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Storiografia

FASCISMO E LEGGI PER LA DIFESA DELLA RAZZA (1938). De Felice, Mussolini, e la "percentuale" del 1932. Un saggio di Giorgio Fabre, in "Quaderni di storia", riapre la questione. Una nota di Roberto Roscani - a cura di pfls

domenica 11 marzo 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] Trattamento diverso De Felice riservò ad altri documenti sul razzismo come ad esempio le carte inviategli da Marcello Ricci, uno degli estensori del Manifesto della razza (le consegnò per la cura e la pubblicazione ad un suo allievo, Mario Toscano, essendo lui ormai gravemente malato). Ma Razza e percentuale no. Eppure (o forse per questo) era proprio il testo che lo avrebbe costretto ad una revisione radicale della tesi di fondo che lo storico ha costruito attorno al tema del (...)

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> FASCISMO E LEGGI PER LA DIFESA DELLA RAZZA (1938). ---- 27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA. Malintese memorie (di Valentina Pisanty).

mercoledì 27 gennaio 2010

Malintese memorie

di Valentina Pisanty (il manifesto, 27 gennaio 2010)

Sul «giorno della memoria» circolano alcuni malintesi. Tra essi, l’idea che si tratti di una celebrazione, nel triplice significato di commemorazione solenne, di cerimonia rituale e di glorificazione di una qualche identità collettiva. È questo, del resto, il senso delle altre ricorrenze prescritte dal calendario istituzionale, dalle festività religiose agli anniversari della repubblica, dove l’occasione commemorativa svolge una funzione eminentemente epidittica (la comunità celebrante si stringe attorno alla messa in discorso di valori condivisi, o presentati come tali), e l’evento ricordato è edificante, se non addirittura gioioso. Attributi evidentemente incompatibili con la storia delle persecuzioni razziali e della Shoah, ma talora la forma del rito ne condiziona i contenuti, ed ecco che ci si accinge ad adempiere gli obblighi della memoria con il vago disagio di chi non sa bene cosa sta commemorando e perché.

L’equivoco si insinua sin dalla scelta della data del 27 gennaio. Tra i tanti possibili eventi luttuosi e ignominiosi che hanno costellato la storia del razzismo nazifascista, la legge n. 211 del 20 luglio 2000 eleva l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz a simbolo dell’intera esperienza concentrazionaria. La liberazione del campo, la raccolta delle macerie, la conta dei morti, la promessa solenne che «mai più»: non proprio un happy ending, ma quantomeno la fine di un incubo (la cui durata a dire il vero si protrae oltre l’ingresso dell’armata rossa nel lager polacco).

Tuttavia, se si guarda alla Shoah dallo sbocco del tunnel, la tentazione è di girarsi dall’altra parte e di correre verso la luce ovvero, per uscire dalla metafora, di celebrarne la fine anziché ricordarne gli inizi. Si rischia così di dirottare l’attenzione dalla Shoah intesa come evento storico - esito documentabile di un intreccio complesso di pulsioni xenofobe sbrigliate, di orgogli nazionalistici, di opportunismi politici, di responsabilità individuali e collettive - alla Shoah intesa come mito fondativo, dispositivo creatore di sensi ulteriori a seconda degli usi che di volta in volta se ne fanno.

Da qui, alcune possibili derive banalizzanti e sacralizzanti: spettacolarizzazioni della memoria, solidarietà intempestive e discorsi ufficiali proferiti dai più improbabili portavoce dell’antifascismo, letture provvidenzialistiche del genocidio, e via dicendo. Da qui anche il fastidio che taluni provano nei confronti del «giorno della memoria», erroneamente interpretato come l’ennesimo pretesto mediatico per intavolare dibattiti sugli ebrei e sulla loro problematica identità.

Il ruolo che ebbe la propaganda

In effetti il senso della legge è o dovrebbe essere tutt’altro. Lungi dal celebrare alcunché, si tratta di prescrivere agli europei in generale, e agli italiani in particolare, il compito di studiare ciò che in passato si era preferito non guardare, «in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa». L’obiettivo non è solo di onorare le vittime, di ricordare i giusti o di riconoscere le colpe dei carnefici (non ci vuole molto sforzo), ma di cercare di capire come la Shoah sia avvenuta «affinché simili eventi non possano mai più accadere». Date queste premesse, mi chiedo se non sarebbe stato più incisivo indicare, come momento di riflessione collettiva, l’origine del fenomeno che ha portato alla catastrofe, ovvero l’emanazione delle leggi razziali che nell’autunno del 1938 allontanarono con accanimento crescente (e nell’indifferenza generale) gli ebrei dalla vita pubblica.

Se poi si considera che il «giorno della memoria» si rivolge principalmente agli studenti, sarebbe stato forse coerente scegliere, come evento da ricordare, la promulgazione del decreto legge 1779 del 15 novembre che integrava in un testo organico i provvedimenti per escludere gli ebrei dalle scuole e dalle università. Non sarà l’inizio della storia del razzismo in Italia, visto che forze xenofobe e antisemite operavano indisturbate già da tempo, ma è lì che il piano si inclina irrimediabilmente. Quando il regime comincia a legiferare contro una parte dei suoi cittadini, privandoli dei diritti fondamentali e rendendoli inermi di fronte a ogni genere di sopruso, è a quel punto che gli astri del razzismo, per così dire, si allineano.

