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Stanotte è morta Oriana Fallaci

La scrittrice e giornalista italiana si e’ spenta questa notte in un ospedale di Firenze. Aveva 77 anni e da anni soffriva di un male incurabile
venerdì 15 settembre 2006 di Emiliano Morrone
Firenze, 15 set. (Adnkronos) - E’ morta Oriana Fallaci. La scrittrice e giornalista italiana si è spenta questa notte in un ospedale di Firenze. Aveva 77 anni e da anni soffriva di un male incurabile. I familiari hanno già fatto sapere che la volontà della scrittrice giornalista era di avere esequie in forma strettamente privata, e che loro intendono rispettare questo suo desiderio. Nel più stretto riserbo anche la degenza. Sembra infatti che la giornalista fosse stata ricoverata la scorsa (...)

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> Stanotte è morta Oriana Fallaci

sabato 16 settembre 2006

Dopo la scomparsa della scrittrice: due parole su alcuni argomenti del giorno

MARIO PANCERA INTERVISTA SE STESSO

Anche lei come Oriana Fallaci? No, gli stessi temi, ma opinioni diverse. La pace, i fascismi, il fanatismo. Ma soprattutto l’uomo e la libertà di pensare. Discutiamone

di Mario Pancera *

Oriana Fallaci era una giornalista e una scrittrice di grande personalità, l’aggettivo non le regala nulla. Era famosa non solo per la sua bravura, ma anche per le sue idee. Un paio d’anni fa ha scritto un libro intervistando se stessa. Lei crede di potersi mettere sullo stesso piano?

«No. Mi addolora che ci abbia lasciato. Leggevo i suoi articoli e ho letto alcuni suoi libri. Abbiamo lavorato nella stessa casa editrice, io al settimanale “Oggi” e lei all’“Europeo”, ma l’ho incontrata solo una volta. Era sempre in viaggio. Ricordo che quando tornava a Milano, alla Rizzoli, sul nostro corridoio c’era sempre un grande movimento, aveva una personalità non comune. Si sapeva che c’era “la Fallaci”, era una figura che aveva idee e le sapeva imporre».

-  E allora, ha un senso che lei si autointervisti pubblicamente?

«Sì. Tutti abbiamo diritto di parlare e di scrivere, si tratta di vedere se, avendo qualcosa da dire, si trova un editore. Oriana Fallaci ha usato tutti i mezzi leciti a sua disposizione per divulgare le sue idee. Dovrebbero farlo più persone».

-  Ma lei ha, come la Fallaci, qualcosa da dire?

«Sì, qualcosa di molto diverso. La Fallaci era su un altro piano, ha pubblicato una «Trilogia» e l’«Apocalisse»; ha attraversato per lavoro tutto il mondo e mezzo secolo della nostra società: poteva permettersi queste cose. Ha pure scritto la storia di un bambino mai nato, un grande libro, di grandi sentimenti. Lo ricordo come un libro d’amore. Nei suoi ultimi libri, a mio parere, ci sono invece pagine di odio che io non accetto e, per la stima che avevo di lei, mi rattristano. Mi ricordano il primo fascismo».

-  Il primo fascismo?

«Sì, quando il motto principale era “Credere, obbedire, combattere”, forse più stupido che cattivo, ma incitante all’unità del partito fascista sotto uno stesso capo, con la stessa sottomissione e tutti pronti a uccidere chi non era d’accordo».

-  Proprio a uccidere?

«Sì. Un altro motto di quel capo, Benito Mussolini, era: “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi”. Era un motto di vendetta, di morte. Il fascismo era un partito nazionalista, che odiava chi la pensava diversamente. I revisionisti della storia italiana del Novecento l’hanno messo da parte. A ben vedere i terrorismi di destra del dopoguerra nascono da queste sciocchezze prese alla lettera».

Dallo sport

all’uniforme

-  Eppure, visto oggi, sembrava un partito sportivo, amante dell’aria libera; ha dato ordine alla scuola, ha portato a scuola molti ragazzi. Ha perfino inventato i ludi juveniles per gli studenti.

