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Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

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>Saeb Erekat: «Obama dica sì a un posto all’Onu per la Palestina» (di Umberto De Giovannangeli).

venerdì 9 novembre 2012


-  Saeb Erekat: «Obama dica sì a un posto all’Onu per la Palestina»
-  Capo negoziatore dell’Autorità nazionale palestinese (Anp)
-  È la memoria storica del lungo processo negoziale in Terrasanta

-  di Umberto De Giovannangeli (l’Unità, 9.11.2012)

«Una vittoria di Romney sarebbe stata la pietra tombale per la pace in Medio Oriente. La nostra speranza è che la seconda presidenza di Barack Obama sia una presidenza di pace, stabilità e democrazia nel corso della quale venga realizzato il principio dei “due Stati” ed Israele si ritiri lungo le linee antecedenti la guerra del 1967». Da una speranza a una richiesta: «Chiediamo al presidente Obama di non opporsi alla richiesta avanzata dal presidente Abbas (Abu Mazen, ndr) di essere riconosciuti come “Stato non membro” all’Assemblea generale delle Nazioni Unite». Così è vista la rielezione di Barack Obama dal campo palestinese e da uno dei suoi più autorevoli esponenti: Saeb Erekat, 57 anni, capo negoziatore dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), memoria storica del lungo e tortuoso processo negoziale in Terrasanta. Quanto al presente, Erekat non si fa soverchie illusioni sulla disponibilità al dialogo della controparte israeliana: «Netanyahu e Lieberman dice a l’Unità Erekat hanno rigettato anche le ultime aperture del presidente Abbas. Se Obama vuole davvero imprimere una svolta in Medio Oriente, deve riporre al centro della sua agenda internazionale la questione palestinese e non avallare più la politica unilateralista e colonizzatrice dei falchi israeliani».

All’inizio del suo primo mandato presidenziale, Barack Obama aveva manifestato la volontà di riportare la questione israelo-palestinese ai primi posti della sua agenda internazionale, sostenendo apertamente la soluzione “due Stati”.
-  Cosa si aspetta ora con la sua rielezione?

«Parole importanti che, però, in questi quattro anni non si sono trasformate in fatti. Al momento della sua prima elezione, il presidente Obama aveva suscitato grandi speranze ed aspettative tra i palestinesi e nel mondo arabo. Obama aveva parlato di un “Nuovo Inizio”, di un dialogo alla pari tra l’Occidente e il mondo arabo e musulmano ed aveva affermato il diritto del popolo palestinese a vivere in uno Stato indipendente a fianco d’Israele. Ma le sue buone intenzioni si sono scontrate con l’intransigenza dei governanti israeliani che hanno proseguito nella colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, rendendo impossibile un vero dialogo e un serio compromesso. Se Obama vuole determinare una svolta in Medio Oriente deve incrinare il “Muro” dell’intransigenza edificato da Netanyahu e Lieberman. D’altro canto, non è un caso che i falchi israeliani abbiano tifato per Romney...».

Lei parla di atti concreti di Obama che segnalino un “nuovo inizio”. Ne può indicare uno in particolare?

«Il sostegno alla richiesta, in discussione nelle prossime settimane all’Onu, di un nostro riconoscimento come “Stato non membro” all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Vogliamo che la Palestina torni sulla mappa, entro i confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Ben 150 nazioni su 170 l’hanno riconosciuta. Speriamo che il presidente Usa sia dalla nostra parte. Obama deve fermare la politica degli insediamenti e le altre violazioni israeliane e non la richiesta palestinese all’Onu. Appoggi la nostra richiesta che certo non mette in pericolo l’esistenza d’Israele: un suo sostegno, questo sì che sarebbe un grande segnale di speranza per quanti, in campo palestinese ma anche in quello israeliano, credono ancora nel dialogo e in una pace fondata sul principio “due popoli, due Stati”».

Più volte, la leadership palestinese ha affermato la sua disponibilità a tornare al tavolo delle trattative ponendo come condizione il blocco degli insediamenti. C’è chi sostiene, anche in Europa, che questa richiesta è in contrasto con l’appello, rilanciato di recente dal presidente francese Francois Hollande, ad una ripresa “senza condizioni” dei negoziati.

«Noi non poniamo condizioni alla ripresa dei negoziati, e Netanyahu come il presidente Hollande sanno bene che il congelamento della colonizzazione non è una condizione palestinese, ma un impegno israeliano. Quello che poniamo non sono condizioni, ciò che chiediamo è l’applicazione da parte di Israele dei suoi impegni, a cominciare dalla cessazione della colonizzazione e dalla liberazione dei prigionieri palestinesi. Mi lasci aggiungere che un negoziato non può durare in eterno, altrimenti non di negoziato si tratta, ma di una farsa che nessun dirigente palestinese, neanche il più disposto al compromesso sarà mai disposto ad avallare».


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