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Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

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> A Gaza si festeggia nelle strade. Tregua Israele-Hamas. Garanti Egitto e Usa. - All’Onu un posto per la Palestina.

giovedì 22 novembre 2012


-  Tregua Israele-Hamas. Garanti Egitto e Usa
-  A Gaza si festeggia nelle strade

di Umberto De Giovannangeli (l’Unità, 22.11.2012)

Annunciata e poi rinviata. Negoziata nei dettagli, strappata a contraenti recalcitranti. Alla fine è tregua tra Israele e Hamas. Dopo otto giorni di ostilità costate la vita a oltre 140 palestinesi e a cinque israeliani, arriva l’annuncio del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton e del presidente egiziano Mohamed Morsi: «Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco a partire dalle 20 di stasera». In base all’accordo, Israele interromperà per prima le ostilità. A seguire, anche Hamas, la Jihad islamica, i Comitati di resistenza popolare e gli altri gruppi palestinesi faranno altrettanto.

Questo il testo dell’accordo reso noto dal portavoce della presidenza egiziana Yasser Ali: «Israele deve cessare le ostilità, atti ostili, aggressioni contro Gaza per mare, aria e terra, inclusa l’invasione e colpire obiettivi umani. Tutte le fazioni palestinesi devono cessare tutte le ostilità, atti ostili o aggressioni, e il lancio di razzi contro Israele e gli attacchi dalle frontiere. Vanno aperti i passaggi e facilitati gli spostamenti di persone che non devono essere prese di mira nelle zone di confine. L’Egitto otterrà garanzie da entrambe le parti per il rispetto dell’accordo raggiunto. Le due parti devono impegnarsi a non violare le clausole dell’accordo e in caso di violazione l’Egitto, sotto i cui auspici questo accordo è stato raggiunto, interverrà».

I garanti della tregua saranno dunque due, l’Egitto che vigilerà su Hamas e gli Usa che si impegneranno a mantenere la sicurezza di Israele.

Questo accordo è anche l’investitura del presidente egiziano Mohamed Morsi sulla scena internazionale e lo «sdoganamento» del suo governo «islamico». Lo ha riconosciuto la stessa Hillary Clinton quando ha affermato, nella conferenza stampa tenuta ieri sera al palazzo presidenziale, che il nuovo governo egiziano ha mostrato «responsabilità e leadership».

Per Hillary, forse alla sua ultima missione, è un indubbio successo personale. Il suo messaggio agli israeliani è stato chiaro ed è stato ribadito molte volte in questi giorni dalla Casa Bianca e dal presidente Barack Obama. «L’impegno americano per la sicurezza d’Israele è solido come una roccia. Ed è per questo che è essenziale evitare una escalation della situazione a Gaza» è stato il suo messaggio appena arrivata a Gerusalemme, dove ha incontrato per due volte il premier Benjamin Netanyahu. Ed è soprattutto su Israele che si è giocato il pressing Usa perché accettasse la proposta di cessate il fuoco.

LE REAZIONI

Parlando alla Nazione per la prima volta dopo l’annuncio dal Cairo della tregua con i palestinesi, Netanyahu ha spiegato di aver accettato il cessate il fuoco su pressione americana ma ha anche aggiunto che «è bene per lo Stato israeliano un cessate-il-fuoco durevole»; ha aggiunto che l’operazione «Pilastro di Difesa» ha consentito di distruggere migliaia di basi di lancio dei miliziani palestinesi a Gaza e ha ripetuto di avere voluto dare «una chance» al cessate-il-fuoco, dopo aver ammesso che in Israele c’era anche chi propendeva per una «operazione molto più dura» nei confronti di Hamas. Il premier ha infine ringraziato l’intera comunità internazionale, Usa in testa, ma anche l’Egitto di Mohamed Morsi per il suo ruolo di mediatore per l’appoggio ricevuto durante l’offensiva nell’enclave palestinese.

In cambio della tregua, Obama ha promesso ulteriori sforzi per combattere il traffico di armi ed esplosivi verso Gaza e più soldi per i programmi di difesa missilistica di Israele, come l’Iron Dome. «I nostri obiettivi sono stati raggiunti in pieno»: a sostenerlo è il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak. Fra questi, ha menzionato il rafforzamento del deterrente israeliano e la protezione delle retrovie israeliane da Hamas e dalle altre fazioni palestinesi di Gaza.

«Grande vittoria per le Brigate al-Qassam» è stato il primo commento a caldo di Hamas che celebra così la tregua conseguita a suo avviso grazie al «proprio braccio armato». In una trasmissione radio, Hamas ha chiesto alla popolazione di scendere in piazza per celebrare.

Dopo un primo momento d’incertezza, per il timore di nuovi raid dei caccia con la stella di David, Gaza ha accolto con fuochi di artificio e con raffiche di spari in aria l’inizio del cessate il fuoco con Israele. «Allah Akbar, la resistenza ha trionfato» grida la gente. Hamas prepara un raduno di massa di fronte all’ospedale Shifa: «La nostra vittoria afferma il movimento è stata completa. Israele ha dovuto accettare le nostre condizioni per una “’hudna”», ossia per la sospensione delle ostilità.

