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Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

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> Israele/Striscia di Gaza. Il governo Netanyahu conferma la linea del pugno di ferro lungo il confine e attacca la ong dei diritti umani B’Tselem che ha chiesto ai soldati di non aprire il fuoco sui civili palestinesi.

giovedì 5 aprile 2018

Gaza senza più nulla da perdere si prepara al venerdì di sangue

Israele/Striscia di Gaza. Negli accampamenti sorti nella fascia orientale della Striscia i palestinesi predispongono trincee per proteggersi dagli spari dell’esercito israeliano. Il governo Netanyahu conferma la linea del pugno di ferro lungo il confine e attacca la ong dei diritti umani B’Tselem che ha chiesto ai soldati di non aprire il fuoco sui civili palestinesi

di Michele Giorgio (il manifesto, 05.04.2018)

GAZA «Non voglio morire, voglio vivere, ma è meglio la morte di questa vita da ‎prigioniero, senza futuro». Non è una frase gettata lì, a caso. Karim, 22 anni, dice ‎ciò che realmente pensano lui e i suoi giovani compagni, riuniti in una tenda per la ‎colazione. Qualche pezzo di pane preparato in casa, un paio di piatti con ‎dell’hummus, qualche pomodoro. Tutti hanno dormito lì come testimoniano i resti ‎di un falò a pochi metri dalla tenda. Sono le 9 e nell’accampamento “Abu Safie”, ‎ad Est di Jabaliya, uno dei cinque allestiti la scorsa settimana nella fascia orientale ‎di Gaza per la “Marcia del Ritorno”, fa già molto caldo. Il sole picchia forte sulle ‎tende e le altre strutture alzate dai palestinesi a diverse centinaia di metri dalle ‎linee di demarcazione con Israele.
-  Dall’altra parte delle barriere ci sono i soldati, ‎inclusi i tiratori scelti che venerdì scorso hanno ucciso 14 palestinesi e ferito altre ‎centinaia con munizioni vere e rivestire di gomma. Altri quattro sono spirati negli ‎ospedali dove restano ricoverate decine delle centinaia di persone colpite dal ‎fuoco dei militari israeliani. ‎«Due dei miei amici sono stati feriti, grazie a Dio non ‎in modo non grave», ci dice Karim indicando un paio di ragazzi, uno avrà non più ‎di 14 anni e sta in piedi appoggiandosi a una stampella. ‎«Venerdì sarà un giorno ‎di sangue, gli israeliani ci spareranno contro ma non abbiamo paura‎‎. Non abbiamo ‎nulla da perdere», spiega un altro giovane, Maher, mentre osserva il lento ‎movimento, avanti e indietro, di una ruspa che ammassa terra lungo il lato ‎orientale di “Abu Safie”. Lo stesso accade negli altri quattro accampamenti. ‎

Questi terrapieni saranno le trincee dove domani i partecipanti della “Marcia del ‎Ritorno”, cercheranno riparo se i soldati apriranno di nuovo il fuoco di nuovo sui ‎palestinesi che proveranno ad avvicinarsi al confine. I filmati postati sui social nei ‎giorni scorsi mostrano non pochi manifestanti colpiti quando si stavano ‎allontando dalle barriere e persino a grande distanza da esse. ‎«Per proteggerci ‎daremo fuoco a cataste di vecchi pneumatici‎, il fumo nero non permetterà agli ‎israeliani di prenderci di mira come hanno fatto venerdì», ci spiega sicuro del fatto ‎suo Abu Tareq Salameh, un uomo sulla sessantina, in un’altra tenda assieme ad ‎una decina di coetanei. ‎
-  «Siamo decisi a rompere l’assedio (di Gaza). Perciò ‎resteremo qui, non ce ne andremo, anche se ci ammazzaranno tutti», aggiunge Abu ‎Tareq lamentandosi, come tutti i palestinesi, giovani e anziani, del debole ‎appoggio che la “Marcia del Ritorno” ha avuto dai leader arabi. ‎«La Lega araba ‎non conta nulla, (martedì) si è riunita solo per scrivere parole vuote su pezzi di ‎carta. I leader arabi amano l’America, amano Trump e pure Israele», conclude ‎l’uomo riferendosi all’avvicinamento dell’Arabia saudita allo Stato ebraico.

Si vedrà domani se gli accorgimenti per proteggersi dagli spari studiati dai ‎palestinesi si riveleranno utili. Israele da parte sua ha fatto sapere che userà ancora ‎il pugno di ferro. Martedì il ministo della difesa Lieberman ha avvertito senza ‎usare mezze parole che coloro che si avvicineranno alle recinzioni metteranno ‎«a ‎rischio la loro vita».

