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BRASILE. Lula 60.83%, Alckmin 39.17%. Luiz Inacio LULA da Silva E’ STATO RIELETTO PRESIDENTE: "Governerò dalla parte dei poveri".

lunedì 30 ottobre 2006 di Federico La Sala
[...] Lula è un francescano, nel senso proprio, un devoto di San Francesco d’Assisi, gran lettore di biografie (ha divorato quella di Winston Churchill) e fan di Clint Eastwood (di cui colleziona religiosamente copie di film) ha reagito agli scandali tagliando teste. Questo, in parte, lo ha salvato. Evitando che fosse travolto nel disonore.
Il primo obiettivo del nuovo governo sarà lo sviluppo. Il Brasile cresce come una tartaruga rispetto agli altri paesi dell’America Latina anche perché (...)

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mercoledì 1 novembre 2006

Errori e i compromessi del primo mandato Lula non cancellano le conquiste: dal rilancio dell’istruzione e della cultura, alla poltica estera, al blocco dell’Alca

Brasile, il diritto alla lotta e il diritto alla festa

di Émile Sader (www.liberazione.it, 01.11.2006)

Esattamente quattro anni or sono - alcuni di noi qui in Avenida Paulista, tanti altri in tutto il Brasile e fuori - festeggiavamo finalmente la vittoria di Lula, la vittoria del Pt, la vittoria della sinistra. Ci incontravamo con tanta gente che esprimeva piangendo, gridando, tante cose represse, che venivano da lontano: il ricordo di compagni che non avevano potuto festeggiare, le frustrazioni accumulate nel vedere il paese fatto a pezzi dal governo che - finalmente - si concludeva, sconfitto, in quel giorno. Festeggiavamo, ma con un groppo amaro in gola. Sapevamo che era il nostro governo, ma qualcosa ci sfuggiva. Avevamo vinto, chiudevamo con il governo di Fernando Henrique Cardoso (Fhc), che risultava sconfitto - la cosa più importante in quel momento - ma sulla vittoria si addensavano alcune ombre, che stavano a significare che poteva sfuggirci di mano. Dalla “Lettera ai brasiliani” al Lulinha [vezzeggiativo di Lula], da Duda Mendoça a Paolacci e, confermando purtroppo le ombre, a Henrique Meirelles, più di ogni altra cosa, ci indicavano che la nostra vittoria non era necessariamente la nostra, quella della sinistra, quella antiliberista, la vittoria dell’ “altro mondo possibile” per la quale ci battevamo da tanto.

Ci eravamo battuti contro le privatizzazioni, avevamo lotta contro le (contro) riforme neoliberiste, la minore presenza statale, i tagli alle politiche sociali, meno regolamentazioni, meno diritti per i lavoratori, meno lavoro regolare, minore sovranità, riduzione della sfera pubblica, della pubblica istruzione, meno cultura pubblica.

Ci eravamo battuti contro la cancellazione dei diritti dei lavoratori, dei pensionati, dei braccianti senza terra, delle università pubbliche, della sanità pubblica. Avevamo resistito e, in quel giorno, sentivamo che, malgrado tutto quello che era stato dilapidato nel paese, avevamo sconfitto il progetto neoliberista di Fhc, avevamo vinto.

Il giorno dell’insediamento e il discorso di Lula a Brasilia sembravano il punto di approdo di oltre un decennio di resistenza, in cui il Brasile si era trasformato in depositario delle speranze di tutto il mondo: il Brasile di Lula, del Pt, del Mst, della Cut, di Porto Alegre, del bilancio partecipativo, del Forum Sociale Mondiale.

Le nostre perplessità si sono confermate più in fretta di quel che non c’immaginassimo. Henrique Meirelles, mantenimento del saggio di interesse, avanzo primario, erano i segnali emergenti di un iceberg più profondo: la conservazione del modello economico ereditato da Fhc. Prima cosa, il richiamo alla “maledetta eredità”; che non fu aperta come un pacco per mostrare il Brasile fatto e disfatto come Borsa Valori nelle mani dei neoliberisti, il Brasile della piratesca privatizzazione dell’istruzione e della cultura, del principale scandalo della storia del paese con la privatizzazione delle imprese statali, risanate con denaro pubblico per poi essere svendute, ancora una volta con impiego di risorse pubbliche. In nome del superamento di quella “eredità” ci è stata propinata la (contro) riforma delle previdenza, che ha suscitato un fatale scollamento fra i movimenti sociali e il governo, poiché segnalava un percorso di “riconquista della fiducia del mercato” a detrimento dei diritti sociali dei lavoratori.


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