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Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

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> Riyad Malki: «Il seggio Onu alla Palestina è per la pace». Il ministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese: «La nostra strategia non nasce ora, è lo sviluppo del percorso iniziato da Arafat»

domenica 25 novembre 2012

Riyad Malki: «Il seggio Onu alla Palestina è per la pace»

      • Il ministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese:
        -  «La nostra strategia non nasce ora, è lo sviluppo del percorso iniziato da Arafat»
        -  «La tregua è il primo passo, riparta il negoziato ma basta con gli insediamenti israeliani»
        -  «Abu Mazen non è isolato. Lo confermerà il voto del 29 novembre alle Nazioni Unite»

di Umberto De Giovannangeli (l’Unità, 25.11.2012)

L’«intifada diplomatica» non si ferma. E avrà un suo passaggio cruciale il 29 novembre prossimo al Palazzo di Vetro. «I riscontri che abbiamo ci inducono all’ottimismo: riteniamo di avere i voti sufficienti per far sì che la Palestina diventi Stato non membro dell’Assemblea generale delle nazioni Unite». A sostenerlo è Riyad Malki, ministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), impegnato nei giorni scorsi a Roma nella riunione della Commissione mista Italia-Territori palestinesi.

Signor ministro, dopo otto giorni di guerra a Gaza, è stato raggiunto un accordo di tregua tra Israele e Hamas. Diversi analisti sostengono che si tratta di una vittoria di Hamas a cui corrisponde una marginalizzazione dell’Anp del presidente Abbas (Abu Mazen).

«Si tratta di una lettura forzata della realtà. Il 29 novembre alle Nazioni Unite si discuterà, e voterà, la nostra richiesta di riconoscere la Palestina come Stato non membro delle Nazioni Unite. Siamo molto ottimisti di avere i voti sufficienti per ottenere questo riconoscimento. Di fronte a questa realtà di fatto, è davvero singolare parlare di una emarginazione dell’Anp. La grande maggioranza degli Stati membri dell’Onu sostiene la nostra iniziativa che non ha nulla di estemporaneo, ma è legata ad una strategia politica che non nasce oggi ma è lo sviluppo di un percorso avviato da Yasser Arafat. Noi crediamo che l’unica via per dare pace e stabilità nella Regione è realizzare un accordo fondato sulla legalità internazionale e sul principio “due Stati per due popoli”. Questa linea gode del sostegno della maggioranza del popolo palestinese. Mi creda, non ci sentiamo affatto isolati».

Israele considera la richiesta palestinese all’Onu come una forzatura unilaterale.

«Votare il riconoscimento della Palestina come Stato non membro, è votare per la pace. È un voto “per” il dialogo e non “contro” Israele. Ed è proprio per questo che chiediamo all’Italia, come agli altri Paese dell’Unione europea, di sostenerci. In questo senso, riteniamo di grande significato il fatto che il Parlamento europeo abbai votato (con 447 voti a favore, 113 contrari e 65 astensioni, ndr) un paragrafo con cui si dichiara il sostegno alla candidatura della Palestina come Stato non membro osservatore permanente alle Nazioni Unite».

In questi giorni al centro dell’attenzione internazionale sono stati i leader di Hamas, Khaled Meshaal, Ismail Haniyeh. E il presidente Abbas?

«Di certo non è restato a guardare. Il presidente ha compiuto due mosse importanti: ha invitato a un incontro tutti i movimenti palestinesi per discutere come rispettare la tregua e promuovere gli sforzi per la riconciliazione. Al tempo stesso, il presidente Abbas ha chiesto alla Lega araba la convocazione di una riunione urgente per esaminare le continue aggressioni di Israele a Gaza e le sue azioni nei Territori occupati. Il presidente Abbas sta agendo per la riconciliazione nazionale, assumendosi la responsabilità di indicare una strategia che rafforzi, ad ogni livello interno e internazionale, la causa palestinese».

Perché ritiene così dirimente la luce verde al Palazzo di Vetro?

«Perché rappresenterebbe un segnale tangibile che la diplomazia non si piega alla forza delle armi e alla logica del più forte. Questo per noi è davvero un momento della verità. Il voto all’Onu non sarà solo per la Palestina ma per la pace».

La tregua come primo passo....

«Un primo passo necessario, fondamentale ma non esaustivo. Perché la tregua deve servire a riaprire il tavolo delle trattative. I contenuti per un compromesso accettabile ad ambedue le parti sono da tempo definiti. Non c’è nulla da inventare. Ciò che continua a mancare è la volontà politica da parte israeliana di muoversi con convinzione su questa strada. Ma noi non desistiamo. Non esiste un’alternativa alla pace. Chi pensa di poter perpetuare lo status quo coltiva una illusione, una tragica illusione. Il diritto alla sicurezza per Israele e il diritto del popolo palestinese ad uno Stato indipendente sono tra loro indissolubilmente legati. Non ci può essere pace senza giustizia. Ai governanti israeliani chiediamo di realizzare quella “pace dei coraggiosi” che fu avviata da Yasser Arafat e Yitzhak Rabin».

Signor ministro, cosa intende per «Stato indipendente» di Palestina?

«Uno Stato che ha il pieno controllo di tutto il suo territorio nazionale. Uno Stato sui territori occupati nel ‘67, con Gerusalemme città aperta e capitale condivisa. Al tavolo negoziale è possibile discutere su una “ricalibratura” contenuta dei confini dei due Stati, sulla base della reciprocità. Ma perché ciò possa realizzarsi, Israele deve porre fine alla politica degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Pace e colonizzazione sono tra loro inconciliabili. Lo stop agli insediamenti non è una nostra pregiudiziale per il negoziato, ma è il rispetto di accordi già sottoscritti da Israele».


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