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"Kompromaty" e uso istituzionale del "paradosso del mentitore"

SPIONAGGIO FISCALE: DEMOLIRE LA COSTITUZIONE E DEVASTARE L’ITALIA!!! Per questo Carlo Federico Grosso ha dato a quest’ennesima criminalità di corpi dello Stato (elementi della Guardia di finanza e del Sismi, appaiati) il nome di EVERSIONE. L’ "analisi" di Barbara SPINELLI

domenica 29 ottobre 2006 di Federico La Sala
[...] Gli scandali scoppiati ultimamente in Italia - le rivelazioni sullo spionaggio fiscale di un gran numero di personalità e soprattutto dell’attuale capo del governo Romano Prodi, cui si aggiunge un piano del Sismi che risale all’inizio del governo Berlusconi, inteso a «disarticolare, anche con mezzi traumatici», i nemici del centrodestra - somigliano come fratelli gemelli all’uso che Putin fa del kompromaty (gli italiani, più fumosi, parlano di dossieraggio). Sono operazioni che (...)

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> SPIONAGGIO FISCALE: DEMOLIRE LA COSTITUZIONE E DEVASTARE L’ITALIA!!! Per questo Carlo Federico Grosso ha dato a quest’ennesima criminalità di corpi dello Stato (elementi della Guardia di finanza e del Sismi, appaiati) il nome di EVERSIONE. L’ "analisi" di Barbara SPINELLI

lunedì 30 ottobre 2006

Uno degli "accessi" abusivi su Prodi è partito da una caserma nel Novarese. E a Torino uno degli indagati aveva pistole in casa: arrestato

Politica e spionaggio: un "filo" tra spie fiscali e Laziogate

Oggi a Milano sono in programma i primi interrogatori

di ORIANA LISO e FERRUCCIO SANSA (www.repubblica.it, 30.10.2006)

MILANO - I primi interrogatori degli indagati partiranno soltanto oggi. Ma nell’inchiesta sullo spionaggio fiscale che ha scoperchiato una storia di sistematiche intrusioni nelle banche dati riservate del nostro Paese - e che vede tra gli spiati il premier Romano Prodi - gli investigatori dello Scico stanno lavorando sui primi collegamenti più inquietanti di questa vicenda, in attesa di fare un punto su tutto il materiale raccolto durante le 250 perquisizioni e di iniziare a scremare le posizioni meno interessanti da quelle ritenute a rischio di mercanteggio delle informazioni raccolte con soggetti non ancora identificati.

Un collegamento, per primo, finisce sotto osservazione: uno dei tre accessi ritenuti più allarmanti sarebbe partito dalla tenenza della Guardia di Finanza di Borgomanero, vicina alla caserma di Novara. Qui, pochi mesi fa, furono arrestati due finanzieri per il "Laziogate".

Anche in quel caso una vicenda di spionaggio politico, anche allora un archivio informatico (quello dell’anagrafe del Comune di Roma) violato. Il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Lazio, Francesco Storace, finì sotto indagine. Gli obiettivi erano i suoi avversari Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini. I due giovani finanzieri - nell’ordinanza del gip milanese Paola Belsito, nel marzo scorso - vengono identificati come quelli che lavoravano per Gaspare Gallo, socio di Pierpaolo Pasqua nell’agenzia investigativa al centro della spy story.

Il gip ipotizzava che i due, dietro compenso, facessero accessi abusivi non solo al registro informatico del ministero dell’Interno, ma anche a quello dell’Agenzia delle Entrate, "una banca dati ad accesso riservato, il che significa che i dati in essa raccolti rientrano tra quelli per cui vige il segreto d’ufficio", spiegava il gip.

Ora gli investigatori, coordinati dal pm Francesco Prete, stanno analizzando i legami tra i finanzieri del "Laziogate" e quello indagato (con nove colleghi) per aver interrogato il computer sulla posizione fiscale del premier. Un altro dei piemontesi coinvolti nell’indagine - un dipendente dell’Agenzia delle Entrate - è stato arrestato dalle Fiamme Gialle di Torino perché, durante la perquisizione in casa sua, giovedì scorso, sono state trovate due pistole detenute illegalmente e quaranta proiettili. Niente arresto ma una denuncia per detenzione abusiva per un suo collega che aveva in casa un fucile da caccia non denunciato. Stessa sorte per suo figlio, che aveva in camera un etto di marjuana. Arrivano anche le prime autodifese: "Mai fatto accertamenti su Prodi e la moglie - dice una dipendente delle Entrate di Ascoli Piceno - . Qualcun altro deve aver usato la mia password".

