Inviare un messaggio

In risposta a:
Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

In risposta a:

> «Noi palestinesi, un popolo di espropriati». Suad Amiry racconta il nuovo romanzo «Golda ha dormito qui» e dice: siamo invisibili come gli indiani d’America.

mercoledì 6 novembre 2013

Restituitemi casa mia

«Noi palestinesi, un popolo di espropriati»

Suad Amiry racconta il nuovo romanzo «Golda ha dormito qui» e dice: siamo invisibili come gli indiani d’America

La domanda è che cosa possiamo fare ora, nel presente, per farci «vedere» per essere un popolo che ha una Terra

intervista di Umberto De Giovannangeli (l’Unità, 06.11.2013)

ROMA. LA CASA COME METAFORA STRUGGENTE DI UNA IDENTITÀ NEGATA. ORGOGLIO, DOLORE, SPERANZA. SONO I SENTIMENTI CHE PERMEANO «GOLDA HA DORMITO QUI» (FELTRINELLI), l’ultima produzione letteraria di Suad Amiry, la più conosciuta tra le scrittrici palestinesi contemporanee. In Italia per presentare il suo libro, l’Unità l’ha intervistata.

Cosa significa vivere e pensarsi come un «popolo di espropriati»? «È esattamente il tema principale di questo nuovo libro. Perché poche persone sono consapevoli del fatto che i palestinesi che vivono in Palestina sono considerati “assenti” dagli israeliani. Quando si parla di palestinesi rifugiati, generalmente si pensa o si fa riferimento a persone sparse per il mondo, mentre in realtà sono tutti a Gaza o in Cisgiordania, nei territori occupati, parliamo di milioni di persone che pure se fisicamente presenti in Palestina, sono considerati da Israele “assenti”.

Sappiamo che questo fatto dell’essere “invisibili” agli occhi degli occupanti, è un meccanismo tipico della colonizzazione che non è caratteristico solamente del caso d’Israele nei confronti della Palestina, ma è tipico di tutti gli Stati colonizzatori. È il caso, ad esempio, del territorio americano, in cui gli americani dichiaravano di non aver visto, di non aver preso consapevolezza della presenza degli “indiani” d’America; è lo stesso è avvenuto in Algeria, nei Paesi arabi sotto la Francia.

Tutto questo non è un fatto casuale, bensì scientificamente pianificato. Tornando a noi, è dal primo giorno, dalla prima dichiarazione che Israele ha sancito che il popolo palestinese non esisteva, benché ci fossero sui Territori in quel momento più di un milione di persone. E questo è un processo che continua, che non riguarda solo il 1948, ma che continua ancora oggi sempre con questa logica dell’alibi della non espropriazione a fronte di un popolo che, secondo loro, non esiste. Emblematico di questo modo di viversi, è quanto ebbe a dire Golda Meir (la Golda del titolo, ndr), riguardo la Palestina e il popolo ebraico: “Un popolo senza terra, per una terra senza popolo”».

Nel libro la casa è un po’ come un ancoraggio materiale e, al tempo stesso, spirituale, alla propria identità personale, familiare, nazionale. Nel libro, c’è un passaggio in cui Huda, una delle protagoniste del romanzo, «non poté fare a meno di ripensare al funzionario israeliano che l’aveva interrogata solo qualche settimana prima». Il funzionario le si rivolge così: «Smettila di vivere nel passato. È il vostro problema. Voi arabi continuate a vivere nel passato». E ancora: «Svegliati, siamo nel 2011, non nel 1948. Khalas Huda, khalas, è tutto finito».

È così? Si può immaginare un futuro rimanendo prigionieri del passato?

«Questo paragrafo è molto indicativo di questo fatto curioso, cioè che i palestinesi non hanno, secondo Israele, il permesso di ricordare quello che è successo 65 anni fa. Ma d’altro canto, Israele si riallaccia a quello che è successo in questa terra, la Palestina, duemila anni fa. È proprio una questione di “doppio standard”: noi dovremmo dimenticare, mentre loro tendono a giustificare la loro presenza lì proprio dalla storia e dalla memoria. Io ho scritto questo libro non solo per parlare di questa ferita non cicatrizzata, ma anche per dichiarare che per fare pace, perché ci possa essere pace fra Israele e Palestina, è necessario che Israele prenda atto della nostra identità, e di questa nostra memoria, che è una memoria recente. La casa di cui parlo nel libro, è la casa di mio padre, non è la casa di otto generazioni fa, quindi è parte integrante della mia identità. Non è pensabile una pace che possa prescindere dal riconoscimento di questa nostra identità, dal riconoscimento, reciproco, dell’altro da sé. La soluzione dei “due Stati”, è una soluzione che prevede l’accettazione di moltissimo dolore, e per lenirlo almeno in parte, è necessario comunque questa forma di riconoscimento della nostra identità. Possiamo accettare tutto il doloro che fa parte di questa soluzione, ma non possiamo prescindere dal riconoscimento di questa nostra identità. È sempre necessario mettersi nei panni dell’altro. Quando si parla di un “popolo espropriato” delle proprie case, della propria terra, si parla sempre del ‘48, ma questi sono fatti che continuano ancora oggi, quotidianamente, negli insediamenti, a Gerusalemme, in tutti i Territori. La mia domanda, che è una domanda molto concreta, non un mero esercizio intellettuale, è: che cosa possiamo fare ora, nel presente, per fermare questa espropriazione che continua tutti i giorni».

Una risposta la dà Hudna. Nel difendere la casa da cui era stata scacciata la sua famiglia, Hudna preferisce testardamente la cella alla condanna di non poter rientrare nella casa dei genitori. È una sfida o un segno di sconfitta?

«Ne romanzo mi focalizzo su quattro personaggi, tra cui ci sono io stessa e la mia famosa suocera, Umm Salim (protagonista del libro Sharon e mia suocera, Feltrinelli, 2003, ndr). Ognuno di noi fa i conti con la perdita in modo diverso. Per quanto mi riguarda, io non vado a vedere la casa della mia famiglia, perché per me è una emozione troppo forte che preferisco non affrontare. L’altro personaggio, Andoni, che è un architetto, un intellettuale, decide di adottare le vie legali, e prova attraverso un tribunale israeliano di riprendere possesso della sua casa. Huda è una persona di “pancia”, e quindi gestisce e reagisce a questa perdita in maniera molto viscerale, istintiva. I mezzi diversi che i vari personaggi e persone scelgono di usare, sono un modo per fare i conti con questa perdita. Mia sorella che è una psicanalista, dice, per l’appunto, che se hai paura di qualche cosa, bisogna affrontarla, guardarla in faccia. Huda ha sposato questo tipo di atteggiamento. E lo ha fatto anche perché ha visto suo padre che piangeva ripensando a quella casa da cui era stato scacciato, il ricordo del cane che abbaiava. Huda è stata così segnata dall’esperienza traumatica del padre, che dice se io non posso tornare in questa casa, nessuno potrà abitarla in pace».


Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Titolo:

Testo del messaggio:
(Per creare dei paragrafi separati, lascia semplicemente delle linee vuote)

Link ipertestuale (opzionale)
(Se il tuo messaggio si riferisce ad un articolo pubblicato sul Web o ad una pagina contenente maggiori informazioni, indica di seguito il titolo della pagina ed il suo indirizzo URL.)
Titolo:

URL:

Chi sei? (opzionale)
Nome (o pseudonimo):

Indirizzo email: