Inviare un messaggio

In risposta a:
Sempre ne sento parlare ...

MERDA D’ARTISTA (di Hans Magnus Enzerberger, di Piero Manzoni, ecc.) - a cura di pfls

martedì 29 maggio 2007 di Maria Paola Falchinelli
LA MERDA
di Hans Magnus Enzerberger *
Sempre ne sento parlare
come se avesse colpa di tutto.
Ma guardate come mite e modesta
ella si asside tra noi!
Perché insozziamo
il suo buon nome
e lo applichiamo
al presidente USA
alla polizia, alla guerra,
e al capitalismo?
Com’è peritura,
e com’è duraturo
ciò che chiamiamo col suo nome!
Lei, l’arrendevole,
ci viene sulla punta della lingua
per designare gli sfruttatori.
Lei che abbiamo espressa,
dovrebbe ora esprimere
anche il nostro furore?
Non ci (...)

In risposta a:

> MERDA D’ARTISTA (di Hans Magnus Enzerberger, di Piero Manzoni, ecc.) - a cura di pfls

venerdì 1 giugno 2007

Il soffio magico di Piero Manzoni

Dagli «Achromes» ai «Corpi d’aria» alle celebri «Merde», una mostra allestita fino al 24 settembre al Madre di Napoli inserisce l’opera dell’artista, morto non ancora trentenne nel 1963, nel contesto di una stagione straordinaria

di Elena Del Drago (il manifesto, 31.05.2007)

A Piero Manzoni sono bastati sette anni di straordinaria attività per ripensare il movimento dell’Informale e quella concezione eroica dell’artista che aveva dominato il secondo dopoguerra, sette anni di progressive intuizioni, di ragionati exploits e di sostanziali sperimentazioni, raccontati nella grande antologica che, curata da Germano Celant, segna l’estate del Madre, il museo d’arte contemporanea nel cuore popolare di Napoli. Duecento opere, alcune delle quali mai esposte evocano, a dieci anni dall’ultima antologica, il breve percorso di Manzoni, morto non ancora trentenne nel 1963 per arresto cardiaco, in un confronto serrato con il contesto culturale italiano ed internazionale, senza il quale le sue ricerche, mutuate da Burri e Fontana e condivise con i protagonisti di una stagione culturale straordinaria, non sono comprensibili in tutta la loro portata. Dopo aver vissuto intensamente l’atmosfera milanese accanto ad artisti come Ettore Sordini, con il quale divideva lo studio, Baj e Ugo Mulas, Manzoni seppe infatti intrecciare rapporti stretti e divertiti con Yves Klein innanzitutto, con i confratelli del gruppo Zero, con Heinz Mach.

Scorrono così due esposizioni parallele, quella che srotola anno dopo anno la produzione di Manzoni e l’altra che narra gli avvenimenti più importanti dello stesso periodo e i risultati raggiunti dai compagni di strada, una doppia prospettiva suggerita al curatore dal desiderio di legare saldamente gli avvenimenti artistici a una più ampia storia collettiva: «Il visitatore si troverà a confronto - spiega Celant - con una mostra che non vive in un limbo tipico delle stanze bianche museali, ma in un intreccio tra l’avventura individuale di Manzoni e i suoi referenti nazionali e internazionali». Si comprende bene, in questa alternanza che ci suggerisce anche quel nomadismo vissuto da Manzoni nel suo continuo viaggiare per l’Europa, lo stretto rapporto in cui nacquero le opere più interessanti di quella stagione. Fu infatti una mostra tenutasi nel 1957 a Milano, in cui erano esposti dei monochromes di Yves Klein a illuminare, con un’apertura sulle sperimentazioni dei Nouveaux Réalistes, i primi tentativi che nel frattempo Manzoni realizzava con il catrame.

