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La costruzione del ’presepe’ cattolico-romano .... e la ’risata’ di Giuseppe !!!

MEMORIA DI FRANCESCO D’ASSISI. "VA’, RIPARA LA MIA CASA" !!! Benedetto XVI ha ricordato la conversione di Francesco : « l’ex play boy convertito dalla voce di Dio »... ma ha "dimenticato" la denuncia sul "ritardo dei lavori", fatta da Pirandello già a Benedetto XV. Che disastro !!!

LA "SACRA FAMIGLIA" DELLA GERARCHIA CATTOLICO-ROMANA E’ ZOPPA E CIECA : IL FIGLIO HA PRESO IL POSTO DEL PADRE DI GESU’ E DEL "PADRE NOSTRO". E’ ORA DI RESTITUIRE "L’ANELLO DEL PESCATORE" A GIUSEPPE, PER AMARE BENE MARIA - NON GIOCASTA !!!
jeudi 4 octobre 2012 par Federico La Sala

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> "Va’, ripara la mia casa" !!! Benedetto XVI ricorda la conversione di Francesco d’Assisi : « l’ex play boy convertito dalla voce di Dio »... ma ha ’dimenticato’ la denuncia sul ’ritardo dei lavori’, fatta da Pirandello già a Benedetto XV ?!

lundi 6 août 2007

Kant nel cestino ? Postille a un testo che non invecchia

-  Contribuire alla costruzione di forme locali di comunità, al cui interno conservare la vita morale in un’epoca di oscurità e decadenza.
-  Questo il fine di MacIntyre

di Enrico Berti (Avvenire, 05.08.2007)

Quando, circa 25 anni fa, A. MacIntyre pubblicò la prima edizione di Dopo la virtù, molti ebbero l’impressione che, di fronte all’alternativa tra etica deontologica, o del dovere, ed etica utilitaristica, o della massima utilità per il massimo numero di persone, si prospettasse una specie di "terza via", l’etica delle virtù, basata su pratiche e tradizioni appartenenti a determinate comunità, e che essa potesse ristabilire la possibilità di un’etica condivisa. In realtà lo scopo di MacIntyre era un altro, cioè quello di mostrare il fallimento dell’etica moderna, dovuto all’abbandono del concetto tradizionale di vita buona, risalente ad Aristotele, e al tentativo illuministico di costruire un’etica puramente razionale, tentativo di cui Nietzsche sancì l’insuccesso, determinando la dissoluzione dell’etica contemporanea in un generico emotivismo. La vera alternativa che dunque restava, secondo MacIntyre, era tra Nietzsche, simbolo della fine dell’etica, e Aristotele, simbolo dell’unica etica praticabile, l’etica appunto delle virtù. Ma il filosofo americano (di origine scozzese) non aspirava a riproporre l’etica aristotelica, bensì voleva soltanto contribuire alla costruzione di forme locali di comunità, al cui interno conservare la vita morale in un’epoca di oscurità per l’etica, sull’esempio di quanto aveva fatto San Benedetto all’inizio del medioevo. Il suo libro non era in realtà senza precedenti, e a sua volta si prestava ad essere arricchito e completato, come avvenne ad opera di pubblicazioni posteriori dello stesso MacIntyre, ma rimase comunque il più bel manifesto dell’etica delle virtù. Esso non andò esente da critiche, soprattutto da parte di filosofi liberali, che lo accusarono di essere espressione del "comunitarismo", cioè di una concezione sostanzialmente conservatrice e localistica dell’etica, a cui essi contrapponevano i valori dell’universalismo. Tuttavia Dopo la virtù contribuì in misura rilevante alla diffusione di quel neoaristotelismo, che per il contributo anche di pensatori europei come Gadamer, Ritter ed altri, e di pensatori americani come Martha Nussbaum, divenne una delle espressioni più significative dell’etica di fine Novecento. Nel presentare la nuova edizione di Dopo la virtù MacIntyre dichiara di non avere trovato motivi sufficienti per abbandonare le principali tesi di questo libro. Egli conferma la diagnosi negativa dell’etica moderna, contrappone ancora a quest’ultima l’etica di Aristotele, ma annuncia come novità di avere scoperto San Tommaso come filosofo per certi versi più aristotelico dello stesso Aristotele e capace di estendere e approfondire nella direzione della metafisica le ricerche morali del maestro. In particolare dice di avere scoperto che le pratiche, le tradizioni e tutto ciò che forma l’etica delle virtù, può funzionare solo in quanto gli uomini hanno un fine in vista del quale muovono in ragione della loro natura specifica. MacIntyre infine conferma l’invocazione a San Benedetto come espressione di resistenza e attesa in tempi di oscurità sociale e culturale.

Non c’è dubbio che l’integrazione di Aristotele con Tommaso costituisce un approfondimento della prospettiva metafisica aristotelica, reso possibile all’Aquinate dalla sua fede cristiana nell’orientamento di tutte le creature, dell’uomo in particolare, ad un unico fine ultimo, supremo bene, determinabile universalmente. Ma ho qualche dubbio che questa integrazione renda più convincente la posizione di MacIntyre, la quale finora si era avvantaggiata del carattere "laico" suggerito dal richiamo ad Aristotele. Inoltre MacIntyre continua a negare - non so con quanta fedeltà a Tommaso, sicuramente con nessuna ad Aristotele - l’esistenza di criteri razionali neutrali e comuni, a cui richiamarsi per giustificare le scelte etiche. A mio giudizio la modernità ha individuato alcuni di tali criteri nei diritti umani, riconosciuti almeno in teoria da quasi tutti, individui e Stati, i quali, opportunamente integrati nella direzione delle "capacità" o opportunità (vedi A. Sen e M. Nussbaum), possono fornire delle premesse da cui argomentare, non per dimostrare scientificamente (utopia illuministica), ma per giustificare dialetticamente, cioè ragionevolmente, determinate scelte piuttosto che altre. Insomma, anche se MacIntyre dichiara ora di non essere mai stato comunitarista, il che va certamente a suo merito, non sembra ancora essere sufficientemente universalista per sfruttare quello che forse è l’unico vero progresso realizzato dall’etica moderna, cioè illuministica, in particolare kantiana, rispetto all’etica aristotelica, la scoperta appunto dell’uguale dignità di ogni uomo, progresso al quale ha sicuramente contribuito, sia pure attraverso un processo durato quasi due millenni, il cristianesimo.


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