-  Si sa che la propaganda giocò un ruolo importante nelle politiche razziste, rafforzando stereotipi, rispolverando antichi pregiudizi, confezionando pseudo-argomenti per dimostrare come le leggi razziali fossero conformi alle Leggi della Natura. Certo, è difficile capacitarsi che ci fosse qualcuno, all’epoca, disposto a prestare seria attenzione a simili assurdità, data la rozzezza argomentativa di gran parte di questo materiale. Basta sfogliare le pagine di un fascicolo qualsiasi della Difesa della razza, con la sua galleria di mostri (corpi deformi, scimmioni e cannibali africani, anti-uomini bolscevichi, avvoltoi giudei col becco grondante sangue...) la cui funzione retorica era di far risaltare per contrasto le virtù estetiche e morali della presunta stirpe ario-romana, per sperimentare (si spera) un misto di incredulità e di indignazione che di primo acchito può tradursi in una risata distanziante o in un moto di disgusto, ma che lascia uno strascico di interrogativi su cui forse vale la pena soffermarsi.

-  Com’è possibile che queste cose siano state dette e fatte? Come mai non sono state respinte lì per lì tra gli sghignazzi generali? Con quali atteggiamenti venivano recepite, quali dissonanze producevano nelle menti meno sprovvedute e, di converso, quali effetti esercitavano sugli allievi di «tutte le scuole del Regno» a cui una circolare di Giuseppe Bottai prescriveva l’acquisto e la lettura della rivista di Interlandi, Almirante & co?

Può darsi che, in tempi di regime, la propaganda venisse prodotta e ricevuta con una buona dose di cinismo e di scetticismo e che - a parte quei pochi fanatici che veramente credevano nella necessità impellente di ripulire la «pura razza italiana» dalle scorie dell’ebraismo e di altre razze e sottorazze contaminanti - per il resto degli italiani «La difesa della razza» e altre pubblicazioni dello stesso tenore giocassero un ruolo ideologico marginale. Resta il fatto che, attraverso la ripetizione martellante di stereotipi razzisti disseminati nei discorsi politici, nei giornali e nelle riviste, nella letteratura di consumo, nei racconti per l’infanzia, giù giù sino alle canzoni e alle cartoline coloniali, la cultura di regime fornì, se non altro, un pretesto a coloro che, tra il 1938 e il 1943, scelsero di non vedere, o di non preoccuparsi di ciò che stava accadendo sotto i loro occhi. Se il «giorno della memoria» ha a che vedere con una qualche identità collettiva, è l’identità dei razzisti, dei furbi, dei pavidi e dei menefreghisti, cioè la nostra (o una della nostre).

Detto questo, chiediamoci quale funzione abbia da assolvere una giornata di studio specificamente dedicata alla Shoah in Italia. A ricordare gli eventi, innanzitutto, visto che sino alla metà degli anni Novanta si è parlato poco e malvolentieri dell’aspetto più scomodo della storia del fascismo (risale al 1994 la prima mostra italiana dedicata al razzismo fascista). Oltre alla funzione storica, però, il senso della ricorrenza è - o dovrebbe essere - di mantenere vivi gli anticorpi, tenuto conto che il razzismo non è solo un fantasma del passato, come dimostrano in modo esemplare i recenti fatti di Rosarno, e perciò andrebbe combattuto giorno per giorno con strumenti critici adeguati.

Come arginare l’intolleranza

Su questo punto, però, è legittimo un margine di perplessità. Per sconfiggere il razzismo una volta per sempre è davvero sufficiente smontare gli stereotipi (alcuni dei quali si aggirano tra noi pressoché immutati dai tempi dei difensori della razza: si pensi agli stereotipi del negro e dello zingaro per esempio)? Certo che no, e sarebbe pia illusione culturalista pensare il contrario. Si analizzino pure i discorsi razzisti, se ne evidenzino i paralogismi, si smascherino tutte le distorsioni e le menzogne della razza: tutt’al più si convincerà chi è già persuaso, e tra compagni antirazzisti ci si scambierà delle gran pacche sulle spalle. Casomai con l’aiuto degli strumenti analitici si potrà controbattere alle dottrine dei nuovi razzisti (i negazionisti, i differenzialisti, gli odierni teorizzatori di un occidente tenuto sotto scacco non si capisce bene da chi), decostruendone gli sragionamenti, ma non si scalfirà minimamente il substrato pulsionale su cui simili teorie attecchiscono, un’intolleranza selvaggia tanto più pericolosa quanto meno può essere tenuta a freno con argomenti razionali.

-  L’intolleranza c’è. Sarebbe compito della politica contenerla, affrontando gli squilibri sociali, economici e culturali che la alimentano. Nell’attesa, ai ragazzi a cui il «giorno della memoria» si rivolge va spiegato (possibilmente anche gli altri giorni dell’anno) come il razzismo sia fondato su meccanismi psichici elementari, come attinga a materiali sedimentati nella cultura, come nonostante tutto gli stereotipi non muoiano mai, come tramite essi un atto di aggressione possa mascherarsi da misura difensiva, come le legittime frustrazioni di una comunità possano essere artatamente deviate sul capro espiatorio di turno, come lo sfruttamento dei più deboli si giovi di simili manipolazioni, e come la situazione precipiti nel momento in cui chi sta al potere decide di avvalersi di questi dispositivi arcinoti per rafforzare il proprio consenso.


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