Qualche ora dopo un giovane palestinese, Ahmad Arafah, che ‎si era spinto fin sotto alle barriere, è stato ucciso dal fuoco dei soldati. Ieri altri ‎feriti, a est di Zaitun. Israele ha ribadito l’avvertimento in un messaggio per il ‎movimento islamico Hamas, che controlla Gaza, affidato al capo dei servizi di ‎intelligence dell’Egitto, Abbas Camel, ricevuto due giorni fa a Tel Aviv dal ‎direttore dello Shin Bet (la sicurezza interna) Nadav Argaman.
-  Governo, partiti di ‎destra, forze armate e la maggior parte dei media israeliani continuano a descrivere ‎la “Marcia del Ritorno” non come una iniziativa popolare e pacifica organizzata ‎dall’Alto Comitato per la fine dell’assedio di Gaza - include tutte le formazioni ‎palestinesi, laiche e religiose - che andrà avanti fino all’anniversario della Nakba ‎palestinese, il 15 maggio. Piuttosto la ritengono un piano di Hamas per lanciare ‎‎«azioni ‎terroristiche‎» contro Israele. Per questo hanno diffuso le foto in uniforme ‎militare di alcune delle vittime palestinesi di venerdì, sostenendo che si trattava di ‎militanti o simpatizzanti di Hamas e Jihad e sorvolando sul fatto che quando sono ‎stati colpiti erano in abiti civili e disarmati (ad eccezione di due, del Jihad, ‎responsabili di un attacco armato). Ieri Israele ha anche comunicato di aver ‎arrestato una decina di palestinesi, sempre del Jihad, che, secondo i suoi servizi di ‎sicurezza, si accingevano ad attaccare una motovedetta per catturare dei marinai. ‎

Malgrado il sostegno di buona parte dell’opinione pubblica alla linea dura del ‎governo Netanyahu, in Israele si alzano voci contro nuove stragi di palestinesi sul ‎confine con Gaza. B’Tselem, noto centro per i diritti umani, ieri ha esortato i ‎soldati a disobbedire agli ordini e a non sparare sui civili palestinesi se questi non ‎porranno una minaccia per le loro vite. Si tratta di un passo raro se si tiene conto ‎che l’esercito era e resta la spina dorsale della società israeliana e che disubbidire ‎agli ordini militari è considerato un atto gravissimo.
-  B’Tselem nei suoi trent’anni ‎di vita non ha mai invitato a rifiutare gli ordini dell’esercito ma, afferma il suo ‎portavoce, Amit Gilutz, ritiene che sia illegale oltre che disumano sparare ai ‎palestinesi che pongono una minaccia per la vita dei ‎soldati‎. B’Tselem non nega il ‎diritto di Israele di difendere il suo confine ma ribadisce che lo Stato ebraico deve ‎osservare le norme internazionali per l’uso della forza. ‎«Avvicinarsi alle barriere e ‎persino danneggiarle non fornisce i presupposti per l’uso di forza letale...che - ‎ricorda il centro per i diritti umani - è limitato a situazioni che comportino un ‎pericolo mortale tangibile e immediato e solo in assenza di altre alternative‎».‎ La reazione del ministro Lieberman è stata furiosa. Ha definito “sobillazione” l’appello ‎dell’ong israeliana da lui descritta come un gruppo di ‎«mercenari che agiscono dietro finanziamento di ‎fondi stranieri, mercenari intenti a colpire lo stato di Israele».

È assai improbabile che ufficiali e soldati israeliani accolgano l’invito di ‎B’Tselem e comunque nell’accampamento “Abu Safieh” neppure conoscono il ‎centro israeliano per i diritti umani. La vita sembra scorrere normale, come se ‎domani ad attendere i partecipanti alla Marcia del Ritorno non ci fosse un venerdì ‎di sangue. Si puliscono i bagni chimici, le donne portano acqua e cibo, una Ong ‎locale monta una postazione medica, qualcuno prova ad attivare il collegamento a ‎internet. Più in fondo dei ragazzi giocano a calcio. ‎«La mia famiglia vorrebbe ‎vedermi diventare un architetto» dice Nidal Abu Shabaan, uno studente ‎universitario, ‎«lo desidero anche io ma non voglio essere un architetto ‎prigioniero. Per questo sono qui, per essere libero».‎


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