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Democrazia in America ...

USA: ELEZIONI (e non solo). Jimmy CARTER scende in campo e "fa la predica" a George W. BUSH, con un libro: "I NOSTRI VALORI IN PERICOLO". Una recensione di Bernd Greiner, giornalista del "Die Zeit".

venerdì 3 novembre 2006 di Federico La Sala
[...] Carter mette a nudo con molta più determinazione di altri osservatori il nocciolo del conflitto. Non si tratta già di commistione fra politica e religione. Piuttosto gli evangelici, per amore della loro volontà di trovare spiegazioni, puntano alla sostanza della Costituzione repubblicana - in generale sulla divisione dei poteri e in particolare sull’indipendenza della giustizia [...]
Die Zeit, Hamburg, 26 ottobre 2006, n° 44
La democrazia lesa
L’ex presidente americano Jimmy Carter (...)

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lunedì 6 novembre 2006

Si rinnovano l’intera Camera dei rappresentanti e parte del Senato. Molto probabile il sorpasso, la popolarità di Bush è ai minimi

Usa, martedì le elezioni di mid-term Nei sondaggi, democratici sempre avanti

Sta per concludersi una campagna elettorale aspra, dominata dai temi della guerra e dell’economia. E non sono mancati scandali e gaffe *

WASHINGTON - Martedì prossimo, 7 novembre, i cittadini degli Stati Uniti si recheranno alle urne, per votare alle elezioni di medio termine. Così chiamate perchè si tengono a metà del mandato quadriennale dei presidenti: lo scopo è il rinnovo parziale del Congresso. Sono in palio, infatti, tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti (435) e un terzo di quelli del Senato (33). Un test che potrebbe trasformarsi in una sconfitta, per George W. Bush: secondo l’ultimo sondaggio pubblicato da Newsweek, I candidati democratici sono intorno al 54% dei voti, contro il 38% dei repubblicani. Il tasso di approvazione dell’operato del presidente è appena al 35%.

Il sondaggio, che denuncia un margine di errore di 3 punti percentuali, è stato realizzato tra giovedì e venerdì scorsi. D’altra parte, secondo il Cook Political Report (indipendente), ai repubblicani andrebbe bene se riuscissero a limitare le perdite a 20-25 seggi alla Camera dei rappresentanti e a 4-5 al Senato. Mentre, per strappare la maggioranza ai repubblicani, i democratici devono conquistare 15 seggi alla Camera e sei al Senato.

La battaglia alla Camera. Con tutti i 435 seggi da rinnovare, sono in realtà appena 35 i "duelli" che martedì prossimo decideranno le sorti delle elezioni. alla Camera dei rappresentanti americana. Decideranno, cioè, se i democratici potranno conquistare i 15 seggi di cui hanno bisogno per raggiungere la maggioranza di 218 seggi. Nella legislatura uscente i repubblicani avevano 230 seggi, contro i 201 dei democratici, un indipendente che solitamente vota con i democratici e tre seggi vacanti.

I duelli al Senato. La lotta per il controllo si giocherà principalmente in nove stati, sui 33 seggi complessivi da assegnare: al momento, i democratici ne hanno 18 e 15 i repubblicani (questi ultimi hanno la maggioranza, con 55 voti contro 44). I democratici possono contare però sul voto di un senatore indipendente. Per strappare il controllo ai repubblicani servirebbero loro sei seggi in più, per raggiungere la maggioranza di 51 voti. Nel caso di una situazione di parità, 50 a 50, la superiorità numerica resterebbe ai repubblicani: diventerebbe cruciale il voto di Dick Cheney, che in qualità di vice presidente è il presidente del Senato.

I governatori. Sono in tutto 36 gli stati dove martedì si voterà anche per il governatore, 22 sono attualmente guidati da repubblicani e 14 da democratici. Secondo gli analisti, i democratici hanno buone possibilità di fare un discreto bottino, dal momento che sono otto gli stati ora repubblicani in cui non si ricandidano, principalmente perché hanno raggiunto il limite dei mandati concessi, i governatori in carica. Tra questi anche repubblicani illustri come George Pataki, governatore dello stato di New York, e Jeb Bush, e governatore della Florida, già dai tempi in cui nel 2000 lo stato fu cruciale per la vittoria del fratello George alla Casa Bianca. Il candidato più famoso è il californiano Arnold Schwarzenegger eletto nel 2003. Schwarzy dovrebbe vincere, ma dovrà far di tutto per non far ricordare agli elettori la sua appartenenza al Partito repubblicano, prendere le distanze da Bush e puntare su un programma "progressista".

Nei 14 stati ora governati dai democratici, invece solo un governatore, Tom Vilsack in Iowa, ha deciso di non ricandidarsi.

I temi caldi. Quella che si sta per concludere è stata una campagna elettorale aspra. Tra gli argomenti che hanno maggiormente infiammato il dibattito politico, c’è ovviamente l’Iraq: secondo un sondaggio del New York Times, solo il 29 per cento degli americani approva il modo in cui Bush sta conducendo la guerra. Ma c’è anche il tema della sicurezza nazionale, dopo l’approvazione di una controversa legge che di fatto limita le garanzie in caso di interrogatori e processi a presunti terroristi. I democratici inoltre hanno attaccato il presidente sul fronte economico, visto il petrolio alle stelle e il boom dei prezzi.

Gli scandali. Inevitabili, alla vigilia del voto. In questo caso c’è stata l’inchiesta sul lobbysta JackAbramoff, che ha coinvolto l’ex capogruppo repubblicano alla Camera Tom DeLay, e la storia del deputato repubblicano Mark Foley , che molestava gli stagisti della Camera. Due giorni fa, poi, Tom Haggard, leader della potente Associazione nazionale degli evangelici che ha stretti legami con la Casa Bianca, è stato travolto da uno scandalo e costretto a dimettersi. Un omosessuale ha accusato il pastore della Chiesa della Nuova Vita di averlo pagato per tre anni in cambio di rapporti sessuali.

Le gaffe. Numerose, anche queste. Ad esempio, il voto favorevole alla guerra in Iraq ha messo in difficoltà nel progressista Connecticut il deputato uscente repubblicano Christopher Shays. Cercando di trarsi di impaccio Shays si è lasciato scappare che a Abu Ghraib "non c’è stata tortura, ma sesso". E poi c’è il campione di bizzarrie (a sfondo razzista): il senatore repubblicano uscente della Virginia George Allen, che ha dato del "macaco" a un cameraman indiano della campagna del rivale James Webb. Tra i democratici, invece, scivolato sulla buccia di banana dello scherzo malriuscito il senatore John Kerry: ha ironizzato sui soldati in Iraq, nel tentativo di gettare il suo sarcasmo su Bush. "Se non studiate, vi toccherà partire". Ma non c’era niente da ridere. (5 novembre 2006)

* www.repubblica.it


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