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EVANGELO E COSTITUZIONE. "Per amore del mio popolo non tacerò" (Profeta ISAIA).

PER L’ITALIA E PER LA CHIESA: LA MEMORIA DA RITROVARE. L’"URLO" DI DON PEPPINO DIANA. «La camorra ha assassinato il nostro paese, noi lo si deve far risorgere, bisogna risalire sui tetti e riannunciare la "Parola di Vita"». Riflessioni di don Ciotti e una nota di Raffaele Sardo - a cura di Federico La Sala

sabato 25 ottobre 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Un prete di quella Chiesa campana che nel giugno 1982 aveva avuto il coraggio di dire forte «basta!», con un documento dal titolo eloquentemente ispirato al profeta Isaia: Per amore del mio popolo non tacerò. Un grido di dolore, oltre che di amore. Elevato senza animosità, ma con molta nettezza. Un implicito punto di non ritorno rispetto a pezzi di Chiesa tradizionalmente attenti a non addentrarsi nei temi relativi a mafia e criminalità organizzata.
In quel fondamentale testo c’era (...)

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> PER L’ITALIA E PER LA CHIESA: LA MEMORIA DA RITROVARE. --- La mia strada con don Diana (di Renato Natale)

giovedì 20 marzo 2014

La mia strada con don Diana

di Renato Natale (il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2014)

Giusto oggi mi ha mandato una foto mio fratello su Whats App. Lui era nel salotto di casa nostra, a Casal di Principe. E di fianco c’era un ragazzino: don Peppe. Credo di averla scattata io quella foto, ma è passato tanto di quel tempo. Don Peppe Diana aveva qualche anno meno di me, ma ci siamo conosciuti giovanissimi. Successivamente non ci siamo frequentati molto, perché lui stava in seminario.

Ci siamo poi ritrovati, all’inizio degli anni 70, durante un pellegrinaggio a Lourdes, entrambi barellieri. E poi ancora, nel 1983, dopo un eccidio di camorra, organizziamo a Casal di Principe una prima iniziativa contro la camorra; producemmo un volantino che si intitolava “BASTA CON LA PAURA”; avevamo costituito un comitato per la pace contro la criminalità organizzata, e don Peppe, allora segretario del Vescovo di Aversa, ci diede una mano nell’organizzazione. Io, all’epoca, guidavo la sezione del Pci che giusto l’anno prima avevamo intitolato a Pio La Torre, ammazzato dalla mafia in Sicilia.

Era successo che, verso la fine del 1982, dal paese erano spariti tre ragazzi. Erano stati ritrovati carbonizzati in una macchina all’inizio dell’83. Così quella nostra manifestazione si caricò di significati pesanti. Tanto che il proprietario del cinematografo Olimpo, che doveva ospitarci, alla fine decise che non fosse il caso. Ci spostammo nella sala del consiglio comunale. Erano presenti don Riboldi, Abdon Alinovi, presidente della commissione antimafia, Di Donato, vicesindaco a Napoli nell’amministrazione di Maurizio Valenzi. Quella manifestazione si svolse in un clima di accerchiamento, e con poche persone in sala, ma fu un primo esempio di resistenza che cominciava a svilupparsi in questa terra.

Ci ritrovammo ancora, con don Peppe, nell’88, quando all’indomani dell’assalto della caserma dei carabinieri a San Cipriano d’Aversa, costituimmo un coordinamento anticamorra dell’agro aversano; ci riunivamo presso un club di jazz di una qualche fama: il Lenni Tristano; producemmo un documento dal titolo Liberiamo il futuro, con analisi e denunce di straordinario valore. Fu sottoscritto da parroci, partiti politici e associazioni. In quell’occasione a Casale organizzammo, io e don Peppe nel frattempo diventato viceparroco della Chiesa del SS. Salvatore, un’altra grande manifestazione, questa volta con una fiaccolata che attraversò il centro della città. Attorno c’era qualche guaglione che ti guardava storto o sputava per terra mentre passavi. Eppure la gente ci seguì numerosa: erano centinaia.

Già da allora Peppe non era uno che rimaneva in sacrestia: andava in giro, recuperava i ragazzi e aveva iniziato a interessarsi anche della nuova e grande questione dell’immigrazione. Alla camorra non piaceva quella chiesa così attiva sul territorio. E non dimentichiamoci che erano organizzati. Se entravi in un bar non era impossibile che trovassi il ragazzetto del clan che diceva a mezza bocca: “Chissà quello che ci guadagna”. Anche la calunnia diventa un’arma di questa guerra. Ma certo è difficile calunniare un prete che parla dall’altare. E così qualcuno esplose diversi colpi contro la canonica (non lontano dalla stanza dove dormiva don Peppe), e altri rubarono l’altare maggiore del ‘600 della Chiesa dello Spirito Santo, dove la nostra fiaccolata si era conclusa.

Dopo la morte dell’ennesimo innocente (un giovane testimone di Jeovha ucciso per sbaglio), Don Peppe fa della lotta alla camorra un impegno costante e continuo. E non solo a Casale: va in giro per scuole e associazioni a Caserta e a Napoli; il tutto culmina con la pubblicazione di quello straordinario documento di denuncia ed impegno che fu Per amore del mio popolo distribuito nella notte di Natale del ‘91.

IL 19 MARZO DEL 1994, ero sindaco della città da quattro mesi, ricordo che stavo preparando il caffè in cucina quando mi chiama qualcuno per dirmi che avevano sparato a un prete. Chiedo chi è. Mi dice che è don Peppe. Stacco il telefono. Mia moglie arriva e mi chiede che è successo. Le dico: “Prendi le valigie e andiamo via di qua. Qua non si può vivere”. Ma è solo un attimo. Sono il sindaco, mica posso andare via. Mi precipito verso quella chiesa alla periferia del paese. Non ricordo nemmeno come arrivai.

L’immagine che ho in testa è quella di un carabiniere che apre la porta. Vedo in terra quel corpo senza vita. Provo paura, rabbia, desiderio di vendetta. Poi mi dico che quella non deve essere una morte inutile. Per anni io e con me sempre più compagni di viaggio, ci siamo battuti per ricordare la sua figura, e nel suo nome far crescere una comunità alternativa a quella criminale, e liberare le nostre terre dalla dittatura militare che ha tenuto sotto scacco la nostra gente per trent’anni. Oggi, quelle migliaia di persone in piazza a Casale per ricordarlo, ci dicono che un pezzetto di quella guerra l’abbiamo vinta.


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