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UmaNITA’

LA NASCITA DEL "POPOLO MONDO" E IL "DOPPIO CORPO" (non più quello del re medievale rivelato da Ernst Kantorowicz, ma quello) DI OGNI PERSONA. Globalizzazione, diritti fondamentali, tecnologie. La sintesi di una conferenza di STEFANO RODOTA’.

venerdì 1 dicembre 2006 di Federico La Sala
[...] La questione dei beni comuni è essenziale. Il senso della battaglia, di cui parlava Tocqueville, è profondamente cambiato. Non riguarda soltanto un conflitto intorno a risorse scarse, oggi l’acqua più ancora che la terra. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazione incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali la scarsità non è l’effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usi impropri del brevetto e del copyright, che stanno (...)

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mercoledì 29 novembre 2006

IL VOLTO di Raniero La Valle (Rocca, 15.11.2006)

Prodi governa nella tempesta, ma non ha perduto la sua lucidità. Sicché sulla questione del velo delle immigrate islamiche, ha detto finalmente la cosa più sensata che si potesse dire. Non ha detto, come dicono i poliziotti, che con un «travisamento» che copre tutta la faccia, non si può verificare l’identità. Non ha detto, come dicono i francesi, che il velo è una dichiarazione pubblica di fede religiosa, che uno Stato laico non può permettere. Non ha detto, come dicono gli arrabbiati e gli orgogliosi, che se consentiamo il velo ci arrendiamo ai fanatici, e l’Occidente è perduto. Non ha detto, come strilla la Santanchè, che il velo è un marchio di sottomissione per la donna, come la stella gialla per gli ebrei. E non ha chiesto, come fanno i presunti imparziali, la reciprocità, sicché qui il velo, il niqab, lo permetteremo solo quando in Arabia Saudita sarà ammesso il topless. Ha detto invece una cosa semplicissima e umana: se siete qui, ci dobbiamo guardare in faccia, se no come facciamo a conoscerci, a cooperare, a vivere insieme?

Così Prodi, di colpo, dalla diatriba sacra¬le, identitaria, competitiva, ha portato la discussione su un terreno universale, a tutti comune, perché tutti abbiamo un volto e tutti traggono la massima gioia e il significato del vivere nel guardare il volto degli altri. Ci sono i giardini e le città senza volti, e sono i cimiteri.

Ma nel richiamare l’attenzione sul volto, Prodi non ha fatto solo un discorso di buonsenso. Ne avesse l’intenzione o no, ha fatto un moderno discorso filosofico, perché a partire da Emmanuel Lévinas, il tema del volto è diventato il nuovo e più alto discorso filosofico della modernità. Lo spiegava il filosofo urbinate nostro amico Italo Mancini, dicendo che ormai si erano chiusi i due grandi cicli della filosofia dell’Occidente, che non erano stati innocui se avevano dato luogo agli universi concentrazionari e all’arrogante ideologia dell’identità: il ciclo della filosofia dell’essere (l’ontologia come totalità che annulla e domina i singoli enti) e il ciclo della filosofia dell’io (con tutta l’egologia e l’egolatria che comporta); e che quella che sopraggiungeva, come condizione di pace e di speranza per il nuovo millennio, era la filosofia dell’Altro: riconoscere e mettere l’altro al centro di tutto, l’altro e il suo volto, un volto da contemplare, da accogliere, da carezzare, da amare; il volto come altro da me, ma non come altra cosa da me, il volto come termine di ogni rapporto positivo, il volto altrui come realtà che non si può trascendere, che non permette che si vada «oltre» senza fermarsi: come accadde al samaritano che vide, si impietosì, si avvicinò, fasciò le ferite, lo caricò, lo portò, ebbe cura.

E’ proprio per questa centralità del volto che, paradossalmente, si capisce quella tradizione islamica che consiste nel velarlo. Il volto è la persona; e, come dice Lévinas, il volto è nudo, allude alla nudità del corpo, anzi la nudità è la sua condizione, proprio per questo suo rivolgersi a me, per questo non starsene nella sua sufficienza che di nuovo lo muterebbe nell’io; il volto si rivolge a me non solo come esigente, ma anche come indigente, e perciò è esposto alla cattura. Dunque se si vuole tenere al riparo la donna come propria, se la si vuole sottrarre al desiderio altrui, è il volto che si deve coprire. Quella è davvero la zona da tutelare, altro che l’ombelico che la nuova moda occidentale ostenta. Nessuno si innamora di un ombelico, mentre tutti si innamorano di un volto. Ma appunto, il coprirlo, è un eccesso di difesa, perché non solo intercetta l’attrazione sessuale (e neppure ci riesce), ma interdice ogni rapporto, e per sottrarre la donna come oggetto di desiderio, l’annulla addirittura come persona.

La religione non può chiedere questo. Essa vuole che si corra il rischio di vivere. L’essere sessuati, maschio o femmina, fa parte di questo rischio. Guardarsi in faccia, porre il proprio volto dinanzi al volto dell’altro, mettersi in gioco nello «sguardo che supplica e che esige, privato di tutto perché avente diritto a tutto, che si riconosce donando», significa correre questo rischio. Non è la nudità del volto, è la sua epifania. Ma è proprio correndo questo rischio, che si guadagna la partita. Perché stabilire la coesistenza dei volti, ponendo l’altro - e gli altri - come legge e riferimento supremo, significa cominciare, o ricominciare, a convivere. Perché è proprio di questo che siamo diventati incapaci; forse già nelle mura domestiche, ma certamente nello spazio pubblico delle città, dello Stato, del mondo falsamente detto globale.


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