«L’avventura israeliana a Gaza è fallita», afferma in un’affollata conferenza stampa al Cairo, Khaled Meshaal, il leader di Hamas, sottolineando che le due condizioni poste da Hamas, stop agli omicidi mirati e all’invasione, sono state inserite nell’accordo di cessate il fuoco. Meshaal ha anche ringraziato l’Iran per le armi ricevute e per il sostegno finanziario garantito ai palestinesi. Proclami di vittoria. Ma quella che attende la gente di Gaza è una lunga notte di attesa. La tregua resta appesa a un filo.


All’Onu un posto per la Palestina

di Lapo Pistelli (l’Unità, 22.11.12)

COME PUÒ RIPARTIRE IL DIALOGO IN MEDIORIENTE? È velleitario pensare alla pace mentre esplodono le bombe? Possiamo arrenderci? La guerra conferma le lezioni di sempre: la forza non rende più credibili le rivendicazioni dei palestinesi, Israele conferma una indiscussa supremazia militare ma non si assicura solo così il diritto di vivere in pace, i civili e fra essi le donne e i bambini pagano un prezzo insostenibile alla logica dello scontro. La tregua interrompe la spirale dei lutti e della paura. Ma una tregua non è una pace. Ed è quello invece il nostro obiettivo per la regione più martoriata del mondo a noi vicino. È necessario però prendere le mosse da più lontano.

Israele e le fazioni palestinesi non prevedevano la primavera araba. Israele non ripone fiducia in questo processo, rivendica di essere l’unica democrazia dell’area e rimprovera l’Occidente di non capire la vera natura degli islamici al potere. Hamas e Fatah hanno sperato che la «primavera» ponesse al centro la loro questione, che le masse arabe premessero i nuovi governi. Hanno sofferto dunque la delusione di vedere i Paesi arabi concentrarsi sulle proprie transizioni. Così, si sono intrecciate più crisi. Il processo di pace è rimasto in uno stallo senza precedenti: nessuna trattativa, né palese, né riservata fra Israele e Anp.

La riconciliazione tra Fatah e Hamas, mediata dall’Egitto e firmata a denti stretti, carica di promesse di finanziamento dai Paesi del Golfo, è rimasta lettera morta. È invece continuato lo scontro in Hamas, fra il governo Haniyeh a Gaza e l’ufficio politico di Meshal, espulso da Damasco per non aver appoggiato Assad e ora ospitato in Qatar. In questo quadro cupo è maturata l’escalation delle violenze di Gaza, le azioni anti-terrorismo, i razzi, l’omicidio mirato di Al Jabaari, la cronaca di questa settimana di sangue.

Israele non ha interesse strategico a invadere Gaza per tenerla. L’azione «punitiva» deve mostrare di ridimensionare la capacità di Hamas e trasmettere un messaggio di forza alla regione, in particolare all’Iran. Ma il quadro strategico è assai diverso dal 2008. Allora, Hamas aveva al suo fianco Hezbollah in Libano, un forte regime siriano e un Iran senza sanzioni, mentre l’Egitto sosteneva Israele.

Oggi, Siria e Libano hanno altro cui pensare, Meshal ha trovato nuovo protagonismo in Egitto; Israele non può contare sulla Turchia, ma intanto l’Egitto è divenuto protettore e garante di Gaza. Si sono recati lì, l’emiro del Qatar, il premier egiziano, i ministri degli esteri turco e tunisino. Hamas non piace, ma Gaza non è più isolata. La primavera araba ha cambiato il quadro. Tregua subito. Ma quale pace vogliamo dopo? Non vediamo alternative all’obiettivo «due popoli, due Stati», anche se oggi sul campo vige semmai la regola del «due popoli, tre Stati». Da una parte il diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza entro confini riconosciuti. Dall’altra il diritto del popolo palestinese a un proprio Stato. Più volte l’accordo è stato solo sfiorato.

Con chi negoziare la pace? Israele ha mostrato sempre grande pragmatismo, arrivando a trattare perfino con Al Jabaari, capo dell’ala militare di Hamas poi eliminato, la liberazione del caporale Shalit. Crediamo che sarebbe più semplice e utile negoziare con l’Autorità Nazionale Palestinese, dando un segnale al fronte moderato. Come aiutare i moderati? L’Anp ha chiesto alle Nazioni Unite di votare fra poco sullo status di Paese osservatore.

Nel 2010, il Quartetto promise che di lì a un anno la Palestina sarebbe divenuto Paese membro dell’Onu. Nel 2011, la richiesta fu affidata a un’istruttoria che ne ha certificato l’impossibilità politica ma fu chiesto a Abu Mazen di accontentarsi dello status di «osservatore». Oggi quella cambiale politica arriva a scadenza. Può il mondo chiedere ancora tempo?

Cosa devono fare l’Europa e l’Italia? Nel prossimo decennio, gli Usa ridurranno il loro impegno nel Mediterraneo e in Medioriente. L’Europa dovrà assumere un ruolo più deciso. Iniziare rifugiandosi dietro una ventilata astensione mentre la maggioranza del mondo pare orientata verso il sì, sarebbe un esordio di inutile timidezza. Non siamo ingenui ottimisti e conosciamo la fatica della politica. Proprio per questo, una tregua a Gaza, un voto alle Nazioni Unite potrebbe muovere il rapporto fra Israele e Palestina dalle secche in cui è attualmente precipitato. È questa la prospettiva dei democratici.

* responsabile esteri del Pd


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