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EVANGELO E COSTITUZIONE. "Per amore del mio popolo non tacerò" (Profeta ISAIA).

PER L’ITALIA E PER LA CHIESA: LA MEMORIA DA RITROVARE. L’"URLO" DI DON PEPPINO DIANA. «La camorra ha assassinato il nostro paese, noi lo si deve far risorgere, bisogna risalire sui tetti e riannunciare la "Parola di Vita"». Riflessioni di don Ciotti e una nota di Raffaele Sardo - a cura di Federico La Sala

sabato 25 ottobre 2008 di Maria Paola Falchinelli
[...] Un prete di quella Chiesa campana che nel giugno 1982 aveva avuto il coraggio di dire forte «basta!», con un documento dal titolo eloquentemente ispirato al profeta Isaia: Per amore del mio popolo non tacerò. Un grido di dolore, oltre che di amore. Elevato senza animosità, ma con molta nettezza. Un implicito punto di non ritorno rispetto a pezzi di Chiesa tradizionalmente attenti a non addentrarsi nei temi relativi a mafia e criminalità organizzata.
In quel fondamentale testo c’era (...)

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> PER L’ITALIA E PER LA CHIESA: LA MEMORIA DA RITROVARE. ---- "Per amore del mio popolo". Riproposto dalle edizioni dell’Asino il libro con gli scritti di don Peppino Diana. Un estratto dall’introduzione (di Goffredo Fofi).

sabato 16 ottobre 2010

TESTIMONI. La morte del sacerdote ucciso nel 1994 dalla camorra costrinse molti a guardare in faccia il male: anche Roberto Saviano

Don Peppino profeta di Gomorra

«Il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli» scriveva nel ’91

La sua morte ci insegna a essere più diffidenti nei confronti di chi parla e non fa, più coerenti a commisurare meglio parole e azioni

DI GOFFREDO FOFI (Avvenire, 16.10.2010) *

Don Peppino Diana venne uc­ciso dalla camorra all’alba del 19 marzo 1994, festa di San Giuseppe, nella sagrestia della sua parrocchia in Casal di Principe. Il li­bro che mettemmo insieme per ri­cordarlo, Per amore del mio popolo, vide la luce a dicembre dello stesso anno, quando del suo sacrificio si parlava poco o pochissimo, e nell’a­versano si erano messe in giro voci inquietanti sulle cause della sua mor­te che tendevano a sminuirne la gravità riducendole a fatto privato.

Non ricordo se fu poco tempo prima o po­co tempo dopo che mi trovai a pas­sare in macchina da Aversa, con Ni­cola Alfiero, e fummo bloccati dalla polizia: in mezzo alla strada c’era un morto ammazzato da poco, in una di quelle ’guerre di camorra’ che continuavano - che continuano - a insanguinare quel territorio la più cruenta delle quali fu la cosiddetta ’guerra di Scampia’ di pochi anni fa. Dal giorno in cui don Peppino fu uc­ciso sono passati sedici anni, e in mezzo c’è stato il libro di Roberto Sa­viano, Gomorra, che ha minuziosa­mente indagato e narrato, con i mo­di di un giornalismo letterario origi­nale e generoso, le particolarità di quella parte d’Italia, le vicende delle organizzazioni criminali della zona, la loro natura economica, i loro le­gami con la politica, la loro influen­za sui modi di vivere e sentire della popolazione. Uno dei capitoli più belli del libro ricostruisce vita e a­zioni di don Diana, e ha procurato u­na nuova e dovuta attenzione alla sua storia, ampiamente citando dai suoi scritti, che vennero raccolti e pub­blicati per la prima volta nel volume del ’94.

Dopo di allora, si sono moltiplicate le iniziative per ricordare don Diana, dei tipi più diversi, e alcune di esse hanno rasentato il folklore para-te­levisivo o vi sono implacabilmente cadute. La schiera dei ’professioni­sti dell’antimafia’ è in continuo au­mento, ed è questa una delle forme più insidiose della falsa coscienza na­zionale nei confronti di una malavi­ta che è espressione di una floridis­sima economia criminale. Denun­ciare è facile, meno facile interveni­re, sul posto e nei modi utili e giusti, che possono cambiare i modi di vi­vere consolidati, accettati. Questo succede spesso, in Italia, ed è dove­roso continuare a scandalizzarne, ma così è, e ci si è fatta l’abitudine. Non ha molti scrupoli, la ’società dello spettacolo’ - anzi ’dell’avanspetta­colo’, come ha detto qualcuno pen­sando ai finali disastri che essa sem­bra annunciare, e forse invocare.

Il sangue di don Diana ha smosso qualche coscienza, ha sollecitato qualche giusta riflessione, ha co­stretto molti a guardare in faccia la realtà. Ma non possiamo farci illu­sioni: la camorra e le mafie sono un male inestirpabile, in una società co­me la nostra. Nel mondo in cui vi­viamo l’economia è strettamente le­gata al crimine (si calcola che l’eco­nomia criminale in senso stretto in­cida per il 12% per cento sulla nostra economia complessiva, ma questi calcoli non tengono conto, per e­sempio, del mercato ufficiale delle armi, considerato parte dell’econo­mia legale, ’giusta’, ’normale’) e la concorrenza è l’anima dell’econo­mia, di ogni economia. Le guerre di camorra non finiranno facilmente, e quando ci si trova di fronte a un’ap­parente pace sociale (come è il caso, oggi, della Sicilia), bisognerebbe in­terrogarsi sulle sue ragioni, e dubi­tare dell’accordo transitorio tra le parti (le ’famiglie’ tra loro, le fami­glie e la società in cui operano, il ’gio­co’ degli interessi e degli scambi...). Le ’guerre di camorra’ sono un a­spetto inevitabile dell’economia at­tuale, mondiale? Esse sono in ogni caso un ’incidente’ ripetibile, sono una componente inevitabile del ca­pitalismo contemporaneo. Ed è di qui che bisognerebbe partire per af­frontare degnamente i problemi con­nessi al crimine organizzato nel no­stro Paese - e sia dunque lode a chi ha insistito su questo aspetto, il più ipocritamente taciuto dai nostri me­dia e dai nostri ’buoni’ per mestie­re, dai nostri denunciatori di profes­sione.

Della raccolta di scritti di don Diana, di scritti su di lui e sul suo sacrificio, di scritti sulle condizioni della zona in cui egli operava e sulle organizza­zioni criminali dell’aversano che mettemmo insieme nel lontano 1994, si sono serviti in molti, Savia­no compreso per il bel capitolo di Go­morra

su don Peppino, la cui vicen­da è stata all’origine della sua prima comprensione critica della realtà in cui è cresciuto, ma quasi tutti si so­no dimenticati di citarla. Ci siamo al­lora chiesti, i promotori e redattori di quella modesta e doverosa impre­sa, se non valesse la pena di ripro­porla, come documento ancora va­lido di una vicenda che ci sconvolse e commosse e di un’esperienza u­mana, civile e religiosa da non di­menticare; abbiamo letto quel che a­vevamo scritto e raccolto alla luce dell’oggi, cercando di allontanare qualsiasi tipo di compiacimento, e ne abbiamo concluso che ne vales­se la pena, anche se sta al lettore il giudizio definitivo.

Nel documento del Natale 1991 che dà il titolo al nostro libro, stilato da don Diana con gli altri sacerdoti di Casal di Principe e che ci è sembra­to attuale oggi quanto ci sembrò es­serlo ieri, si ricordava come fosse «or­mai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infil­trazione del potere camorristico a tutti i livelli» e si auspicavano anzi­tutto «nuovi modelli di comporta­mento ». La constatazione e l’invito non hanno perso di valore. Le de­nunce senza l’azione servono a nien­te, il sacrificio di don Diana ci ri­chiama prima di ogni altra cosa al nostro dovere di essere insieme più acuti e lucidi sulle contraddizioni di un sistema economico, politico e so­ciale anche nelle sue ricadute antro­pologiche e culturali, più diffidenti nei confronti di chi parla e non fa, più coerenti nel commisurare le pa­role e le azioni, nel tradurre nella pra­tica le nostre persuasioni.

*

IL LIBRO

Tornano gli scritti che hanno ispirato alcuni scrittori

Quando don Diana venne ucciso alcuni amici vollero ricordarlo raccogliendo i suoi scritti e aggiungendovi testimonianze e saggi di giornalisti, politici, volontari, magistrati, sociologi sul suo operato e sulla zona in cui egli operava. Il libro uscì pochi mesi dopo, a spese di quei pochi amici, presso l’editore napoletano Pironti con i contributi di Nicola Alfiero, Donato Ceglie, Goffredo Fofi, Amato Lamberti, mons. Raffaele Nogaro, Isaia Sales e Conchita Sannino. Ora le edizioni dell’Asino ripropongono il testo (pagine 194, euro 12,00). Qui ripubblichiamo un estratto dall’introduzione di Goffredo Fofi.


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