«Certo, organizzava gli sport, ma a fini militari. Dedicava il sabato pomeriggio allo sport e lo chiamava il sabato fascista. Dopo la quinta elementare o poco più, i ragazzi facevano la ginnastica premilitare, cioè venivano intruppati come i soldati in attesa di essere chiamati di leva per fare i soldati davvero. Si indossava l’uniforme fin dall’asilo. Quanto alla scuola, la riforma Gentile è stata un’ottima riforma, lo dicono tutti, ma era una riforma classista. Forse non si poteva fare di meglio, ma le cose stanno così. Quanto al resto, era un partito cupo, lo si vede anche dai richiami storici, dalle divise e dagli emblemi, teschi e bandiere nere. Perfino le sue canzoni e l’arte erano cupe. La sua storia era di continuo riferita a Giulio Cesare, un generale ucciso perché i suoi avversari pensavano che volesse imporre a Roma la sua dittatura. In questo, purtroppo (perché un assassinio è sempre un assassinio), la sorte si è ripetuta. Prima di riottenere, nel 1945, la democrazia si sono avuti rivolgimenti che è meglio dimenticare: sul piano umano, naturalmente, non su quello storico. Dalla storia abbiamo sempre da imparare».

-  Cita le canzoni, ma ce n’è una che dice «Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza» e così via: non sembra affatto cupa.

«Perché si ricorda sempre soltanto il ritornello. Questo è un inno degli arditi, che precedettero i fascisti, e poi aderirono in massa al fascismo. Comincia così: «Del pugnale il fiero lampo, della bomba il gran fragore, tutti avanti, tutti al campo, là si vince oppur si muore». È un inno all’omicidio-suicidio, un vero inno terroristico: tra l’altro vi si esalta il gesto di Felice Orsini che attentò alla vita di Napoleone III. Il pugnale, le bombe, il sangue ricorrono spesso nel patriottismo fascista. Basta leggere i libri del tempo».

-  E c’è un secondo fascismo?

«Siamo nel Duemila e molte cose sono cambiate, ma la sostanza di molte persone è la stessa dei padri o dei nonni. È un fenomeno naturale, i fascisti di seconda generazione lo negano e i ciechi non lo vedono, ma le vecchie idee sono tornate. Invece di un solo egoismo, ce ne sono tanti. Tutti vogliono per sé e negano per gli altri. È per questo che nascono le associazioni di volontari, aumenta il numero di coloro che si offrono come volontari per aiutare la società, alleviare i dolori di poveri, vecchi, malati, immigrati e così via. Tutti questi sono antifascisti. Forse non lo sanno, ma è così. La generosità è il contrario dell’odio».

Che cosa è «cambiato»

nel Duemila

-  In questi anni, tuttavia, in Italia ondate di ripensamenti hanno a tratti coinvolto tutto il paese, e molti che dovrebbero preoccuparsi non se ne preoccupano. Anzi, più di uno si accoda ai revisionisti della storia contemporanea e della società forse convinto di essere stato nell’errore fino a ieri.

«Chi non si preoccupa non conosce la storia. Chi si accoda al revisionismo (stiamo usando una parola che un tempo faceva parte di un vocabolario particolare, ma oggi è usata da tutti), arrivando addirittura a negare l’importanza delle proprie radici non ha studiato abbastanza o è un opportunista: spera di ottenere consensi seguendo la direzione del vento politico. Si guardino le sigle e i nomi di ieri e di oggi: riflettono le stesse inclinazioni. Il primo fascismo è finito con la Repubblica sociale italiana, Rsi; è risuscitato con il Movimento sociale italiano, Msi. Un parlamentare cattolico ha detto tempo fa che l’antifascismo è un patrimonio di tutti. È una sciocchezza dannosa: non si possono considerare uguali i fascisti e gli antifascisti. Gli ideali fascisti non sono antifascisti. È un danno anche per la chiesa, il fascismo è sempre stato nemico della chiesa cattolica. Se ne serviva, questo sì, ma sui libri di testo delle scuole elementari negli anni Trenta si presentava il Natale come una leggenda cristiana e la Pasqua come un rintoccar di campane e garrire di rondini. Era il tentativo della dittatura di sradicare la religione fin dai primi anni di età, di soffocare lo spirito».

-  Poi però il fascismo è cambiato, ha perfino cambiato il nome e la sigla.

«No, il primo fascismo si chiamava Partito nazionale fascista, le varie trasformazioni hanno prodotto Alleanza nazionale. Che cosa c’è di cambiato? Manca solo, per evidente opportunità politica, il secondo aggettivo».

-  Forse i revisionisti degli altri partiti cercano soltanto voti.

«Per che farne? Per governare? Chi può fidarsi degli opportunisti? Non si può essere nello stesso tempo fascisti e antifascisti, stare con i venditori di fumo e con i truffati: è vero che molti elettori credono ciecamente ai mass media e a chi ha la faccia giovane e sempre sorridente, ma è altrettanto vero che, oltre a vendere chiacchiere, con la parola si possono divulgare le idee. Importante è possedere gli strumenti e avere la libertà di usarli. Tuttavia, in Italia, molti che hanno le idee non possiedono gli strumenti o, sembrerà assurdo, ma lo ritengo molto vicino alla verità, hanno paura a esprimersi. Questa mancanza di libertà è il risultato del fascismo. Si naviga in un mare di opportunismo, da qui al rozzo menefreghismo (ben contrario del ”I care” sostenuto da don Milani), alla disaffezione elettorale, al qualunquismo, alla fuga dal voto, il passo è breve e molto grave se non mortale per la democrazia.

-  Allora è d’accordo con chi vorrebbe dare al popolo il potere di eleggere direttamente i vertici dello stato?

«No, il popolo è multiforme: deve eleggere chi è più preparato e dà le maggiori garanzie per scrivere le leggi, superare le vecchie, farne di nuove e farle rispettare nell’interesse di tutta la società. Tocca a questi, cioè al Parlamento, scegliere, se possibile, il più adatto alla carica: un uomo di prestigio per onestà, intelligenza e studi. Se il contadino X., direttamente o attraverso i suoi familiari e gli amici, con la forza di leggi che egli stesso avesse fatto approvare, possedesse miliardi, giornali e televisioni verrebbe eletto presidente della repubblica. Si veda la prudenza della Chiesa. La violenza del denaro non è la forza della democrazia. Del resto, la frase “Tutto il potere al popolo” è stata sempre usata per instaurare le dittature. ».

Quando gli italiani

votavano per una scarpa

-  E l’opposizione?

«Un abile predicatore o un venditore tv non ha alcuna difficoltà a mettere all’angolo anche il più onesto e saggio uomo di legge o di economia: raccoglie migliaia di sostenitori. Lo vediamo, appunto, anche nelle maggiori democrazie. Se si vuole X oppure Y alla presidenza della repubblica, basta gridare che il popolo è sovrano e dirgli che deve votare direttamente il suo beniamino. Gli si fa credere che è libero, mentre viene trattato come una gallina nella stia. Cinquant’anni fa, a Napoli, i cittadini votavano per il comandante Lauro sindaco, perché questi distribuiva spaghetti e scarpe spaiate, non perché sapevano realmente chi fosse: credevano al denaro e pensavano che il mondo fosse Bengodi. Al posto di un silenzioso Einaudi oggi potrebbe essere eletto un faccendiere. Ce ne sono in tutti i partiti. In questo senso il popolo non è sovrano. I fatti sono qui a dimostrarlo».

-  Molti dicono che, in Irak, oggi siamo in guerra, altri sostengono che siamo in missione di pace, che esportiamo democrazia, costruiamo ospedali, scuole e insegniamo agli iracheni ad apprezzare la libertà. Che cosa pensa della guerra? Ha anche lei paura dell’Islam?

«Gli ospedali, le scuole, le case li costruiscono i muratori. I militari fanno un altro mestiere. I giornali pubblicano che la guerra è già costata migliaia di miliardi di euro e che sono morte decine di migliaia di persone, uomini, donne, bambini. Falluja non l’hanno distrutta i muratori e nemmeno i contadini: questi, al massimo, prendono le armi per difendersi, non per andare a distruggere case e scuole degli altri. Per farlo devono essere comandati, avvelenati dal fanatismo o ingaggiati col denaro. Per questo da un lato ci sono i kamikaze, dall’altro i professionisti. C’è chi ha paura dell’Islam, chi degli ebrei, chi dei cristiani: perciò gli uomini si sono divisi in tante confessioni religiose. Penso che si debba aver paura del fanatismo, della superstizione, dell’ignoranza, della sete di potere, che si trovano ovunque e ovunque possono generare violenza. Quanto alla guerra, sono fermo al quinto comandamento, è vecchio, ma funziona. C’è più umanità in queste due parole, «Non uccidere», che in milioni di discorsi politici».

