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SCIOPERO DEI GIORNALISTI ...LIBERTA’ DI STAMPA E DEMOCRAZIA IN PERICOLO. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Il rinnovo del contratto dei giornalisti è un diritto primario”. Serventi Longhi: "Parole come pietre". Siddi: "Viva gratitudine al Capo dello Stato". E il grido d’allarme di Furio Colombo.

giovedì 16 novembre 2006 di Federico La Sala
[...] Se i titolari dell’imprese editoriali continueranno a negare non solo il diritto alla contrattazione ma anche il diritto al confronto tra parti sociali, anche a fronte dell’alto messaggio del Presidente della Repubblica, vorrà dire che occorrerà aprire una seria e severa riflessione nel Paese sul venir meno di una funzione fondamentale degli editori che, in tal caso sarebbero avviati verso la via, pubblicamente insostenibile, dell’irresponsabilità sociale.
La tutela di un bene (...)

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> SCIOPERO DEI GIORNALISTI ...LIBERTA’ DI STAMPA E DEMOCRAZIA IN PERICOLO. --- FURIO COLOMBO: «È particolarmente grave che un governo populista-autoritario, dove il premier è padrone di quasi tutta l’editoria, diventi la museruola di ciò che rimane della stampa politica libera. Torna in mente la mancanza di un’opinione pubblica in Italia» (Intervista).

domenica 28 settembre 2008

MANIFESTATEVI - INTERVISTA

Furio Colombo: «Ora per il manifesto non c’è più la borghesia illuminata»

«Così il governo autoritario cancella ogni dissenso»

Intervista all’editorialista de l’Unità : «È particolarmente grave che un governo populista-autoritario, dove il premier è padrone di quasi tutta l’editoria, diventi la museruola di ciò che rimane della stampa politica libera. Torna in mente la mancanza di un’opinione pubblica in Italia»

di Tommaso Di Francesco (il manifesto, 27.09.2008)

Non si è mai tirato indietro Furio Colombo nel denunciare il cosiddetto «conflitto d’interessi». Lo abbiamo visto, quasi solo, scagliarsi contro le leggi ad personam approvate in parlamento. A lui, editorialista de l’Unità e da sempre impegnato sui nodi dell’informazione, abbiamo rivolto alcune domande.

Passiamo da una legge per l’editoria vecchia e inappropriata ad una situazione in cui il governo taglia i fondi per il 2008, li dimezza per noi che siamo una cooperativa, e attiva un «regolamento» che sarà scelto ogni anno dal governo. La stampa diventa appendice dell’esecutivo?

Meriterebbe resistenza e opposizione qualunque governo che proponesse di ridurre al silenzio la piccola stampa politica, che vive anche di contributi pubblici, gli stessi che provvedono alle scuole e devono anche tutelare un minimo di informazione libera. Il fatto diventa particolarmente odioso e degno di essere notato come caratteristico di questo brutto momento italiano, che il provvedimento venga da un governo che controlla praticamente tutta l’editoria scritta, quasi tutta nelle mani di imprenditori di altro tipo di imprese. E il presidente del Consiglio controlla non solo Mediobanca, cuore dell’armonizzazione finanziaria, ma anche tutta l’informazione televisiva, basta vedere il braccio di ferro sul presidente della Commissione di vigilanza Rai. Che pur spettando - come commissione di garanzia - all’opposizione, vuole essere scelto dalla maggioranza. Poi ci sono le tre televisioni private e l’impero editoriale privato che fa riferimento diretto alla famiglia del presidente del Consiglio, usato ormai senza vergogna e esitazione. Sull’onda di un populismo incoraggiato da un voto legittimo che però ha instaurato un tipo di governo autoritario. Ora, che un governo autoritario diventi la museruola di ciò che rimane della stampa libera è particolarmente grave e torna in mente il discorso sulla mancanza di un’opinione pubblica in Italia. Anni di vita rigorosamente partitica che si è svolta dentro contenitori in cui solo qualcuno a nome di tutti reagiva, ma non richiedeva la reazione e la partecipazione popolare - ad eccezione del breve ’68 - hanno stabilito che l’opinione pubblica italiana è abituata a non mobilitarsi, a non vedere i pericoli che non sono quelli immediati del corso della vita.

Che società è ormai questa del Belpaese, appeso all’isola dei famosi e silenzioso sulla libertà di stampa?

Stiamo a metà del guado di una situazione ben descritta dal libro di Tremonti La paura e la speranza , che mostra di condividere le nostre paure nella prima parte del libro. Nella seconda parte invece ci assicura che la risposta sono dio, patria e famiglia. Una rigorosa conformità ai valori della cultura dominante che non vanno messi in discussione. Nomino Tremonti perché è l’autore della legge di cui stiamo parlando, è la persona che ci descrive come «speranza» un mondo rigorosamente irreggimentato, raccolto intorno a famiglie e clan descritte in modo primitivo con la parola leghista «popoli». Dove non c’è più bisogno, pena il sentirsi soli ed isolati, di voci di dissenso. Si sta teorizzando una forma di fascismo non violento. Nonostante la vetero-memoria di La Russa e Maroni, non sono più necessari soldati e carri armati, bastano le televisioni, la persuasione e il populismo che arruola sempre più consenso.

C’è «speranza» per chi, come il manifesto , una cooperativa indipendente di giornalisti e lavoratori, vuole continuare ad esistere?

Molti di noi che il manifesto lo hanno sempre visto da fuori, sono portati a pensare con simpatia e ottimismo: « il manifesto è un gatto a sette vite, ce la farà anche stavolta». Ma il tempo che viviamo è molto, molto peggiore del passato. Intanto non c’è più tutta la sinistra, che definiva comunque un humus favorevole, e dal punto di vista del manifesto c’è qualcosa di peggio: non c’è più quella borghesia intellettuale - una volta c’era il partito d’azione - che amava sentirsi indipendente e che poteva arruolarsi in una festosa sottoscrizione purché vivesse una voce in più come il manifesto , considerato, a differenza di altra stampa di sinistra, elegante, raffinata, con un di più anche informativo che faceva comodo includere anche per i manager d’azienda nel pacco dei giornali. Così il vostro progetto di una super sottoscrizione per contrastare una super legge liberticida, stavolta incontra difficoltà più grandi. Impossibile qui l’operazione The Nation , la rivista della sinistra americana comprata da una lungimirante e abbiente famiglia newyorkese, vicina ai grandi amici di Robert Kennedy, che ora vende 250mila copie, ha una risoluta presenza nella vita politica americana e ora sostiene da sinistra, criticamente, Obama. A meno che - perché non desiderarlo con un po’ di disperazione ma anche di ostinazione - il vostro appello non sia ricevuto, creando così una sorpresa rispetto alle condizioni in cui stiamo vivendo.

FURIO COLOMBO

Già professore del Dams di Bologna sul linguaggio televisivo, è stato corrispondente de «La Stampa» e de «la Repubblica» dagli Usa, negli stessi anni ha scritto per il New York Times. Direttore de «l’Unità» dal 2001 al 2004, è parlamentare del Pd. Esperto di crisi internazionali, tra i libri pubblicati sull’editoria, il «Manuale di giornalismo internazionale» e «Post-giornalismo»


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