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Chi siamo noi, in realtà ?! Chi educa chi ?!

ITALIA. PAESE IMPAZZITO : BULLISMO ... GENERALE E DI STATO. Una questione antropologica e "teologico-politica" !!! Collodi (e Calvino ce lo ha ben detto e ripetuto !!!) aveva già gettato l’allarme : "la bulimia esistenziale nel Paese dei Balocchi" (Michele Serra) trasforma in "asino" (oggi, in "toro" -"bull") e non è dei "Pinocchio", ma degli adulti ... e di "Geppetto" e "Maria", che non sanno ancora "come nascono i bambini"(Freud) ... e "come si diventa ciò che si è" (Nietzsche) !!!

"C’era una volta. - Un re ! - diranno subito i miei piccoli lettori. - No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno" !!!
dimanche 19 novembre 2006 par Federico La Sala
[...] Ognuno di noi sperimenta su se stesso, e più ancora sui figli, se ne ha, l’enorme difficoltà di introdurre, in questo meccanismo rotto, un calmiere, un contrappeso etico. Se l’aggressività dei minori ci spaventa più di quanto è fisiologico, questo dipende, io credo, dal fatto che la paura si manifesta per causa loro, ma non è paura di loro : è la paura - profondissima - di avere perduto in gran parte gli strumenti per affrontarla. E’ la paura di avere reso inarticolato il linguaggio (...)

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> PAESE IMPAZZITO : BULLISMO ... GENERALE E DI STATO. Una questione antropologica e "teologico-politica" !!! Collodi (e Calvino ce lo ha ben detto e ripetuto !!!) aveva già gettato l’allarme : "la bulimia esistenziale nel Paese dei Balocchi" (Michele Serra) trasforma in "asino" (oggi, in "toro" -"bull") e non è dei "Pinocchio", ma degli adulti ... e di "Geppetto" e "Maria", che non sanno ancora "come nascono i bambini"(Freud) ... e "come si diventa ciò che si è" (Nietzsche) !!!

jeudi 22 mars 2007

A cent’anni ancora indomabile l’eterno monello Gian Burrasca

All’anniversario del celebre personaggio creato nel 1907 da Vamba il festival « Quantestorie » dedica oggi un convegno a Milano. Un’attenzione critica meritata per quello che resta ancor oggi uno dei nostri classici più audaci e originali

di Francesca Lazzarato (il manifesto, 21.03.2007)

Anche in un paese di arroccatissimi non lettori come il nostro accade che alcuni libri ci siano familiari perfino quando non li abbiamo letti, sempre che ad abitarli siano dei « tipi » immortali il cui nome è entrato a far parte del linguaggio corrente. È il caso, per esempio, del Giornalino di Gian Burrasca e del suo protagonista, trasformato dalla popolarità e dall’uso comune in sostantivo maschile invariabile, ovvero, dice il dizionario, in « giamburrasca : bambino terribile, monello, dal nome di un personaggio creato dallo scrittore italiano Luigi Bertelli, in arte Vamba (1858-1920) ».

Ancora ben presente nell’immaginario di grandi e piccoli grazie alle innumerevoli edizioni del libro, ma anche alle molte versioni cinematografiche e televisive, a musical recenti e a fumetti non troppo remoti, il celeberrimo bambino ha appena compiuto cento anni e sembra portarseli piuttosto bene, visto che al momento le sue avventure figurano nei cataloghi di una dozzina di editori, da Einaudi al Castoro (la cui edizione per il centenario è uscita pochi mesi fa), da Feltrinelli a Nuages, che nel 2005 le ha pubblicate con le elegantissime illustrazioni di Andrea Rauch, da Rizzoli a Giunti, la cui classica edizione con copertina verde è stata letta da generazioni di ragazzi.

Fu il 17 febbraio del 1907 che sul « Giornalino della Domenica » fondato e diretto da Luigi Bertelli apparve la prima delle cinquantacinque puntate in cui erano suddivise le esilaranti sventure di Giannino Stoppani detto Gian Burrasca (raccolte poi in volume da Enrico Bemporad nel 1912), ed è proprio per celebrare questa ricorrenza che la quarta edizione del festival di letteratura infantile Quantestorie, organizzato dall’Associazione Nautilus con la collaborazione della Provincia di Milano, ha dedicato a Giannino una serie di manifestazioni : una bella mostra di illustrazioni sui monelli dei vecchi libri per bambini curata da Pico Floridi, lezioni per le scuole, proiezioni di film « giamburraschiani » e, infine, un convegno che si svolgerà questo pomeriggio nella Sala Napoleonica dell’università e che vede la partecipazione di Vittorio Spinazzola, Roberto Denti, Luca Clerici, Goffredo Fofi e Manuela Trinci.

Una attenzione critica del tutto meritata per quello che resta uno dei nostri classici più insoliti e originali, così audace da rinunciare al lieto fine e assai lontano dallo stile lacrimoso, edificante, retorico e normativo dei libri per bambini dell’epoca : un diario come Cuore, certo, ma da esso lontanissimo sia per i contenuti che per le soluzioni formali, legate all’uso di una lingua fortemente « parlata » che mimava il modo di esprimersi di un autentico bambino di nove anni e cercava di restituircene la logica e il modo di pensare, rafforzando l’effetto con le illustrazioni dell’autore, ispirate ai disegni infantili.

Tratto molto liberamente da un testo americano tradotto da Ester Modigliani (forse The Story of a Bad Boy di Thomas Baily Aldrich, forse un anonimo A bad boy’s diary) del quale Vamba utilizzò quasi per intero i primi capitoli, il Giornalino di Gian Burrasca fu accolto trionfalmente dai lettori giovani, un po’ meno dagli adulti che lo vedevano traboccante di « cattivi esempi » per nulla stigmatizzati e non erano affatto lieti di vedersi messi alla berlina.

Perché il senso vero del libro, saltava agli occhi, era non solo quello di dare finalmente voce ai bambini veri, raccontando l’epopea di un monello urbano inarrestabilmente vivace, ma anche quello di sbeffeggiare senza pietà l’Italietta giolittiana, che Vamba avrebbe voluto veder spazzata da un vento nuovo e alla quale proponeva, attraverso il « Giornalino della Domenica », un progetto pedagogico forte e definito. Ed è indubbio che Bertelli (interventista, irredentista, antisocialista : oggi lo definiremmo forse un qualunquista con sfumature prefasciste, come risulta chiaro, del resto, dalla lettura di certe sue opere successive) abbia voluto parlare contemporaneamente ai grandi e ai piccoli, mettendo alla berlina la doppia morale della classe politica del tempo e della borghesia che l’aveva espressa. Per farlo si è servito di un personaggio straordinario, traboccante di un’energia e di una curiosità che la pedagogia « contenitiva » dell’epoca non poteva domare, ma assai diverso, tutto sommato, dai monelli e dai cattivi ragazzi che pure abitavano in abbondanza la letteratura infantile, da Pinocchio al tragico Franti, dal picaresco Tom Sawyer a Pierino Porcospino e ai maligni, stilizzati mostriciattoli Max und Moritz, tutti in qualche modo espressione di una profonda alterità e di una ribellione a tratti realmente eversiva.

In Giannino, infatti, non c’è ombra di malignità e neppure autentica voglia di rivolta : è piuttosto un’anima candida piena di buone intenzioni che prende alla lettera quanto gli si dice, finendo ogni volta per sottolineare il grottesco divario tra i comportamenti « ufficiali » e la pantomima delle convenienze, tra l’apparenza e la sostanza, insomma lo scarto micidiale tra ciò che gli adulti dicono e quello che invece fanno, percepito con tanta chiarezza dagli occhi dei bambini.

Ecco dunque sfilare la zia bigotta che coltiva il dittamo legato a un vecchio e clandestino amore, le sorelle che praticano la maldicenza su vasta scala e fanno buon viso a persone detestate, il cognato Maralli, socialista e libero pensatore, che si sposa segretamente in chiesa, l’orribile coppia che governa il collegio Pierpaoli e, in un’orgia di nobili dichiarazioni, specula sul vitto dei giovani convittori... Giannino li smaschera tutti, limitandosi a seguire le istruzioni per l’uso della vita che loro stessi gli hanno fornito. E nel farlo parla costantemente di politica, in modo aperto ed esplicito, a un lettore bambino cui, invece, i libri usavano somministrare dosi massicce di ideologia opportunamente mascherata, come la medicina amara condita con una zolletta di zucchero che avrebbe dovuto farlo crescere da buon patriota e buon cristiano.

Proprio questo registro « politico », questo puntare il dito contro l’ipocrisia che connota in profondità comportamenti sia pubblici che privati, rende Gian Burrasca ancora leggibile, ancora esemplare in un’Italia contemporanea sepolta sotto una coltre di appelli ai « valori », di chiacchiere politically correct , di strenue difese della sacralità della famiglia, di cilici al vento, il tutto mediaticamente e incessantemente esibito.

Un’altra ragione per rileggerlo, tutt’altro che secondaria, è la possibilità di misurare un mutamento della condizione infantile sul quale sarebbe utile riflettere ancora una volta. Dall’infanzia borghese chiusa e costretta dell’epoca di Giannino (alla quale si affiancavano comunque altre infanzie, quella contadina e quella proletaria, poi cancellate e assorbite dal modello dominante), che consentiva tuttavia margini di ribellione e offriva spazi segreti in cui la figura del discolo aveva ampio diritto di cittadinanza, si è passati infatti a quella sedotta e sedata dai consumi e dal luccichio del video, in tempi in cui si può forse essere bulli, ma non monelli. Per sua fortuna, Gian Burrasca non abita più qui : oggi come oggi, una serie di sedute dallo psicologo e qualche assaggio di psicofarmaci non glieli toglierebbe nessuno.


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