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Ma quale differenza?! E dov’č l’identitā?!

UOMO-DONNA: "I SOGGETTI SONO DUE, E TUTTO E’ DA RIPENSARE" (Laura Lilli, 1993)!!! A Mantova, Luce IRIGARAY rilancia la questione, ma - incompresa - viene "snobbata"!!!

"La questione č: dobbiamo sfruttare il respiro degli altri o condividere il respiro con gli altri?"
venerdì 8 settembre 2006 di Federico La Sala

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> UOMO-DONNA: "I SOGGETTI SONO DUE, E TUTTO E’ DA RIPENSARE" (Laura Lilli, 1993)!!! ---- WANDA TOMMASI PRESENTA "OLTRE I PROPRI CONFINI" DI LUCE IRIGARAY.

domenica 20 luglio 2008

WANDA TOMMASI PRESENTA "OLTRE I PROPRI CONFINI" DI LUCE IRIGARAY *

L’ultimo libro di Luce Irigaray, Oltre i propri confini (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007), raccoglie conferenze e dialoghi fra la pensatrice francese e intelocutrici/interlocutori italiani: il titolo allude al tentativo dell’autrice di oltrepassare i propri confini (nazionali, culturali, linguistici), per intrecciare della relazioni con la cultura e con il femminismo italiani, che, specialmente nelle pratiche e nel pensiero della differenza sessuale, ha raccolto e sviluppato in modo fecondo l’eredita’ della pensatrice francese.

Nell’introduzione, Irigaray auspica un ritorno all’entusiasmo del ’68, a quello "stato divino" che aveva segnato il femminismo degli anni ’70, quando molte donne, uscite dall’isolamento in cui le aveva confinate la cultura patriarcale, avevano trovato una parola pubblica condivisa ed erano state toccate dalla grazia e dalla gioia dell’incontro fra loro, al di la’ delle differenze fra i percorsi singolari di ciascuna.

Allora, cio’ che univa era piu’ forte di cio’ che poteva dividere le donne fra loro: oggi, a quasi trent’anni di distanza da quel felice inizio, al di la’ dei numerosi conflitti, delle ferite e di molto negativo che spesso ha reso difficili le relazioni fra donne, pur accomunate da un ideale condiviso, Irigaray auspica che si riesca nuovamente ad attingere alla freschezza degli inizi e a trovare la forza - la grazia? - per porre le basi di una nuova cultura e civilta’, a partire dalla consapevolezza che "in tutto il mondo siamo sempre in due".

Fra le diverse piste di lettura che questo libro suggerisce, ne scelgo tre: in primo luogo l’idea che la differenza sessuale e’ il migliore passaporto per varcare ogni confine, per entrare in contatto con tutte le altre differenze; in secondo luogo, il tema del desiderio femminile, e infine l’incrocio fra l’amore dell’altro essere umano e l’amore dell’Altro divino.

Lascio volutamente sullo sfondo, in questo mio percorso di lettura, le questioni che riguardano "una democrazia da ripensare" (p. 56). Non che queste ultime non siano importanti, a partire dalla basilare affermazione che "imporre lo stesso modello ugualitario a tutti e tutte non tiene conto dell’ideale della democrazia" (p. 63), ma ho l’impressione che, in questo campo, le intuizioni migliori di Irigaray siano negli accenti profetici e utopici, indubbiamente molto suggestivi, ma difficilmente traducibili in proposte politiche concrete. Sorrette da grandi interrogativi, del tipo "come aiutare il divenire umano delle donne, dei giovani e degli stranieri" (p. 63), e dall’intento di fondo di favorire una cultura del desiderio, queste indicazioni convergono verso un "abbozzo di una politica rispettosa delle differenze" (p. 67), obiettivo che e’ sicuramente auspicabile ma, a mio parere, non altrettanto facilmente realizzabile.

