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Democrazia? No! Barbarie ...

CAPITALISMO DELINQUENZIALE: "GOMORRA" ITALICA !!! L’ultimo colpo dei "furbetti" che volevano scalare l’Italia, raccontato da Alberto Statera

lunedì 25 settembre 2006 di Federico La Sala

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> CAPITALISMO DELINQUENZIALE: "GOMORRA" ITALICA !!! L’ultimo colpo dei "furbetti"che volevano scalare l’Italia, raccontato da Alberto Statera

sabato 23 settembre 2006

E, se insieme a quanto raccontato da Statera, mettiamo insieme quanto scrive ZAGREBELSKY, relativamente al problema e allo ’scandalo’ delle INTERCETTAZIONI, il quadro d’insieme incute spavento, è “una vicenda che solleva interrogativi sulla nostra democrazia” - in apnea da anni, per golpismo strisciante ... e galoppante!

Il consiglio di ZAG. è saper affrontare alla radice il problema - la "mala" educazione - il conflitto d’interessi: " [...] affrontare il problema alla radice. La radice è la distinzione che manca tra interessi pubblici e interessi privati; è l’assenza di autonomia tra le due sfere; è la tentazione dell’una a ricercare il favore dell’altra; è, in definitiva, la corruzione del senso delle responsabilità pubbliche come di quelle private. Chi, nel mondo politico, è disposto a far a meno di cercare cointeressenze col mondo economico? E chi nel mondo economico è disposto a non cercare protezione in quello politico?". Sapremo aprire gli occhi e decidere per il meglio - e non per "mammasantissima"? Boh e bah?!!


L’arbitrio senza lo Stato

di Gustavo Zagrebelsky (La Repubblica, 22.09.200&)

Le trecentoquarantaquattro pagine dell’analitica, e per nulla indulgente alla retorica giustizialista, ordinanza del Gip di Milano si leggono in preda a un vivo senso crescente di spaesamento, nel senso preciso della parola: in che paese ci siamo ridotti a vivere?

Cerchiamo di comprendere il senso d’insieme, nel modo più freddo possibile. Si tratta di dati contenuti in un’ordinanza di custodia cautelare, quindi non di prove nel senso della condanna penale delle numerose persone coinvolte, condanna che non c’è ora, e potrebbe non esserci alla fine del processo. Ma certo siamo di fronte almeno a quei “gravi indizi di colpevolezza” che la legge richiede perché si possa limitare la libertà delle persone e sequestrarne i beni, sia pure solo in via provvisoria. Da questi “gravi indizi”, emerge quanto segue. All’interno di Telecom, la più grande impresa di telecomunicazioni operante in Italia, è esistito un soggetto responsabile della sicurezza, facente capo direttamente al vertice dell’azienda, sostanzialmente esente da controlli interni che non fossero - come è detto pudicamente -“soft”, dotato di un’elevatissima capacità di spesa (si parla di un “fiume di denaro”, più di 20 milioni di euro in otto anni, gestiti “in nero” e sottratti ai bilanci sociali e quindi agli azionisti), il quale, in base a un suo rapporto personale col titolare di un’agenzia investigativa, ha stabilito con questa un rapporto di collaborazione stabile. I clienti di gran lunga più importanti di tale agenzia sono Pirelli e Telecom. Gli incarichi che essi conferivano erano, per così dire, molto informali. Questa agenzia madre, a sua volta collegata ad altre due società fasulle, con sede all’estero - due “scatole vuote”, per la circolazione del denaro estero-su-estero - ha progressivamente costruito una ramificata struttura investigativa capace di operare in tutta Italia, anche grazie a sub-appalti con soggetti d’investigazione locali. L’attività di questa rete si è avvalsa, e non in modo episodico, anche di personale in servizio presso le forze di polizia, agenti di polizia giudiziaria, pubblici ufficiali infedeli e sedicenti ispettori di polizia, disponibili a farsi corrompere, e si è svolta attraverso gravi reati: associazione per delinquere, corruzione, rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio, violazione dei doveri d’ufficio, appropriazione indebita, eccetera (sullo sfondo, almeno per ora, stanno reati societari).

Questa rete non lascerebbe esenti nemmeno i Servizi segreti, dei cui “rapporti pericolosi” con gli indagati principali si parla diffusamente nell’ordinanza. Lo strumento principale di questa attività illecita sono state le intercettazioni telefoniche illegali, disposte non dall’autorità giudiziaria per fini investigativi, ma da privati per i loro interessi. Che questi facessero capo al responsabile della sicurezza della società che, a favore degli utenti che pagano il servizio, dovrebbe garantire il buon funzionamento della rete telefonica potrebbe sembrare un’ironia del destino, ma è invece un dato che fa seriamente pensare sulla necessità di garanzie per tutti, in questo settore.

Nella rete nazionale di ascolto illegale sono cadute migliaia di persone (e dall’ordinanza risulta che si tratta solo di risultanze provvisorie), tra cui diversi esponenti noti del mondo dell’economia, della politica, dello spettacolo e dello sport, oltre a innumerevoli cittadini ignoti alla grande cronaca, ma non per questo meno titolari di diritti costituzionali alla riservatezza delle loro comunicazioni. Per una parte, questi controlli illeciti si sono indirizzati a dipendenti, o aspiranti tali, di Pirelli e Telecom (“operazione filtro”), per un’altra e maggior parte fuori della cerchia aziendale. Si può congetturare a che cosa queste potessero servire: carpire notizie del mondo finanziario da usare per operazioni sul mercato a proprio favore, insider trading, ricatti del più vario genere per i più diversi fini, eccetera.

Resta da aggiungere, per completare il quadro, sperando in una smentita, che quel tale responsabile della sicurezza in Telecom avrebbe svolto anche un ruolo direttivo della struttura addetta alla messa sotto controllo legale delle utenze telefoniche per disposizione dell’autorità giudiziaria!

Dati di un’ordinanza emessa nelle indagini preliminari, ripetiamo; non prove che suffragano sentenze di condanna. Ma c’è da trasecolare a leggere il modo di intendere e presentare questi dati da parte di molta stampa: la riduzione o a un’intrigante spy story o a un episodio degli interessi turbolenti attorno a Telecom e al suo ex-presidente.

C’è ben altro e qui è difficile tenere la freddezza di chi semplicemente mette una vicina all’altra le tessere di un mosaico, come fa l’ordinanza del Gip di Milano. Il quadro d’insieme incute spavento. A ragione, a partire da questo giornale, si è parlato di una vicenda che solleva interrogativi sulla nostra democrazia e sullo Stato di diritto, ridicolizzando tanti retorici discorsi in proposito. Da questa vicenda non c’è tanto da essere esterrefatti per la sua estensione, quanto per la sua qualità. Anche se l’intercettazione illegale fosse stata una soltanto, non sarebbe per questo men grave, date le sue modalità. L’allarme maggiore deriva dall’intreccio di poteri e soggetti pubblici e privati che si legano (e si combattono) in attività deviata e illegale, e dunque segreta, per interessi comuni o contrapposti. La democrazia ha un’esigenza primaria: che i circuiti del potere si manifestino in pubblico. Quelli occulti la svuotano dall’interno.

In passato, si è adoperata la formula del “doppio Stato”. Essa è nata per designare il potere parallelo allo Stato di diritto che si era formato in Germania attorno al movimento nazionalsocialista, per eroderlo progressivamente. In Italia, quella formula è stata ripresa negli anni ‘70 del secolo scorso per indicare l’esistenza di strutture parallele dello Stato, le une visibili, depositarie della legalità e soggette alle regole e ai controlli della democrazia, e le altre invisibili, che conducevano una propria politica attraverso atti illegali (la “strategia della tensione”, ad esempio.), al riparo di sguardi indiscreti. L’impressione, addirittura, è che questa formula si presti poco e male per descrivere quello che oggi abbiamo visto esistere, e che potrebbe esistere in chissà quanti altri casi che non vengono nemmeno alla luce. Non c’è “doppio”, per la ragione che c’è invece una profonda immedesimazione: soggetti sociali e soggetti pubblici (o addirittura organi dello Stato, come è detto in un passo dell’ordinanza), nel loro intreccio, formano tutt’uno. Notiamo una “statizzazione” della società, cui corrisponde una “socializzazione” dello Stato, realizzata nel modo peggiore, attraverso la corruzione reciproca dell’una e dell’altro. Ma non c’è neppure “Stato”, perché si farebbe fatica a usare questo nome, che allude alla cura di interessi generali come definiti dalla legge comune, per designare quest’indegna mistura di arbitrio.

Ora, dalle sedi della politica, si levano voci sdegnate: ispettori, decreti-legge, commissioni parlamentari d’indagine... Buone cose, buoni propositi, ma del tutto insufficienti ad affrontare il problema alla radice. La radice è la distinzione che manca tra interessi pubblici e interessi privati; è l’assenza di autonomia tra le due sfere; è la tentazione dell’una a ricercare il favore dell’altra; è, in definitiva, la corruzione del senso delle responsabilità pubbliche come di quelle private. Chi, nel mondo politico, è disposto a far a meno di cercare cointeressenze col mondo economico? E chi nel mondo economico è disposto a non cercare protezione in quello politico?

Non riduciamo il significato di quanto vediamo a una brutta storia di spioni. E rendiamoci conto che la reazione è difficile - più difficile di quella dei tempi del nostro “doppio Stato” - perché non è contro qualcuno che sta fuori di noi, ma è contro una parte che sta dentro di noi.


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