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EVANGELO E COSTITUZIONE. "Per amore del mio popolo non tacerò" (Profeta ISAIA).

PER L’ITALIA E PER LA CHIESA: LA MEMORIA DA RITROVARE. L’"URLO" DI DON PEPPINO DIANA. «La camorra ha assassinato il nostro paese, noi lo si deve far risorgere, bisogna risalire sui tetti e riannunciare la "Parola di Vita"». Riflessioni di don Ciotti e una nota di Raffaele Sardo - a cura di Federico La Sala

sabato 25 ottobre 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Un prete di quella Chiesa campana che nel giugno 1982 aveva avuto il coraggio di dire forte «basta!», con un documento dal titolo eloquentemente ispirato al profeta Isaia: Per amore del mio popolo non tacerò. Un grido di dolore, oltre che di amore. Elevato senza animosità, ma con molta nettezza. Un implicito punto di non ritorno rispetto a pezzi di Chiesa tradizionalmente attenti a non addentrarsi nei temi relativi a mafia e criminalità organizzata.
In quel fondamentale testo c’era (...)

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> PER L’ITALIA E PER LA CHIESA: LA MEMORIA DA RITROVARE. --- Tra i «maestri» di Saviano c’è stato pure don Peppino Diana; e non a caso sulla sua tomba lo scrittore ha portato una copia del libro (di Gennaro Matino).

martedì 21 ottobre 2008

Tra i «maestri» di Saviano c’è stato pure don Peppino Diana; e non a caso sulla sua tomba lo scrittore ha portato una copia del libro

Credenti uniti contro Gomorra

di GENNARO MATINO (Avvenire, 21.10.2008)

Ho incontrato Roberto Savia­no prima che diventasse fa­moso, quando Gomorra non era ancora in libreria. Lo co­nobbi una sera a cena in una pizze­ria di Forcella a Napoli: ero con Erri De Luca, Nives Meroi - una delle poche donne che ha scalato le vette più alte del mondo - e Antonio Franchini. Mai persone tanto diver­se furono sedute alla stessa tavola e mai barriere e frontiere furono ab­battute con tanta semplicità. Intor­no a una pizza, anche la differenza rende compagni. Ricordo con pia­cere quella serata, soprattutto ri­cordo il volto di Roberto, illuminato di speranza, perché convinto di a­ver reso con la sua professione un servizio alla sua città, alla giustizia, alla verità. Ci raccontò come avesse fatto mille ricerche e quanto lavoro gli fosse costato scrivere Gomorra, ma nessuno quella sera, tanto me­no lui, né Antonio che aveva sco­perto il suo talento, poteva imma­ginare che avrebbe avuto tanto successo.

Sono convinto che, al di là delle indubbie qualità del libro, il successo di Saviano sia dovuto, più che alla carta stampata, alla sua te­stimonianza, al coraggio del marti­rio che non necessariamente è quello cruento, ma quello di chi, giorno dopo giorno, rischia la vita per annunciare la verità in cui crede. E Roberto lo ha fatto, tornando a Casal di Principe, tem­po dopo la pubblicazio­ne di Gomorra, per par­tecipare a una manife­stazione contro la ca­morra, sfidando le co­sche del malaffare, di­chiarando pubblica­mente il suo nome e fa­cendo i nomi dei poten­ti dei clan. Li chiamò per nome, uno ad uno, ad alta voce, perché sapeva che la carta stampata da sola non parla, ma acquista il potere della denun­cia solo a condizione di rischiare fi­no in fondo, fino al martirio, assu­mendosi la responsabilità di quan­to si è scritto. Paolo VI affermò che «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i mae­stri ». In un tempo di parole vuote, carente di autentiche testimonian­ze, l’appello al mondo di Papa Montini risuona oggi più che mai come un monito per la coscienza di quanti si nascondono dietro parole dette o scritte, senza avere il corag­gio di uscire a viso scoperto per gri­dare dai tetti il proprio credo. Sa­viano ha avuto invece il coraggio della testimonianza, non si è ad­dormentato sugli allori di un suc­cesso inaspettato.

