Inviare un messaggio

In risposta a:
Donne e Diritto

ISLAM. Sherazade: la protagonista delle "Mille e una notte" era bella, intelligente e agguerrita, altro che una velina... Un’intervista a Fatema Mernissi

giovedì 12 ottobre 2006 di Federico La Sala
[...] «La riforma della Moudawana, il Codice di statuto personale, sta portando molti cambiamenti. Certo, la tradizione è lenta a morire, ma una legge ha anche effetti immediati. Per esempio, i nuovi diritti della donna in caso di divorzio hanno scoraggiato molti uomini al matrimonio, mentre ci sono donne che, piuttosto che scegliere le vite delle loro madri, rinunciano alle nozze in giovane età. Se negli anni ’60 le donne che si sposavano prima dei vent’anni erano l’80%, oggi sono il 20%» (...)

In risposta a:

> ISLAM. --- «Ho ucciso Sherazad». Autoritratto. Contro ogni tabù e restrizione. La testimonianza di Joumana Haddad, che racconta la sua storia e quella di molte altre.

martedì 15 febbraio 2011


-  La testimonianza di Joumana Haddad, che racconta la sua storia e quella di molte altre
-  «Ho ucciso Sherazad» sarà in libreria a partire da oggi. Vi anticipiamo alcuni stralci

-  L’altra donna araba... Libera, ribelle indipendente
-  Autoritratto. Contro ogni tabù e restrizione

-  Anticipiamo ampi stralci dal libro «Ho ucciso Shahrazad. Confessioni di una donna araba arrabbiata» di Joumana Haddad (Oscar Mondadori, traduzione di Oriana Capezio, pagine 154, euro 10.00).

di Joumana Haddad (l’Unità, 15.02.2011)

«L’essere umano arabo soffre di schizofrenia: una schizofrenia collettiva che tutti noi viviamo, divisi tra ciò in cui è stato detto di credere e ciò in cui crediamo, tra quello che diciamo e quello che facciamo. Ma è giunto il tempo di cominciare a chiamare le cose con i loro nomi e assumerne la responsabilità» scrive Jalila Bakkar, attrice di teatro e autrice tunisina. Dopo aver tentato di descrivere brevemente che cosa significa essere arabo oggi (la schizofrenia, la sindrome del gregge e la situazione di stallo: tre cupi aspetti condivisi da uomini e donne), cercherò con questo testo ibrido di spiegare cosa significa da una parte essere una donna araba (ossia tutti i pregiudizi erronei legati a questa connotazione) e dall’altra che tipo di responsabilità ciò comporta e cosa potrebbe significare realmente (ossia la potenziale realtà positiva e realizzabile, nonostante le sfide e le difficoltà attuali).

Prima di chiederci: «Cos’è una donna araba», abbiamo bisogno di porci un’altra domanda: «Come è percepita una tipica donna araba agli occhi di un non-arabo?». Non è forse una percezione creata nella coscienza collettiva occidentale da una serie di formule e generalizzazioni? E queste non sono determinate da una visione “orientalista” ed esotica persistente o da un atteggiamento ostile, post 11 Settembre, formato da risentimento, angoscia e accondiscendenza? Non è forse una donna spesso vista come un essere povero e indifeso, condannato dalla nascita alla morte a obbedire incondizionatamente agli uomini della propria famiglia: padre, fratello, marito, figlio? Non è forse vista come un’anima impotente senza alcun controllo sul proprio destino?

Come un corpo inerme cui viene detto quando vivere, morire, generare, nascondersi e svanire? Come un volto invisibile mascherato da strati di paura, vulnerabilità e ignoranza, completamente cancellato dall’hijab islamico? O peggio, dal burqa sunnita e dallo chador sciita? Una donna che non è autorizzata a pensare, parlare o lavorare per se stessa. Una donna in grado di esprimersi solo quando le viene detto di farlo e che quando lo fa viene spesso ignorata e umiliata. Una donna, in sintesi, che non ha un posto né una dignità nell’umanità.

Certo, non tutti i cliché sono completamente errati, e non tutti gli stereotipi sono interamente falsi. La donna araba descritta qui sopra esiste. Non solo esiste ma, a essere sincera e precisa, devo purtroppo ammettere che è il modello sempre più diffuso di donna araba contemporanea. Dovunque tu vada, dallo Yemen all’Egitto, dall’Arabia Saudita al Bahrein, ti accorgerai di quanto i poteri religiosi, gli indifferenti, corrotti e/o complici sistemi politici, le società patriarcali e anche la stessa donna araba (che è quasi sempre una co-cospiratrice contro il suo sesso) eccellano nel trovare nuovi modi per umiliare la donna, frustrarla e annullarne il ruolo e l’identità. Però tutto ciò non rende meno scandaloso, triste e ingiusto constatare che quasi nessun’altra immagine della donna araba sia presente nello sguardo e nelle percezioni comuni occidentali. Non vorrei generalizzare. Al contrario, sono perfettamente cosciente che esistono occidentali consapevoli della natura composita, complessa ed eterogenea delle nostre società e culture arabe. Il problema è che questi sono solo l’eccezione che conferma la regola. (...)Bisogna essere onesti però: l’Occidente non è l’unico responsabile di queste idee sbagliate. Noi arabi siamo più che “colpevoli” per la distorsione della nostra immagine. Intrappolati in un circolo vizioso di difesa/ offesa, abbiamo fatto, e continuiamo a fare, di tutto per fomentare l’intolleranza nei nostri confronti e promuovere le immagini false e i cliché sulla nostra società e sulla nostra cultura. In poche parole: siamo bravissimi nell’essere il nostro peggior nemico.

Ciò che segue indubbiamente sorprenderà qualcuno: malgrado quanto ho scritto in precedenza, le donne arabe non sono tutte vittime. Non sono tutte sfruttate. Non sono tutte passive. Né maltrattate, né deboli. Non tutte le donne arabe cristiane sono emancipate e libere dai pregiudizi. Non tutte le donne arabe portano il velo, il burqa o lo chador. Non tutte le donne arabe subiscono aborti selettivi, né mutilazioni e matrimoni combinati. E, cosa più importante: non tutte le donne arabe piegano la schiena. «Per la maggior parte della Storia, l’Anonimo era Donna» (Virginia Woolf). Questo vale certamente per le donne arabe. Però la “non-anonima” donna araba non è un mito. L’altra donna, quella atipica, libera, ribelle, indipendente, moderna, aperta, anticonformista, colta, autosufficiente esiste accanto alla prima, e non è, come si pensa, tanto difficile trovarla.

E questa è la sfida della mia testimonianza, solo un piccolo anello di una lunga catena di saggi sull’argomento. La vera sfida non sta nel provare che l’immagine prevalente della donna araba sia sbagliata, piuttosto nel dimostrare che è incompleta, e che occorre affiancarle l’altra immagine, quella luminosa, così che la seconda diventi parte integrante della prima nella percezione occidentale (e non solo).

Sì, un’altra donna araba esiste. Ha bisogno di essere notata, merita di essere riconosciuta. E io sono qui per raccontarti la sua storia. Tra molte altre: la mia.

© 2011 Arnoldo Mondadori Editore s.p.a. Milano

* Chi è. Una donna araba arrabbiata racconta cosa significhi appartenere all’altra metà del cielo nel mondo islamico. In queste pagine Joumana Haddad, protagonista della cultura libanese contemporanea, sconfigge tabù e restrizioni per svelarci la sua vita: dalla lettura del marchese de Sade a dodici anni alle sue prime poesie erotiche, alla fondazione della rivista «Jasad».


Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Titolo:

Testo del messaggio:
(Per creare dei paragrafi separati, lascia semplicemente delle linee vuote)

Link ipertestuale (opzionale)
(Se il tuo messaggio si riferisce ad un articolo pubblicato sul Web o ad una pagina contenente maggiori informazioni, indica di seguito il titolo della pagina ed il suo indirizzo URL.)
Titolo:

URL:

Chi sei? (opzionale)
Nome (o pseudonimo):

Indirizzo email: