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Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

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> PALESTINA E ISRAELE. Neta­nyahu, Hitler, e ... "il sionista Spi­noza". Il filosofo olandese era anche un po’ palestinese.

mercoledì 4 novembre 2015

EBRAISMO E DEMOCRAZIA. PER LA PACE E PER IL DIALOGO, QUELLO VERO, PER "NEGARE A HITLER LA VITTORIA POSTUMA" (Emil L. Fackenheim, "Tiqqun. Riparare il mondo")

FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA.


Cultura

Il filosofo olandese era anche un po’ palestinese

Polemiche. Una risposta all’articolo uscito sul «Corriere della Sera» dal titolo «Spinoza sionista», firmato dalla studiosa Donatella Di Cesare

di Stefano Visentin (il manifesto, 03.11.2015)

È senz’altro una pura coin­ci­denza il fatto che, pochi giorni dopo le frasi raz­zi­ste e anti­se­mite (per­ché anche gli arabi appar­ten­gono al ceppo lin­gui­stico semi­tico) di Ben­ja­min Neta­nyahu a pro­po­sito della solu­zione finale sug­ge­rita ad Hitler dal Gran Muftì di Geru­sa­lemme, sia apparso sulle pagine cul­tu­rali del Cor­riere della Sera un arti­colo della filo­sofa Dona­tella Di Cesare su «Spi­noza Sio­ni­sta» ([La Lettura], dome­nica 25 ottobre).

I due inter­venti, peral­tro, si col­lo­cano su piani asso­lu­ta­mente diversi: il primo è un’orribile fal­si­fi­ca­zione sto­rica ope­rata da un primo mini­stro, che non prova ver­go­gna a stru­men­ta­liz­zare per motivi poli­tici una delle grandi tra­ge­die del Nove­cento; il secondo è uno scritto di un’importante stu­diosa ita­liana (anche se forse non tra le più note inter­preti del pen­siero spi­noziano) che rilegge in maniera ori­gi­nale - e per molti versi inac­cet­ta­bile - un momento signi­fi­ca­tivo della bio­gra­fia di uno dei mag­giori filo­sofi della prima moder­nità, il «male­detto» Spi­noza (male­detto, sia ben chiaro, tanto dagli ebrei, quanto dai cri­stiani), per ricon­durlo alla reli­gione natia e, in tal modo, mostrare il carat­tere ideo­lo­gico dell’interpretazione della moder­nità come pro­cesso di seco­la­riz­za­zione e di gra­duale (e pro­ble­ma­tica) presa di distanza dall’eredità delle grandi reli­gioni mono­tei­ste (in par­ti­co­lare dall’ebraismo). E tut­ta­via, pur tenendo ben pre­sente la grande dif­fe­renza tra que­sti due inter­venti, è forse pos­si­bile trarne un inse­gna­mento comune.

Una piog­gia di male­di­zioni

Che le radici cul­tu­rali e poli­ti­che del moderno abbiano un rap­porto com­plesso e ambi­va­lente con la dimen­sione teo­lo­gica è un dato sto­ri­ca­mente accla­rato; e tut­ta­via la lotta per l’emancipazione dall’invadenza del clero nella vita della società e dei sin­goli indi­vi­dui rimane un pas­sag­gio fon­da­men­tale nel pro­cesso di costru­zione dell’orizzonte poli­tico della modernità.

Che Spi­noza non sia stato sco­mu­ni­cato - come afferma Di Cesare, gio­cando sul fatto che per la reli­gione ebraica la sco­mu­nica non esi­steva - bensì «sem­pli­ce­mente» ban­dito dalla comu­nità ebraico-portoghese di Amster­dam («Che egli sia male­detto di giorno e male­detto di notte, male­detto quando si sdraia e male­detto quando si alza, male­detto quando esce e male­detto quando rien­tra»), e che vi fos­sero dei fon­dati motivi di oppor­tu­nità poli­tica per­ché la comu­nità agisse in que­sto modo, tutto ciò è, in ultima ana­lisi, poco rile­vante per il per­corso filo­so­fico spi­no­ziano; il giorno dello Che­rem Spi­noza di fatto aveva già abban­do­nato la sua comu­nità, andando a vivere fuori dal quar­tiere ebraico, fre­quen­tando per­lo­più cri­stiani «senza Chiesa» (come l’ex-gesuita Van den Enden, oppure gli amici Col­le­gianti Bal­ling e Jel­les), e suc­ces­si­va­mente dia­lo­gando con i mag­giori scien­ziati dell’epoca (come Henry Olden­burg, segre­ta­rio della Royal Society) e, forse, per­fino isti­tuendo rap­porti con per­so­naggi di spicco della poli­tica olan­dese, come Johan De Witt.