È sceso in piazza, da subito, per continuare a scrivere Gomorra con la forza della verità, nonostante il martirio di una vita blindata, sotto scorta, che toglie il respiro. Nonostante la paura. Sì, la paura, perché Roberto sa bene di essere nel mirino della camorra, come Falcone e Borsellino sapeva­no di essere bersagli della mafia, ma il coraggio è di chi ha paura e Saviano di coraggio ne ha.

Non è un temerario, che ignaro del peri­colo non teme nulla e sfida la mor­te; è un testimone coraggioso che, convinto dei propri ideali, mette in gioco la sua stessa vita. Il successo di un libro tramonta, la testimo­nianza rimane, contagia, e Saviano questa differenza l’ha capita bene, l’ha imparata dai suoi maestri, da don Peppino Diana, che nel silen­zio gli ha insegnato il coraggio della verità e al quale non a caso ha volu­to donare Gomorra, portandone u­na copia sulla sua tomba. Un gesto significativo che ha fatto poco ru­more, un segno importante che purtroppo non è stato raccolto, an­zi, tradito dai media, perché si sa che per far continuare il fenomeno Saviano era preferibile passare l’immagine più che il contenuto.

Ma Roberto non si è arreso, è anda­to oltre il meritato successo del suo libro, ha portato avanti la sua testi­monianza perché sa che i contenuti passano attraverso la condivisione e non con l’immagine di una co­pertina ormai nota a tutti. La con­divisione dei valori è indispensabi­le per gridare la verità e per non far sentire solo chi con coraggio ha scelto la via della testimonianza per fare giustizia e smantellare un siste­ma che sta uccidendo la nostra ter­ra. Tuttavia, se vogliamo davvero rendere omaggio al coraggio di Sa­viano, dobbiamo assumere la verità come criterio di giudizio, senza in­fingimenti, e avere anche noi il co­raggio di ammettere che se Roberto per aver scritto un libro sulla ca­morra è prigioniero in casa sua, il suo successo e la sua prigionia di­chiarano soprattutto una sconfitta, perché descrivono un’eccezione. È drammatico che dei ragazzi delle scuole napoletane abbiano dichia­rato che ha fatto più guai all’imma­gine di Napoli il libro di Saviano, che l’azione della camorra. Se tutti, invece, fossero Saviano, se tutti a­vessimo il coraggio della verità, non sarebbe scoppiato il fenomeno Go­morra.

Certamente Roberto non è il primo e non è il solo a combatte­re la camorra, certamente sono in tanti a rischiare la vita contro la malavita. Penso ai magistrati, alle forze dell’ordine, ma anche ai tanti preti di frontiera e ai tanti uomini di buona volontà, forse ancora troppo pochi, che continuano a lot­tare perché credono in un possibile riscatto. Ma se Saviano è diventato il simbolo, e non uno dei simboli, della lotta alla camorra, se altri non hanno avuto la stessa attenzione, è perché mentre guardie e ladri si di­vidono da sempre il territorio, dalla voce di Saviano, le vittime della ca­morra, forse per la prima volta, hanno preso coscienza del loro es­sere vittime. I veri martiri della ca­morra sono coloro che, avendo scoperto le fila del sistema malavi­toso, lo rendono comprensibile ad altri. Chi non ricorda il grido indi­menticabile di Giovanni Paolo II contro la mafia dalla collina di Agri­gento: «Un giorno verrà il giudizio di Dio!», parole che, come ha affer­mato lo stesso Roberto, avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.

Oggi si legge Gomorra nelle piazze: non è solo una testimonianza di so­lidarietà a Saviano e a quanti com­battono la camorra, ma è trasfor­mare la lotta al malaffare in un vo­cabolario condiviso. È comprende­re, finalmente, che l’ignoranza ge­nera paura. È capire dalle pagine di un libro che solo la conoscenza è premessa di libertà.


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