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CAPITALISMO DELINQUENZIALE: "GOMORRA" ITALICA !!! L’ultimo colpo dei "furbetti" che volevano scalare l’Italia, raccontato da Alberto Statera

lunedì 25 settembre 2006 di Federico La Sala

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domenica 24 settembre 2006

LA "GOMORRA" ITALICA: UN IMMENSO CONFLITTO DI INTERESSI STRINGE ALLA GOLA TUTTA L’ITALIA !!!


Intanto al Senato

di Furio Colombo *

Vi ricordate il giuramento di Pontida, non quello della Storia, ma la sgangherata rivisitazione di Bossi e della Lega Nord che poi è diventato "il Pratone", che poi è diventata la penosa cerimonia dell’ampolla con le acque del Po prelevate al Monviso e buttate vie a Venezia, tra l’attenzione compunta del miglior giornalismo italiano, mentre, da sola, la signora Lucia Massarotti nella sua finestra di cittadina, espone la bandiera italiana (quella "da mettere nel cesso" secondo la raccomandazione dell’ex ministro delle Riforme) perché tutti, anche coloro che parlano di Borghezio come "un politico" e di Bossi come di "uno statista" vedessero la clamorosa distanza tra leghisti e la normalità, distanza oscurata dalle Tv, dai talk-show, da molti giornali?

Bene, di esso non resta nulla, salvo qualche maceria da spazzare via al più presto (soprattutto la cosiddetta "riforma" dell’ordinamento giudiziario, un attentato all’indipendenza della magistratura condotto in nome e per conto del proprietario Berlusconi). Non resta nulla salvo Castelli e Calderoli, l’uno noto per aver rifiutato di condannare il razzismo, unico ministro della Giustizia in Europa; l’altro per aver raccomandato la castrazione mediante forbici da giardiniere, per prevenire i pericoli causati dai nuovi immigrati del nostro civile Paese.

Bene, Castelli e Calderoli adesso controllano il Senato della Repubblica. Lo so perché ne faccio parte e sono testimone ogni giorno dell’infinita gentilezza del presidente Marini, che ha adottato la pedagogia degli istruttori più umani nei riformatori minorili: fare appello agli istinti migliori che a volte si nascondono anche in coloro che si sono messi fuori dalla comunità civile. Invano. L’ex ministro Castelli vigila in piedi dal seggio che ha scelto molto in alto nell’Aula affinché non si componga mai una sequenza normale di pareri contrapposti fino al momento risolutivo del voto. E’ un percorso che si chiama "funzionamento delle Camere" e che non è nella mentalità di Castelli. La sua idea è la maleducazione che il potere (e la benevolenza o timore dei media) ti permette. E, se non sei al potere, boicotti, interrompi, butti massi dal cavalcavia. Quanto agli insulti, bisogna dargli atto che sono stati sempre il suo marchio di fabbrica, al potere e fuori potere.

Calderoli non è quasi mai fermo in un punto dell’Aula. A lui importa che la pentola bolla. E la pentola bolle. Democristiani e "liberali", Forza Italia doc e Forza Italia acquisti, i senatori di Alleanza Nazionale, di Alleanza Ospedaliera e di Alleanza Intercettante si tengono pronti. Poi c’è la partecipazione straordinaria del senatore Schifani. Lo impegna in interventi che sono - bisogna dirlo - non solo fittamente ripetuti (anche nel senso che a distanza di minuti il grande performer ripete esattamente le cosa appena dette, pur di aggiungere al tempo già perso altro tempo perso) ma anche bene organizzati. Si fa così. Schifani inizia una frase, diciamo le prime tre parole, e parte un furibondo applauso. Ma alla fine la frase - anche se è solo meteorologica - è seguita da un applauso molto più lungo che copre l’inizio del segmento oratorio successivo e così via; finché dai banchi in delirio se necessario si alzano in piedi. L’effetto alla Petrolini (l’applauso che precede e anticipa le parole) è gustosa dal punto di vista dello spettacolo (specialmente per il fatto che il terzo intervento del senatore Schifani è identico al primo; e dunque si può capire perché gli applausi possono partire in anticipo), se non fosse dannoso per la funzione di questo ramo del Parlamento. Ma il più delle volte Castelli e Calderoli non ne hanno abbastanza e spingono in sequenza altri senatori di tutte le destre e di tutti i centri disponibili in natura a intervenire, ciascuno con un pezzo o con tutto l’intervento già svolto. A loro non toccano gli applausi a raffica che sono riservati esclusivamente al mito di Schifani (forse le parole a mitraglia e l’impressione che l’illustre statista stia pronunciando la condanna definitiva e senza appello di qualcuno o qualcosa sono il vero motore psicologico di quella reazione di folla). Ma - come Schifani e come tutti coloro che, per conto di Berlusconi, possono dare una mano - servono a mangiarsi il tempo. Sedute intere vengono dissipate in questo modo non per fare opposizione al punto a o al punto b di qualcosa. Solo per fermare la macchina.

Se aggiungete a questo rito - non proprio nobile e non proprio tipico dei grandi parlamenti del mondo - l’altra liturgia, che consiste nel far seguire a un voto che li ha battuti, una sequenza di sgarbi e di espressioni maleducate verso i senatori a vita che non si sono prestati ad essere comparse nel varietà di Castelli e Calderoli, avete un’immagine nitida del Senato italiano, oggi. Seduta dopo seduta. * * * Qualche lettore si domanderà se non sto cercando altre strade pur di non parlare del percorso disagiato in cui si trova il Governo, e chi sostiene il Governo in queste ore, frasi infelici, passaggi da chiarire, portavoci che non portano voci (o portano voci non chiare, non con la diretta semplicità che era giusto aspettarsi, conoscendo i protagonisti). L’obiezione è importante, il disagio esiste, anche perché ci sono molte ragioni per dare sostegno al Governo (soprattutto i primi interventi a sostegno dei cittadini consumatori, la politica estera, il Libano). Ma ci sono anche alcune ragioni di incertezza e di ansia. Un governo così, eletto da gente così, deve avere la pazienza, ma anche l’impegno di spiegare uno per uno tutti gli eventi di cui è protagonista. Deve sapere che alcuni di quegli eventi - visti da lontano e da fuori - non si capiscono. Per esempio, le armi alla Cina, facile da capire come business, difficile da ingoiare come valore morale. O l’incontro con Ahmadinejad, che certo fa parte di un difficilissimo percorso che cerca pace invece di guerra, ma va spiegato, specialmente sul punto che riguarda la sicurezza di un paese amico e feribile come Israele. Per esempio, la questione Telecom, dove è facile stare dalla parte di Prodi, ma c’è bisogno di spiegare bene e di capire bene per coloro che - da lontano - vedono due scene opposte che non decifrano: Governo contro impresa. Oppure Governo dentro impresa. Certo che non è così, ma ditecelo. Però, se questa è l’obiezione, essa rende ancora più grave la scena del Senato che ho narrato da non lieto testimone oculare. Perché in questi giorni una delle due Camere rinuncia al suo prestigio non per alzare una barricata contro ciò che fa - bene o male - un governo. Ma contro la pura e semplice esistenza di quel governo. E’ bene non dimenticare che stiamo parlando di quella Camera che tutto il centrodestra, con la sua riforma costituzionale, avrebbe voluto abolire.

La vera conseguenza è una sequenza di atti ostili, continuamente ripetuti, contro il Senato da parte di metà dei senatori. In nessun punto in nessun momento la nostra controparte vuole dimostrare a noi - o persuadere l’opinion pubblica - che ci sono gravi e urgenti ragioni per fermare qualcosa al Senato. L’idea sembra essere di impedire qualsiasi efficacia istituzionale a questo ramo del Parlamento e dunque liquidarlo da ogni rilevanza. Gli argomenti - o meglio i pretesti - sono poco importanti, Per qualunque ragione, la fatica riprende continuamente, sempre con la stessa routine: Castelli che si alza a proporre un alt, un rifiuto, un fermo; Calderoli che incoraggia l’emiciclo, i parlamentari che, nonostante la loro dignità e il loro prestigio personale, si presentano allo spettacolo, che richiede un siparietto dopo l’altro, un comizietto dopo l’altro, e tutti partecipano, indifferenti al ridicolo e alla mancanza di senso. Anzi, si dotano di "faccia feroce" (penso all’editoriale di Scalfari su "La Repubblica" di due domeniche fa) e si scagliano quasi con le stesse parole su qualunque argomento all’ordine del giorno, pur di fermare - o almeno di rallentare immensamente - il lavoro, come se la sosta quasi ininterrotta nell’Aula di un Parlamento fosse senza costo.

