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"Occidente" e "Oriente". «Chi è più credibile», si chiedeva Pascal, «Mosè o la Cina»? François Jullien e Jean François Billeter: dibattito in corso - a cura di pfls

lunedì 8 gennaio 2007 di Maria Paola Falchinelli
L’alterità cinese, a carte scoperte
In «Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente», François Jullien ribadisce ancora una volta che il grande paese asiatico è l’unico altrove possibile per il «noi» europeo. Ma, ribatte il sinologo Jean-François Billeter, questo è un mito che può trovare legittimità solo in un contesto filosofico
di Marco Dotti (il manifesto, 06.01.2007)
A dispetto delle critiche, talvolta molto dure, che di continuo gli vengono mosse, anche nel suo ultimo libro Pensare (...)

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> "Occidente" e "Oriente". ---- Matteo Ricci «dopo aver fatto un difficile viaggio verso Oriente è venuto in Cina per farsi degli amici» (di Nuccio Ordine - Dalla "conquista" all’integrazione).

domenica 7 febbraio 2010

Dalla “conquista” all’integrazione

di Nuccio Ordine (Corriere della sera, 7 febbraio 2010)

Pistole e archibugi da una parte, manoscritti e teoremi dall’altra; la certezza di essere a contatto con esseri bestiali degni di schiavitù o la convinzione di avere a che fare con uomini degni di rispetto? Voler imporre la propria lingua e la propria cultura o parlare la loro lingua e adeguarsi ai loro costumi? Rapinare ricchezze o condividere la geometria euclidea e fare tesoro dei loro classici? Due concezioni diametralmente opposte di rapporto con l’«altro» si incarnano nelle esperienze compiute dai conquistadores nel Nuovo Mondo (1492) e da Matteo Ricci in Cina (1583).

Si tratta di realtà culturali profondamente diverse, è vero. Si tratta di spedizioni effettuate in momenti distinti (l’ultimo decennio del Quattrocento e l’ultimo ventennio del Cinquecento), certamente. Si tratta di popoli che avevano un’organizzazione sociale incomparabilmente differente, non c’è dubbio. Si tratta di una «conquista» con un esercito alle spalle e di un tentativo («fallito») di evangelizzazione dall’altra, non si discute. Restano evidenti, però, due strategie così distanti che hanno finito per disegnare modelli incompatibili di relazione con civiltà lontane da quelle occidentali.

La scoperta del Nuovo Mondo suscitò immediatamente un vasto dibattito in Europa sulla diversità dei popoli, sulla schiavitù, sui rapporti tra «bestialità» e «umanità», tra cultura e barbarie, tra natura e civiltà. In che maniera il vecchio continente avrebbe dovuto comportarsi di fronte all’«altro»? Le risposte furono molteplici e contraddittorie.

Le tesi dell’umanista Juan Ginés de Sepúlveda - che considerava gli indios schiavi per natura a causa della loro barbarie - giustificavano, di fatto, la violenza dei conquistadores contro gli indigeni che, mostrandosi ostili alla conversione, meritavano di essere «presi et fatti schiavi, abbruciati et ammazzati, facendo ogni stratio delle lor carni e della vita». Poche voci si levarono in Europa a difesa della dignità umana e del diritto delle popolazioni americane a vivere in pace.

«Tra questi agnelli mansueti - scriveva nel 1542 Bartolomé de Las Casas nella sua celebre Brevissima relazione della distruzione delle Indie - entrarono gli spagnoli, come lupi, come tigri e leoni crudelissimi. Altro non han fatto da quarant’anni a questa parte che straziarli, ammazzarli, tribolarli, affliggerli, tormentarli e distruggerli con crudeltà straordinarie di cui non si è mai saputo, né udito, né letto prima».

La sua testimonianza diretta, per quanto enfatica in alcuni passaggi, rappresentava comunque una delle rare voci di denuncia del genocidio che la macchina coloniale stava compiendo nel Nuovo Mondo. E - lungo la sottile linea del dissenso - Montaigne insisteva sulla relatività delle culture («ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi»), mentre Giordano Bruno denunciava la brama del profitto mostrando come dietro presunti marinai animati dal desiderio di conoscenza si nascondessero «solleciti predatori» («primi pirati») assetati d’oro e d’argento.

Facendo tesoro degli insegnamenti dei Gesuiti, Matteo Ricci varca la frontiera cinese nel settembre del 1583 e, senza ritornare più in Europa, muore a Pechino l’11 maggio del 1610. I suoi ambiziosi progetti di evangelizzazione lo spinsero immediatamente a imparare la lingua mandarina, a leggere i classici, a conoscere i costumi locali.

Sin dall’inizio, Xitai (anche così veniva chiamato, con nome onorifico che significa «Maestro dell’estremo Occidente») capisce che in quella lontana civiltà bisogna rivolgersi immediatamente ai letterati. E così pubblica in cinese nel 1595 il «Dell’amicizia» (si veda l’edizione, con a fronte la traduzione cinese, a cura di Filippo Mignini apparsa da Quodlibet nel 2005: una nuova ristampa è annunciata per marzo 2010), la sua prima opera che diventa straordinario biglietto da visita per promuovere un dialogo tra le due culture.

Ricci - come ha ben spiegato Mignini nella sua ricca introduzione - seleziona le celebri massime dei classici occidentali sull’amicizia tenendo presente alcune riflessioni sullo stesso tema del confucianesimo: un’elegante strategia, che in seguito lo spingerà a rendere Deus con il termine cinese Tianzhu (Signore del Cielo), per mostrare come estremo Oriente e Occidente potessero trovare sul piano morale un linguaggio comune. Anche la traduzione dei primi sei libri della Geometria di Euclide (1607), compiuta con l’aiuto del suo amico Xu Guangqi, servì ad accreditarlo con prestigio presso le più alte autorità dell’Impero.

Xitai, ormai diventato Mandarino, sperimenta di persona che in Cina scrivere libri vale più di ogni altra cosa («Questa Amicizia mi ha dato più credito a me e alla nostra Europa di quanto abbiamo fatto»). Non a caso Feng Yingjing mostrerà, nella sua prefazione al Dell’Amicizia, di aver percepito a pieno le intenzioni dell’autore, ricordando che Ricci «dopo aver fatto un difficile viaggio verso Oriente è venuto in Cina per farsi degli amici».


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