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Mi concentro dunque innanzitutto sulla prima delle questioni che ho scelto di trattare, cioe’ la differenza sessuale come apertura privilegiata per entrare in contatto con tutte le altre differenze: nel ribadire che la differenza fra i sessi e’ il primo, "il piu’ fondamentale e universale incrocio da rispettare" (p. 116), Iragaray rilancia innanzitutto il senso della differenza sessuale come intreccio di natura e cultura o, con le sue parole, come "specifica articolazione fra corpo e parola" (p. 117), come alfabeto di base di ogni cultura e civilta’. Mentre la tradizione occidentale ha privilegiato il soggetto unico e ha operato sempre nel senso della riconduzione dell’altro/a al Medesimo, una cultura che metta al centro la differenza di essere donna/uomo e la relazione, inscritta nello stesso corpo femminile e quindi particolarmente legata a quel soggetto costitutivamente relazionale che la donna e’, puo’ porre le basi di un dialogo con l’altro (l’uomo), e, a partire da li’, con ogni altra differenza (naturale, linguistica, culturale, ecc.). Una cultura della differenza sessuale e’ un invito a uscire dal proprio orizzonte per costruire un mondo nuovo che lasci spazio a tutte le altre differenze: alla sua base, vi e’ la necessita’ di disegnare i primi confini, quelli legati al fatto che siamo donne oppure uomini, confini che dobbiamo al tempo stesso rispettare e aprire per incontrare l’altro. In questa prospettiva, che a mio parere e’ pienamente condivisibile e che dischiude per il pensiero e per le pratiche della differenza un grande compito politico nel presente, Irigaray parla spesso di "differenza sessuataî" piuttosto che di "differenza sessuale". Il motivo di questa scelta terminologica deriva dalla convinzione che occorra anteporre cio’ che accomuna tutte le donne - cioe’ la differenza femminile, nel suo significato sia naturale sia culturale - a cio’ che potrebbe invece dividerle, come gli orientamenti sessuali. Secondo Irigaray, l’espressione "differenza sessuale" suggerisce qualcosa che ha a che fare con le scelte sessuali, mentre la scommessa dell’autrice e’ di altro tipo. Essa e’ duplice: si tratta di tenere insieme natura e cultura, e al tempo stesso di evitare inutili divisioni fra donne dovute a diversi modi di vivere la sessualita’. Di fatto, proprio questo e’ cio’ che intende anche Diotima con il pensiero della differenza sessuale; quindi, a mio avviso, si tratta di una divergenza nelle scelte terminologiche piuttosto che di una questione di sostanza.

Analogo discorso si puo’ fare a proposito dell’identita’, che apparentemente delinea un’altra divergenza rispetto a Diotima: l’autrice parla di identita’ sessuata, mentre io penso, con altre di Diotima, che occorra puntare non sull’identita’, ma sempre sulla differenza, nel suo gioco, da rilanciare sempre, con l’identita’ umana. L’identita’ umana e’ formata dal differire, naturale e culturale, di donne e uomini, dal gioco sempre rinnovato della differenza sessuale. Ho riluttanza a parlare, ad esempio, di identita’ femminile, perche’ temo che l’identita’ rischi di diventare una gabbia in cui la donna sia nuovamente rinchiusa, e preferisco affidarmi al libero gioco della differenza. Irigaray ritiene tuttavia che l’identita’ femminile consista in una propensione alla relazione, in un’apertura all’altro, che impedisce ogni staticita’ e ogni fissazione in un ruolo. Dunque, nella sostanza, fra noi e Irigaray anche su questo punto la distanza non e’ grande, nonostante la divergenza terminologica. Nella scelta del termine identita’ da parte di Irigaray, pesa inoltre l’esigenza di sottolineare la necessita’ di una certa oggettivita’, anche per la differenza femminile, affinche’ la donna possa ritornare a se’ senza perdersi nell’altro, affinche’ possa rientrare nei suoi propri confini e rendersi cosi’ disponibile a un autentico incontro.

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Il secondo filo conduttore che vorrei far risaltare in questo testo e’ il tema del desiderio femminile: dopo aver attraversato la questione della crudelta’ delle donne, di un’aggressivita’ a lungo repressa, ma che attualmente si esprime apertamente, spostandosi nella sfera pubblica e facendo spesso corpo con le rivendicazioni emancipazioniste, promosse dallo stesso femminismo, Irigaray si sofferma sulla difficile arte di condivisione del desiderio: "Il desiderio rappresenta un in-piu’ di vita che si ricava dalla relazione con l’altro" (p. 92).

Anziche’ scaricare l’energia nata dall’incontro, cosa che propone in generale la nostra cultura (valga come esempio Freud), l’autrice suggerisce tre vie possibili per condividere il desiderio, e anche per educarlo e coltivarlo: si tratta, in particolare per le donne, di acquietare la propria avidita’ nei confronti dell’altro/a, e di venire a capo del circolo vizioso di rabbia e aggressivita’, incentivato dalla sensazione di dipendenza e dalla mancanza di autonomia. Cose queste molto difficili da realizzare nella pratica: nel proprio percorso personale, Irigaray dice di averle apprese appunto attraverso delle pratiche, in particolare lo yoga e il respiro consapevole. Indica infatti come strade per venire a patti con la violenza del desiderio e per fare di quest’ultimo qualcosa di condiviso, in primo luogo la condivisione del respiro: cantare insieme o respirare insieme la stessa aria in campagna sono modi semplici di rendersi conto che e’ possibile "condividere nella differenza senza distruggere nessuno/a" (p. 93). La seconda strada di condivisione del desiderio e’ quella che si puo’ sperimentare nel creare insieme: un "fare insieme grazie all’energia nata dal desiderio comune" (p. 93). Molte pratiche di donne, legate al pensiero della differenza, in Italia e non solo, vanno proprio in questa direzione.