Quando la temperatura conflittuale è abbastanza alta, entra in scena Schifani, lo abbiamo già detto. E subito, a raffica, partono gli applausi; una sequenza che deve essere stata provata più volte per dare la sensazione di una drammatica ma anche euforica tensione. Evidentemente gli ordini di Berlusconi non hanno subito variazioni. Evidentemente l’importante è che non si entri mai nel merito di nulla, che non si discuta nulla. Anche perché la maggioranza rifiuta di partecipare a un gioco così basso; e, quasi sempre, sceglie di restarne fuori, salvo denunciarlo con fermezza. Una prova di ciò che sto raccontando è nella paziente buona fede del presidente Marini, che continua a tentare nella speranza che, lasciando spazio, venga fuori, almeno da qualcuno, il buon senso, la voglia di comportarsi in modo normale, parlare di politica invece che arruolarsi nella maxi sceneggiata senza fine che tiene in ostaggio il Senato ormai da mesi.

E così Marini continua a ridare la parola, fingendo (o sperando) di non sapere che il prossimo intervento sarà - come in un happening dell’assurdo - identico al precedente, ma con la faccia e con la reputazione di un altro senatore che però si presta - perché questi sono gli ordini di Berlusconi e gli ordini di Berlusconi non li discutono né i "fierissimi" di Alleanza Nazionale, né i "miti" democristiani né gli "impavidi" liberali. E, comunque, tutti attendono le parole ispirate e stentoree del tribuno Schifani, mentre affonda - agitando i suoi fogli, scritti, presumibilmente, una volta per tutte - in un mare di applausi. Regia a cura di Castelli e Calderoli - cupi Garinei e Giovannini di questa politica-varietà - che proprio in questo hanno il senso del teatro: lo spettacolo si deve ripetere sempre. Un’ultima speranza probabilmente guida il presidente del Senato a non chiedere perché uno o l’altro o l’altro, nel cast fisso dello spettacolo, si alzi di nuovo a chiedere la parola, dopo avere già parlato. Forse qualcuno sa che è privilegio di chi presiede una Camera di voler conoscere sempre le ragioni per cui un membro di quella Camera chiede la parola, specialmente se ha già parlato molte volte. Il presidente Marini preferisce scommettere sul lato buono della natura umana. Vuoi vedere che uno si alza per dire una cosa che ha a che fare con il mestiere di stare al Senato e di lavorare perché il Senato funzioni? Il momento spettacolarmente più alto e il più paradossale si verifica quando il regolare ostruzionismo di ogni giorno al Senato viene interrotto dall’ostruzionismo speciale contro il presidente del Consiglio che, per riferire al Parlamento, ha scelto la Camera (ma poi ha fatto sapere che si recherà anche in Senato).

E’ difficile restare seri mentre loro, proprio loro, chiedono "il rispetto di questo ramo del Parlamento". Pensate: il coro di indignazione è composto dai quegli adoratori di un primo ministro - Berlusconi - che al Senato e alla Camera non si è presentato mai in cinque anni di governo, forse per non dover parlare mai del suo immenso conflitto di interessi. Allora diventa inevitabile prendere un impegno solenne. Del conflitto di interessi parleremo noi, con le nostre proposte di legge, con i nostri dibattiti. Sarà la prima grande occasione di ascoltare con attenzione i nostri oppositori non come protagonisti e comparse nel varietà Calderoli-Castelli; ma per proporre qualche straccio di argomento che si possa pubblicare e divulgare, sul conflitto di interessi del padre-padrone di Forza Italia. E’ un conflitto immenso che hanno coperto, nascosto, curato, usato, allargato fino a quando, un bel giorno, l’Italia legale è diventata maggioranza. Dunque, a fra poco.

* www.unita.it Pubblicato il: 24.09.06 Modificato il: 24.09.06 alle ore 14.04


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