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Roma: Celio. Il restauro della "CAPPELLA SISTINA DEL DUECENTO", nel Monastero dei Santi Quattro Coronati, è finito. Grande la sua importanza culturale ed artistica. Un risultato eccezionale: una meraviglia !!!

martedì 5 dicembre 2006 di Federico La Sala
[...] il rilievo degli affreschi dei Santi Quattro Incoronati è dovuto soprattutto alla loro dimensione iconografica, ha sottolineato Gandolfo, che è di tipo intellettualistico, enciclopedico, allegorico, essenzialmente laico. Ad essere esaltate sono le virtù e in particolare la Giustizia, quella papale, in una sorta di risposta agli affreschi della Porta di Capua, commissionata dall’antagonista per eccellenza, l’imperatore Federico II [...]
RINASCIMENTO ITALIANO, OGGI: LA SCOPERTA DI UNA (...)

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sabato 26 maggio 2007

Restaurata a Roma la serie di affreschi del Monastero dei Santi Quattro Coronati

Un universo del Duecento

Recuperato lo straordinario ciclo pittorico sull’uomo, la religione e il cosmo che era stato dimenticato perfino dalle fonti: una vera «summa» etica

di Michele Dolz (Avvenire, 25.062007)

Sepolto da uno strato d’intonaco, giaceva da secoli uno dei più completi cicli pittorici medievali, dimenticato perfino dalle fonti. La cosiddetta Aula Gotica nel Monastero dei Santi Quattro Coronati, a Roma, fu decorata nei primi decenni del Duecento con ben ottocento metri quadri di affreschi di rara bellezza e d’importanza rilevantissima per la storia della pittura italiana. E solo ora è possibile rivederli nelle parti sopravvissute alle manomissioni, che assommano comunque a oltre trecentocinquanta metri quadri e sono in pratica gli scomparti più rappresentativi.

I lavori di recupero, finanziati dal Ministero per i Beni culturali e ambientali, iniziarono nel 1997 con i primi tasselli di descialbo e sono stati portati a termine nel 2006, diretti dalla storica dell’arte Andreina Draghi (Soprintendenza per il patrimonio storico artistico etnoantropologico del Lazio-Roma) ed eseguiti dalla restauratrice Francesca Matera. I risultati della campagna furono presentati alla stampa nel dicembre scorso, ma solo adesso le monache agostiniane di clausura hanno aperto al pubblico le porte del loro nuovo tesoro, in concomitanza con l’arrivo in libreria dell’esauriente volume sul recupero e restauro diretto dalla professoressa Draghi: Gli affreschi dell’Aula gotica del Monastero dei Santi Quattro Coronati. Una storia ritrovata (Skira, 406 pagine, 75 euro).

L’Aula, come annota Francesco Gandolfo nel suo contributo, è veramente gotica, con due volte a crociera, caso unico a Roma in quel momento, benché altrove ci fossero le esperienze cistercensi e federiciane. E, a parere dello storico, la scelta architettonica inconsueta fu fatta proprio in funzione della partizione degli affreschi, come si usava nelle miniature. Nella campata meridionale sono raffigurati i dodici Mesi dell’anno, i Vizi, le Arti, le Stagioni con i Venti, un Paesaggio marino, lo Zodiaco, le Costellazioni. Nella campata settentrionale è affrescato il Re Salomone circondato dalle Virtù in abiti militari ma no n armate. Recano sulle spalle il personaggio che maggiormente si è segnalato nell’esercizio di quella virtù. In contrapposizione, nella parte inferiore della scena, è illustrato il vizio antitetico alla virtù e il personaggio negativo scelto come esempio. Nel registro superiore le immagini di Mitra tauroctono, di due Figure allegoriche, del Sole e della Luna, completano la rappresentazione. Un ricchissimo apparato di iscrizioni correda gli affreschi in un intreccio indissolubile tra immagine dipinta e scrittura.

Ecco la lettura iconologica di Andreina Draghi: «È affrescata una sorta di summa etica che palesa la natura dell’uomo in uno spazio e in un tempo governati dall’ordine divino, la difficoltà del percorso, costellato di conflitti, per giungere alla conoscenza di Dio; la funzione insostituibile della Chiesa nell’indirizzare e governare questo tragitto travagliato e inquieto. Le citazioni delle Scritture rimandano a un testo e a un tempo "eterno" per eccellenza, come è eterno l’ordine stabilito dalla Creazione». In quest’ordine divino si succedono i mesi, le stagioni, le costellazioni nel cielo; e l’uomo svolge le sue attività nel creato, ognuna a suo tempo.

L’inserimento delle principali attività mensili in ambienti sacri è il manifesto dell’uomo del Duecento, al culmine del pensiero medievale: egli sa di essere parte di un progetto divino sull’universo. E dal momento che è libero, deve fare la sua parte liberamente, volutamente; ecco l’apparire delle virtù da coltivare e dei vizi da evitare. Tutto ciò acquista ancor più rilevanza se, come ipotizza la Draghi, l’aula era utilizzata per l’amministrazione della giustizia. L’autrice-scopritrice trova anche l’ispirazione del programma decorativo nella trattatistica liturgica di Onorio d’Autun, Ruperto di Deuz, del vescovo di Cremona Sicardo, di Bruno di Segni, Giovanni Beleth e Guglielmo Durando.

Quando furono dipinti questi affreschi e da chi? Certamente l’esecuzione va collocata dopo la canonizzazione di s an Domenico (1234), che è raffigurato come santo, esempio della Giusta Emulazione. Il parere degli esperti è che il ciclo sia stato completato entro il quarto decennio. Gandolfo lo mette in stretto contatto con gli affreschi della Cappella di san Gregorio a Subiaco (1228) e soprattutto con le immagini campite sulle volte della cripta del Duomo di Anagni, attribuite al Terzo Maestro, un pittore formidabile per forza espressiva e sintesi costruttiva. I tre cicli presentano in effetti profonde analogie stilistiche e decorative.

Scrive sempre Gandolfo: «La catena pittorica che va da Subiaco ai Santi Quattro Coronati, passando per Anagni, una volta conclusa la stagione delle mode bizantine e veneziane, non è altro che la riaffermazione di quella dimensione genuinamente romana di fare pittura [...]. Una dimensione pittorica che trova nell’antico il suo costante punto di riferimento». E ciò, unitamente alla coralità nella rappresentazione al naturalismo e all’esuberante vitalità dei partiti decorativi, costringe a ripensare il Duecento pittorico romano.


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