Infine, la terza strada di condivisione e’ quella del "desiderio per l’altro in quanto tale" (p. 94): e’ la piu’ promettente, ma anche la piu’ difficile da praticare, dal momento che la relazione amorosa si e’ declinata nella nostra cultura o come tendenza a fare uno, in una fusionalita’ che non rispetta l’essere due, oppure nella coppia attivo/passiva, soggetto/oggett(a).

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Con questo, siamo gia’ passati alla terza pista di lettura che propongo in questo mio itinerario, cioe’ al tema dell’amore. A questo proposito, Irigaray parla dell’incrocio fra l’amore dell’altro umano e l’amore dell’Altro divino: "Amare l’altro come noi stessi equivarrebbe, secondo i comandamenti cristiani, ad amare l’Altro. Questo mistero del cristianesimo non e’ stato realmente inteso. Implica, mi pare, che la singolarita’ della persona sia sempre considerata e rispettata prima dell’interesse collettivo.

Anteporre l’istituzione cristiana al divenire divino di ciascuno/a di noi non fa parte del messaggio cristiano, secondo me. E questo impedisce a ognuno di camminare fino ai confini della terra, che lui, o lei, e’" (p. 126). Un amore dell’altro con la minuscola che consenta, in particolare alla donna, di ritornare a se stessa, senza perdersi ne’ perdere i propri confini, e’ la condizione per avvicinarsi all’Assoluto, lasciandosene toccare. Come gia’ in Etica della differenza sessuale, in cui Irigaray elaborava il concetto di trascendentale sensibile, si auspica qui il diventare parola della carne, e si fa riferimento all’esperienza delle mistiche, in cui il lasciarsi toccare dalla grazia e’ al tempo stesso un toccare il divino, una carezza data e al tempo stesso ricevuta.

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Trattando dell’amore per l’altro essere umano, l’autrice fra anche riferimento al negativo, che viene in primo luogo inteso come mistero, come territorio inappropriabile fra me e l’altro/a. Questo mistero va rispettato e conservato: "L’esistenza di un mistero salvaguarda l’uno e l’altro" (p. 35). E’ questo un significato di negativo che rimanda, implicitamente e polemicamente, a Hegel: mentre in Hegel il negativo e’ un modo di appropriarsi dell’altro e di ricondurlo al Medesimo, invece in Irigaray il negativo serve precisamente a preservare l’alterita’ dell’altro, il mistero della sua singolarita’.

Un altro significato del negativo che compare nel testo e’ quello che nasce dalla negazione maschile della madre, dal matricidio originario che, secondo Irigaray, e’ all’origine della cultura patriarcale. Questa seconda accezione di negativo e’ piu’ vicina a quanto l’autrice affermava diversi anni fa nel saggio "Il corpo a corpo con la madre", in Sessi e genealogie.

Richiamo questi due significati del negativo perche’ la riflessione di Diotima, negli ultimi due libri (La magica forza del negativo e L’ombra della madre), si e’ molto interrogata sul negativo: sia quello che capita nelle nostre vite e che, se non viene lasciato fare il suo lavoro, rischia di andare a male, e quello che spesso interviene pesantemente nelle relazioni fra donne, facendole ammalare. Dietro quest’ultimo aspetto del negativo, noi di Diotima abbiamo intravisto l’oscuro materno, i nodi non risolti della relazione con la madre, un’ombra che pesa sui rapporti fra donne e che provoca molti conflitti e sofferenze.

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Su quest’ultimo nodo, cruciale per la politica delle relazioni fra donne, Irigaray aveva detto cose molto importanti gia’ in Etica della differenza sessuale. In quest’ultimo libro, la questione e’ ripresa quando si parla della crudelta’ delle donne, ma in generale l’attenzione dell’autrice va, piuttosto che in direzione del negativo, verso il compito, che si puo’ definire etico, di coltivare la felicita’, con accenti che volutamente privilegiano il desiderio e il piacere, nella convinzione che solo una cultura dell’energia, necessaria sul piano sia vitale sia spirituale sia intellettuale, possa consentire alle donne di trovare una via d’uscita rispetto alle molte, troppe ferite e sofferenze che nella storia passata esse hanno ricevuto.

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-  Fonte:
-  LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

-  Supplemento domenicale de "La nonviolenza e’ in cammino"
-  Direttore responsabile: Peppe Sini.
-  Redazione: strada S. Barbara 9/E,
-  01100 Viterbo,
-  tel. 0761353532,
-  e-mail: nbawac@tin.it
-  Numero 173 del 20 luglio 2008

[Dalla rivista della comunita’ filosofica femminile Diotima "Per amore del mondo", fascicolo della primavera 2008 col titolo "Un certain regard", disponibile nel sito www.diotimafilosofe.it, riprendiamo la seguente recensione....].


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