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Per il dialogo, quello vero...

Dalla "Lezione" di WOJTYLA, una sollecitazione ... al Papa (Benedetto XVI) futuro (e a tutta l’Europa), a FARE MEGLIO E AD ANDARE AVANTI !!! Due note, da "La Sicilia" del 2005 e del 2004, di Ariel Levi di Gualdo

Portare le “proprie” radici alla luce del Sole e ... guardarsi in faccia !!!
domenica 24 settembre 2006 di Federico La Sala

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> Dalla "Lezione" di WOJTYLA, una sollecitazione ... al Papa (Benedetto XVI) futuro (e a tutta l’Europa), a FARE MEGLIO E AD ANDARE AVANTI !!! Due note, da "La Sicilia" del 2005 e del 2004, di Ariel Levi di Gualdo

martedì 26 settembre 2006

Il rammendo

di Igor Man (www.lastampa.it, 26.09.2006)

Il Santo Padre ha ricucito lo strappo: così, icasticamente, «fonti vaticane», ovviamente «autorevoli», tirano il bilancio dell’incontro, a Castel Gandolfo, di Benedetto XVI con «eminenti rappresentanti dell’islàm». Lo strappo, converrà ricordarlo, è la reazione, invero scomposta, di qualche turba islamica (scesa in piazza con insospettabile immediatezza) a una «chicca accademica» del Papa tedesco: per arricchire la Lezione nella «sua» università (in Ratisbona) il Pontefice citò la polemica (antichissima) fra l’Imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano.

Come sappiamo, visibilmente rammaricato il Papa ha espresso tutto il suo rincrescimento per il malinteso. Gli ha fatto da sponda una fioritura di interventi, scritti e orali, che lasciavano trasparire non tanto la preoccupazione di inquadrare storicamente e teologicamente la dotta polemica fra il Bizantino e il Persiano, quanto la preoccupazione di salvare quel dialogo interreligioso promosso vent’anni fa da Papa Giovanni Paolo, e ostinatamente tenuto in vita dalla Comunità (laica) di Sant’Egidio. Per investitura, diremo, dello stesso Papa polacco, e riproposta da Benedetto XVI in Assisi, ai primi di settembre.

Giovanni Paolo II non si faceva soverchie illusioni «per l’immediato», tuttavia misurando il tempo col metro lungo della Chiesa cattolica egli pensava che «venuto il giorno» il dialogo con i musulmani e con i «fratelli maggiori», gli ebrei, avrebbe edificato il Tempio della Pace. Un tempio le cui chiavi, giustappunto, sarebbero appartenute ai figli del Dio unico. Se fu difficile proporre codesto progetto per il carismatico Papa polacco, per Benedetto XVI che umilmente si considera ancora «in rodaggio», s’è subito rivelato insidioso oltre che minaccioso. Da qui la preoccupazione della grande macchina vaticana di «ricucire lo strappo».

Affinché il dialogo prosegua. Ora si dà il caso che mentre con i «fratelli maggiori» non sia difficile dialogare, arduo invece si presenti il per altro auspicabile dialogo con l’islàm. Intanto perché l’islàm è una galassia dove, fatalmente, non esistono strutture religiose che facciano capo a un «centro». E, poi, perché nell’islàm il religioso si fonde col politico, col sociale. E’ un tutt’uno. Ultimo ma non meno importante: l’irrompere alla magmatica ribalta islamica di Khomeini. L’artefice della Rivoluzione a mani nude che scacciò nel 1979 lo Scià accusato di stravolgere i connotati culturali dell’Iran, ha in fatto «coventrizzato» l’islàm facendo di quella galassia un forte, dilagante centro di potere sciita. Così accade che il più numeroso e gerarchicamente strutturato sunnismo si trovi oggi a misurare il suo burocratico passo con l’andatura veloce d’un nuovo terrorismo «dal viso d’angelo, dal cuore fosco». Un terrorismo che di islamico non ha nulla (o solo cipria) ma che è riuscito a manipolare il Verbo con l’appropriazione indebita del Corano. Papa Benedetto ha dunque «ricucito lo strappo». In nome e nell’auspicio del Tempio della Pace vaticinato da Giovanni Paolo II. Non sono poche, invero, le consonanze fra cristianesimo e islàm; molte Sure del Corano riecheggiano gli evangelisti, gli Atti degli Apostoli. Di più: il Corano esalta la verginità feconda della Madonna, riconosce in Gesù il santo profeta figlio di Dio. Qui giunti, però, cade la prima mannaia. Eccola, nelle parole di Raimondo Lullo, evangelizzatore cristocentrico del XIII secolo: «I saracini credono che il Signore Gesù il Cristo è figlio di Dio ma non credono ch’egli sia Dio».

