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Politica

Lettera a Prodi, Fassino e Veltroni, da parte degli amici del Phorum Palestina e compagni

Sulla visita a Sharon: un documento da leggere subito e divulgare all’istante
sabato 21 maggio 2005 di Emiliano Morrone
All’On.le Romano PRODI
All’On.le Piero FASSINO
Al Sindaco Walter VELTRONI
Abbiamo appreso dalla stampa che avete in programma una visita in Israele, dove incontrerete ufficialmente il Primo Ministro Ariel Sharon. Riteniamo che questo incontro sia un atto politicamente inopportuno e moralmente deplorevole, per i seguenti motivi.
Ariel Sharon non è un leader politico qualsiasi: è direttamente responsabile dell’assassinio di migliaia di uomini e donne, la cui unica colpa era quella di essere (...)

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> Palestina. Tra bandiere e tensioni la festa è pronta A Ramallah sventolano i 94 vessilli dei Paesi che appoggiano la nuova nazione

lunedì 19 settembre 2011


-  Palestina. Tra bandiere e tensioni la festa è pronta
-  A Ramallah sventolano i 94 vessilli dei Paesi che appoggiano la nuova nazione

-  Viaggio nella Cisgiordania alla vigilia dell’assemblea a New York che voterà sul riconoscimento dello Stato all’Onu Israele mobilita i riservisti ma le autorità locali garantiscono che vigileranno per evitare qualsiasi atto di violenza

-  di Fabio Scuto (la Repubblica, 19.09.2011)

RAMALLAH. I bulldozer lavorano senza sosta per spianare la collina di fronte al mausoleo di Yasser Arafat a fianco della Muqata, il Palazzo presidenziale di Abu Mazen. Preparano una grande piazza per i «festeggiamenti dell’indipendenza». Novantaquattro bandiere di nazioni che hanno già riconosciuto lo Stato palestinese circondano la spianata e le vie adiacenti sono già state dedicate ad alcuni di quegli Stati, come il Cile e il Brasile, fra i primi a sostenere la decisione di Abu Mazen di ricorrere all’Onu per l’indipendenza della Palestina, a più di sessant’anni dal voto delle Nazioni Unite che istituiva due Stati su questa terra.

Il clima a Ramallah, come Nablus, come a Hebron - le principali città della Cisgiordania - il clima è da festa di piazza. Fanno grandi affari venditori delle bandierine palestinesi unite a quella bianca con la scritta Palestine 194, le t-shirt vanno a ruba al mercato, nei bar e nei caffè si preparano i maxi-schermi per vedere in diretta il discorso del presidente Abu Mazen, dal podio dell’Onu, dove chiederà il riconoscimento della Palestina come Stato per «riparare a un’ingiustizia della Storia», come ha già detto nel suo discorso di venerdì scorso, andato in diretta tv, prima di preparare le valigie per New York.

Il dispositivo di sicurezza per questa settimana è a livello «rosso». Gli israeliani hanno mobilitato anche reparti di riservisti per far fronte all’emergenza, per il possibile "deragliamento" delle annunciate manifestazioni dei palestinesi. E che lungo i confini con Libano, Siria e Giordania possano esserci nuove proteste dei profughi che vivono in quei Paesi. Ma nessuno sta parlando di una "terza intifada" nelle strade di Ramallah. I palestinesi hanno imparato la lezione e hanno anche capito che devono concentrarsi su una lotta popolare nello stile della "primavera araba" - cortei, manifestazioni - ma niente kamikaze o a attacchi terroristici come era nel loro precedente modus operandi. Tutte le attività previste a partire da mercoledì prossimo sono state organizzate da uno staff creato ad hoc: U. N. Palestine State n°194. Le manifestazioni stando alle indicazioni degli organizzatori si dovranno svolgere nel centro di ogni città della Cisgiordania evitando le zone di «confine» dove dall’altra parte del Muro saranno schierati i militari israeliani.

«Dalla nostra parte non ci dovranno essere né provocazioni né caos», ha ordinato Abu Mazen ai responsabili della sicurezza palestinese, «tenete la gente lontano dai check-point, evitare frizioni con gli israeliani». È una festa, la festa della Palestina, e tale deve restare. Per dare un peso all’ordine del presidente, la leadership palestinese ha reclutato Abdallah Abu Rahma, un avvocato leader del movimento non-violento, come coordinatore delle iniziative. «Dimenticate "la terza intifada"», dice a Repubblica Hafez Barghouti direttore del più importante giornale palestinese, «siamo convinti che oggi solo la resistenza pacifica può portare risultati». Sarà anche per questo che per la prima volta dopo anni Israele ha accettato di rifornire la polizia palestinese di gas lacrimogeni anti-sommossa.

Al check-point Qalandya - il più usato dai palestinesi perché è il più vicino a Gerusalemme - e in altri punti di possibile attrito gli agenti della sicurezza palestinese si sono già «sparsi tra la gente, in borghese, pronti a rompere la testa di chi cercherà di creare disordini». Certo per i palestinesi ottenere il riconoscimento alle Nazioni Unite - a quale livello di status lo scopriremo solo la prossima settimana - non ha alcun potere politico reale immediato, la sostanza sul terreno non è destinata a cambiare dall’oggi al domani e - come sa bene Abu Mazen - è al tavolo delle trattative con Israele che si deciderà il futuro della Palestina. Ma intanto anche solo come "Paese osservatore" riceverà appartenenza almeno 28 organizzazioni internazionali, in primo luogo la Corte penale internazionale dell’Aja dove è possibile denunciare l’occupazione, l’illegalità degli insediamenti - dove vivono 350 mila coloni - giudicati fuorilegge dalla comunità internazionale, l’annessione di Gerusalemme est. La lista è molto lunga.

Ma vi sono anc he implicazioni politiche. «Non c’è dubbio, Fatah e Abu Mazen saranno i vincitori assoluti, mentre Hamas perderà», dice ancora Barghouti. «Se le elezioni presidenziali si tenessero oggi Abu Mazen riceverebbe l’80 per cento dei voti. La gente ha capito che Fatah e Abu Mazen hanno spinto senza cedere alle pressioni internazionali per arrivare alla proclamazione dello Stato palestinese».

Nei corridoi della Muqata si mescolano emozioni e aspettative, ansie e tensioni palpabili perché una pagina della Storia sta per essere voltata. «Sa», dice a "Repubblica" uno dei leader palestinesi della prima ora, «Arafat ci ha guidato fino ad avere una terra ma è Abu Mazen che ci ha portato ad avere uno Stato. Nascerà sul 22% del territorio che ci aveva assegnato l’Onu nel 1948, ma finalmente sarà il nostro Paese».


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