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Terra, come Marte?!

EFFETTO SERRA. LA TERRA AL "CAPOLINEA" ... IL RAPPORTO CHOC dell’economista britannico Nicholas Stern, ex dirigente della Banca Mondiale.

Accelerazione del mutamento del CLIMA. Non solo le rane arlecchino stanno scomparendo, ma la stessa economia mondiale è minacciata.
lunedì 6 novembre 2006 di Federico La Sala
[...] non tutti riescono a sopravvivere spostandosi o mutando le loro abitudini: molti non hanno il tempo, o lo spazio, per scappare. Per le rane arlecchino del Costa Rica il nuovo clima è stato fatale. Le notti sempre più calde e lo strato di nuvole in crescita che durante il giorno blocca parte della radiazione solare hanno favorito la proliferazione di un fungo patogeno che attacca la pelle delle rane impedendo l’assorbimento dell’acqua attraverso i pori. Questa piccola mutazione (...)

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> EFFETTO SERRA. Accelerazione del mutamento climatico.

giovedì 15 febbraio 2007

Una catastrofe a portata di click

«L’umanità al bivio» dello studioso Luigi Cortesi per Odradek. Un’appassionata e meditata analisi sul rapporto di causa ed effetto tra deregulation dell’attività economica e crisi ecologica

di Enrico Maria Massucci (il manifesto, 14.02.2007)

Il recente intensificarsi degli allarmi sulle incombenze climatiche che gettano ombre cupe sul destino dell’umanità è il segno inequivoco che anche all’interno di settori dell’establishment si fanno strada preoccupazioni non contingenti per lo stato fisico del pianeta. E anche se è evidente che lo zoccolo duro delle classi dirigenti continua imperterrito a perseguire una rotta di collisione mortale con gli interessi di lungo periodo dell’ecosistema (che sono quelli della comunità umana, se non si ragiona nell’ottica dell’individualismo neo-liberale), il ripetersi di lesioni ed eventi catastrofici nella biosfera sembra finalmente determinare nell’opinione più vasta un’attenzione meno superficiale ed episodica, facendo intravedere una volontà dal basso di porre argini all’uso irresponsabile di risorse e natura. Nella speranza, che si sia ancora in tempo per invertire pratiche e politiche, ma soprattutto, che l’interesse per la salvezza dell’ambiente esca dai minimalismi «emendativi» e dalle genericità «compatibiliste» (che si condensano nella risibile formula dello «sviluppo sostenibile»), per entrare nel merito dei dispositivi macroeconomici di produzione del rischio ambientale.

Una biosfera al limite

È infatti chiaro che il modello economico vigente ha intaccato in profondità le capacità «omeostatiche» della natura, cioè la sua attitudine ad assorbire in modo indolore le quantità esorbitanti di veleni prodotti, e che lo «scambio» con le attività umane vede infliggere all’ambiente «perdite secche» che comprometteranno irreversibilmente il futuro delle specie, quella umana inclusa, questa volta.

Proprio per queste ragioni, è doveroso segnalare attori e soggetti precoci della riflessione ecologistica, per i quali l’«emergenza ambientale» non è una scoperta occasionale o postuma, ma il terreno di un professionale approfondimento storico-scientifico di lunga lena. È il caso dello storico Luigi Cortesi, già impegnato nell’ambito della peace-research, da quando con l’installazione degli «euromissili» nel 1979, sviluppò un percorso di analisi sulla «condizione atomica» e sulla drammatica novità planetaria da essa imposta, sulla scia delle appassionate, «visionarie» e inascoltate meditazioni del Günther Anders di Diario di Hiroshima.

Studioso del movimento operaio, Cortesi individuava allora nella «nuova guerra fredda» reaganiana l’occasione per un ripensamento delle categorie della liberazione alla luce dello shifting globale del rischio di «distruzione totale», e ne deduceva la priorità assoluta della lotta per la pace. Beninteso, non nel senso querimonioso e flebile di una generica ed ecumenica composizione del conflitto tout-court, ma di un coinvolgimento critico nella denuncia dei dispositivi di produzione della guerra, nella varietà delle sue componenti, politiche e materiali.