-  Oggi l’esercito italiano è costituito da militari professionisti, il paese si è messo al passo con i tempi, che cosa ne pensa?

«Da laico penso all’ordinario e ai cappellani militari, a quello che hanno insegnato i vari Mazzolari, Milani, Balducci e altri sacerdoti. Mi domando se, come un tempo venivano giustificati affermando che seguivano gli sventurati che davano il loro sangue per la patria, cioè per la legittima difesa della loro terra, della famiglia, dell’avvenire dei loro figli, oggi qualcuno dirà che i sacerdoti seguono i professionisti della guerra perché abbiano il viatico se muoiono e il conforto della fede se restano feriti. Può darsi che ci siano anche altre risposte, ma toccano ai vertici della chiesa, alla Cei oppure allo stesso pontefice. Per quel che mi riguarda, ero contrario alla presenza negli eserciti dei sacerdoti, in via ufficiale, fin da prima. Oggi la situazione è ancora peggiore. La non presenza del sacerdote è una denuncia dei cristiani contro la morte, non un’assenza di Dio al fianco dell’uomo che soffre. È un parere personale. Fin che dura la guerra in Irak io farei suonare a stormo tutte le campane delle chiese, ogni mattina all’ora dell’inizio del lavoro».

Romero: «Il silenzio

è peccato»

-  Tutti diranno che lei esagera.

«Guardi, tempo addietro sono stato alla Fondazione Lazzati, che è accanto a una chiesetta in largo Corsia dei servi, a Milano. C’era un convegno e alcune persone, dopo la messa, parlavano gravemente. A venti metri, davanti a un negozio di abbigliamento, dormivano, per terra tra cartoni e giornali, tre uomini. Non quelli che qui chiamano volgarmente barboni, ma all’apparenza extracomunitari, senza famiglia, senza lavoro. Non basta, all’ingresso del convegno ho preso in mano il periodico «Appunti» dell’associazione Città dell’uomo (la Provvidenza non mi poteva presentare occasione più efficace) su cui ho trovato queste parole: “Dobbiamo sentire che ogni morto è una vita umana, una violazione della dignità e del diritto degli uomini. Non diventiamo indifferenti, chiediamo a Dio di non renderci insensibili, per non fare peccato grave con il nostro silenzio, fino a farci complici dell’ambiente in cui viviamo”. Sono del vescovo Oscar Romero, poi è stato assassinato: “Non diventiamo indifferenti, non facciamo peccato grave col nostro silenzio, non diventiamo complici”. Esagerava. Per chi non conosce il nome di Lazzati, ricordo che era un professore universitario, antifascista, scampato da un Lager nazista. E dall’altra parte, evidentemente, nessuno può dimenticare i gulag sovietici: milioni di morti per una dittatura disumana».

-  Che cosa pensa di «Oil for food»?

«È una bestemmia, chiedere petrolio per il proprio benessere in cambio di cibo per la sopravvivenza è come chiedere: o la borsa o la vita. Ma ci pensa? Con il petrolio alimentiamo il lusso e le armi, con cui andiamo a colonizzare proprio coloro che lo cedono per non morire. Significa creare l’odio in intere generazioni, dall’odio nasce la vendetta. È peggio che appostarsi tra gli alberi per assaltare una diligenza, quello è un delitto contro cinque o sei persone, questo è un crimine contro l’umanità. Non intendo offendere nessuno, ma mi pare che il resto siano chiacchiere o, peggio, consapevoli menzogne.

-  Ci sono altre cose da dire?

«Moltissime, ma ora tocca agli altri lettori, di qualsiasi tendenza ma che si sentono veramente liberi, di intervistarsi. Per parte mia ricorderò due preti. Diceva don Zeno Saltini, l’ideatore di Nomadelfia, durante i governi democristiani di Alcide De Gasperi: “È un governo cristiano quello che lascia maneggiare miliardi agli speculatori?”; e don Primo Mazzolari (un sacerdote, non un arruffapopoli) citando il Vangelo: “Adesso chi non ha la spada venda il mantello e ne comperi una”. La spada delle idee, naturalmente.

Mario Pancera

* www.ildialogo.org, Sabato, 16 settembre 2006


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