Soprat­tutto, egli aveva abban­do­nato l’orizzonte ideo­lo­gico della sua antica reli­gione, leg­gendo Machia­velli e Hob­bes, gli sto­rici latini e Teren­zio, Descar­tes e i trat­tati sei­cen­te­schi di medi­cina; e ini­ziando, passo dopo passo, a costruire un sistema filo­so­fico che attri­buiva a Dio la mate­ria­lità, pri­van­dolo della volontà crea­trice, e al mondo una neces­sità anti­fi­na­li­stica che mirava a libe­rare gli uomini dal giogo del pec­cato e della colpa.

Per que­sto la ste­sura del Trat­tato teologico-politico, com­po­sto tra il 1665 e il 1670, quando Spi­noza era ormai lon­tano da Amster­dam, non era pen­sata per chiu­dere dei conti con l’ebraismo e con la sua comu­nità, né tan­to­meno - come sem­bra indi­care Di Cesare - per testi­mo­niare un qual­che debito filo­so­fico con la fede degli avi, quanto piut­to­sto, come dice lui stesso in una let­tera all’amico Olden­burg, per difen­dere «la libertà di filo­so­fare e di dire ciò che sen­tiamo» dai pre­giu­dizi dei teo­logi di ogni reli­gione, in par­ti­co­lare di quella cal­vi­ni­sta, che pre­oc­cu­pava Spi­noza ben più dei suoi ex-correligionari.

Così i capi­toli dedi­cati alla respu­blica Hebraeo­rum, sui quali Di Cesare costrui­sce la sua tesi di uno Spi­noza proto-sionista, sono in realtà com­po­sti in aperta pole­mica con la filia vetero-testamentaria dell’ortodossia cal­vi­ni­sta, allo scopo di trarre dalla sto­ria poli­tica ebraica «alcuni inse­gna­menti poli­tici» (titolo del cap. XVIII) da ado­pe­rare nella lotta per la libertà di pen­siero e di parola nelle Pro­vince Unite del XVII secolo. Il carat­tere pro­ble­ma­ti­ca­mente demo­cra­tico della teo­cra­zia mosaica appare, agli occhi di Spi­noza, un modello ini­mi­ta­bile in una società nella quale «non ci sono più pro­feti», dove l’idea di un patto con Dio risul­te­rebbe niente altro che un grande inganno teo­lo­gico: è la «società tutta intera» (cap. XVI), e non la divi­nità, alla quale una col­let­ti­vità «moderna» deve attri­buire il diritto di gover­nare, in modo che tutti i cit­ta­dini riman­gano liberi e uguali.

Spi­rito non addo­me­sti­ca­bile

Con­clu­dendo: il ten­ta­tivo di arruo­lare Spi­noza tra i figli pre­di­letti del popolo ebraico (ten­ta­tivo uguale e con­tra­rio alle nume­rose inter­pre­ta­zioni di uno Spi­noza tra­di­tore della sua fede avita, che Di Cesare omette di ricor­dare; pars pro toto quella di Leo Strauss) appare un’operazione for­te­mente a rischio di mani­po­la­zione poli­tica, nella dire­zione di una con­ferma dell’eccezionalismo ebraico, oggi rap­pre­sen­tato emi­nen­te­mente dallo Stato di Israele, culla della demo­cra­zia moderna, minac­ciata dal pro­getto di ster­mi­nio archi­tet­tato fin dalla prima metà del secolo scorso da una pre­sunta con­giura araba (la ripresa in chiave far­se­sca della leg­genda dei Pro­to­colli dei Savi di Sion).

