse: anche se può apparire paradossale, era un cristianesimo senza Vangelo, quindi in un certo senso senza Gesù. La croce stessa era diventata, fin dai tempi di Costantino, un’insegna gloriosa e vittoriosa, un aureo e ingemmato simbolo imperiale e guerriero. Si conosceva, certo, la teologia del Christus patiens: ma era solo un preludio alla Resurrezione e alla vittoria. I crocifissi dei secoli X-XII sono vivi, gli occhi sbarrati e terribili, il volto severo e sereno, la corona imperiale sulla fronte, le vesti ligurgiche del Summus Sa cerdos indosso.

Il Gesù di Francesco, no: quello, è un Dio povero e nudo, sia nella nascita come Bambino tremante di freddo sulla mangiatoia, sia nella morte atroce su un patibolo infamante. Un Dio che, facendosi Uomo, ha deposto ogni segno di potenza: e quella è la Vera Povertà da imitare. Per noi cattolici, nella storia del cristianesimo c’è un prima di Francesco e un dopo Francesco.

Ma stabilire il momento, l’atto, le circostanze della sua conversione, è arduo. Perfino il primo biografo, Tommaso da Celano, raccontando due volte la vita di Francesco quasi all’indomani della sua canonizzazione, nel 1228, e poi a quasi un ventennio di distanza, sconvolge profondamente la versione dei fatti: il celebre miracolo del crocifisso dipinto della chiesa di San Damiano, che avrebbe parlato ordinando a Francesco di restaurare la Sua chiesa (o la Sua Chiesa?) in rovina, appartiene infatti solo alla seconda redazione della Vita celaniana. Ma quel che Francesco dice di sé, e della chiamata che sentì potente, e di come la comprese e l’accolse, è ben diverso. Lo afferma a chiare lettere, nel suo Testamento: «Nessuno mi diceva che cosa dovessi fare»: una frase nella quale si avverte ancora l’eco dello scoramento, del disorientamento; ma in cui si coglie anche il segno d’una piena consapevolezza di libertà.

Fu un processo lungo, in realtà, la sua conversione. Esso va situato grosso modo tra 1206 e 1208: ma, a voler andar più in fondo alle cose, cominciò ancora prima, quando il giovane aspirante cavaliere programmò la sua partenza per le Puglie in cerca dell’avventura crociata; e si concluse solo nel 1210, ai piedi d’Innocenzo III. Il vero seme di tutto era forse già stato nascosto nel suo animo fra 1202 e 1204, durante la prigionia in Perugia dopo la guerra perduta dagli assisani e la malattia che le tenne dietro. Quando tornò in patria, alle feste e ai banchetti spensierati, non era in realtà più lo stesso; né il fondaco paterno, né le prospettive d’un avvenire cavalleresco, gli bastavano più.

Un grande storico, Arsenio Frugoni, ci ha insegnato che nel ricostruire un processo storico non si debbono mischiare e combinare le fonti tra loro alla ricerca di una unità complessiva dei fatti che finisce con il somigliare al mostro creato in laboratorio dal dottor Frankenstein. Memori di quel magistero, rinunziamo a dare un ordine definitivo a episodi in sé ben noti, ma la sequenza dei quali, se combinata in un modo diverso, finisce con il conferire un valore differente alla stessa conversione: il viaggio troncato a Foligno, le ultime feste con gli amici, lo spettacolo della povertà e delle malattie che fino ad allora aveva schivato con orrore quasi superstizioso («troppo amara mi era la vista dei lebbrosi»), la pietà per le sofferenze umane e la scoperta che per alleviarle sul serio ci vuol più coraggio di quello necessario in battaglia, la visita alla chiesetta diruta di San Damiano e al suo povero prete, il pellegrinaggio a Roma, lo sperpero dei beni paterni, la rinunzia ad essi e al padre stesso pronunziata solennemente dinanzi al vescovo d’Assisi. Un "uscire dal mondo" che per la verità è un irrompervi fiero e irrefrenabile, una ricerca di autenticità e di essenzialità che non sopporta compromessi. Questo è il Cristo di Francesco, che s’incontra solo nella rinunzia a qualunque tipo di avere nel nome dell’essere; questa la Povertà intesa non solo come assenza di possesso di beni, ma soprattutto come rinunzia a qualunque forma di Potere. Altro che il Poverello sorridente che parla con le tortore e accarezza il lupo. Il cristianesimo di Francesco è duro, eroico, refrattario al compromesso. Una fede da vivere in ginocchio dinanzi a Dio, ma in piedi al cospetto del mondo. Nulla di più lontano dalla civiltà del fare, dell’avere, dell’apparire, del primeggiare. Nulla di più inattuale.


Il Papa ad Assisi il 17

La visita nei luoghi di san Francesco, la preghiera sulla tomba del Poverello e l’incontro coi giovani a Santa Maria degli Angeli. Sono i principali appuntamenti del viaggio apostolico di Benedetto XVI ad Assisi, il 17 giugno. Il programma per ora prevede che il Papa arrivi ad Assisi in elicottero; prima tappa al santuario di Rivotorto. Quindi il Pontefice visiterà San Damiano, dove avvenne la conversione del Poverello, poi pregherà sulla tomba di Francesco. A seguire la messa nella piazza della Basilica inferiore, dove sarà recitato anche l’Angelus. Dopo pranzo il saluto alle Clarisse cappuccine tedesche, prima di visitare la cattedrale di San Rufino. La giornata si concluderà con la visita a Santa Maria degli Angeli e l’incontro con i giovani nel piazzale della Basilica.

* Avvenire, 03.06.2007


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