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DIALOGO TRA RELIGIONI: APPELLO DI PACE 2006 dell’incontro interreligioso di Assisi (4-5 settembre)

giovedì 7 settembre 2006 di Federico La Sala
[...] In questi giorni, ci siamo chinati sulle nostre diverse tradizioni religiose che, in modo differente, testimoniano un messaggio di pace dalle radici antiche. Abbiamo intrecciato il nostro dialogo con uomini e donne di cultura laica e umanista. Abbiamo vissuto una scuola di dialogo.
Oggi ci siamo raccolti nella preghiera secondo le diverse tradizioni religiose, convinti del valore dell’invocazione a Dio nella costruzione della pace. Abbiamo mostrato come la preghiera non divide, ma (...)

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mercoledì 4 ottobre 2006

A CASTEL GANDOLFO PACE APPARENTE TRA ISLAM E VATICANO

di Agenzia ADISTA N.69 del 07-10-2006 *

33562. ROMA-ADISTA. L’obiettivo principale sicuramente è stato raggiunto: la crisi diplomatica e d’immagine che Benedetto XVI aveva aperto con il contestato discorso su "Fede, ragione e università" è grosso modo rientrata, mentre il dialogo tra il Vaticano e l’Islam è "ripreso", anche se rimane difficile definire in cosa consista questa ripresa. L’incontro del papa a Castel Gandolfo con i rappresentanti diplomatici di 22 Paesi "a maggioranza musulmana" e con 17 esponenti dell’Islam italiano è stato il punto più alto dell’offensiva mediatica lanciata dalla Santa Sede per ricucire la ferita di Regensburg e la conferma che, se la diplomazia vaticana è stata colta di sorpresa dalla rabbiosa reazione in molti Paesi islamici, non ha però sottovalutato il problema e lo ha affrontato con decisione e creatività.

La quarantina di esponenti del mondo musulmano hanno preso posto nella Sala degli Svizzeri del Palazzo di Castel Gandolfo disposti in due file ai lati della stanza ed hanno ascoltato pazientemente un nuovo - questa volta, calibratissimo - discorso del papa, senza la possibilità di dibattito o anche solo di domande. Il discorso è stato seguito da un giro di saluti e strette di mano con ognuno, compiuto sotto l’occhio attento della telecamera.

Al Jazeera e Cnn hanno trasmesso in diretta l’evento, permettendo al pubblico mondiale di giudicare autonomamente un discorso papale senza il filtro delle "semplificazioni" mediatiche denunciate da molti esponenti vaticani come la vera causa della tempesta di Ratisbona.

Ma che l’incontro si sia ridotto ad un monologo non è l’unica incongruenza: come ha notato Magdi Allam sul Corriere della Sera, sette dei 22 ambasciatori presenti erano cristiani e cinque di loro erano donne, "elegantemente vestite all’occidentale"; e molti dei rappresentanti diplomatici convocati non risiedono nemmeno a Roma. Insomma, se si voleva dare avvio ad un dialogo diplomatico, quello di Castel Gandolfo è stato un primo passo molto corto.

Nel discorso di Castel Gandolfo Ratzinger ha citato a piene mani non solo il suo predecessore, Giovanni Paolo II, ma anche la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, definita la "Magna Charta" del dialogo islamo-cristiano. L’intento è quello di sottolineare quanto Benedetto XVI si metta in una prospettiva di "continuità" e non di rottura rispetto alla paziente opera di tessitura iniziata con il Concilio Vaticano II e portata avanti da Wojtyla, superando un’impressione radicata nel mondo islamico ed illustrata esemplarmente dalla vignetta mostrata da Al Jazeera: Ratzinger che abbatte con un colpo di fucile la colomba della pace liberata da Giovanni Paolo II.

A Castel Gandolfo, ad ogni modo, il Vaticano sembra aver già operato un significativo cambiamento di rotta: la Segreteria di Stato ha infatti invitato i rappresentanti dei governi, non intellettuali o imam. Una scelta criticata da numerosi commentatori, da Magdi Allam - che vede una "contraddizione" tra la richiesta di una maggiore separazione tra Stato e Chiesa nell’Islam e l’elevazione di semplici rappresentati di Stati a "rappresentati dell’Islam", per risolvere oltretutto una questione principalmente religiosa - a Renzo Guolo - che invita il Vaticano a non limitarsi a questi soli interlocutori.

Il problema dell’approccio "culturale", spiega il gesuita Samir K. Samir, è però un altro: c’è stato, in Vaticano, "un errore di valutazione politica, geostrategico e culturale, nel senso di una sopravvalutazione delle capacità culturali dell’interlocutore". Un punto su cui si è soffermato anche mons. Luigi Padovese, vicario apostolico in Anatolia che tiene le fila dell’organizzazione del prossimo viaggio del papa in Turchia: "Ci sono scuole islamiche di teologia, ma ho l’impressione che non siano al livello di quelle nostre. Così avviene che non c’è un vero dialogo, solo conoscenza reciproca. Nell’Islam c’è pochissima attività teologica. La differenza è che noi cristiani abbiamo un Magistero orientativo e lì invece non c’è e sono i singoli teologi che decidono".

La vera grande assente in tutta questa vicenda è stata la diplomazia vaticana. La crisi di Regensburg ha colto la Segreteria di Stato nel bel mezzo del passaggio di consegne tra il card. Angelo Sodano e il card. Tarcisio Bertone. Quest’ultimo, insieme al suo neo-nominato ’ministro degli Esteri’, mons. Dominique Mamberti, non era presente a Castel Gandolfo - singolare, come fa notare Robert Mickens, per un incontro con ben 22 ambasciatori. Per il neo-promosso Mamberti va anche annotato un primo, piccolo, smacco: l’assenza all’incontro del rappresentante del Sudan - dove lui era nunzio - che arriva proprio in un momento particolarmente delicato, con la crisi del Darfur nuovamente al centro dell’attenzione internazionale.

A tutt’oggi, due viaggi su tre di Benedetto XVI sono stati segnati da un crisi diplomatica: prima con gli ebrei, in occasione della visita ad Auschwitz, poi con i musulmani. Evidentemente, come si è scritto da più parti, lascia a desiderare il processo di revisione dei discorsi papali. Forse per timore di contraddire il papa teologo. (alessandro speciale)

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www.ildialogo.org, Martedì, 03 ottobre 2006


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