E però Spi­noza non appar­tiene al popolo ebraico - né tan­to­meno alla nazione israe­liana - più di quanto non appar­tenga all’intera uma­nità, e in par­ti­co­lar modo a coloro che, senza distin­zioni di nazione, etnia, fede reli­giosa, lot­tano per eman­ci­pare gli uomini dai pre­giu­dizi della morale e della reli­gione e dall’asservimento al potere dispo­tico di pochi; in tal senso, forse, Spi­noza è anche un po’ palestinese.


Il sionista Spinoza

Il filosofo ebreo, mai «scomunicato» dai rabbini, vedeva nella Bibbia le origini della democrazia e ipotizzava la nascita di un nuovo Stato d’Israele

di Donatella Di Cesare (Corriere della Sera - La Lettura, 25.10.2015)

Può capitare di salire su un autobus, fermo alla stazione di sosta, e di imbattersi in un autista immerso nella lettura di un libro. La sorpresa aumenta quando si riesce a scorgere il titolo. Il libro è l’ Etica di Baruch Spinoza, la stazione degli autobus è quella di Tel Aviv.

Ma che ci fa Spinoza in Israele? Non è stato forse «scomunicato», espulso dal popolo ebraico già secoli fa? Come mai il suo spettro si aggira nel cuore della società israeliana? Per rispondere occorre ripartire proprio dal mito di quella «scomunica» che continua a essere divulgato in modo acritico. Secondo la versione più diffusa, il 27 luglio 1656 le autorità rabbiniche della comunità di Amsterdam avrebbero «scomunicato», con tanto di cerimonia lugubre, celebrata sotto la volta della sinagoga dello Houtgracht, Bento Spinoza, registrato con il nome ebraico di Baruch. La scena assume un valore emblematico: è l’apice dello scontro fra il libero pensiero e la rigida ortodossia ebraica, tra l’apertura della scienza e l’intolleranza della religione. La condanna di Galilei e la «scomunica» di Spinoza segnerebbero la fine di un’epoca buia, inaugurando la modernità.

Descritta talvolta con dovizia di particolari, tra candele nere, voci accorate, suono dello shofàr , la scena della «scomunica» non si è mai verificata. Frutto di una immaginazione, per nulla innocente, è la «scomunica» stessa. Da che cosa avrebbe dovuto essere «scomunicato» Spinoza? L’ebraismo non ha, a differenza della Chiesa, né un’autorità centrale né un dogma teologico, sulla cui base si possa impedire la «comunione» di sacramenti. Secondo le ricerche condotte negli ultimi anni si può dire che, in una saletta attigua alla sinagoga, i parnassìm , le autorità laiche, i capi riuniti nel ma’amad , il consiglio della comunità, diedero lettura di un testo in ebraico, andato perduto, di cui depositarono una copia in portoghese: per via delle sue horrendas heregias , «orrende eresie», si vietava ai membri della comunità di Amsterdam di avere ancora rapporti con Bento Spinoza.

Il divieto non fu rispettato. Dal canto suo Spinoza, che non era presente alla lettura, per difendersi inviò un testo in spagnolo, la Apologia , di cui non resta traccia, ma che dovette confluire nel suo celebre Trattato teologico-politico . L’evento non ebbe risonanza. La comunità prosperò e fiorì senza il giovane ribelle, il quale continuò a frequentare gli amici di prima e a sviluppare le sue «idee eretiche».

Oscuro resta il motivo concreto del provvedimento: forse Spinoza aveva deciso di disfarsi dell’eredità del padre, un cumulo di debiti, forse non aveva pagato le quote alla comunità, forse fu colto in flagrante mentre, insieme a Juan de Prado, violava apertamente lo Shabbat. Ma Spinoza, per carattere, era riservato e introverso; non amava la bagarre . La serena intimità dei quadri di Vermeer non deve ingannare: tra i canali del quartiere di Vlooienburg, nella «Gerusalemme olandese», i conflitti erano all’ordine del giorno. I vecchi marrani, che avevano resistito alle persecuzioni in Spagna e Portogallo, erano convinti di aver conservato in segreto l’ebraismo. Non ne avevano, però, che un pallido ricordo. L’impatto con la tradizione, che si era mantenuta viva negli altri Paesi europei, fu dunque traumatico. Giunsero da Venezia rabbini famosi come Rabbi Saul Levi Mortera, per insegnare a quegli ex conversos che Purim non era, come loro immaginavano, la festa di Santa Ester.

