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Per un magistero veramente credibile (don Giuseppe Dossetti)!!!

UN’INCHIESTA DI RICCARDO BOCCA. Eutanasia, condom, staminali, omosessualità: le risposte dei preti. Il giornalista dell’Espresso misura la "febbre", e l’Osservatore Romano grida di "spezzare il termometro"!!! Dove sta la "vergogna"!?

Segnalazione del prof. Federico La Sala
sabato 27 gennaio 2007 di Maria Paola Falchinelli
L’inchiesta sui confessionali italiani scatena le polemiche.
Il quotidiano della Santa Sede attacca: "E’ una vergogna"
L’Osservatore condanna L’Espresso.
"Profanato un sacramento" *
Profanazione del sacramento. E’ la sentenza senza appello che L’Osservatore Romano lancia contro L’Espresso, reo di aver pubblicato l’inchiesta sui confessionali italiani.
Il giornalista Riccardo Bocca ha visitato 24 chiese, in cinque città italiane, per "confessarsi" sulle questioni più "scomode", ottenendo (...)

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> UN’INCHIESTA DI RICCARDO BOCCA. Eutanasia, condom, staminali, omosessualità: le risposte dei preti. Il giornalista dell’Espresso misura la "febbre", e l’Osservatore Romano grida di "spezzare il termometro"!!! Dove sta la "vergogna"!?

martedì 20 febbraio 2007

Un episodio scandaloso Note a margine di un articolo apparso su “La Civiltà Cattolica”, 2007, I, 319-323, quaderno 3760 del 17 febbraio 2007.

Che l’iniziativa giornalistica di Riccardo Bocca possa risultare “avvilente” - come la definisce La Civiltà Cattolica, è fuor di dubbio. Che l’estensore dell’articolo de L’Espresso sia incorso nelle censure canoniche e nella scomunica, è altrettanto certo. Ma quanto riferisce il periodico dei Gesuiti, se da una parte può risultare anche troppo prolisso nel difendere la sacralità della Confessione e nel circostanziare i fatti, di certo appare quantomeno omissorio in alcuni punti non irrilevanti: è su questi che queste note si soffermeranno.

La Civiltà Cattolica riconosce che l’obiettivo dell’articolo è di «mostrare il contrasto tra “le direttive di papa Ratzinger” e le posizioni dei confessori, e inoltre presentare i “sacerdoti in bilico tra i princìpi della dottrina e quelli più terreni della pastorale”». Detto questo, si passa a deplorare la violazione del sacramento, il dolo nell’aver voluto «soltanto “provocare” con l’inganno il sacerdote affinché, sotto la “guida” del giornalista, mostrasse che “nelle confessioni i preti contraddicono i no del Papa”, che cioè essi giudicherebbero in modo non conforme alla dottrina cattolica, ma in modo del tutto arbitrario le azioni denunciate dal penitente».

Se Riccardo Bocca voleva dimostrare che il Clero non segue il Magistero papale, si può serenamente affermare ch’egli sia pienamente riuscito nell’intento: la difformità delle indicazioni e degli ammonimenti dei Confessori rispetto alla morale ed alla dottrina cattolica è talmente evidente, da non richiedere alcun distinguo nemmeno in quanti ignorano i principi basilari della Teologia Morale.

Andrebbe inoltre ricordato che il livello dei docenti e dei discenti - futuri Confessori - degli Atenei romani e delle cattedre dei Seminari diocesani è talmente infimo, da render plausibile a quanto rilevato dal giornalista de L’Espresso quantomeno la verisimiglianza. E certamente a non pochi fedeli sarà accaduto - nell’esposizione delle proprie colpe, più o meno gravi - di sentirsi spesso assolvere in maniera spicciativa e talvolta anche infastidita da ecclesiastici riformati, per i quali il Sacramento della Penitenza non è - come insegna la dottrina - il tribunale a cui ci si rivolge al ministro di Dio per aver rimesse le proprie colpe, ma un momento di dialogo, di confronto, in cui “ci si mette in discussione”. Da questa concezione un po’ annacquata della Confessione derivano poi tutte queste smanie di avere il penitente seduto a fianco, anziché inginocchiato; di confessarsi nello studio del Parroco, alla scrivania, come in una conversazione amichevole; di non usare l’abito ecclesiastico e la stola (o peggio di mettere la stola sull’abito borghese). Non parliamo dell’Atto di dolore, che spesso il Confessore cambia sbrigativamente in una formuletta tipo “Signore perdonami”.

Questi chierici - che ormai latitano dalle chiese anche nei giorni di precetto ed occorre far chiamare con strepito dai sagrestani - non mancano di far notare all’incauto penitente che ricorda ancora l’Atto di dolore insegnatogli dalla madre, che quel «propongo con la Vostra santa grazia di mai più offenderVi» è medievale e che si deve dare del tu anche al buon Dio. Costoro, cui alcune colpe de sexto suscitano noia - e vengono liquidate con un infastidito «vabbè, passiamo ad altro» - si scandalizzano solo allorché si spiega loro, incidentalmente, che si frequenta la Messa tridentina. A quel punto le fauci dell’Inferno si spalancano per fagocitare il peccatore, ammonito con toni severissimi che essere lefebvriani è il peggiore dei peccati mortali, che c’è la scomunica latæ sententiæ, che c’è stato un Concilio - uno solo, ovviamente - e che per penitenza si dovrà, sotto la minaccia di non essere assolti, seguire d’ora innanzi l’Eucaristia nella propria chiesa parrocchiale.

