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Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

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> OCCASIONE DA NON PERDERE. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, il 21 settembre, parlerà alle Nazioni Unite in seduta plenaria per chiedere il riconoscimento formale dello Stato palestinese.

sabato 10 settembre 2011

Occasione da non perdere

di Moni Ovadia (l’Unità, 10.09.2011)

Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, il 21 settembre, parlerà alle Nazioni Unite in seduta plenaria per chiedere il riconoscimento formale dello Stato palestinese.

La comunità internazionale ha un’opportunità preziosa per riparare ad uno dei più gravi torti commessi nella seconda metà del Novecento nei confronti di un piccolo popolo esemplare nella sua dignità e nel suo coraggio, il popolo palestinese che vive sotto occupazione militare israeliana da quasi cinquant’anni, con milioni dei suoi figli dispersi nell’ esilio, espulsi dalle loro terre, con la sua gente privata di ogni diritto, vessata quotidianamente da una colonizzazione perversa ed espropriatrice. La comunità internazionale non può perdere l’occasione di dare avvio ad un processo riparatore dei guasti e delle devastazioni del colonialismo che sono state all’origine del dramma mediorientale.

La decisione di accogliere lo Stato di Palestina nella comunità delle nazioni non potrà non mettere alle corde la politica del governo Netanyahu che mira alla strisciante e progressiva espropriazione dell’identità palestinese attraverso la compressione dei suoi spazi di esistenza e di cultura fino a ridurla ad una marginalità impotente.

Proprio in questi giorni un milione di israeliani chiedono giustizia sociale, sono gli indignados. Costoro, in risonanza con le primavere arabe potrebbero rimettere in moto un’energia virtuosa che faccia uscire gli israeliani dalla palude del discredito e dell’isolamento al quale li condannano il reaganiano Bibi e il razzista Lieberman, per farli entrare in un futuro migliore di quello del «ghetto» supermilitarizzato.


l’Unità 10.9.11

Israele ha innalzato in questi giorni al massimo il livello di allerta e sigillato le frontiere

Favorevoli alla proposta le potenze emergenti India, Cina, Brasile e molti stati europei

È intifada diplomatica per il riconoscimento dello Stato di Palestina

L’Olp prosegue la campagna per l’ingresso dello Stato di Palestina, come 194 ̊ membro, nelle Nazioni Unite. Nonostante il veto annunciato dagli Usa, potrebbe ottenere il sì di 2/3 dell’Assemblea generale Il voto all’Assemblea Onu sarà tra 10 giorni Già 118 Stati per il sì

di Umberto De Giovannangeli

Indietro non si ritorna. La terza Intifada è alle porte ma usa l’arma della politica e ha una data d’inizio: il 20 settembre. Il giorno in cui un intero popolo avrà gli occhi puntati sul Palazzo di Vetro. L’Intifada diplomatica ha un obiettivo dichiarato: ottenere i due terzi dei consensi dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite alla richiesta ufficiale di adesione all’Onu dello Stato di Palestina, indipendente e sovrano accanto ad un Israele confinato alle frontiere del 1967. L’attesa nei Territori cresce con l’avvicinarsi della data fatidica. I palestinesi rilanciano, gli Stati Uniti fanno muro. Il «no» ribadito dall’amministrazione Usa, su questo punto cruciale decisamente schierata con Israele, non ha incrinato la determinazione della leadership palestinese.

Nei giorni scorsi il Comitato esecutivo dell’Olp si è riunito insieme ai capi di tutte le componenti palestinesi a Ramallah con il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ribadendo la propria decisione di chiedere per la Palestina lo status di «194 ̊ Stato membro delle Nazioni Unite», limitato dai confini del 4 giugno 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. Una scelta, afferma un dirigente dell’Olp, Azzam al-Ahmed, «definitiva e irreversibile». Nella convinzione, dice a l’Unità il segretario generale dell’Olp, Yasser Abdel Rabbo, che «arrivare a questo obiettivo favorirà il rilancio di un processo di pace serio e di nuovi negoziati, con il chiaro obiettivo di una soluzione con due Stati sulle frontiere del 1967. Ma c’è il muro di Washington: la nascita di uno Stato palestinese, rimarca la portavoce del Dipartimento di Stato Usa Victoria Nuland, «può avvenire solo attraverso negoziati» e non con un’iniziativa unilaterale. Pertanto, a «qualunque» iniziativa in tal senso che venisse sottoposta al Consiglio di sicurezza, «gli Stati Uniti opporranno il veto», taglia corto la portavoce, aggiungendo che la cosa «non dovrebbe sorprendere». Un muro che rischia ora di creare un’ondata di indignazione in tutto il mondo arabo.A supporto del gesto unilaterale davanti all’Assemblea dell’Onu la leadership palestinese ha chiesto «una vasta mobilitazione in Palestina, nei campi profughi, nel mondo arabo e in tutti i Paesi del mondo per sostenere il passo alle Nazioni Unite. Tanto che in quei giorni “caldissimi”, Israele intende sigillare i Territori e decretare lo stato di massima allerta su tutto il territorio nazionale.

Mentre il Consiglio dell’Olp era riunito, un centinaio di palestinesi con bandiere e cartelli ha sfilato per le strade di Ramallah fino al quartier generale delle Nazioni Unite, dove è stata consegnata la lettera con la richiesta di adesione indirizzata al segretario generale Onu, Ban Ki-moon. A consegnarla è stata Latifa Abu Hamed, 60 anni, rifugiata del vicino campo di Al-Amari, che ha avuto un figlio ucciso dagli israeliani e altri quattro detenuti nello Stato ebraico. «Rivolgo questo messaggio all’Onu per dire che noi abbiamo diritto ad avere il nostro Stato come tutti nel mondo e abbiamo diritto alla fine dell’occupazione».

IL ROUND FINALE

«Al momento possiamo contare sul voto favorevole di almeno 118 Stati membri delle Nazioni Unite, ma riteniamo di arrivare ad oltre 140 superando così i 2/3», degli Stati membri dell’Onu, dice Nabil Abu Rudeinah, raggiunto telefonicamente alla Muqata, il quartier generale dell’Anp a Ramallah. La risoluzione può contare sul sostegno di potenze globali come Cina, Brasile, Sud Africa, India. A sostegno si schierano, compatti, i Paesi arabi e musulmani, dal Pakistan all’Iran, dall’Egitto post-Mubarak alla Turchia di Erdogan. Quel voto è invece destinato a spaccare l’Europa: a favore si sono già dichiarati la Spagna, i Paesi scandinavi, verso il sì sembrano orientarsi la Francia, il Belgio, l’Irlanda e il Lussemburgo, incerta resta la Gran Bretagna, contrari la Germania, la Polonia, l’Olanda. L’Italia, ultima ruota del carro europeo anche stavolta: l’orientamento è verso il no, ma senza sbandierarlo troppo. Un no a bassa voce. Il tono che più si addice al profilo undergronud del Cavaliere nello scenario internazionale.


l’Unità 10.9.11

Turchia

Il premier Erdogan: «Scorteremo le flottiglie per Gaza»

La marina militare turca ha ricevuto mandato di proteggere e scortare le navi cariche di aiuti umanitari destinate alla Striscia di Gaza. Lo ha annunciato ieri il premier turco Recep Tayyip Erdogan all’emittente satellitare Al Jazeera. «D’ora in poi ha dichiarato Erdogan , che ha rinunciato alla visita a Gaza non lasceremo che queste navi vengano attaccate da Israele come avvenne con la Freedom Flottilla». Non si placa la crisi diplomatica scaturita tra Turchia e Israele, che per bocca del suo ministro dell’informazione ha giudicato «gravi e difficili» le parole del primo ministro turco. Il premier israeliano Benyamin Netanyahu invita entrambi i paesi ad una maggiore responsabilità. Ma non sembra intenzionato a porre scuse ufficiali per le 9 vittime turche causate dall’arrembaggio del convoglio umanitario del 2010.


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