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Morale e oiko-nomia

Sette lamentazioni contro la FINANZIARIA. Per Adam Smith, la filosofia morale era un ingrediente essenziale e pre-giudiziale dell’economia politica. E’ bene non scordarlo mai. Un commento di Eugenio SCALFARI

domenica 8 ottobre 2006 di Federico La Sala
[...] il governo, volendo equilibrare un po’ una scala di redditi fortemente squilibrata, è stato generoso nel senso che ha diminuito il prelievo sui contribuenti fino ai 40-50 mila euro e lo ha accresciuto al di sopra di quella fascia. Si dice: doveva tagliare gli sprechi. Doveva riformare il "welfare". Doveva colpire gli statali. Doveva doveva doveva.
Mi viene in mente la risposta di Don Abbondio al cardinal Federico Borromeo che gli rimproverava di non aver celebrato il matrimonio tra (...)

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> Sette lamentazioni contro la FINANZIARIA. Per Adam Smith, la filosofia morale era un ingrediente essenziale e pre-giudiziale dell’economia politica. E’ bene non scordarlo mai. Un commento di Eugenio SCALFARI

domenica 8 ottobre 2006

Speriamo che vincano gli ultimi moicani

di EUGENIO SCALFARI *

I piccoli commercianti. I piccoli imprenditori. Gli artigiani. I professionisti. Le associazioni professionali che li rappresentano. Insomma il ceto medio, cioè il ventre della trottola dei redditi, l’80 per cento dei contribuenti italiani. Da quella moltitudine di persone così variegate nelle sue figure sociali e professionali, perfino antropologiche, si alza da due settimane un rumore di fondo che culmina in una protesta gridata sulla quale cavalca l’opposizione e perfino alcuni settori della maggioranza guidati dai sindaci delle grandi città, Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli, quasi tutti di centrosinistra ma uniti nel respingere in blocco le restrizioni che li riguardano previste dalla Finanziaria.

Il governo è solo e neppure compatto. Ogni giorno che passa il coro delle proteste acquista intensità e sonorità. I media amplificano. La "querelle" sulla Finanziaria s’intreccia con quella sul costruendo partito democratico.

Altre contraddizioni, altre rotture in vista. Ieri questi due psicodrammi sono andati in scena simultaneamente, a Capri quella economico-finanziaria, ad Orvieto quella politica. Entrambi hanno come protagonista il governo e lo stato maggiore del centrosinistra, eroi negativi dello psicodramma. Con due parafulmini che attirano i fulmini nelle persone di Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa.

Stando alle invettive a ruota libera lanciate contro di loro da Fini tre giorni fa nel salotto di Vespa e da Tremonti ieri a Capri, Prodi e Padoa-Schioppa sono gli ultimi due moicani rimasti a difendere una Finanziaria indifendibile.

Fini e Tremonti: due personaggi che hanno ricoperto i più impegnativi ruoli politici nel governo Berlusconi, tutti e due vicepresidenti del Consiglio, uno ministro degli Esteri, l’altro dell’Economia, in lotta feroce tra loro per quattro anni sui cinque quanto è durata la legislatura, ma entrambi corresponsabili dello sfascio finanziario e politico che hanno lasciato e che è venuto dopo, sia nella politica estera che in quella economica. Capaci tuttavia di proporsi a getto continuo e in ogni sede utilizzabile come i giustizieri e i vendicatori di un popolo tradito da una sinistra eternamente pasticciona, bugiarda, affaristica e sadica che realizza la sua libido togliendo il sangue agli italiani per il solo gusto di vederli soffrire.

Io non so se i "moicani" siano Prodi e Padoa-Schioppa. Ma fossero pure soltanto loro - e per il poco che valga - mi metto volentieri in loro compagnia. Non mi sfuggono affatto i difetti di questa Finanziaria, ma m’indigna il tono e la natura delle critiche che le vengono rivolte, la consapevole rimozione degli obiettivi che essa realizza se si riuscirà a portarla all’approvazione del Parlamento nelle sue linee maestre. Infine mi indignano i pulpiti dai quali quelle critiche vengono lanciate ed anche l’insipienza di quelli che dovrebbero ribatterle col vigore della logica e la forza degli argomenti dei quali dispongono e che appaiono invece più intimiditi e balbettanti che armati di solide ragioni.

* * *

Sostiene Tremonti (e gli fa eco Francesco Giavazzi, economista senza macchia e senza paura come i cavalieri della Tavola rotonda) che per risanare i conti pubblici sarebbero bastati 13 miliardi di euro cioè più o meno un punto di Pil. Bastava una Finanziaria di quelle modeste dimensioni anziché quella da 33 miliardi e mezzo.

Dunque una prima verità sulla quale si sorvola: i conti pubblici erano comunque in disordine. Ma poco. Un disordinetto piccolo piccolo.

Come trovare quei 13 miliardi? Facilissimo: colpire gli evasori. Come scovarli? Cercandoli. E poi producendo riforme ed eliminando sprechi. Nella previdenza, nella sanità, nel pubblico impiego, negli enti locali. Ma rispettando paletti invalicabili: non toccare il ceto medio, non toccare i piccoli commercianti e i piccoli imprenditori, gli artigiani, il lavoro autonomo, le Regioni e i distretti del Nord e del Nordest. Questa è la ricetta alternativa di Fini e di Tremonti. Più, naturalmente, anche Bossi. Non toccando gli "studi di settore", non toccando le rendite finanziarie e meno che mai le successioni. Semmai colpendo i ricchissimi. Quelli con più di 500mila euro di reddito. Cioè con un reddito di un miliardo di vecchie lire all’anno.

Alla domanda di come si doveva provvedere per stimolare la ripresa produttiva e la competitività, le risposte del duo Fini-Tremonti è altrettanto semplice: liberalizzando, lasciando briglia lunga alle imprese, specie alle piccole e al lavoro autonomo creativo. Al "fai da te". Magari aggiungendovi il taglio di qualche punto di cuneo fiscale da riservare interamente alle imprese. I soldi per questa operazione li forniva Tremonti in persona prima, che si attribuisce il merito dell’aumento del gettito tributario verificatosi nel 2006 e probabilmente duraturo negli anni seguenti.

Gli allocchi applaudono. Gli allocchi sono tanti. Per ragioni imitative divengono rapidamente tantissimi. Il rumore degli applausi porta altro rumore.

Chi tace acconsente. I sondaggi registrano. I centristi assaporano: "happy days are here again", gli anni felici stanno per tornare. Felici per chi? Gli economisti indipendenti e i giornalisti delle terre di mezzo si leccano i baffi.

Berlusconi sentenzia: il governo imploderà. Se non basterà la bagarre parlamentare l’ultimo colpo lo darà la piazza.

* * *

Qualche rettifica si impone, dettata dalla realtà dei fatti e dei numeri.

Per raddrizzare i conti pubblici non bastavano 13 miliardi. Il deficit infatti non era di 13 miliardi ma di oltre 24. Non era a quota 3,8 del Pil ma a 4,6. Per scendere al 2,8 patteggiato con Bruxelles fin dal precedente governo ci vogliono appunto 24 miliardi ai quali bisogna aggiungerne ancora qualcun altro: i fondi necessari per avviare gli investimenti in infrastrutture lasciate senza un soldo dal governo precedente; i fondi per chiudere alcuni contratti aperti da anni; i fondi per fronteggiare la sentenza della Corte di giustizia europea sui rimborsi dell’Iva alle automobili delle aziende.

Dunque 24 miliardi: queste le dimensioni del risanamento necessario.

Basta tassare i ricchissimi? I ricchissimi dichiarati sono non più di 700.

Avete capito bene: non più di 700.

In un articolo pubblicato giovedì scorso ho ricordato uno studio della Banca d’Italia sulla distribuzione del reddito nel 2004. Non mi pare che quel tema sia stato ripreso, evidentemente non appassiona o è imbarazzante.

Eppure a me pare di notevolissimo interesse e spiega molte cose. Il reddito medio pro capite ammonta, secondo questo studio estremamente accurato, a 24mila euro. Reddito medio e ceto medio sono due concetti diversi. Il primo è un numero, il secondo uno "status" socio-economico a definire il quale entrano molti elementi immateriali: titolo di studio, livello professionale, natura del lavoro, biografia familiare.

Tuttavia il reddito medio definisce con approssimazione l’area entro la quale si colloca il ceto medio. Infatti intorno ai 24mila euro annui si colloca il reddito degli operai specializzati, di gran parte del ceto insegnante, degli impiegati di prima e seconda categoria.

Se si dà retta agli studi di settore concordati con gli interessati, vi si collocano anche gran parte dei commercianti e delle partite Iva. Gran parte dei professionisti. Gran parte di chi ha acceso mutui sulla casa.

Quando dico "intorno ai 24mila euro" intendo netti, cioè più o meno 35mila lordi. Il governo ha fissato il discrimine della sua operazione perequativa tra i 40 e i 50mila euro annui lordi. Cioè ha largheggiato.

Significa che i contribuenti che superano i 50mila euro di reddito sono ricchi? La mia risposta è no. Diciamo che rappresentano un ceto medio-alto, che arriva attraverso vari scaglioni fino ai 100mila euro di reddito.

L’Italia è un paese dove il ceto che sta sotto alla media è purtroppo molto numeroso. Si sente ceto medio e lo è per la parte immateriale, culturale, della definizione, ma non per la parte definita dal reddito. Ecco perché la media del reddito è bassa: perché le disuguaglianze sono forti e l’evasione fortissima.

Per recuperare l’evasione ci vuole tempo e costanza. Il fatto di averne ricavato 7 miliardi per il 2007 rappresenta un primato.

L’ho già scritto giovedì scorso: non vedo grandi applausi per questo primato. Perché? Perché sono stati rivisti gli studi di settore? Con il consenso degli stessi contribuenti? Non è un’ammissione d’aver sottratto al fisco materia imponibile? Vorrei una risposta su questo punto, ma so già che non l’avrò.

Gli artigiani protestano. Il loro rappresentante nel salotto di Vespa faceva la voce grossa. Forse aveva buone ragioni. Se fossi stato presente gli avrei chiesto che tipo di artigiani rappresenta la sua organizzazione.

Idraulici? Elettricisti? Capomastri? Officine meccaniche? Bene.

Qualcuno ottiene una fattura da questo tipo di artigiani quando vengono a riparare un guasto a domicilio? E voi (noi) clienti di questi artigiani chiediamo la fattura? Non la chiediamo perché non sapremmo su chi scaricare l’Iva e poi quell’artigiano non tornerebbe più a casa nostra. Sta di fatto che il 90 per cento degli artigiani a domicilio lavora in nero, ti dà un pezzetto di carta con su scritto il compenso oppure ti dice "faccia lei" ma poi protesta se non gli dai un compenso già definito dall’uso comune.

Attenti: sono poteri deboli individualmente ma poteri forti come massa. La Costituzione europea in Francia fu bocciata soprattutto da quel ceto. Dove la deve cercare Visco la massa dell’evasione? Certo nelle tasche di Ricucci e dei suoi simili, ma con quella è tanto se recupera l’1 per cento. Qui l’evasione è intorno al 20 per cento del reddito. Fate due conti e capirete dove sta.

* * *

Questa Finanziaria dunque ci porterà al 2,8 per cento di deficit dal 4,6 ereditato; ci porterà al 2 per cento di avanzo primario dallo zero lasciato da Tremonti; all’inversione della curva di aumento del debito pubblico.

Costa sacrifici questo raddrizzamento. Costa a dir poco 24 miliardi. Ai quali aggiungetene circa 5 per il cuneo fiscale, uno per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego, 3 o 4 per far ripartire i cantieri lasciati a secco.

Per far fronte alle esigenze c’è stato il "sequestro" del 50 per cento del Tfr dalle casse delle imprese a quelle dello Stato-Inps. E’ veramente un sequestro? Della parte di accantonamento che i lavoratori non vorranno trasferire ai fondi pensioni? Saranno dunque i lavoratori a decidere, lo Stato agirà solo sulla quota residuale.

Dicono Tremonti-Giavazzi: non è denaro vero ma un prestito, i lavoratori lo prestano alle imprese o allo Stato e le imprese o lo Stato lo debbono iscrivere come un debito.

Esatto, è così. Un debito però senza scadenza nel senso che viene pagato e riaccantonato in permanenza. Ci si domanda se l’Europa lo accetterà come entrata. Forse lo accetterà come entrata "una tantum" e credo che così debba essere. Credo che debba essere sostituito appena possibile dal recupero dell’evasione man mano che si verificherà. Scambiarlo con il cuneo fiscale? La Confindustria ha risposto: grazie no. Allora scambiarlo col blocco degli investimenti, già accantonati dal ministro del Tesoro ove mai l’Europa non accettasse la sua impostazione? Sarebbe pura follia.

Un fatto tuttavia è certo: bisogna aiutare le piccole imprese industriali e commerciali ad accedere al credito a tasso agevolato. Questa sì, è una correzione da far subito con apposito emendamento del governo. E i Comuni? Prodi li sentirà nei prossimi giorni. Dovrà fare di tutto per alleggerire il prelievo ma è inutile chiedergli miracoli: per ogni alleggerimento si dovrà trovare una seria copertura.

Con queste rettifiche indispensabili spero che il partito dei moicani vinca. Lo spero per il bene del Paese. Se poi il ceto medio con 60-100mila euro di reddito non vuole concorrere al finanziamento degli assegni familiari e delle detrazioni sui parenti a carico di chi ha un reddito che è un quarto del suo, allora non c’è scampo. Non ha sbagliato solo Prodi ma perfino il Papa e la sua campagna per il sostegno alle famiglie: tutti gli battono le mani ma nessuno vuole rimetterci un solo centesimo.

* * *

Post Scriptum. A Orvieto i leader dell’Ulivo hanno perorato il Partito democratico. Tutti, da Veltroni a D’Alema, da Rutelli a Fassino, da Bersani a Franceschini a Amato, ma soprattutto Prodi. E’ dunque probabile (e auspicabile) che la nascita avvenga nel 2008 come previsto e avvenga tra i due partiti maggiori con ampie rappresentanze di associazioni fuori dai partiti.

L’appartenenza ad uno schieramento internazionale allo stato dei fatti è più un alibi che un ostacolo reale. Comunque è problema da affrontare a tempo debito e il tempo debito non è oggi.

La vera questione è quella posta in più occasioni da Reichlin: la natura del compito storico che il nuovo partito si assumerà in una fase che non è più quella novecentesca. Le motivazioni di quel secolo non esistono più. I bisogni sono cambiati, l’orizzonte è planetario, strutture e sovrastrutture sono intrecciate, le classi si sono dissolte, le corporazioni si scontrano, gli interessi forti comandano, i fondamentalismi si blindano, paesi nuovi e giganteschi emergono.

Ha senso, di fronte alla vastità di questi problemi, impantanarsi sul tema dello stendardo sotto al quale vogliamo o non vogliamo militare? Questa disputa sa di vecchio e soprattutto non è all’altezza del compito. Ma anche limitarsi a declamare sull’Ulivo non è all’altezza del compito. Il Partito democratico non può essere né socialista né cattolico.

Delinea il suo campo nella sfida alla globalizzazione democratica, che non è quella - o solo quella - dei banchieri d’affari e del monopolio delle tecnologie. Dev’essere molto di più. Se non dovesse essere altro che l’Ulivo fatto partito, allora il gioco non varrebbe la candela. (8 ottobre 2006)

*

www.repubblica.it, 08.10.2006


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