Inviare un messaggio

In risposta a:
Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

In risposta a:

> Sabra e Chatila, un popolo profugo. 33 anni fa la strage a Beirut ad opera dei falangisti coordinati dall’esercito israeliano. - Parte da Gerusalemme la demonizzazione dei palestinesi

sabato 19 settembre 2015

Sabra e Chatila, un popolo profugo

33 anni fa la strage a Beirut ad opera dei falangisti coordinati dall’esercito israeliano

Quest’anno tante delegazioni e da tutto il mondo. Dall’Italia anche tre deputati M5S

di Maurizio Musolino (il manifesto, 19.09.2015)

BEIRUT Trentatré anni sono passati dalla strage di Sabra e Shatila e da allora ogni anno si rinnova la catarsi di un ricordo che è anche un guardarsi indietro, verso la propria storia fatta di sconfitte e speranze, e un cercare in quel drammatico evento le ragioni per andare avanti alla ricerca di un futuro difficile da individuare. Oggi come allora, infatti, si cerca di negare al popolo di Palestina il presente; ieri con la mattanza messa in atto dai falangisti alleati di Israele e oggi attraverso l’assenza di diritti e vessazioni di ogni tipo, disperdendoli nel mondo per cancellarne la memoria e la possibilità di futuro.

«Mio nonno era un palestinese e abitava in Galilea, poi venne la guerra, bruciarono i nostri villaggi. Ci rifugiammo prima in Libano, poi a Damasco. Da allora la mia famiglia divenne palestinese rifugiata in Siria. Io sono nata a Yarmuk, non ho mai capito bene cosa ero: palestinese, ma anche siriana... Non potevo negare le mie origini, la Palestina, ma la Siria era il paese che aveva accolto la mia famiglia e io ci vivevo bene. Poi la Siria è esplosa, Yarmuk è diventato teatro di scontri e violenze e sono fuggita in Libano, divenendo così una palestinese rifugiata in Siria che vive da profuga in Libano. Mio figlio oggi non vuole restare qui, ha 23 anni e vuole raggiungere un suo zio in Norvegia. Cosa diventerà? Non sappiamo più cosa siamo!». Parole semplici e nello stesso tempo piene di disperazione, dette da Amal, una dei tantissimi profughi che sono arrivati in questi mesi dalla Siria. Fra questi sono circa 40mila quelli di origine palestinese. Uno spaccato della tragedia di un popolo. Per lei il massacro di Sabra e Chatila è solo un ricordo, uno dei tanti brutti ricordi.

Sono in tanti a voler scacciare l’ombra del massacro compiuto dalle falangi libanesi (cristiani maroniti). Lo fanno da sempre gli esecutori, che continuano a negare spudoratamente quel crimine. Lo fa anche una parte della popolazione palestinese, frustrata dalle troppe ingiustizie subite e schiacciata da un futuro inesistente. Ma quel ricordo, quella memoria, resta viva, come una ferita aperta. Una ferita che si palesa negli occhi dei familiari delle vittime, che ostinatamente chiedono giustizia per i loro cari. Donne e anziani che portano sulle spalle la responsabilità di traghettare la memoria del popolo palestinese alle nuove generazioni.

Sono loro, queste famiglie di Chatila, la vera ossatura del Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila, fondato dal giornalista del manifesto Stefano Chiarini, insieme a pochi amici italiani, a Kassem Aina, di Beit Atfal Assomoud, una ong palestinese, e Talal Salman, intellettuale arabo e direttore del quotidiano libanese Assafir. Il Comitato in questi giorni è a Beirut per chiedere giustizia per i morti e diritti per i vivi, quei quattrocentomila palestinesi che nel Paese dei Cedri non si vedono riconosciuti neanche i diritti fondamentali.

Quest’anno insieme alla delegazione italiana, che vede la presenza anche di tre parlamentari del M5S giunti a Beirut per partecipare alle celebrazioni del massacro, c’è una vasta rappresentanza proveniente da altri paesi: Usa, Malesia, Singapore, Norvegia, Francia, Finlandia, Spagna, ma soprattutto tanti palestinesi che arrivano da Gaza e dalla Cisgiordania. Sono proprio i palestinesi di Gaza a denunciare con forza la condizione inumana a cui è condannata la popolazione che vive a Chatila, a Bourj al Barajne... nei campi in Libano. «Non possiamo restare zitti, questi campi sono cimiteri». Lo grida il coordinatore delle associazioni caritatevoli della Cisgiordania, «ieri ho visitato Chatila - prosegue - e ho provato vergogna. Una situazione intollerabile! Come si è arrivati a ciò? Come è stato possibile?». Nella risposta c’è tutta l’attuale crisi palestinese, una crisi di prospettiva, politica e sociale.

Si interroga sulle stesso tema il sindaco di Ghobeiry, la municipalità dove insiste il campo martire: «questo campo è un luogo inumano, inadatto alla vita delle persone. Lo sanno tutti, ma nessun vuole cambiare questa situazione. Da tempo denuncio questo e chiedo di poter intervenire drasticamente, e mi scontro contro un muro di gomma. I libanesi hanno paura che i palestinesi si stabilizzino qui, ma non sarà così, la loro patria resta la Palestina».

Ed è proprio la paura che sembra farla da padrona in questa parte del mondo. Paura dell’integralismo di Daesh (Isis), e del suo fanatismo criminale. Paura di ricadere in conflitti confessionali.

Ma anche paura di essere dimenticati, come rischiano di esserlo i rifugiati palestinesi in Libano: «Le crisi si sommano - ci spiega Salman Natour - prima i profughi dell’Iraq, ora quelli dalla Siria, nessuno sembra più volersi occupare dei palestinesi e dei diritti che gli vengono negati».

