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EVANGELO E COSTITUZIONE. "Per amore del mio popolo non tacerò" (Profeta ISAIA).

PER L’ITALIA E PER LA CHIESA: LA MEMORIA DA RITROVARE. L’"URLO" DI DON PEPPINO DIANA. «La camorra ha assassinato il nostro paese, noi lo si deve far risorgere, bisogna risalire sui tetti e riannunciare la "Parola di Vita"». Riflessioni di don Ciotti e una nota di Raffaele Sardo - a cura di Federico La Sala

sabato 25 ottobre 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Un prete di quella Chiesa campana che nel giugno 1982 aveva avuto il coraggio di dire forte «basta!», con un documento dal titolo eloquentemente ispirato al profeta Isaia: Per amore del mio popolo non tacerò. Un grido di dolore, oltre che di amore. Elevato senza animosità, ma con molta nettezza. Un implicito punto di non ritorno rispetto a pezzi di Chiesa tradizionalmente attenti a non addentrarsi nei temi relativi a mafia e criminalità organizzata.
In quel fondamentale testo c’era (...)

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> PER L’ITALIA E PER LA CHIESA: LA MEMORIA DA RITROVARE. ---- “Scampia? non la lascerò, qui c’è la mia gente”: parola di don Aniello (di Enrico Fierro).

mercoledì 7 luglio 2010

“Scampia? non la lascerò, qui c’è la mia gente”: parola di don Aniello

di Enrico Fierro (il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2010)

“Io Scampia non la voglio lasciare. Non lascio questa gente, la mia gente”. Lui è Aniello Manganiello, il prete del Bronx napoletano: Miano, Secondigliano, Scampia. Qui vive da sedici anni don Aniello, o semplicemente - per i guaglioni che ha strappato alla strada, per le famiglie che ha aiutato, per gli ex pusher che ha salvato - Aniello, il prete del don Guanella che oggi i suoi superiori vogliono trasferire altrove. A Roma, in un quartiere che al confronto è la Svezia, Prati Trionfale, famiglie tranquille, stipendi che a fine mese arrivano puntuali. “E invece qui manca il necessario”, dice il prete. I suoi superiori non chiariscono i motivi del trasferimento, si appellano all’obbedienza alla quale è tenuto ogni sacerdote, dicono che si tratta di un normale avvicendamento, ma la gente, il popolo di don Aniello, non vuole sentire ragioni e ieri sera è scesa in piazza. Una fiaccolata per il quartiere, una via Crucis nel dolore di questa periferia che si perde tra Vele e Case di Puffi, dove anche le pietre portano impressi i segni della varie guerre di camorra.

I guaglioni del clan Di Lauro, Ciruzzo ‘o milionario, contro gli “spagnoli”, una guerra di pochi anni fa, decine di morti, una bestialità senza limiti. Tutto per i danari della droga. In questo inferno don Aniello ha tirato su il suo centro Don Guanella, una zattera in mezzo al mare dove accoglie centinaia di ragazzi. Buona parte in semi-convitto, qui mangiano, studiano, fanno teatro e giocano a calcio.

C’è la squadra, il campo verde, e posto per tutti quelli che vogliono salvarsi. “Abbiamo costruito questa realtà, ed è un merito dei tanti volontari che hanno lavorato con me - dice don Aniello - mandarmi via ora è qualcosa che vivo come una violenza psicologica inaccettabile”. Fabio Esposito, 27 anni, disoccupato, è uno dei volontari che lavorano con il prete. “Qui arrivano ragazzi da tutti i quartieri, finanche da Giugliano. Alla scuola di calcio vengono anche tanti figli di camorristi”.

Don Aniello non ama l’etichetta di prete anticamorra, eppure il tumore che uccide Napoli lui l’ha preso sempre di petto. Ai boss che a Scampia e Secondigliano riempivano le strade di cappelle votive e immagini di Padre Pio (spesso usate per nascondere pacchi di droga e armi), rispose a muso duro. “Queste statue vengono costruite con i soldi dello spaccio di droga, è una religiosità popolare abietta e sconcertante. Questa non è fede, ma solo superstizione”. I boss capirono e una sera gli mandarono un messaggio chiaro: ’Omm’e niente, la pagherai, gli gridarono due malvissuti a cavalcioni su una moto. Lui se ne curò poco e andò avanti. “Il mio obiettivo? Dimostrare che si può battere il male, anche quando si chiama camorra, che si può vivere nella legalità, si possono riportare uomini sulla strada della felicità e della libertà”.

Di camorra, don Aniello ha parlato più volte anche con Gianfranco Fini, suo amico personale. Per alcuni forse troppo. Con il presidente della Camera aprì la campagna elettorale nel 2006 salendo sul palco e denunciando “le collusioni tra politica e camorra”. Poi, però, le simpatie di buona parte della destra si sono affievolite quando il prete, commentando le avventure di Berlusconi a Casoria, disse che “un uomo delle istituzioni deve essere di esempio ed evitare certi comportamenti e certe frequentazioni”.

Don Aniello è così, un prete scomodo, che raccoglie solidarietà e apprezzamenti bipartisan. “Io so solo che è un punto di riferimento della gente che vive tra Scampia e Secondigliano, credo che il suo trasferimento sia una sorta di punizione”, è il commento di Corrado Gabriele, consigliere regionale del Pd.

Politica a parte, don Aniello non ha dubbi: “Non lascio Scampia, questa gente mi ha aperto il cuore, sono uno di loro”. Tonino Torre una volta era un boss di camorra. Oggi, barba bianca, volto scavato e crocefisso di legno al collo, racconta la sua personale redenzione. “Io ero un grande camorrista, rispettato da tutti. Mi temevano, nel senso che... io ero ‘nu strunz. Avevo soldi, auto di lusso, belle femmine, ma la mia non era vita, era un guerra contro il mondo”. Oggi Tonino ‘o boss vive con poco, un lavoro tramite il centro di assistenza per gli ex detenuti della Curia, qualche vecchio mobile strappato dai cumuli di monnezza e restaurato. E sta sempre a fianco di don Aniello, il prete anticamorra che vogliono cacciare da Napoli.


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