Fioccavano perciò i provvedimenti di cherem , di bando dalla comunità. Lo storico Yosef Kaplan ne ha contati almeno 40 nel periodo tra il 1622 e il 1683. Il cherem poteva durare anche solo un paio di giorni. La tensione era alta anche all’esterno. I capi della comunità dovevano dimostrare alle autorità olandesi che gli ebrei, oltre a seguire l’ortodossia, si guardavano bene dal sostenere idee politiche troppo radicali. Che fare con il giovane Spinoza, strenuo difensore della democrazia e della sovranità popolare? Il cherem ebbe, dunque, un valore politico. Ma a che scopo alimentare il mito della «scomunica», come hanno fatto già i primi biografi, Johan Colerus e soprattutto Jean-Maximilien Lucas, che riportano notizie tendenziose e apocrife?

Ha parlato, senza mezzi termini, di «antisemitismo» Richard Popkin, tra i maggiori studiosi del filosofo: sulla scia di precedenti illustri, Spinoza è stato dipinto come un martire per gettare discredito sulla comunità di Amsterdam e su tutto il mondo ebraico.

Eppure Spinoza è rimasto sempre ebreo. In veste geometrica e in lingua latina ha articolato la tradizione ebraica, inserendola nella riflessione europea. Di qui la straordinaria complessità della sua opera. Né ricchezza, né onore, né piacere sono beni certi. Eppure li inseguiamo ogni giorno, lasciando la nostra vita in balia di passioni e sbalzi morali che la turbano. Questo patetico amore per il bene effimero non è che idolatria. Chi è eticamente libero non teme la sorte avversa né attende ricompensa nell’aldilà.

Per spezzare le catene della schiavitù etica occorre amare ciò che è infinito, eterno, perfetto. Solo l’«amore intellettuale di Dio» è fonte di «letizia» - e nella laetitia riecheggia l’ebraico simchà . Che cosa significa, d’altronde, l’emendazione dell’intelletto, di cui Spinoza parla nel suo primo trattato? A chiarirlo è l’ebraico tikkùn , riparazione. Emendare l’intelletto vuol dire ricondurlo al Sommo Bene. Perfino la formula Deus sive natura , secondo cui Dio è natura, non è la negazione della trascendenza, ma proviene - come ha mostrato il noto studioso Moshe Idel - dalla Kabbalà. Lo aveva già detto, d’altronde, in un saggio del 1864, il grande rabbino di Livorno Elia Benamozegh.

Il mondo ebraico non ha mai dimenticato Spinoza. Certo, ha guardato con qualche sospetto quel primo grande intellettuale della modernità. Tracce di ciò si rinvengono nel breve racconto di Isaac B. Singer Lo Spinoza di via del Mercato . Nahum Fischelson, un filosofo in pensione, viveva nella quieta solitudine del suo piccolo appartamento di Varsavia, lontano dalla comunità. Di tanto in tanto gettava un’occhiata sulla via del Mercato, poi tornava beato a leggere l’ Etica di Spinoza. Ma improvvisamente si ammalò. Una vicina, Dobbe la nera, fu presa allora da pietà; superato il timore per l’«eretico», andò ad accudirlo. Sbocciò l’amore e, inatteso, si celebrò il matrimonio. Durante la prima notte di nozze, l’anziano filosofo, finalmente felice, si affacciò alla finestra. «Aspirò profondamente l’aria della notte, poggiò le mani tremanti sul davanzale e mormorò: “Divino Spinoza perdonami. Sono diventato uno sciocco”».

Ma l’immagine dell’eretico, riflessa dall’esterno, non ha mai fatto presa nel mondo ebraico, screditata e confutata da un approfondito dibattito sul Trattato teologico-politico . Di solito quest’opera è letta come un attacco all’ebraismo. Vengono omessi, a questo scopo, due lunghi capitoli dedicati alla «Repubblica degli ebrei».