Ci spiegano cosa vuol dire vivere in un campo i rappresentanti del comitato popolare di Jalil, un piccolo campo vicino a Balbek: «tanti giovani ci dicono di voler partire, di voler prendere il mare per raggiungere l’Europa. Noi gli diciamo di no, di restare, gli raccontiamo delle morti nel Mediterraneo, dei respingimenti delle vostre polizie, gli spieghiamo che si deve restare qui per continuare a lottare affinché un giorno si possa ritornare in Palestina, ma poi ci accorgiamo che oltre le parole non abbiamo nulla da offrirgli e li lasciamo alle loro scelte. Senza un lavoro e senza la possibilità di avere un futuro cosa possiamo fare?».


Parte da Gerusalemme la demonizzazione dei palestinesi

-  Perchè il governo israeliano, i media e l’opposizione laburista dipingono un quadro da Terza Intifada?
-  Ingigantendo le proteste palestinesi per la vicenda della Spianata delle moschee forse si cerca di archiviare lo Stato di Palestina
-  Ieri sera un razzo sparato da Gaza ha colpito Sderot. Nessun ferito.

di Michele Giorgio (il manifesto, 19.09.2015)

GERUSALEMME La tensione è stata forte anche ieri a Gerusalemme Est e nei sobborghi palestinesi vicini alla città. Decine i feriti, tra i quali tre poliziotti. Soprattutto in Cisgiordania dove oltre ai feriti da proiettili rivestiti di gomma e calibro 22, parecchi dimostranti palestinesi sono rimasti intossicati dai lacrimogeni. A Qalandiya, Kufr Qaddum, Bilin, Hebron e altre località centinaia di giovani hanno affrontato i soldati per ore. A Gerusalemme 5000 mila poliziotti - la Knesset ha autorizzato l’impiego anche dei riservisti della Guardia di Frontiera - hanno blindato la città vecchia e impedito ai fedeli musulmani con meno di 40 anni l’accesso alla Spianata delle moschee. All’interno delle mura antiche i poliziotti hanno bloccato sul nascere, non mancando di pestare alcuni giovani, ogni accenno di protesta. La “giornata di rabbia” ha visto ieri sera un razzo sparato da Gaza (forse da gruppi salafiti) colpire la cittadina israeliana di Sderot, dove ha causato danni a un bus e alcune auto ma non alle persone (la scorsa notte si attendeva la risposta israeliana).

Tuttavia, nonostante le parole grosse e i toni da guerra usati dalle autorità israeliane, la contestazione palestinese per le “visite” sulla Spianata di coloro che sono descritti dal governo Netanyahu come “gruppi di turisti ebrei” (in realtà sono attivisti della destra che reclamano la sovranità sul biblico Monte del Tempio) non ha affatto toccato livelli mai raggiunti, anzi. E’ ancora vivo il ricordo delle manifestazioni di un anno fa, con scontri senza sosta tra centinaia di shebab palestinesi e polizia, andate avanti per settimane dopo che alcuni israeliani, per vendicare l’uccisione di tre ragazzi ebrei in Cisgiordania, bruciarono vivo l’adolescente Mohammed Abu Khdeir, e in risposta all’operazione militare “Margine Protettivo” contro Gaza. A Gerusalemme ci fu anche quella che i media israeliani chiamarono “l’Intifada delle auto” - lanciate in corsa da palestinesi contro fermate d’autobus e del tram - che causò alcune vittime. Certo, il clima è torrido, ma tra ciò che registriamo in questi giorni e la situazione di un anno fa la differenza è enorme.

Perchè il governo israeliano, i media e l’opposizione laburista dipingono un quadro da Terza Intifada? Perchè i lanci di pietre sono descritti come “attacchi armati” da punire con il massimo della severità? Le pietre scagliate dai palestinesi, sin dalla prima Intifada contro l’occupazione israeliana, hanno causato vittime anche negli anni passati, non solo in questi ultimi giorni. Gli stessi capi dei servizi di sicurezza e i comandi militari ripetono che non è in corso una nuova rivolta. La sensazione è che la guerra proclamata dal governo Netanyahu alla “violenza palestinese”, le accuse di incediare la situazione rivolte al presidente dell’Anp Abu Mazen e i toni apocalittici usati per descrivere Gerusalemme Est in questi giorni, siano figli anche di ragioni di opportunità politica e dei rapporti difficili tra il governo israeliano e l’Amministrazione Obama dopo la firma dell’accordo di Vienna che ha riconosciuto il programma nucleare iraniano. Senza dimenticare le tensioni con Bruxelles, a cominciare dalla fermezza, che Israele non si aspettava, con cui l’Ue pare decisa a “escludere” le colonie ebraiche in Cisgiordania dai rapporti commerciali firmati con Tel Aviv. Il primo ministro Netanyahu chiede di più delle armi promesse da Washington per digerire le intese di Vienna. Vuole che la questione dello Stato di Palestina sia archiviata, vuole che le colonie israeliane siano riconosciute. La demonizzazione dei palestinesi è un passaggio fondamentale per ottenerlo.


Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Titolo:

Testo del messaggio:
(Per creare dei paragrafi separati, lascia semplicemente delle linee vuote)

Link ipertestuale (opzionale)
(Se il tuo messaggio si riferisce ad un articolo pubblicato sul Web o ad una pagina contenente maggiori informazioni, indica di seguito il titolo della pagina ed il suo indirizzo URL.)
Titolo:

URL:

Chi sei? (opzionale)
Nome (o pseudonimo):

Indirizzo email: