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Guerra, sempre assurda!!!

USA - IRAQ. CHE PENA !!! SADDAM E’ STATO IMPICCATO. "Bush condanna se stesso". Il commento di Furio Colombo.

sabato 30 dicembre 2006 di Federico La Sala
[...]
Quando Saddam Hussein sarà impiccato, una di queste ore, mentre tanti continuano a credere nel detto kennediano «un problema creato da uomini può sempre essere risolto da uomini», George W. Bush avrà proclamato per sempre il suo fallimento.
Ha fallito nel non avere capito l’immensa differenza che c’è tra il liberare un Paese da un dittatore e distruggerlo. Ha fallito nel non sapere (non voler neppure sapere) che cosa fare dopo la conquista, che non è mai stata una vittoria.
Ha (...)

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> USA - IRAQ. CHE PENA !!! SADDAM E’ STATO IMPICCATO. "Bush condanna se stesso". Il commento di Furio Colombo.

lunedì 15 gennaio 2007

Iraq, impiccati all’alba i collaboratori di Saddam

Usa: l’Iraq applica le sue regole *

Eseguita la condanna a morte per il fratellastro di Saddam Hussein, Barzan al-Tikriti, e l’ex presidente del Tribunale Rivoluzionario, Awad al Bandar. I due erano stati condannati alla pena capitale per impiccagione insieme con Saddam, in quanto ritenuti colpevoli della strage di 148 sciiti nel 1982.

«Il governo ci ha chiamati prima delle esecuzioni - ha detto il magistrato Munqith al-Faroon - e ci ha detto di mandare qualcuno. Ho inviato un giudice sul luogo dell’esecuzione per testimoniare quanto accaduto». Il portavoce del governo, Ali Debbagh, ha fissato una conferenza stampa nella quale probabilmente ufficializzerà la notizia delle esecuzioni avvenute un paio di settimane dopo quella di Saddam. Barzan al Tikriti, il fratellastro di Saddam Hussein da parte di madre, è stato per anni il capo dei servizi segreti iracheni, il famigerato Mukhabarat.

Prima di diventare il 5 di fiori nel mazzo di carte degli uomini più ricercati dell’Iraq e di essere quindi catturato il 17 aprile 2003, otto giorni dopo la caduta di Baghdad, Tikriti era stato nel suo Paese uno degli uomini più potenti e più temuti, come esecutore materiale della repressione ordinata dal capo dello Stato. Secondo l’accusa al processo per la strage di sciiti a Dujail, nel 1982 - conclusosi il 5 novembre scorso con la sua condanna a morte - aveva personalmente torturato diverse persone.

Tikriti, 55 anni, era noto anche come finanziere del deposto regime. Secondo una sua lettera al fratellastro, venuta a conoscenza di fonti americane dopo la sua cattura, aveva curato il patrimonio finanziario del rais, compreso tra 2 e 7 miliardi di dollari. Egli era il responsabile della "cassa" di Saddam, costituita, fin dal 1983 con spostamenti di danaro all’ estero (forse in Svizzera, dove Tikriti fu, dal 1988 al 1999, ambasciatore dell’ Iraq presso l’Onu), investimenti in banche e società, e gestione di portafogli azionari; e riportata in Iraq al momento dell’ imposizione delle sanzioni economiche contro il Paese, in modo da permettere a Saddam di mantenere il proprio tenore di vita nonostante l’embargo Onu.

Secondo quanto scrisse nel giugno 2003 il settimanale americano "Time", dopo la cattura Tikriti avrebbe dichiarato di essere sempre stato «contro il regime», respingendo le accuse che lo dipingevano come uno degli uomini di governo più feroci nella repressione attuata verso il popolo curdo e proponendosi addirittura per un incarico nel nuovo esecutivo dell’Iraq. «Se mi liberate e mi lasciate lasciate andare - avrebbe detto alle autorità Usa - e poi trovate documenti che mi coinvolgono in qualsiasi atto criminale tornerò volontariamente alla detenzione».

La strage nel villaggio di Dujail, località a una quarantina di chilometri a nord di Bagdad è stata per oltre due decenni il simbolo della repressione del regime di Saddam Hussein. L’8 luglio 1982 Saddam fu accolto nella cittadina dal sindaco di allora, Abdullah Ruwaid, e dai dirigenti locali del Baath.

Al termine di una cerimonia ufficiale, il presidente e la sua delegazione salirono in auto per lasciare il villaggio e, poco dopo, diverse raffiche di mitra furono sparate contro le auto del convoglio presidenziale. Saddam Hussein rimase illeso, ma alcune delle sue guardie del corpo vennero ferite, mentre gli attentatori, cinque in tutto, furono individuati e uccisi immediatamente. Il giorno seguente la Guardia Repubblicana arrivò al villaggio e arrestò 450 persone, tra cui numerosi anziani e donne, e anche dei ragazzi che erano poco più che bambini. Per loro, venne allestito anche un centro di detenzione speciale in mezzo al deserto.

Per 148 persone il tribunale rivoluzionario pronunciò la condanna a morte, puntualmente sottoscritta da Saddam Hussein e quindi eseguita. Awad al Bandar era l’ex capo del tribunale che pronunciò la condanna a morte per i 148 abitanti di Dujail, mentre Barzan al Tikriti, secondo l’accusa, aveva personalmente torturato diverse persone.

La Casa Bianca commentando la notizia dell’impiccagione dei due collaboratori dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein, ha detto che il governo iracheno «applica» la giustizia nei confronti dei responsabili di crimini. «L’Iraq è un governo sovrano che applica il suo sistema giudiziario contro chi è colpevole di crimini brutali contro l’umanità, ha detto il portavoce Scott Stanzel.

La Russia critica, invece, il governo iracheno per le esecuzioni commesse. Per il portavoce del ministero degli esteri russo Mikhail Kamynin «l’ esecuzione dei due collaboratori dell’ex presidente iracheno, così come l’esecuzione dello stesso Saddam Hussein, non favorisce la stabilizzazione della situazione nel paese». «Solo un dialogo largo, pan-iracheno, che coinvolga tutti i gruppi politici e confessionali con l’assistenza dei paesivicini, inclusi Siria e Iran, potrebbe normalizzare la situazione in Iraq» secondo Kamynin.

«Manteniamo la stessa posizione tenuta per Saddam Hussein. L’Italia è contro la pena di morte. Non spendiamo alcuna altra parola», ha detto il Presidente del Consiglio Romano Prodi. Il Presidente della Commissione Ue Jose Manuel Barroso gli fa eco. «Per una questione di principio la Ue è contraria alla pena di morte. Nessun uomo può togliere la vita ad un altro uomo. Apprezziamo le inziative italiane all’Onu e lavoriamo insieme per mettere fine alla pena di morte. Bisogna convincere quei Paesi dove ancora c’è la pena di morte ad accettare una moratoria».

* l’Unità, Pubblicato il: 15.01.07, Modificato il: 15.01.07 alle ore 10.16


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