Sempre secondo La Civiltà Cattolica, Bocca «cerca di “condurre” il confessore ad affermare, correttamente secondo la dottrina cattolica, che quello che conta nell’agire morale è il giudizio della propria coscienza. Questo è verissimo. Ma ci si dimentica di aggiungere [...] che il giudizio della propria coscienza dev’essere illuminato dalla verità e, a tal fine [...] il ricorso al Magistero è di grande aiuto per la formazione di una coscienza “retta”». Ma si dimenticano, i reverendi Padri, che quasi sempre i Confessori si limitano a farsi elencare quelle che il penitente crede siano colpe da confessare, ben guardandosi - tenuto conto dell’ignoranza odierna - dal guidarlo prudentemente, ad esempio seguendo i Comandamenti ed i Precetti. Non mi sono mai sentito chiedere in Confessione nulla circa il precetto domenicale, il digiuno quaresimale, il rispetto dovuto ai genitori ed ai superiori, le cattive letture, la pornografia in televisione e via elencando. La maggior parte non domanda mai né il genere, né il numero dei peccati commessi, come pure è richiesto per l’integrità del Sacramento.

Sempre in coerenza con la situazione disastrosa del Clero riformato, ci sono anche alcuni - e in questo posso dare testimonianza personalmente - che modificano le parole dell’assoluzione sacramentale a proprio capriccio, con formule prive di efficacia come: «Io ti perdono dei tuoi peccati nel nome del Padre ecc.» e non «Io ti assolvo dai tuoi peccati ecc.». Quando mi è accaduto di sentir dire al Confessore una tale enormità, gli ho chiesto di assolvermi con la formula prescritta ad validitatem e questi mi ha risposto che non dovevo impicciarmi; solo dopo avergli fatto presente che non poteva permettersi di cambiare la formula sacramentale e che ritenevo in coscienza di dovergli ricordare l’estrema gravità del suo comportamento, si è deciso ad accontentarmi, ma mi ha detto tranquillamente che erano anni che faceva così e che non intendeva correggersi. Avvertitolo che l’avrei denunciato al Vescovo, mi ha risposto con un «faccia quel diavolo che vuole».

Bene fa dunque La Civiltà Cattolica a ricordare l’onere del Confessore di istruire il penitente e di formare in lui una retta coscienza, ma queste parole andrebbero ricordate piuttosto ai confratelli, che non al giornalista. Anche perché si evince chiaramente che questi non ha la minima idea di cosa sia la retta coscienza, e non è quindi in grado di metterla in dubbio nell’articolo.

E stupisce che una pubblicazione cattolica ritenga che l’aver tentato di conoscere le posizioni dei Confessori simulando dei casus conscientiæ sia «condannabile moralmente, trattandosi di un inganno». Di certo vi è stato inganno, nel fingersi un penitente; ma non vi è stato inganno nel riportare gli ammonimenti dei Confessori, dimostrandone l’incongruenza con gli insegnamenti magisteriali. Bocca voleva sapere come confessa realmente un sacerdote, ed ha voluto verificarlo in Confessione, e non certo presentandosi come un giornalista intenzionato a divulgare il contenuto delle sue ammonizioni: fin qui ci arriva anche un minus habens. Altrimenti è ovvio che il sacerdote avrebbe risposto ben diversamente. Che poi ciò sia avvenuto senza rispetto per un Sacramento è altra cosa, e va valutata a parte.

Ancora, secondo il periodico dei Gesuiti il comportamento è censurabile «dal punto di vista dell’etica professionale», poiché «un giornalista non può mettere scandalisticamente in pubblico [...] cose dette in un clima che sottintende un reciproco patto di riservatezza, il quale diventa, nel professionista che ha ricevuto le confidenze, obbligo di segreto professionale». Vale la pena ricordare ai reverendi Padri che la Confessione impone l’obbligo del Sigillo sacramentale al solo Confessore, e non al penitente, che è liberissimo di divulgare le proprie colpe come crede. Lo stesso vale per altri ambiti: uno psichiatra è tenuto al segreto professionale, mentre il paziente non ha alcun vincolo di riservatezza. Né si comprende cosa mai dovebbe temere un Confessore, laddove si pubblicasse che al peccatore adultero egli ha ricordato l’obbligo di fedeltà al coniuge, o che al ladro ha imposto la restituzione di quanto rubato. Pare che questa attenzione ad un presunto «reciproco patto di riservatezza» serva piuttosto a mascherare lo stato di vero e proprio abbandono in cui versano i sacerdoti di oggi, senza alcuna formazione né controllo da parte dei Superiori, e men che meno alcuna punizione qualora li si sappia colpevoli, specialmente quando la loro incapacità o ignoranza può esser causa di scandalo per i fedeli. E non si dimentichi che in una Basilica romana vi è come Confessore il Superiore di un Ordine religioso, il quale dichiara tranquillamente di non credere nel Sacramento della Penitenza e di andare a confessare solo perché costretto. Da un sacerdote di tal fatta, che assoluzione si può sperare? Altro che “supplet Ecclesia”: qui siamo all’eresia manifesta, nel più totale disinteresse dell’Autorità ecclesiastica.

Ci si poteva attendere da La Civiltà Cattolica una qualche forma di “mea culpa”, non foss’altro che per evitare che la censura di Bocca, con tanto di scomunica, apparisse solo come una aprioristica difesa d’ufficio - peraltro scarsamente credibile - dei propri confratelli. La qual cosa, più che “avvilente”, appare davvero “scandalosa”.


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