In attesa dei risultati dell’indagine della magistratura, la vicenda tiene banco nei palazzi della politica. Avviare un’indagine parlamentare per "verificare se l’impianto legislativo vigente presenta maglie di controllo ancora troppo larghe": a chiederlo è Pierluigi Castagnetti, vicepresidente della Camera: "La gravità dei reati di spionaggio fiscale per fini politici - attacca Castagnetti - chiama in causa il Parlamento". Risponde il leader di An Gianfranco Fini: "Bisogna perseguire eventuali responsabilità personali, non alzare polveroni, non gettare sospetti sulla Guardia di Finanza e anche sui nostri servizi di informazione".

Chiude il ministro della Giustizia Clemente Mastella: "Non c’è un Watergate all’italiana, ma grave è l’episodio che tocca Prodi: è un modo di fare campagna elettorale che non esiste neppure nelle condizioni tribali".

(30 ottobre 2006)


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L’ANALISI

La grande rete del potere occulto, così lo spionaggio è diventato politico

DI GIUSEPPE D’AVANZO (www.repubblica.it, 27.10.2006)

SE SI SEPARA il grano dal loglio, e non ci si fa confondere dal rumore delle chiacchiere, la trama di questo nuovo capitolo dello spionaggio illegale - affare integralmente politico - non ha alcun mistero. E’ sufficiente saper leggere le impronte che i protagonisti "maggiori" dell’affaire hanno lasciato sulle cose. Bisogna chiedersi: quali informazioni abusivamente sottratte all’anagrafe tributaria sono state utilizzate in pubblico? Contro chi? A quale fine? E’ la prima necessaria scrematura. E’ vero, tra le vittime delle intrusioni ci sono anche, a quanto pare, calciatori e soubrette. Ma voi ne avete mai saputo qualcosa? No, perché quelle notizie fiscali non sono state agitate in pubblico contro di loro.

Dunque, tra i ficcanaso dell’amministrazione delle finanze ci sono degli scimuniti che, per curiosità invidia o vattelapesca, gettano un occhio sul reddito della gente che vede allo stadio o in televisione. Come è vero che, accanto agli scimuniti, appare un buon numero di pitocchi che, per un biglietto da venti euro, "vende" all’agenzia di investigazione privata il profilo finanziario e patrimoniale di un cittadino-contribuente. Magari molto utile alla moglie che, prossima al divorzio, vuol sapere quanto davvero guadagna il marito. Fin qui, siamo sempre nel territorio degli abusi e dell’infedeltà, ma non c’è nulla di politico. La politica - il fine politico - affiora quando si scopre che tra gli "spiati" ci sono Prodi, Napolitano e Berlusconi. Non tutti uguali, però. Perché gli "spioni" non riservano a tutti lo stesso destino.

Speculazioni con notizie riservate e abusive sulle finanze di Berlusconi, alla vigilia del voto di aprile, nessuno ne ha lette. Nessuno le ha sciorinate in pubblico. Un affondo, all’inizio dell’anno, contro il futuro capo dello Stato invece c’è stato. Pallido, sconveniente, non insistito. È soprattutto quel che accade a Prodi che ci fa comprendere qual è la macchina che si è messa in moto; chi sono i macchinisti; qual è l’obiettivo. Non sembra esserci alcun mistero.

Le tracce elettroniche, prova incontestabile dell’accesso clandestino, raccontano che la muffa aggredisce Prodi in tre ondate. Tra il 21 e il 24 novembre 2005; il 22 gennaio 2006; tra il 30 marzo e l’8 aprile. Non è un lavoro di curiosi. Non è fatica di chi apre il file "eccellente" e getta un occhio su una schermata, magari su due, e passa ad altro. È opera professionale che prende molto tempo, che richiede l’intrusione in più banche dati, che pretende uno screening esaustivo del Prodi contribuente: informazioni sul reddito, atti del registro tributario, partecipazioni societarie, atti di compravendita.

Di questo compito non si incarica un impiegato civile, ma - a quanto riferiscono autorevoli fonti - un militare, un sottufficiale della Guardia di Finanza. Che difficilmente si avventura in un’impresa temeraria di questo genere senza aver ricevuto un ordine superiore. Anzi, a sentire altre fonti vicine all’inchiesta, ci sarebbe già qualche "ammissione" su quegli "ordini venuti dall’alto".

Dov’è allora il mistero di questo ultimo affaire spionistico? Possono ancora essere un mistero inglorioso i passi storti consumati dentro la Guardia di Finanza? Abbiamo potuto vedere ingrassare la "politicizzazione della sicurezza nazionale" quasi mese dopo mese. Era sufficiente seguire le "strategie integrate" di influenti network all’interno della Guardia di Finanza e del Sismi.