Già lo stesso anno fecero la loro comparsa i celebri Achromes, superfici rigorosamente bianche, che intendevano distanziarsi così dal romanticismo eroico dell’Informale (il quale seppure segnato dall’immane sconfitta della guerra, metteva l’artista e dunque l’uomo al centro della ricerca) per lasciare spazio alla materia, capace persino di autoprodursi. Il caolino e il gesso innanzitutto, ma anche l’ovatta, il peluche, i pallini di polistirolo: materiali che non vengono mai «lavorati» dall’artista, ma piuttosto lasciati decantare. La tela non è dipinta, il caolino non viene steso, ma la prima è intrisa, il secondo lasciato a essiccare perché nessun gesto «estraneo» possa influenzarne il processo. In mostra, a segnare l’intero percorso espositivo, ci sono numerosi Achromes: e se inizialmente sono tele con minimi interventi essi prendono poi, in particolare dal 1958, a piegarsi secondo un ritmo più evidente, a ordinarsi in quadrati regolari semplicemente cuciti o realizzati con la celebre ovatta. Oppure, ancora, le variazioni si fanno più ardite e allora le declinazioni sono in panno, in paglia, in cotone intrecciato, in fibra artificiale, ma anche ottenute con la giustapposizione di tanti piccoli panini, dall’incontro dei pallini di polistirolo, dall’impiego della carta da pacchi.

In questa costante reinvenzione materica, interviene però progressivamente anche quella deriva più concettuale che ha portato alla realizzazione delle Linee (strisce di pittura potenzialmente infinite, racchiuse in cilindri neri ed etichettate) e all’utilizzo del corpo: «Dal 1960 all’impulsività della materia corrisponde, nel suo lavoro, la carica nervosa di una vitalità che porta il corpo dalla periferia dell’arte al suo centro» scrive Celant sul catalogo Electa. Una trasposizione iniziata con una sorta di sacrificio: il 21 luglio 1960 alle 21, presso la Galleria Azimuth di Milano con la Consumazione dell’arte dinamica del pubblico, Manzoni - offrendo da mangiare agli spettatori uova bollite e poi timbrate con la propria impronta digitale - comincia a considerare le più diverse emanazioni del proprio corpo come prodotto artistico. Ecco dunque comparire i Corpi d’aria che, spiega l’artista, vengono venduti compresi di fiato dell’autore: «Nel 1959 ho preparato una serie di 45 corpi d’aria del diametro massimo di 80 cm (altezza, con la base 120 cm); l’acquirente qualora la voglia, può acquistare, oltre all’involucro e alla base (chiusi in un piccolo astuccio) anche il mio fiato, da conservare nell’involucro stesso».

Seguono poi le celeberrime scatole con Merda d’artista, che contengono trenta grammi di escrementi ancorati con spirito alchemico e preveggente da Manzoni alle quotazioni dell’oro. E quello che poteva sembrare nel ’61, quando vennero preparate le novanta scatole, una indicazione presuntuosa, oggi deve essere aggiornata per difetto perché valgono assai più del prezioso metallo. Sotheby’s ne ha assegnato di recente un esemplare per centoventimila euro, mentre, per la cronaca, il valore degli Achrome si aggira sui due milioni. E se Manzoni con un «soffio» attribuisce valore a ogni sua emanazione, diventa comprensibile come lo stesso processo possa essere applicato a qualsiasi persona e poi al mondo nella sua interezza.

Accanto alla Base magica, infatti, capace di trasformare chiunque vi salga in un’opera d’arte, spazio sospeso in cui l’arte esplica il suo potere di transustanziazione, non poteva mancare, atto riassuntivo di un’intera poetica, una Base del Mondo (1963): un grande piedistallo in ferro con il titolo inciso al contrario perché al possibile sguardo gettato verso il basso da un abitante dell’universo, la Terra appaia appoggiata su un piedistallo, anch’essa risultato di un gesto d’artista.


Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Titolo:

Testo del messaggio:
(Per creare dei paragrafi separati, lascia semplicemente delle linee vuote)

Link ipertestuale (opzionale)
(Se il tuo messaggio si riferisce ad un articolo pubblicato sul Web o ad una pagina contenente maggiori informazioni, indica di seguito il titolo della pagina ed il suo indirizzo URL.)
Titolo:

URL:

Chi sei? (opzionale)
Nome (o pseudonimo):

Indirizzo email: