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Da una generazione all’altra ...

ANTONIO GRAMSCI (1891-1937). Per la ricorrenza dell’"anno gramsciano", iniziative e manifestazioni culturali in Italia e nel mondo - a cura di Federico La Sala

jeudi 1er mars 2007 par Maria Paola Falchinelli
[...] Ecco le date : il 27 aprile a Cagliari, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sarà presentato il primo volume della Edizione Nazionale degli scritti di Antonio Gramsci. Il 27 e 28 aprile a Roma si svolgerà il Convegno Internazionale "Gramsci, la cultura e il mondo "con la presenza di storici e politologi europei, statuntensi, latinoamericani, cinesi, indiani e del mondo arabo. Il 13 e 15 dicembre a Turi, in Puglia, si rifletterà sul tema "Gramsci nel suo (...)

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lundi 16 avril 2007

Settanta anni dopo, su l’Unità « il nostro Gramsci »

di Bruno Gravagnuolo *

Alle 4 e 10 del 27 aprile 1937 moriva Antonio Gramsci, nella clinica Quisisana di Roma, dopo esservi giunto a fine agosto del 1935, da una clinica di Formia e già in condizioni fisiche disperate. Si concludeva così tragicamente una vicenda esistenziale e politica straordinaria. Quella di un prigioniero del fascismo e da poco in regime di libertà condizionale, che era stato uno dei massimi ispiratori teorici e pratici del Pcd’I nato nel 1921, nonché l’artefice del suo nuovo gruppo dirigente a partire dal 1923-24. Con la liquidazione dell’estremismo di Bordiga, la fondazione de l’Unità e la sua ascesa a segretario di quel partito.

Dunque, un « combattente » e un costruttore di politica, ma insieme un grande intellettuale e un’eccezionale figura morale. La cui grandezza avevano compreso da visuali opposte Piero Gobetti e il « carceriere » Mussolini, entrambi capaci di registrare l’enorme energia costruttiva dei suoi pensieri, l’uno per elogiarla, l’altro per controllarla e alfine spegnerla. Senza Gramsci, il Pci così come lo abbiamo conosciuto non vi sarebbe stato, e nemmeno la storia d’Italia sarebbe stata quella che abbiamo conosciuta. Perciò Gramsci è nostro, indubitabilmente. Di chi militò sotto le bandiere del Pci anche decenni dopo. Della sinistra tutta, « post » o meno. E dell’Italia intera, persino di chi militò sotto opposte bandiere, e che magari cerca di « recuperarlo » a modo suo.

Dove sta la grandezza di questo nostro Gramsci ? Lo si diceva : nei pensieri. E nella forza di una personalità. Nell’eccezionale forza di un « carattere » che fu l’involucro di quei pensieri, la corazza etica in grado di impedirne la dispersione, di là delle di vulgate e leggende esegetiche. Senza nulla toglire ai meriti di Togliatti, che salvò e trapiantò in Italia quei pensieri, Gramsci « eccede » e travalica ogni lettura addomesticata. Riuscì infatti a pensare e a esprimersi al futuro nel buio della prigionia, in tempi di ferro e di fuoco « tra Mussolini e Stalin », come suona il titolo di un saggio in arrivo di Angelo Antonio Rossi e Giuseppe Vacca (Fazi). E senza piegare la testa, testimoniando in prima persona, malgrado l’isolamento politico e affettivo, qual era l’universale liberazione umana a cui mirava. E come essa potesse e dovesse incontrarsi col corso terribile del mondo così come era.

Cosa ci lascia Gramsci oltre la forza di un esempio eroico nel paese del « trasformismo » ? Un arsenale inesauribile di idee, consegnate a una stenografia asistematica ma limpida. Che era un crittogramma del mondo, e in parte ancora lo è. Prima di tutto la diagnosi della crisi mondiale dopo la prima guerra. Cioè il conflitto irrisolto tra cosmopolitismo e stato nazionale, dal cui scontro senza universalismo mediatore scaturisce guerra. È dentro quel conflitto che Gramsci vide l’Ottobre 1917, i fascismi, il New Deal. Con il collasso della società liberale in Europa. E sempre in quello scenario scorse l’emancipazione « primitiva » incarnata dal bolscevismo, e i relativi contraccolpi planetari. Per questo il fascismo italiano, nonché figlio di tutta l’arretratezza italiana « senza nazione », gli apparve come una moderna « rivoluzione passiva ». Indotta dall’interdipendenza internazionale, ma agita da classi dirigenti che inglobano l’attiva adesione dei ceti subalterni.

Due sfide quindi in Gramsci. Pensare la modernità del mondo, dove il « fordismo » Usa, che allarga il mercato, si rivela egemone rispetto al dispotismo sovietico. E attivare la coscienza dei dominati al livello dell’« economia-mondo », dentro e fuori le singole nazioni. Un cammino lunghissimo, che Gramsci chiamava « guerra di posizione ». E una grande gincana della liberazione di massa, attraverso la « società civile », le sue forme simboliche, le sue « fortezze » e « casematte ». Politica e filosofia egemoniche senza fine quelle di Gramsci, verso nuovi equilibri di potere. Dove il « mito » non estingue il dissenso e l’autonomia del soggetto. Idee-forza laiche, libere. Nostre.

* l’Unità, Pubblicato il : 14.04.07, Modificato il : 15.04.07 alle ore 20.17


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