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Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

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>I settant’anni dello Stato d’Israele sono anche i settant’anni della Nakba, la «Catastrofe» del popolo palestinese. Leila Ghandur, simbolo del dolore di Gaza

mercoledì 16 maggio 2018

Nakba, la catastrofe infinita

di Tommaso Di Francesco (il manifesto, 16.05.2018)

I settant’anni dello Stato d’Israele sono anche i settant’anni della Nakba, la «Catastrofe» del popolo palestinese, la cacciata nel 1948 di centinaia di migliaia di palestinesi (da 700mila a un milione) in una operazione di preordinata pulizia etnica che li ha trasformati nel popolo profugho dei campi. A confermare laa doppiezza strabica degli eventi nel rapporto di causa ed effetto, è arrivato lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, la festa della «grande riunificazione» di Netanyahu; proprio mentre la promessa elettorale mantenuta di Trump provocava la rivolta e la strage di 60 giovani nel tiro al piccione a Gaza. Secondo i versi del poeta palestinese Mahmud Darwish: «Prigionieri di questo tempo indolente!/ non trovammo ultimo sembiante, altro che il nostro sangue».

Invece sulla descrizione in atto del massacro si esercitano gli «stregoni della notizia»: così abbiamo letto di «ordini dalle moschee di andare correndo contro i proiettili», di «scontri», di «battaglia» e «guerriglia». Avremmo dunque dovuto vedere cecchini, carri armati e cacciabombardieri palestinesi fronteggiare cecchini, tank e jet israeliani, con assalti di uomini armati. Niente di tutto questo è avvenuto e avviene. Invece, nella più completa impunità, la prepotenza dell’esercito israeliano sta schiacciando una protesta armata di sassi, fionde e copertoni incendiati. Per Netanyahu poi si tratterebbe di «azioni terroristiche».

Ma la verità è che un popolo oppresso che manifesta contro un’occupazione militare ricorda solo la nostra Liberazione e il diritto dei palestinesi sancito da ben tre risoluzioni dell’Onu (una del 1948 proprio sul «diritto al ritorno»). Sì, la festa triste di un popolo, guidato da Netanyahu e dal nuovo «re d’Israele» Trump, vive della catastrofe di un altro popolo. Che si allunga all’infinito con la proclamazione di Gerusalemme «unica e storica capitale indivisibile di Israele». Altro che due Stati per due popoli: nemmeno due capitali. Intanto per lo Stato d’Israele il «diritto al ritorno» è costitutivo della natura esclusiva di Stato ebraico.

Ai palestinesi al contrario è permesso solo di vivere a milioni nei campi profughi di un Medio Oriente stravolto dalle guerre occidentali e come migranti nei propri territori occupati (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est); di sopravvivere alla fame nel ghetto della Striscia di Gaza.
-  Questa è la condizione palestinese, con il muro di Sharon che ruba terre alla Palestina e taglia in due famiglie e comunità; posti di blocco che sospendono nell’attesa le vite umane; lo sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate; le uccisioni quotidiane; e una miriade di insediamenti colonici ebraici che hanno ormai cancellato la continuità territoriale dello Stato di Palestina.
-  Dopo tante chiacchiere di Obama che nel 2009 dal Cairo dichiarava: «Sento il dolore dei palestinesi senza terra e senza Stato». E dopo i voltafaccia dell’Ue che si barcamena sull’equidistanza impossibile e tace, mentre ogni governo occidentale fa affari in armi e tecnologia, e con patti militari - come l’Italia - con Israele, che è da settant’anni in guerra e che occupa terre di un altro popolo.

Allora o si rompe il silenzio complice e si prefigura una soluzione di pace che esca dall’ambiguità di stare al di sopra delle parti - come se Israele e Palestina avessero la stessa forza e rappresentatività, quando invece da una parte c’è lo Stato d’Israele, potente e armato fino ai denti, potenza nucleare e con l’esercito tra i più forti al mondo, mentre dall’altra lo Stato palestinese semplicemente non esiste - oppure sarà troppo tardi.
-  Il nodo mai sciolto - Rabin a parte, non a caso assassinato da un integralista ebreo - da tutti i governi israeliani resta quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Che se però non lo riconosce per la Palestina perché dovrebbe pretenderlo per sé? I due termini ormai si sostengono a vicenda oppure insieme si cancellano. Tanto più che la demografia ormai racconta che le popolazioni arabe hanno oltrepassato la misura di quelle ebraiche. O si avvia una trasformazione democratica dello Stato d’Israele che decide di perdere la sua natura etnico-religiosa di «Stato ebraico», con la pretesa arrogante che i palestinesi occupati lo riconoscano come tale; oppure si conferma la dimensione acclarata di Stato di apartheid come in Sudafrica; con i territori occupati come riserve per i «nativi» nemici.

Scriveva Franco Lattes Fortini nella sua Lettera aperta agli ebrei italiani nel maggio 1989, nella la fase più acuta della Prima intifada: «Con ogni casa che gli israeliani distruggono, con ogni vita che quotidianamente uccidono e perfino con ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura occidentale, è stato accumulato dalle generazioni della diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea e cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere».
-  Provate a rileggere la grande lezione morale di S. Yizhar (Yzhar Smilansky), il fondatore della letteratura israeliana, che in un piccolo romanzo del 1949 Khirbet Khiza - significativamente un titolo in arabo, conosciuto da noi come La rabbia del vento, che aprì un dibattito sulle basi etiche del nuovo Stato - racconta la storia di una brigata dell’esercito israeliano impegnata con la violenza a cacciare famiglie palestinesi.
-  Il romanzo finisce con queste parole di dolore e rammarico: «I campi saranno seminati e mietuti e verranno compiute grandi opere. Evviva la città ebraica di Khiza! Chi penserà mai che prima qui ci fosse una certa Khirbet Khiza la cui popolazione era stata cacciata e di cui noi ci eravamo impadroniti? Eravamo venuti, avevamo sparato, bruciato, fatto esplodere, bandito ed esiliato (...) Finché le lacrime di un bambino che camminava con la madre non avessero brillato, e lei non avesse trattenuto un tacito pianto di rabbia, io non avrei potuto rassegnarmi. E quel bambino andava in esilio portando con sé il ruggito di un torto ricevuto, ed era impossibile che non ci fosse al mondo nessuno disposto a raccogliere un urlo talmente grande. Allora dissi: non abbiamo alcun diritto a mandarli via da qui!».


Leila, simbolo del dolore di Gaza

Gaza. I genitori di Leila Ghandur, la bimba di otto mesi soffocata lunedì dai gas lacrimogeni, negano di aver portato la figlia sotto le barriere con Israele. Ieri, giorno della Nakba, altri due palestinesi uccisi dall’esercito israeliano mentre Gaza piange ancora le 60 vittime della strage di lunedì

di Michele Giorgio (il manifesto, 16.05.2018)

GAZA Il dolore muto di Anwar Ghandur contrasta con il clamore e lo sdegno che ha ‎suscitato nel mondo la morte della figlioletta di otto mesi, Leila, soffocata lunedì ‎dai gas lacrimogeni lanciati dai soldati israeliani. Sotto la tenda del lutto nel ‎quartiere di Zeitun, a Gaza city, siedono parenti e amici. Si alzano tutti in piedi per ‎stringere la mano a chi porta vicinanza e condoglianze. Un ragazzo serve ai ‎presenti caffè amaro. Anwar ha 27 anni e il volto di un adolescente. Sua moglie ‎Maryam ne ha appena 19. ‎«È stato un colpo duro, per me e soprattutto per mia ‎moglie» dice ‎«già un anno fa avevamo perduto il nostro primo bimbo, Salim, di ‎un anno. La sera si era addormentato tranquillo ma non si è più svegliato, è morto ‎nel sonno». Arrivano altre persone, tra queste Jamal Khudari, fino a qualche anno ‎fa presidente del Comitato contro l’assedio di Gaza. Anwar va a salutarlo. Una ‎stretta di mano veloce, Khudari sussurra qualche parola di conforto. Il giovane ‎padre torna da noi. ‎«Maryam aveva ritrovato la serenità quando ha partorito Leila. ‎Abbiamo perduto anche lei e mia moglie è devastata». La giovane mamma resta in ‎casa, non solo per la tradizione che separa i sessi nelle occasioni pubbliche di ‎lutto. Semplicemente non ce la fa a parlare, ci spiega Anwar.

Sui social infuria lo scontro ‎tra chi denuncia l’orribile morte di una bimba a ‎causa dei lacrimogeni e chi difende Israele sempre e comunque, contro ogni ‎evidenza, non mancando di accusare i Ghandur di imprudenza se non addirittura ‎di aver lucidamente portato la figlia fino alle barriere di demarcazione, sotto il ‎fuoco dei soldati isreliani e nel fumo dei lacrimogeni per provocarne la morte e ‎mettere sotto accusa Israele.

Anwar non sa di questa insana battaglia in internet. Le ‎ultime ore le ha passate a piangere Leila e a confortare la moglie. ‎«La mia bimba ‎era molto lontana dalle barriere» ci racconta ‎«era con la mamma, la nonna e la zia ‎in una tenda (ad est di Shajayie,ndr) dell’accampamento». Tutto è accaduto in ‎pochi attimi. ‎«Mia moglie - prosegue - mi ha detto che ad un certo punto sopra ed ‎intorno alla tenda sono caduti diversi candelotti lacrimogeni sganciati da un drone ‎israeliano. La tenda è stata avvolta in una nuvola di fumo, sono scappate ma Leila ‎nel frattempo aveva inalato molto gas. Ha perduto i sensi subito, all’ospedale è ‎arrivata morta». Per Israele e la descrizione che ne danno molti mezzi ‎d’informazione gli accampamenti di tende eretti per la “Grande Marcia del ‎Ritorno” cominciata il 30 marzo nella fascia orientale di Gaza non sarebbero altro ‎che delle “basi di lancio” di attacchi alle barriere e di preparazione di attentati. ‎Piuttosto sono punti di riunione per migliaia di civili, per le famiglie, situati a ‎parecchie centinaia di metri dalle recinzioni. In alcuni di essi spesso organizzati ‎momenti di intrattenimento e dibattiti.

Ciò che non viene riferito a sufficienza è ‎che l’esercito israeliano ha a disposizione nuovi “mezzi di dispersione” delle ‎manifestazioni, come i cannoncini che sparano in pochi secondi decine di ‎candelotti a grande distanza e anche droni che dall’alto sganciano i lacrimogeni ‎sui ‎manifestanti che si avvicinano alle barriere e anche su quelli fermi molto più ‎indietro. Proprio i lacrimogeni sparati da un drone hanno provocato la morte di ‎Leila, secondo il racconto che ci ha fatto il padre. Le autorità di Gaza hanno aperto ‎una indagine per accertare le cause della morte della bimba. Così come quella di ‎altri otto ragazzi, con meno di 16 anni, che figurano tra le 60 vittime della strage di ‎lunedì.‎

L’accampamento di Abu Safieh a Est di Jabaliya ieri ha cominciato ad ‎affollarsi dopo le 15. E così tutti gli altri lungo la fascia orientale di Gaza. Si ‎diceva che dopo il massacro avvenuto il giorno prima, i palestinesi sarebbero ‎rimasti a casa, per paura e per il lutto. Ma il 15 maggio, il giorno della Nakba, la ‎‎”catastrofe” del 1948 e i suoi profughi ancora in esilio e ai quali Israele non ‎permette il ritorno, sono motivi che più di altri spingono i palestinesi in qualsiasi ‎punto del pianeta a ricordare e a protestare. ‎«Gli israeliani dovranno ucciderci tutti ‎ma non ci arrendiamo, non ci faranno dimenticare i nostri diritti», ci dice Husan al ‎Sheikh, parente di una delle vittime di lunedì. ‎«Siamo qui per dire che non ‎accetteremo un’altra Nakba», aggiunge. Il fuoco dei soldati israeliani ieri ha fatto ‎nuove vittime: un uomo di 51 anni e un giovane. I feriti sono stati oltre 250.

Ghassan Abu Sitta è un chirurgo ortopedico di origine palestinese che lavora ‎nel più prestigioso e meglio attrezzato degli ospedali libanesi, quello che fa capo ‎all’università americana. A fine mese guadagna quanto gli stipendi messi insieme ‎di una dozzina di colleghi di Gaza. Però non dimentica la sua terra e tutte le volte ‎che può corre a Gaza da volontario. ‎«Questa è la mia gente, ogni palestinese ha il ‎dovere di dare un contributo, siamo ad un momento di svolta. Israele e gli Usa ‎vogliono cancellare la questione palestinese».

In questi giorni Abu Sitta è ‎impegnato all’ospedale al Awda nel nord di Gaza. ‎«L’afflusso di feriti è ‎incessante» ci dice il chirurgo ‎«e il tipo di ferite mi sconvolge, perché questi ‎proiettili si spezzano quando entrano nel corpo e i frammenti corrono verso punti ‎diversi distruggendo vasi sanguigni, muscoli, ossa. Ad un paziente ho estretto ‎pezzi di uno stesso proettile nelle gambe, nei genitali e nell’addome. Con i miei ‎colleghi facciamo il possibile ma tanti di questi feriti saranno disabili per sempre». ‎Mentre torniamo verso Gaza city, scorgiamo nelle strade più affollate alcuni ‎giovani con una gamba fasciata che avanzano lentamente aiutondosi con le ‎stampelle. Altri con un braccio fasciato e legato al collo. Ne contiamo nove fino ‎all’arrivo. Sono solo una frazione delle migliaia di feriti di queste ultime ‎settimane. I funerali che ieri hanno attraversato Gaza si sono portati via per sempre ‎di giovani e ragazzi, i disabili ci ricorderanno per anni l’orrore di questi giorni. ‎


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