Spinoza può allora essere presentato come il pioniere del pensiero secolare, come appare nella versione addomesticata che ne dà Steven Nadler. Come mai Spinoza si sofferma sulla costituzione del popolo ebraico? Non sono stati i greci a introdurre la democrazia. Spinoza punta l’indice contro Platone e Aristotele. Non solo hanno affiancato la democrazia all’aristocrazia e alla monarchia, non solo hanno visto nel potere dei più una forma deteriore di governo, ma hanno persino tollerato al margine la schiavitù. Dove c’è schiavitù, però, non ci può essere democrazia. Per Spinoza è stato il popolo ebraico a introdurre per la prima volta la democrazia nella storia del mondo. In una pagina magistrale situa quell’istante all’uscita dall’Egitto. Liberati dall’oppressione, gli ebrei seguirono il richiamo del Dio sovversivo che fece uscire il popolo «con braccio teso».

Furono finalmente cittadini, non più sudditi. Una volta riconquistato il proprio diritto, avrebbero potuto conservarlo ciascuno per sé, o trasferirlo ad altri. Invece presero una decisione che li distinse da tutti gli altri popoli. Con le parole di Spinoza: «Decisero di non trasferire il proprio diritto a nessun mortale, ma soltanto a Dio e, senza esitare, promisero tutti ugualmente a una voce», uno clamore .

Nel patto teologico-politico che stringono non ci può essere dominio di un essere umano sull’altro. Se ci fosse, verrebbe meno l’eguaglianza di tutti. La forma politica di Israele è la teocrazia. Anzi, theocratía è la traduzione greca dell’ebraico Israel , «che Dio regni!», il «Regno di Dio». Il potere di Dio garantisce che non ci sia comando, dominio di un essere umano sull’altro.

Martin Buber e Jacob Taubes parleranno perciò di «teocrazia anarchica» di Israele. Nella visione radicale di Spinoza la teocrazia è però sospesa non appena il popolo ebraico riconosca un altro potere. L’ebreo divenuto cittadino della Repubblica d’Olanda non è tenuto più a osservare lo Shabbat, che ha anche un eminente valore politico. Della teocrazia ebraica resta allora il «braccio teso» del popolo, gesto di libertà, simbolo di uguaglianza, promessa di democrazia, esempio per tutti gli altri popoli, impegno di Israele nel futuro.

Che ne sarà allora della «Nazione ebraica» in esilio? Per Spinoza l’«elezione» degli ebrei, legata alla storia, è politica, motivata dalla loro forma di governo. E scrive: «Potrei assolutamente credere che, se si presentasse la possibilità, gli ebrei ricostruiranno un giorno il loro Stato e Dio li eleggerà di nuovo».

Spinoza è stato il primo sionista? L’aveva già riconosciuto con chiarezza Moses Hess nel suo scritto del 1862 Roma e Gerusalemme . D’altronde Spinoza è stato anche il primo vero linguista dell’ebraico. Il suo Compendio di grammatica ebraica è lo studio pionieristico dell’ebraico vivo, la dimora che, per Spinoza, attendeva la nazione ebraica in esilio.

Ahinu attà, «sei nostro fratello!». Il 21 febbraio 1927 Yosef Klausner pronunciò un discorso ufficiale all’Università ebraica di Gerusalemme in cui toglieva il bando e rivendicava Spinoza alla cultura ebraica. Quando mai aveva contato quel cherem ? - commentò caustico Gershom Scholem. Nel 1953 Ben Gurion proclamò che era venuta l’ora di riparare al torto e tradurre Spinoza in ebraico. Emmanuel Levinas criticò dapprima Ben Gurion, ma poi a sua volta scrisse Avete riletto Baruch? L’edizione delle opere in ebraico ha prodotto una rinascita di studi. Fondato da Yirmiyahu Yovel nel 1984 il Jerusalem Spinoza Institute è solo uno dei centri universitari dove si discute, non senza toni accesi, l’eredità del grande filosofo. Poco note sono ancora in Italia le ricerche dell’ultimo decennio su Spinoza e, più in generale, sul pensiero politico ebraico.


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