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Appello

IL VATICANO E’ ORMAI SOLO UNA MACCHINA DA GUERRA CONTRO OGNI ECUMENISMO E CONTRO OGNI TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE. SCOMUNICATO IL TEOLOGO SALVADOREGNO, JON SOBRINO. Una nota di Sergio Grande e la lettera di AUTODIFESA DI JON SOBRINO - a cura di pfls

Una posizione che potrebbe portare prossimamente alla scomunica di San Francesco!!!
sabato 28 luglio 2007 di Maria Paola Falchinelli
[...] prima le condanne verbali che aprono poi la strada alle aggressioni fisiche o ai veri e propri omicidi, come è successo in America Latina con i tanti martiri della teologia della liberazione a cominciare da Oscar Romero. Violenza fisica di fatto autorizzata dalla violenza verbale, dall’assolutezza della condanna delle idee che trova sempre chi si sente poi autorizzato a passare dalle parole ai fatti, sentendosi legittimato da cotante prese di posizione. Senza voler dimenticare che nei (...)

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> Lo sbaglio di J. Sobrino, secondo l’"Avvenire".

giovedì 15 marzo 2007

Lo sbaglio di J. Sobrino nel ridimensionare la divinità di Cristo

L’illusione di servire i poveri impoverendo Gesù

di Ignazio Sanna (Avvenire, 15.03.2007)

La prima indicazione della Notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede sulle opere di padre Jon Sobrino è di carattere metodologico, e riguarda la necessità, nel fare teologia, di rispettare la gerarchia dei cosiddetti "luoghi teologici". Com’è ben noto, i classici dieci loci theologici elencati a suo tempo da Melchior Cano sono: la Scrittura; la tradizione orale apostolica e di Cristo; la Chiesa cattolica; i Concili; la Chiesa romana; i Padri della Chiesa; i teologi; la ragione naturale; i filosofi; la storia umana. I primi sette sono considerati "proprii", mentre gli ultimi tre vengono definiti "ascripticii".

La Sacra Scrittura è elencata per prima, anche se essa, in realtà, non ha goduto sempre un ruolo privilegiato nell’impostazione e nell’insegnamento dei trattati teologici in genere, e la storia umana per ultima. In verità, la stagione teologica conciliare ha aggiunto ai loci theologici classici quello particolare della lettura dei "segni dei tempi", che assume le istanze del mondo contemporaneo e le vicende storiche come interlocutrici obbligate della ragione teologica (Cf GS,4,11,44; PO,9; UR, 4; AA,14). Ma va precisato che l’espressione «scrutare i segni dei tempi» implica l’intelligenza dei "luoghi" della Parola di Dio nel mondo, che, secondo Congar, è la Chiesa diventata storia. Attesa questa realtà, non può essere valida l’impostazione metodologica del Sobrino, secondo cui «la Chiesa dei poveri è il luogo ecclesiale della cristologia ed offre ad essa l’orientamento fondamentale».

La nota esplicativa della Congregazione ribadisce giustamente che «la verità rivelata da Dio stesso in Gesù Cristo, e trasmessa dalla Chiesa, costituisce dunque il principio ultimo e normativo della teologia», e che «l’unico "luogo ecclesiale" della cristologia è la fede apostolica trasmessa dalla Chiesa». È chiaro che il problema metodologico della cristologia di Sobrino è il problema dell’inserimento dell’esperienza umana nel circolo ermeneutico della teologi a. Ma è sempre bene ricordare il detto di San Bonaventuta: «ad Deum nemo intrat recte nisi per Crucifixum», e che il mistero di Dio, di conseguenza, non si lascia catturare mai pienamente dalla sapienza del mondo o dalla ragione umana.

2. Il rispetto della metodologia teologica porta al rispetto dell’identità di Gesù. Gesù è il Figlio. È stato generato da Dio Padre. Giovanni Paolo II ha scritto che «per quanto sia lecito credere che, per la condizione umana che lo faceva crescere "in sapienza, età e grazia" (Lc 2, 52), anche la coscienza umana del suo mistero sia progredita fino all’espressione piena della sua umanità glorificata, non è lecito dubitare che già nella sua esistenza storica Gesù avesse coscienza della sua verità, cioè di essere veramente il Figlio di Dio. Giovanni lo sottolinea a tal punto da affermare che fu, in definitiva, per questo, che fu respinto e condannato: infatti "i Giudei cercavano di ucciderlo, perché non solo violava il sabato, ma anche chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio" (Gv 5, 18). Negli eventi dell’orto del Getsemani e del Calvario, la coscienza umana di Gesù sarà sottoposta alla prova più dura. Tuttavia neanche la tragedia della passione e della morte potrà intaccare la sua tranquilla certezza di essere il Figlio del Padre celeste» (NMI, 24).

Non si può impoverire Gesù con l’illusione di promuovere i poveri. Si impoverisce Gesù Cristo se si ridimensiona la sua divinità di Figlio di Dio. Non dovrebbe essere di grande aiuto per i poveri annunciare loro un Gesù uomo come gli altri uomini. Se Gesù è uno dei tanti salvatori, uno dei tanti maestri di morale, perde la sua valenza salvifica singolare, e i molti salvatori si eliminano a vicenda. Nel descrivere la singolarità e l’unicità della mediazione di Gesù Cristo, perciò, non è sufficiente un’ermeneutica politica, basata sull’analisi sociologica, che presenta Gesù come liberatore e come soggetto di una prassi rivoluzionaria.

3. Sia il rispetto della metodologia che quello dell’identità portano al rispetto della funzione salvifica di Gesù. Gesù è il Redentore dell’uomo, perché è Dio. Un Gesù uomo come noi può essere modello solo di umanità perfetta, mentre un Gesù Dio-uomo è fonte unica della redenzione dell’uomo. Nello studio della cristologia, quindi, è senz’altro legittimo l’approccio antropologico, purché non sia in antitesi a quello teologico. La salvezza, infatti, non può essere ridotta ad un processo di auto-redenzione. Ora, la cristologia del Sobrino non sembra eliminare questa antitesi. Secondo lui, «l’aspetto più storico del Gesù storico è la sua prassi, è cioè la sua attività per operare attivamente sulla sua realtà circostante, e trasformarla in un indirizzo determinato e voluto in direzione del regno di Dio. È la prassi che ai suoi giorni scatenò storia e che giunge fino a noi come storia scatenata».

Giovanni Paolo II ha ribadito chiaramente che il teocentrismo non è in antitesi con l’antropocentrismo, e che la Chiesa, «seguendo il Cristo, ha cercato di congiungerli nella storia dell’uomo in maniera organica e profonda» (DM,1). Proprio sulla base dell’intrinseca relazione tra teocentrismo e antropocentrismo, possiamo affermare che l’umanità di Gesù è l’umanità del Figlio di Dio, fatto uomo per noi e per la nostra salvezza.

Secondo il Concilio Vaticano II, «il Figlio di Dio, unendo a sé la natura umana e vincendo la morte con la sua morte e risurrezione, ha redento l’uomo e l’ha trasformato in una nuova creatura» (LG,7). Va ribadito con chiarezza che Gesù ha attribuito un significato salvifico alla sua morte, anche se «il Figlio di Dio crocifisso è l’evento storico contro cui s’infrange ogni tentativo della mente di costruire su argomentazioni soltanto umane una giustificazione sufficiente del senso dell’esistenza. Il vero punto nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo. Qui infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a pura logica umana è destinato al fallimento» (FR,23).


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