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Due ... e UNO

IL DUE E’ ALL’ORIGINE: LA COMUNITA’ IN DIVENIRE. LA lezione di MARTIN BUBER, nell’analisi di Maria Felicia Schepis - a c. di Federico La Sala

sabato 23 settembre 2006
[...] Certo l’invito del filosofo a fare parte di questa comunitÓ dialogica non Ŕ indolore. Accettare di aprirsi di nuovo alla comunitÓ come alla propria originaria dimora vuol dire abbandonare l’abitudine alla scorza protettiva di una conclusa totalitÓ. Significa lacerare la quiete per catapultarsi all’esterno. Significa esporsi nudi al mondo, donarsi senza riserve fidandosi dell’altro o, meglio, affidandosi all’altro come ad uno sconosciuto. Sporgersi verso il tu, riscoprirlo come (...)

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> IL DUE E’ ALL’ORIGINE: LA COMUNITA’ IN DIVENIRE. --- MARTIN BUBER, UN RIFERIMENTO PER LA PACE (di GIORGIO GOMEL)

venerdì 16 gennaio 2009

RIFLESSIONE

MARTIN BUBER, UN RIFERIMENTO PER LA PACE

di GIORGIO GOMEL

Per la pace tra ebrei e arabi

[Da "Keshet" n. 3-4 del novembre-dicembre 2008 riprendiamo il seguente articolo dal titolo "Il pensiero di Martin Buber, ieri e oggi" (1) e il sottotitolo "Per la pace tra ebrei e arabi". Ringraziamo di cuore l’autore e il direttore della rivista per avercelo messo a disposizione]

Il Leitmotiv di Buber fin dal 1898, quando appena ventenne aderi’ all’Organizzazione Sionistica Mondiale, fu una costante attenzione alla "questione araba". Il fatto cioe’ che la Palestina, che gli ebrei ritenevano non soltanto il luogo di rifugio e di riscatto dalle persecuzioni ma anche la loro antica patria, era nello stesso tempo il luogo di residenza di una popolazione indigena araba che, soffrendo di condizioni di soggezione coloniale sotto l’impero ottomano prima e poi sotto il mandato britannico, aspirava anch’essa a una identita’ nazionale indipendente.

La singolarita’ di Buber va al di la’ della sensibilita’ etica rispetto alla questione araba, ma si rivela piuttosto nelle sue implicazioni politiche. Il suo messaggio si rivolgeva soprattutto alla leadership sionista, che tendeva a porre in secondo piano la questione araba perche’ intendeva innanzitutto risolvere il problema della liberta’ dell’immigrazione ebraica in Palestina e dell’edificazione di una struttura statuale, nelle condizioni di estrema fragilita’ dell’Yishuv (2). Lo stesso Ben Gurion implorava intorno al 1930 i compagni del movimento sionista di abbandonare il miope "sacro egoismo" e di capire che "per centinaia di anni gli arabi sono vissuti in Palestina, i loro padri e i padri dei loro padri... La Palestina e’ il loro Paese, dove essi intendono vivere in futuro... Questa consapevolezza deve essere fondamento della comprensione e coesistenza fra noi e gli arabi".

Ben Gurion stesso e altri leader sionisti erano consapevoli che l’autodeterminazione degli ebrei in Palestina sarebbe entrata in conflitto con le analoghe aspirazioni degli arabi; ma ritenevano che bisognava soprattutto affermare il diritto all’immigrazione ebraica da un’Europa antisemita: un giorno si sarebbe conseguita una maggioranza ebraica in Palestina e gli arabi l’avrebbero in qualche modo accettata.

Invece Buber insistette molto sul tentativo di comprendere il timore degli arabi di un dominio ebraico, di uno Stato che si formasse con una maggioranza ebraica, e che ne derivasse l’usurpazione della loro terra; per lui era essenziale cercare di conciliare i diritti e le volonta’ dei due popoli. Gli ebrei, proprio in quanto sono coloro che immigrando invadono parte di quella terra, dovrebbero ricercare la fiducia degli arabi, cercare di cogliere aspetti della loro umanita’, della loro cultura, con gesti di buona volonta’ volti alla conciliazione, al dialogo. L’obiettivo sionista di conseguire una maggioranza ebraica, secondo Buber, era sbagliato perche’ avrebbe esacerbato i timori da parte degli arabi e provocato da parte loro risentimenti, reazioni, violenze.

Il pensiero di Buber appare con chiarezza in una conferenza tenuta a Berlino nell’ottobre del 1929, due mesi dopo gli eccidi arabi di Hevron e di Zefat.

Egli dice: "La nazione che e’ divenuta nostra vicina in Palestina, e che condivide un destino comune con noi, ci impone una responsabilita’ maggiore.

Niente sarebbe piu’ contraddittorio per noi di costruire una vita organizzata nella nostra comunita’ e allo stesso tempo escludere gli altri abitanti del Paese, sebbene la loro vita dipenda, come la nostra, dal futuro dello stesso Paese... Ci siamo stabiliti in Palestina accanto agli arabi, non assieme ad essi, accanto. Quando due nazioni abitano nello stesso paese, se quell’’accanto’ non diventa ’insieme’, diventa necessariamente ’contro’.

Questo e’ destinato ad accadere qui; non ci sara’ ritorno a un semplice ’accanto’. Ma malgrado i tanti ostacoli che ci sono ancora, esiste peraltro una via per raggiungere un’intesa ’accanto’. Se non conseguiamo cio’, non realizzeremo mai lo scopo del Sionismo" (3).