Niente irenismi o piagnistei, dunque, ma un più forte impegno di lotta, di «pacifismo realista», che integrasse nei «vecchi» disegni di emancipazione di matrice socialista e comunista le nuove prospettive storico-politiche aperte dalle implicazioni distruttive dell’escalation nucleare (e dalla prepotenza e pervasività del complesso militar-industriale).

Ne era il frutto la fondazione della rivista «Giano» (1989), cui il contributo di Sebastiano Timpanaro (altro «solitario» della sinistra nostrana) avrebbe in seguito apportato (secondo le parole dello stesso Cortesi) un nuovo prezioso input ideale ed euristico, nel quale la lotta per la pace intercettava la novità assoluta del paradigma ecologico, colto ormai come il fronte decisivo di una riflessione e di una pratica che coniughi «liberazione» e «salvezza» . Ma anche come creativo recupero delle forti ragioni umanistiche di una sinistra in verticale crisi egemonica, contro il dilagare delle pulsioni più distruttive del capitalismo, che proprio nella sinergia «ecocida» ed «umanicida» esibisce l’anima più profonda e feroce.

Fecondissimo e drammaticamente urgente orizzonte di ricerca, oggi riproposto nell’ultimo libro dello storico (L’umanità al bivio. Il Pianeta a rischio e l’avvenire dell’uomo, Odradek, pp. 223, € 16,00), contenente anche una selezione dei principali «editoriali» della rivista, riflessioni sui più recenti eventi politici internazionali (a cominciare da quelli mediorientali) e un’appendice, che richiama l’altro, importante libro dell’autore, Storia e catastrofe, del 1984, ripubblicato da manifestolibri nel 2004. La cui coerenza e drammatica attualità possono anche positivamente impressionare, nella lucida e precoce individuazione delle tendenze di medio-lungo periodo e delle radici «eziologiche» della deriva attuale. Ma rappresentano la conferma della vitalità di alcuni strumenti d’analisi di «critica del presente», applicati a quel cruciale «rapporto tra prassi umana e natura», che solo oggi la grande stampa confusamente incorpora, dopo averlo stolidamente rimosso, ancora tuttavia glissando sulla sostanza del problema, come sulle sue ragioni causali.

Deregulation nichilista

Si tratta di una messa a punto del pensiero di Cortesi, che non deflette dalla denuncia del carattere sistemico del precipizio ambientale odierno, né pensa ingenuamente che esso sia contenibile e gestibile entro le coordinate di una governance continuista, implicando, al contrario, la rimessa in campo e l’attualizzazione di un’istanza trasformativa radicale. Forse risibile alle orecchie di chi si è riconciliato e comodamente installato nel cuore di questa modernità, ma non nelle coscienze di quanti percepiscono il carattere ultimativo e finale dei segnali più recenti della natura e la scelleratezza delle scelte autistiche dei gruppi dominanti, avvertendo l’urgenza della ribellione alla marxiana «comune rovina delle classi in lotta». Sono i frutti, avverte Cortesi, «di una rottura del patto con la natura (...) entro il quale si è svolta tutta la storia umana», della «potenza terribile di una prassi sregolata che ha come riferimenti il profitto e la crescita, l’avere e non l’essere».

Alla quale afferiscono parecchie complicità, non ultime quelle dei media che «non hanno comunque messo in chiaro la relazione tra deregulation dell’attività economica e deregulation dei rapporti con l’ambiente». E nella quale viene a tragica evidenza una costituiva e amorale attitudine ad un «uso inumano degli esseri umani» come della natura, dispiegata come rifiuto di qualsivoglia cultura del limite e cieca disponibilità ad un esito distruttivo generale.

E’ contro questo esito nichilista che occorre mobilitare l’altra parte dell’umanità, Ed è qui che «l’etica della responsabilità di Max Weber deve cedere il passo al "principio responsabilità" di Hans Jonas». Perché, come dice Cortesi, «l’uomo che si salva non è lo yesman del sistema, ma un ’apocalittico consapevole’ e quindi un ribelle».


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