Islàm e cristianesimo hanno in comune l’affermazione del Dio unico, trascendente, creatore, retributore. Il dono della fede è proposto «all’adesione del cuore e dell’intelligenza» - la vita morale fa riferimento a Dio, il peccato è rifiuto della legge divina. «Sin qui i monoteismi prescrivono atteggiamenti in qualche modo comuni» (cfr. L. Gardet: Regards chrétiens sur l’islam). Epperò esistono «linee di separazione» tanto precise e decise che sarebbe ingenuo pretendere di trattare «insieme» islàm e cristianesimo.

Il cristianesimo è la religione di Dio al tempo stesso trascendente e immanente. Per l’islàm Dio rivela la sua parola («al Quran») ma non se stesso. Rimane inaccessibile. La fede musulmana è testimonianza che viene resa, non è esperienza direttamente vissuta. L’unica mediazione tra Dio e l’uomo è il Corano dove, in qualsiasi momento, l’individuo può accostarsi ad Allah, subirne la possanza, godere della sua misericordia. Maometto è «soltanto» un Profeta. Santo ma solamente uomo ancorché Mohammed «implica la totalità». Ancora: nell’islàm solo i puri, gli ortodossi posseggono la verità, cioè la fede: el iman e, di conseguenza, la legge, el islàm: la via, letteralmente la virtù. E qui cade la seconda mannaia: la sharia. Se, infatti, nel Corano cristiani e musulmani potrebbero e qualche volta possono trovare un punto di incontro (il convegno interreligioso - la preghiera comune senza sincretismo) che trasformi il dialogo in una sorta di «consanguineità spirituale», la sharia col suo assolutismo essenzialmente politico blocca ogni (eventuale) sistema di vasi comunicanti.

La sharia è quell’insieme di regole e disposizioni di legge in virtù delle quali i vari califfi venuti dopo Maometto hanno affermato e protetto il primo potere. Gli attuali epigoni dei vecchi califfi (certi leaders arabi) hanno o alleggerito, i più lungimiranti, (o più coraggiosi?) la sharia, ovvero l’hanno inasprita: i più dispotici e corrotti, la maggioranza. Schiacciati da una piramide di peccati (l’illecito arricchimento, il dispotismo), non pochi raiss li troviamo in prima fila nel protestare bombasticamente per la lezione teologica d’un Papa fresco di nomina, con ancora (forse) indosso la toga universitaria sotto la tunica bianca. Noi non confonderemo mai la sharia col Corano, con l’islàm che predica non soltanto la tolleranza ma qualcosa di più: la condivisione. Il guaio è che la sharia attribuisce all’islàm interpretato ad usum delphini valore di (unica) verità oggettiva.

Che fare? Rubando agli sciiti la takkya, l’arte della dissimulazione, prenderemo per buone le dichiarazioni di certi funzionari islamici che, ahimè, rappresentano solo se stessi. Il dialogo: anche se stento, va perseguito. Con umiltà ma altresì con fierezza. Tutto appare tremendamente difficile ma, come diceva Giovanni Paolo II, «in un viale senza uscita, l’uscita è nel viale stesso».


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