Negli anni successivi Buber emigra in Palestina. Nel ’42, insieme con altri, aderisce alla Lega per il riavvicinamento arabo-ebraico. Il programma della Lega era quello di fondare in Palestina uno Stato binazionale arabo-ebraico in cui non ci sarebbero state maggioranze e minoranze, in cui i diritti civili e politici di ebrei e arabi sarebbero stati uguali e comunemente condivisi sotto il mandato britannico. Il programma binazionale della Lega, e in particolare dell’Ichud, uno dei suoi partiti costituenti animato da Buber e Magnes, replicava quello della Lega per la pace (Brith Shalom) fondata nel 1925 da Arthur Ruppin e Gershom Sholem, cui Buber aveva aderito dalla Germania. Nel 1948, con la Dichiarazione d’indipendenza, Buber accetto’ il fatto che nascesse in Palestina uno Stato ebraico, anche se la sua polemica politica in difesa della minoranza araba e della soluzione del problema dei rifugiati palestinesi lo accompagno’ fino alla morte, nel 1965.

Quali insegnamenti validi anche per oggi si possono trarre dal pensiero di Buber? Il primo punto e’ la filosofia del dialogo, idea fondamentale di Buber anche sul piano filosofico: il rapporto con l’altro, l’altro in quanto essere pari a noi. L’insegnamento che ne traggo e’ il rifiuto della disumanizzazione del nemico, dell’avversario, perche’ questo e’ destinato inevitabilmente ad allargare il solco di ostilita’ fra gli individui e le comunita’. Ne discende il dovere del rispetto dei diritti umani e della denuncia allorche’ i diritti umani sono violati.

Noi ebrei abbiamo mancato a questo dovere etico in alcune occasioni in questi anni di quotidiano, aspro conflitto fra Israele e i palestinesi.

Anche noi ebrei diasporici, legati da sentimenti di solidarieta’ e sostegno al popolo d’Israele, non siamo sempre stati disposti a una critica schietta nei confronti di Israele quando Israele ha sbagliato violando i diritti di un altro popolo. E’ una cecita’ questa, spesso in buona fede, dettata dal retaggio delle persecuzioni subite, dal rifiuto di credere che persino noi ebrei possiamo essere soggetti di ingiustizia, da una naturale ma non per questo giustificabile indifferenza alle sofferenze altrui.

Il secondo punto e’ quello dello Stato binazionale. Sarebbe irragionevole, irrealistico parlare oggi di uno Stato binazionale unitario in Palestina.

Forse tra cento anni sara’ possibile, in un mondo che si integri politicamente ed economicamente. Come forse sara’ possibile un’Europa politicamente integrata, e’ possibile immaginare che anche nel Medio Oriente ci possa essere un’unita’ politica nella regione. Ma non e’ proponibile oggi; ne conseguirebbe un conflitto intestino fra le due comunita’, ebraica e araba, un qualcosa di simile ai Balcani... Il principio ispiratore di una soluzione negoziata del conflitto e’ invece quello della separazione, o meglio del divorzio, come disse Amos Oz molti anni fa: se non si vuole che la guerra prosegua, che ci sia un annientamento reciproco tra i due popoli, l’unica soluzione e’ quella della spartizione della Palestina storica tra i due popoli che ne contendono il possesso in virtu’ di diritti di pari dignita’.

I benefici di questo divorzio (pur con tutte le difficolta’ che si frappongono alla trattativa, e le difficolta’ che ci sono di intendersi su come dividere quella minuscola proprieta’, forse magari conservando qualcosa in condominio) eccedono largamente i costi.

E’ chiaro che per Israele il prezzo da pagare per questo divorzio sara’ molto elevato e doloroso, in termini sia materiali che politico-psicologici.

Cio’ spiega in parte la delusione per il fallimento del negoziato ben quindici anni dopo gli accordi di Oslo. I costi materiali derivano da una oggettiva disparita’ sul campo: mentre il ritiro di Israele dai territori occupati costituisce per i palestinesi un vantaggio materiale immediato, per Israele i vantaggi si misurano soltanto nel lungo termine, quando si coglieranno i frutti del consolidarsi della pace. Di qui l’insistenza giustificata di Israele soprattutto sulle misure di sicurezza, sull’esigenza di un periodo anche lungo di transizione per garantire che tali vantaggi si realizzino.

Ma anche i costi politici e psicologici saranno rilevanti per il conflitto che opporra’ una parte del Paese all’altra: i coloni e i loro sostenitori da una parte, l’opinione pubblica moderata o pacifista dall’altra. Non sappiamo quali saranno le forme e le "armi" di questo conflitto, se saranno legali o extra-legali, violente o non violente, ma esso provochera’ un solco molto lacerante nel Paese, come alcuni segni dell’estremismo di frange virulente dei coloni lasciano presagire.

D’altra parte, il costo che il ritiro dai Territori e lo sgombero delle colonie imporra’ a Israele sara’ minore del costo dello status quo, del mantenere l’occupazione, in termini di risorse, di vittime, di degrado della societa’ israeliana.

Note

1. Martin Buber, Una terra e due popoli. Sulla questione ebraico-araba, a cura di Paul Mendes-Flohr, edizione italiana a cura di Irene Kajon e Paolo Piccolella, La Giuntina, Firenze 2008.

2. In ebraico "Insediamento". Termine usato per descrivere la comunita’ ebraica in Palestina prima prima della fondazione dello Stato.

3. "Patria nazionale ebraica e politica nazionale in Palestina".

-  Tratto da
-  Notizie minime de
-  La nonviolenza Ŕ in cammino

-  proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

-  Direttore responsabile: Peppe Sini.
-  Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

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-  http://lists.peacelink.it/

-  Numero 702 del 16 gennaio 2009

* Il Dialogo, Venerdý 16 Gennaio,2009 Ore: 11:04


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