Quasi ingranaggi di un unico ordigno. Al servizio segreto trasmigrano ottocento finanzieri e il patrimonio informativo dell’intelligence è alimentato dalle notizie raccolte nel territorio dalle sezioni "I" (Informazione, Intelligence) della Guardia di Finanza ed elaborate al centro dal II Reparto. Dal servizio segreto si trasmettono alla Guardia di Finanza richieste di informazioni, input, "obiettivi". I rapporti tra i vertici dei due apparati sono così stretti che, appena qualche mese fa, il direttore del Sismi Nicolò Pollari si lascia intercettare, nel corso delle indagini milanesi, mentre utilizza il telefono cellulare di Emilio Spaziante, capo di stato maggiore della Guardia di Finanza.

È quel "gioco grande" che, per cinque anni, ha alimentato l’ambizione di un inedito e nascente potere, sbocciato nel corso della legislatura appena chiusa, con l’integrazione tra lo spionaggio politico-militare del Sismi e l’intelligence economico-finanziaria della Guardia di Finanza. Un potere che, se capace di sopravvivere al cambio di regime, poteva diventare - può ancora diventare - un moloch con cui una politica debole e un capitalismo fragile dovrebbero fare i conti, stringere patti o subirne umori e voglie, come nel silenzio di una politica timorosa o intimidita ha scritto Repubblica, otto mesi fa. Nel silenzio assordante di leader politici di prima e seconda fila che oggi, finalmente desti, chiedono che si faccia qualcosa.

In quel silenzio, e gliene va dato oggi atto, soltanto Marco Minniti (adesso viceministro agli Interni) ebbe il coraggio di levare la voce e proporre all’opinione pubblica una radiografia che ora appare esatta forse più di quel che allora immaginava il suo autore. Disse Minniti a Repubblica, era il 12 marzo: "Questa maggioranza e questo governo hanno fatto una scelta disastrosa. Hanno politicizzato la nostra sicurezza nazionale, privatizzandone interi pezzi. In nome di un interesse politico di parte, hanno creato le condizioni perché si sviluppasse un agglomerato oscuro fatto di agenzie di investigazione e polizie private in combutta con infedeli servitori dello Stato, che a quell’interesse di parte rispondono e che in nome di quell’interesse di parte si muovono, in una logica di ricatto. È uno spettacolo spaventoso e per nulla antico. Al contrario è assai moderno e vi si colgono i tratti propri delle derive autoritarie anche di altre grandi democrazie moderne".

Dov’è allora il mistero? Da mesi è tutto sotto i nostri occhi. E il problema oggi non è soltanto che cosa accaduto e per responsabilità di chi. Le responsabilità politiche del governo Berlusconi sono evidenti, nonostante il polverone. La questione che sembra ancora non trovare il giusto rilievo nell’agenda politica del governo Prodi e della maggioranza che lo sostiene è "che fare", come farlo, quando farlo? Si odono litanie farfalline, sortite irrilevanti. Si immagina che l’oscurità che ha fatto di piombo la qualità della democrazia nei cinque anni passati sia lavoro di poche "mele marce" nel cesto mentre invece è della forma di cesto che ci si dovrebbe occupare. Si dice: la magistratura faccia il suo lavoro. Dimenticando che i tempi della giustizia sono lunghissimi, illuminano fatti penalmente rilevanti e puniscono - quando puniscono - soltanto responsabilità personali.

È una macchina che soltanto impropriamente e "per supplenza" affronta fenomeni e patologie. È la meno adatta a dare le risposte concrete e immediate che appaiono necessarie per diradare la nebbia spessa che sembra avvolgere la vita pubblica italiana. Si dice: il Parlamento avvii una commissione d’inchiesta che abbia i poteri d’indagine della magistratura.

E con quali tempi, ammesso che il lavoro di questa commissione sia più decente di quello di altre commissione del passato, si giungerebbe a un esito utile? Sei mesi? Un anno? Per intanto, il moloch se ne starà quieto ad attendere la sua fine o si difenderà come può e come purtroppo sa? La verità è che nessuno ieri, nel gran chiasso dichiaratorio, ha chiesto che il governo faccia subito la sua parte. Garantisca subito, con gli strumenti a sua disposizione, l’affidabilità, la correttezza e la trasparenza delle burocrazie della sicurezza infettate. Promuova il governo, subito, una commissione d’inchiesta amministrativa che possa restituire dignità a quelle istituzioni dello Stato e serenità a chi, come tutti noi, deve sentirsene protetto.

(27 ottobre 2006)


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