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Van-gélo ... o ... Eu-angélo!? Il teologo Ratzinger scrive da papa l’enciclica "Deus caritas est" (2006) e, ancora oggi, nessuno ne sollecita la correzione del titolo. Che lapsus!!! O, meglio, che progetto!!!

Verona. IV Convegno Ecclesiale della Chiesa Cattolica. Prolusione del Card. Dionigi Tettamanzi. Già dall’inizio, quasi un aut-aut. La parola del Dio-"Caritas" (Mammona) o la Parola del Dio-"Charitas" (Amore)?!

mercoledì 18 ottobre 2006 di Federico La Sala
[...] E ora l’ultima parola. Non è da me, ma viene da lontano, dall’Oriente, da un vescovo martire dei primi tempi della Chiesa, da sant’Ignazio di Antiochia. Desidero che la sua voce risuoni in questa Arena e pronunci ancora una volta una parola d’estrema semplicità, ma capace di definire nella forma più intensa e radicale la grazia e la responsabilità che come Chiesa in Italia chiediamo di ricevere da questo Convegno.
E che, per dono di Dio, il cuore di ciascuno di noi ne sia toccato e (...)

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> Verona. IV Convegno Ecclesiale della Chiesa Cattolica. Prolusione del Card. Dionigi Tettamanzi. Già dall’inizio, quasi un aut-aut. La parola del Dio-"Caritas" (Mammona) o la Parola del Dio-"Charitas" (Amore)?!

giovedì 7 dicembre 2006

DISCORSO ALLA CITTÀ

«Milano, ritrova un centro per riscattare le tue periferie»

Tettamanzi: non basta l’urbanistica, serve un’idea alta di persona «Anche la fuga verso l’esterno alla ricerca di luoghi a misura d’uomo molte volte finisce per creare alienazione: ci si isola e ci si muove di continuo con una frenesia che è esistenziale»

Da Milano Giorgio Bernardelli (Avvenire, 07.12.2006)

La questione delle periferie di Milano? Non si risolve solo premendo l’acceleratore sui doverosi interventi urbanistici e sociali. Perché è un problema che chiama in gioco anche qualcosa di più. Spinge a interrogarsi su quale sia il vero «centro» nelle nostre città e nella vita delle persone che la abitano.

È a questo tema da tempo al centro del dibattito in una metropoli come Milano, che il cardinale Dionigi Tettamanzi ha voluto dedicare ieri sera il tradizionale messaggio alla città alla vigilia della festa di sant’Ambrogio. Nell’antica basilica dedicata al patrono, davanti alle autorità cittadine e alla presenza dei gruppi regionali e della comunità straniere, il porporato ha voluto raccogliere - come ha spiegato lui stesso - la sollecitazione di tante voci che sottolineano allarmate «il degrado e la difficile qualità della vita» delle persone che abitano le periferie di Milano. Che sono molte. Ma - ha aggiunto il cardinale - a volte si nascondono anche dove meno ce le si aspetta.

Lontani anche da se stessi?

La periferia non è infatti solo un luogo fisico, ma qualcosa che ha a che fare con l’identità di una comunità di persone. Il centro - ha spiegato Tettamanzi - «non è tanto un punto geometrico, quanto il cuore pulsante, l’anima della città». Ed è con questo sguardo che va letto il problema delle città di oggi. Perché «è l’uomo come uomo, ossia nella sua umanità, che può diventare periferia a se stesso. E tale diventa quando è senza identità e senza radici; quando smarrisce il suo centro interiore, anzi si separa da esso; quando perde la capacità di riconoscere l’altro, di stabilire una relazione, di farsi prossimo, di essere cittadino». Già sant’Ambrogio - ha ricordato l’arcivescovo di Milano - lo diceva con chiarezza: «Che c’è di più lontano che fuggire via da se stessi?».

Non è un disagio solo interiore. «Se un uomo si sente estraneo, lontano, scacciato, non amato, condannato senza appello - ha sottolineato il cardinale Tettamanzi -, se non sente più pulsare il cuore della sua città, spesso finisce per diventare un uomo contro. E lo dimostrano fenomeni come il bullismo, la violenza cieca e irresponsabile del branco, l’aggressività in tutte le sue manifestazioni, in particolare verso coloro che vengono ritenuti più deboli: i disabili, le donne, gli anziani. Più sale il senso di estraneità e di alienazione, più la violenza trova alimento e dilaga».

Ecco, allora, la prospettiva più vera attraverso cui guardare anche ai "luoghi-periferia". Realtà in cui in questi anni qualcosa si è cominciato a costruire. «Sono stati fatti non pochi sforzi - ha riconosciuto l’arcivescovo di Milano - dalle istituzioni, dalle aggregazioni sociali, dalle comunità parrocchiali e da tante persone generose per vincere la dequalificazione umana, la non bellezza di interi quartieri, la mancanza di servizi sociali e culturali e di relazioni umane: sono sforzi da continuare con decisione e fiducia». Eppure si avverte sempre la mancanza di qualcosa. «La riqualificazione urbanistica delle periferie cittadine, per quanto necessaria e significativa, non basta - ha continuato Tettamanzi -. Chiede un di più, domanda un coinvolgimento e un vero ascolto di coloro che abitano e operano in quelle periferie e ne vivono il disagio».

Una fuga che genera nuove periferie

La dimostrazione più chiara la si vede nella fuga dalle periferie della città, alla ricerca di «nuovi luoghi a misura d’uomo». Fenomeno che Milano ha vissuto impetuosamente in questi anni. Qual è stato il risultato? Intanto le periferie cittadine rimangono periferie. «I nuovi venuti - in particolare coloro che vengono chiamati extracomunitari - sono troppo spesso costretti ad accontentarsi - ha denunciato il cardinale -, a ripopolare i luoghi e gli spazi di chi è riuscito a fuggire, senza però che nessuno si sia preoccupato di risolvere la questione precedente che aveva causato la fuga, perpetuando così, in termini a volte più drammatici, i problemi».

Ma c’è anche di più: anche chi se n’è andato credendo di trovare una situazione migliore, alla fine si è ritrovato in un’altra periferia. «Fuggiamo dalla città pensando che la nostra ricerca di senso e di nuova identità trovino compimento, ma questo compimento non avviene - ha osservato Tettamanzi -. Perché si sviluppa una nuova frenesia, non solo di tipo edificatorio, ma anche esistenziale: ci si muove in continuazione, si esce dalla città, ma poi ci si ritorna per lavoro o per acquisti o per trovare momenti di svago, si passa da un centro commerciale all’altro, si vive e ci si muove insieme, ma isolati». Alla fine anche nella villetta o nel moderno condominio immerso nel verde l’uomo si ritrova comunque «periferia a se stesso».

«Abbiamo sì cambiato l’area geografica - ha annotato l’arcivescovo di Milano -, ma abbiamo riprodotto lo stesso modello sociale, quello consumistico, fatto di un frenetico correre tra il lavoro e gli acquisti, antica raffinata schiavitù secondo un nuovo modello. In un simile contesto nessuno riesce a trovare la gioia dell’appartenenza alla comunità sociale; pochi si sentono di assumere la responsabilità degli altri e di farsi carico dei problemi collettivi; rinascono la paura e l’avarizia di sé; si affievolisce o scompare l’idea di un impegno civile; le relazioni tra le persone e i gruppi divengono inconsistenti e segnate dalla diffidenza e dalla superficialità».

Dai ghetti alle persone

Dalla periferia si esce davvero solo se la città rimette al centro la persona. Se non oscura la domanda di senso che sta nel cuore di ciascuno. Perché l’«interiorità ha pure una valenza civile» e allora occorre chiedersi quale modello non la tradisce. È questo, per Tettamanzi, il compito della politica: «Rendere possibile l’essere persona e condurre ciascuno ad affrontare le proprie responsabilità individuali, sociali, civili; creare tutte le condizioni che non tradiscano la persona, che ne ricollochino la dignità e il valore al centro della moderna civiltà». Ma questo è possibile s olo se si ha un progetto, se non ci si ferma alla rincorsa delle emergenze.

Ed è un compito che va declinato anche rispetto a un’altra grande questione aperta della Milano di oggi: il rapporto con le nuove presenze immigrate all’interno della città. «Se vogliamo una convivenza civile - ha detto l’arcivescovo - dobbiamo uscire da uno schema di contrapposizione di identità, di culture, di religioni. In realtà non potrà mai avere un’anima una città, nella quale comunità diverse convivono senza incontrarsi, si ghettizzano, rendendole periferia le une alle altre. Il futuro della nostra comunità civile - ha aggiunto Tettamanzi - non sta in una "ordinata ghettizzazione" rispettosa di alcune norme di convivenza più per necessità che per convinzione. Le diverse identità devono essere messe in condizione di non temersi reciprocamente, bensì di aprirsi alla reciproca stima e conoscenza. E questo è necessario per preparare un futuro nel quale i figli di queste comunità si potranno sentire, tutti insieme, appartenenti a un’unica città e da cittadini potranno costruire la città di domani».


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