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Guerra, sempre assurda!!!

USA - IRAQ. CHE PENA !!! SADDAM E’ STATO IMPICCATO. "Bush condanna se stesso". Il commento di Furio Colombo.

sabato 30 dicembre 2006 di Federico La Sala
[...]
Quando Saddam Hussein sarà impiccato, una di queste ore, mentre tanti continuano a credere nel detto kennediano «un problema creato da uomini può sempre essere risolto da uomini», George W. Bush avrà proclamato per sempre il suo fallimento.
Ha fallito nel non avere capito l’immensa differenza che c’è tra il liberare un Paese da un dittatore e distruggerlo. Ha fallito nel non sapere (non voler neppure sapere) che cosa fare dopo la conquista, che non è mai stata una vittoria.
Ha (...)

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> USA - IRAQ. CHE PENA !!! SADDAM E’ STATO IMPICCATO. "Bush condanna se stesso".

martedì 16 gennaio 2007

Un altro passo nel delirio

di Luigi Bonanate *

Il governo iracheno ha superato ieri se stesso aggiungendo all’ignominia della ripetizione di un atto inutile e gratuito anche un tocco di allucinato cinismo, decapitando chi aveva appena finito di impiccare (malamente). E così, il plotone d’esecuzione va accompagnando nel suo macabro cammino un governo indifferente al giudizio del mondo e che da un anno e mezzo gestisce il paese peggio governato al mondo: non ce n’è proprio nessuno nel quale la mortalità violenta sia all’incirca di 20 persone al giorno, a cui vanno aggiunte le vittime statunitensi: le chiamo così perché ciascuno di questi soldatini americani lo è, della propaganda o del bisogno. Su questo governo la coalizione occidentale dei «volenterosi» aveva puntato tutte le sue carte perché l’unica giustificazione possibile per l’attacco all’Iraq era rappresentata dall’atteso successivo trionfo della democrazia.

Invece di questa abbiamo avuto una guerra civile di cui non si vuole si pronunci neppure il nome; e all’interno della guerra civile il trionfo della violenza gratuita portata da condanne sanguinarie, pronunciate da tribunali politici. No, non è così che si costruisce la democrazia, né se ne erigono le fondamenta. Una delle più profonde caratteristiche del costume democratico riguarda l’attenzione che il mondo della politica e delle istituzioni deve rivolgere all’opinione pubblica, intesa come elaborazione libera e pluralistica di un dibattito sulle cose del mondo che consenta a chiunque di esprimersi e di contribuire così a far nascere grandi idee-forza che travalicano i confini angusti delle ideologie o delle fazioni per diventare acquisizioni comuni dell’umanità. Quello della pena di morte è uno di questi casi, accompagnato dal pressoché unanime dissenso internazionale verso chi la applica ancora. Si sarebbe persino potuta ammettere una sentenza esemplare per un sanguinario dittatore che nessuno amava, ma senza eseguirla, ciò che era perfettamente inutile. L’opinione pubblica l’ha detto, in tutto il mondo; ha chiesto almeno che il boia venisse poi fermato e invece, lasciata passare la bufera mediatica, il governo iracheno ha ripreso il suo assurdo programma: quanti altri ne dovrà far salire al patibolo?

Non c’è praticamente personalità o istituzione al mondo che non abbia auspicato la moratoria della pena di morte proposta dall’Italia, fuor che il governo iraqueno. E come faremo noi a convincerlo ad ascoltare le nostre proteste, che sono anche delle preghiere, preghiere contro lo spreco della vita e per la difesa della dignità umana? Ciò che impressiona ulteriormente in questa pagina squallida della triste storia contemporanea dell’Iraq è la testardaggine, che non è prova di costanza, saggezza e forza, ma di ottusità e di incapacità ad ammettere errori o pregiudizi. Testardaggine del governo iraqueno che ormai non ascolta, forse, neppure più quello americano, per altro protettore e amico. Tutti ricordiamo la grottesca polemica che il primo ministro al-Jaafari ha instaurato con chi in Italia ha condannato l’esecuzione di Saddam, ricordandoci che anche noi avevamo sommariamente giustiziato il nostro, di dittatore. Non aggiungo argomenti a quelli che molti e autorevolmente sono stati espressi nel nostro paese, ma insisto a sottolineare l’arroganza di chi, in un frangente come questo, in cui avrebbe semmai potuto aggrapparsi alla Ragion di stato («era un’esecuzione necessaria, richiesta dalla pubblica opinione che talvolta va placata con il sangue»), ha piuttosto cercato la polemica, senza capire che non era quello il piano su cui il mondo civile contestava l’esecuzione di Saddam.

Che cosa diremo oggi, di fronte a questo nuovo passo nel delirio di un governo che ciecamente mena colpi a destra e a manca, trovandosi sempre più solo e isolato? Il governo iraqueno non ascolta più nessuno e continua compulsivamente a eliminare ogni barriera posta dal comune sentire mondiale. Al limite, in questo modo finirà per creare dei martiri o per favorire le ritorsioni, le vendette, la barbarie. E in Iraq non ce n’era proprio bisogno.

Farà effetto anche al governo americano, non essere più attentamente ascoltato e timorosamente obbedito. Ma è la stessa sensazione che prova l’opinione pubblica internazionale vedendo che i suoi giudizi, i consigli, le speranze che esprime vengono regolarmente sbeffeggiate dalla presidenza statunitense, che a ogni puntata rilancia, gettando impegno militare, finanziario e morale in una voragine spaventosa nel vano tentativo di riconquistare quell’opinione pubblica di cui ha dimostrato di disprezzare i giudizi.

Potremmo anche non dispiacercene, ma il fatto è che quello americano è, in gran parte e in buona sostanza, anche il governo della pace e della guerra nel mondo. Da quel governo dipende la società internazionale e la stabilità dei suoi commerci, tanto economici quanto culturali, scientifici e tecnologici come morali: per questo il governo americano ha non soltanto la prerogativa di essere il più importante e il più influente al mondo, ma anche il dovere di comportarsi più saggiamente di ogni altro, perché le conseguenze di ogni sua azione compiuta in un qualche punto del mondo si percepiscono (come avrebbe detto Kant, anzi, come disse, nella «Pace perpetua») in ogni parte del mondo.

Tutti ne facciamo parte. Tanto al-Jaafari quanto Bush devono capire che non si può accettare che la coscienza sia oscurata da azioni disgustose oltre che inutili; chiediamo che le ragioni del rispetto della vita umana e dei fondamenti dei diritti fondamentali, su cui l’Occidente si vanta giustamente di aver costruito la sua civiltà, tornino a guidare le azioni di tutti noi, governanti compresi.

* l’Unità, Pubblicato il: 16.01.07, Modificato il: 16.01.07 alle ore 10.47


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